Quando i sardi lottarono e morirono per l’indipendenza

 

 

di Francesco Casula

SA BATALLA DE SEDDORI (Niente da celebrare ma da ricordare e studiare)

Domani 30 giugno ricorre il 611° anniversario di Sa Batalla di Sanluri: forse la data più infausta dell’intera storia della Sardegna perché segnò l’inizio della fine della indipendenza e della libertà dei Sardi e della Sardegna. Una fine comunque tutt’altro che scontata ed ineluttabile. Infatti con l’ultimo Marchese di Oristano, Leonardo d’Alagon, (dal 1470 al 1478) sarà ancora scossa e attraversata da momenti di dissenso e di ribellioni nei confronti dei catalano-aragonesi, culminati in opposizione armata prima con la battaglia di Uras (1470) e infine con la sfortunata e definitiva sconfitta di Macomer (1478).
Una data infausta insieme al 238 a.C. che segnò l’inizio dell’occupazione e del brutale dominio romano; al 1297, quando il papa Bonifacio VII, con la Bolla Licentia invadendi, infeudò del regno di Sardegna e Corsica, appositamente e arbitrariamente inventato, Giacomo II d’Aragona, invitandolo di fatto a invadere e occupare militarmente le Isole, cosa che puntualmente avverrà, almeno per la Sardegna; al 1820, quando furono emanati gli Editti delle Chiudende, che posero fine al millenario uso comunitario delle terre da parte di tutto il popolo, usurpate dai nuovi proprietari, in un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze; al 1847, quando con la Fusione perfetta, la Sardegna fu privata del suo Parlamento.
Il 30 giugno 1409 infatti presso Sanluri, si scontrarono l’esercito siculo-catalano-aragonese, guidato da Martino il giovane, Re di Sicilia e Infante di Aragona, e l’esercito sardo-giudicale, al comando di Guglielmo III visconte di Narbona, ultimo giudice-re del Giudicato d’Arborea, che fu battuto e disfatto in quella atroce battaglia. Finiva così la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna che, dopo cruente battaglie i Sardi-Arborensi, prima con Mariano IV e poi con la figlia Eleonora, erano riusciti ad affermare, prevalendo sui Catalano-Aragonesi e dunque riuscendo di fatto a ottenere il controllo su tutto il territorio sardo e coronando in tal modo il sogno, di unificare l’intera nazione sarda.

Il regno d’Arborea infatti dal 1392 al 1409 comprenderà l’intera Isola, eccezion fatta per Castel di Cagliari e di Alghero: Isola governata e gestita sulla base di quella moderna e avanzata Costituzione che fu la Carta de Logu, che promulgata dalla stessa regina Eleonora, rimase in vigore per ben 435 anni, fino al 1827, quando entrò in vigore il Codice feliciano.
Ma ritorniamo alla battaglia di Sanluri: lo scontro finale cominciò all’alba di domenica 30 Giugno del 1409, (al alva de Domingo del mes de Junio: così infatti scrive negli Anales della Corona d’Aragona lo storico aragonese Geronimo Zurita); quando l’esercito siculo-catalano-aragonese, lasciato l’accampamento cominciò ad avanzare ordinatamente (con horden) fino a un miglio a sud est di Sanluri (Sent Luri).

Davanti stava Pietro Torrelles (en la avanguardia Pedro de Torrellas), il capitano generale, con mille militi e quattromila soldati (con mil hombres de armas, y quatro mil soldados), mentre il re Martino il Giovane, più indietro guidava la cavalleria e il resto formava la retroguardia. A loro si contrapponeva, sbucando improvvisamente da dietro un poggio, appena a Oriente di Sanluri e chiamato ancora oggi Bruncu de sa Batalla, l’esercito giudicale comandato dal re arborense Guglielmo di Narbona-Bas con i fanti e i cavalieri (con toda la gente de cavallo, y de pie), nascosti dietro una collina. Quanto durò esattamente la battaglia non ci è dato di sapere, Geronimo Zurita parla genericamente di “por buen espacio”.
Certamente fu dura e accanita. E, purtroppo, perdente per i Sardi. La tattica degli Aragonesi infatti, il cui esercito assunse una formazione a cuneo, sfondò il fronte delle forze sardo-arborensi che investite al centro, fu diviso in due tronconi. La parte sinistra si divise a sua volta in due parti: la prima ripiegò a Sanluri dove trovò rifugio nel borgo fortificato e nel castello di Eleonora; le mura però non resistettero all’assalto e le forze aragonesi irruppero massacrando a fil di spada gran parte della popolazione civile, senza distinzione di sesso e di età, mentre 300 donne furono fatte prigioniere. La seconda parte, guidata dal re Guglielmo III, si rifugiò nel castello di Monreale, a poche miglia di distanza, senza che gli Aragonesi riuscissero a inseguirli. Così: “el Vizconde con los que escaparon huiendo de la batalla, al castillo de Monreal” si salvò.

Morirono invece sul campo ben cinquemila Sardi (y murieron en el campo hasta cinco mil) mentre quattromila furono catturati: sempre secondo i dati di fonte storica aragonese e dunque da prendere prudentemente, cum grano salis. Di contro solo pochissimi nobili iberici persero la vita ((Murieron en esta batalla de la Parte del Rey muy pocos, y los mas senalados fueron, el vizconde de Orta, don Pedro Galceran de Pinos, y mossen Ivan de Vilacausa). Le fonti aragonesi non riportano alcun dato sui soldati semplici: evidentemente contano poco o, niente.
La località, una collinetta subito dopo il bivio “Villa Santa” guardando verso Furtei, dove avvenne una vera e propria strage conserva ancora oggi, in lingua sarda, un nome sinistro e tristo: Su occidroxiu. Ovvero il mattatoio: dove insieme a migliaia di sardi fu “macellata” non solo la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna ma la stessa libertà dei Sardi.

Ci sarebbe, a fronte di tutto ciò, da chiedersi cosa ci sia da “celebrare” in occasione della ricorrenza del 30 Giugno, segnatamente a Sanluri, come da anni avviene. Da celebrare niente. Molto invece da rievocare per conoscere la nostra storia: nelle sconfitte come nelle vittorie. Per conoscere il nostro passato, per troppo tempo sepolto, nascosto e rimosso: dissotterrandolo. Perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.

Proite unu populu chi non connoschet s’istoria sua, su tempus colau, non tenet ne oje nen cras.

La sanità deve essere pubblica e di qualità: sabato manifestazione

La sanità deve essere pubblica e di qualità: sabato manifestazione
 
Sabato riprende la lotta per la sanità pubblica contro la macelleria della giunta Pigliaru e le regalie ai privati e la mala gestione del duo Solinas-Nieddu.
 
A promuovere è la Piattaforma che ha già affrontato diverse aspetti sociali e politici della questione sarda.
 
Di seguito il comunicato che chiama la mobilitazione di sabato 27, a Cagliari, in via Roma, sotto il palazzo della Regione Autonoma, alle ore 10:00:

 

METTIAMO AL CENTRO LA SALUTE, NON IL PROFITTO. LA SANITÀ NON È UN’AZIENDA

La gestione dell’emergenza sanitaria in Sardegna è stata disastrosa.
Di fronte a una media nazionale di contagio tra operatori e operatrici della sanità del 10%, già grave rispetto a quella riscontrata in Cina (3,8%), in Sardegna fra tutti i contagiati almeno il 30% sono operatori sanitari con picchi iniziali del 60% a marzo e punte sino al 90% nella provincia di Sassari.

CI PUÒ STARE
Così rispose l’assessore alla Sanità Nieddu quando i giornalisti gli chiesero conto dei contagiati tra gli operatori socio sanitari nel pieno della pandemia.
Quella risposta è stata ed è l’emblema dell’inadeguatezza, del disinteresse e del cinismo dimostrato dalla giunta regionale nella gestione della crisi.
In Sardegna quasi tutti i contagiati sul posto di lavoro sono operatori socio sanitari. Si contavano, al 31 maggio, 1.356 malati. Dai dati INAIL, sempre al 31 maggio, su 457 denunce da infortunio sul lavoro da Covid-19, 417 riguardavano lavoratori della sanità (medici, infermieri, operatori socio sanitari).
Un grande senso di abbandono è stato sperimentato da moltissime persone durante l’emergenza Covid-19: dai malati, al personale sanitario, ai familiari. Se, per fronteggiare l’emergenza, si fossero adottati preventivamente protocolli di prevenzione si sarebbe potuto evitare il disastro che è successo a Sassari, con gli ospedali che sono diventati focolai di contagio.
I sanitari, oltre a trovarsi a operare con Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) assolutamente inidonei e insufficienti, non hanno potuto esprimere la loro preoccupazione per l’incolumità propria e della comunità in quanto gli è stato impedito qualsiasi dissenso e comunicazione con la stampa.
Oltre alla carenza di DPI, ad oggi non sono stati ancora eseguiti i tamponi e i test sierologici a tutto il personale che presta la propria attività nelle diverse realtà del Servizio Sanitario Regionale.
E gli anziani? Le Case di Riposo e le RSA sono state lasciate da sole nella gestione della salute degli ospiti, persone ad altissimo rischio di contagio e decesso.
Mentre il sistema sanitario lesinava dispositivi di protezione al proprio personale, la giunta si dimostrava molto generosa con gli operatori privati, offrendo contratti molto vantaggiosi alle cliniche scelte per fronteggiare l’emergenza, andando a promuovere ben tre strutture private (il Mater Olbia, il Policlinico Sassarese, la Clinica Città di Quartu) a ospedali Covid-19. Cliniche inadeguate al compito assegnato, per le quali sono state accettate le tariffe imposte dal privato, senza alcuna valutazione, perché non c’era il tempo per l’istruttoria e alle quali è stato concesso un finanziamento “vuoto per pieno”, ovvero il pagamento dei posti letto a disposizione anche quando non utilizzati.
La Regione ha preferito spendere in strutture private – aziende legate al profitto sovvenzionate ampiamente con soldi sottratti alla sanità pubblica – piuttosto che potenziare le strutture pubbliche, le uniche idonee a gestire l’emergenza e l’urgenza per la specifica preparazione dei suoi operatori e per la dotazione di spazi e attrezzature dedicate alla rianimazione. Perché durante la crisi la sanità privata ha continuato a lavorare, mentre la sanità pubblica è stata bloccata? Il motivo lo conosciamo bene: la salute è considerata una merce e non un diritto. E ancora una volta, solo chi aveva disponibilità economica ha potuto continuare a fare prevenzione e curarsi.
Chi non si è ammalato di Covid-19 si è visto comunque negare visite e controlli ospedalieri legati ad altre malattie, anche ai fini della sola prevenzione, rischiando di andare incontro a gravi patologie che possono essere evitate con la giusta profilassi e di morire. Ad oggi, si stima che non siano state effettuate circa 1,2 milioni di visite specialistiche. Nonostante l’assessorato abbia annunciato la ripresa delle attività ambulatoriali, nella realtà i cittadini lamentano ritardi e la mancanza di risposte certe da parte degli addetti alle prenotazioni.
Sarà difficile, se non impossibile, far fronte all’arretrato se la Regione non investirà risorse nell’immediato per il potenziamento dei servizi sanitari, a partire dall’assunzione di personale.
Sono venuti a mancare i servizi essenziali. Il centro dialisi di Dorgali è ancora chiuso, costringendo i pazienti a recarsi in strutture lontane. Nell’Alta Marmilla i servizi sanitari sono sospesi da mesi. E situazioni similari si riscontrano in tante parti della Sardegna.

Tutto questo è inaccettabile. Il diritto alla salute è un diritto fondamentale dell’individuo e della collettività.

Vogliamo, perciò, il riavvio effettivo del servizio sanitario pubblico e migliorare la sanità nelle carceri.
Vogliamo che nella riorganizzazione del servizio sanitario sardo si smetta di foraggiare la sanità privata e si investa nella sanità pubblica.
Vogliamo la riapertura e l’ammodernamento strutturale, tecnologico e strumentale degli ospedali e degli ambulatori, l’assistenza e le cure devono essere garantite in ambienti idonei e a norma. E’ necessario ridare dignità ai pazienti oncologici, aprire un apposito Pronto Soccorso e delineare una rete territoriale per diagnosi e cure.
Vogliamo la riapertura dei centri di salute mentale che, ben prima della pandemia, sono stati chiusi a discapito dei cittadini, in nome di un presunto contenimento dei costi.
Vogliamo lo screening dei tamponi faringei e dei test sierologici per tutti gli operatori sanitari, per il personale esterno (addetti alle pulizie, vigilanza, fornitori, etc.), per i pazienti che devono fare terapie in day hospital, ricovero giornaliero e controlli ambulatoriali programmati o d’urgenza e per tutte le persone a rischio.
Vogliamo che tutti i cittadini affetti dalle diverse patologie (diabetologiche, cardiologiche, nefrologiche, ecc. ecc.) siano messi nelle condizioni di curarsi adeguatamente con servizi sanitari potenziati territorialmente e che, nel momento in cui le strutture pubbliche non sono in grado di prestare un servizio in tempo utile, la prestazione privata venga rimborsata dal servizio sanitario pubblico, come già succede in altre regioni.
Ben prima della crisi del Covid-19, la situazione negli ospedali e ambulatori della Sardegna era drammatica, con un carico di lavoro enorme sulle spalle del personale a causa di organici sottodimensionati e contratti capestro.
Vogliamo che gli operatori sanitari e assistenziali siano tutelati, che vengano adeguati i salari e le indennità, che venga assunto nuovo personale, che siano internalizzati i servizi dati in appalto e che tutti i lavoratori siano messi in condizione di operare al meglio per il benessere della comunità.
Vogliamo, infine, che l’assessore si assuma la responsabilità della gestione catastrofica dell’emergenza e si dimetta.
L’unica cosa che CI PUÒ STARE è una sanità pubblica che risponda ai bisogni di tutti.

Ci vediamo sabato 27 ore 10:00 sotto il Consiglio Regionale in via Roma 25 a Cagliari!
Saranno rispettate le distanze di sicurezza. Vi chiediamo di venire munit* di mascherina!

Potere al Popolo – Sardegna
Caminera Noa
Partito Rifondazione Comunista – Sardegna
USB Unione Sindacale di Base – Sardegna

#SardinianLivesMatter: i sardi sono bianchi?

di Carlo Manca

Un equivoco

I fatti recenti hanno portano il mondo a fare una riflessione sulla questione dei neri nord-americani che continuano a subire vessazioni che storicamente non hanno mai smesso di subire. L’uccisione di Floyd ha rappresentato l’emblema della violenza razzista della polizia nord-americana, che ancora una volta si è macchiata di un altro assassinio, e da lì in poi si sono scatenate le azioni violente da parte dei neri nord-americani che hanno ripreso a mettere in discussione, semmai si fossero fermati, il paradigma della società capitalista ed il paradigma di un razzismo più o meno soffice di cui la società nord-americana è intrisa.

Lo slogan #blacklivesmatter non è certo nuovo, giacché circolava già da anni e non è raro che si sia parlato di tale tema nel mainstream, ed ogni volta incontrava, oltre al classico razzismo manifesto e al classico colonialismo esplicito, il suo nemico più subdolo #alllivesmatter. Subdolo perché ovviamente non c’è dubbio che tutte le vite contino, ma che, volendo specificare che non siano solamente quelle nere a contare, appare come una precisazione non richiesta che porterebbe a concludere che i neri che protestano abbiano sbagliato il bersaglio della critica. E invece non è così: #blacklivesmatter esattamente perché tutte le vite contano e perché, fino a prova contraria, l’Uomo bianco è attualmente un privilegiato attorno al quale gira la vita moderna e in base al quale si decide cosa sia degno di essere considerato cultura, cosa sia degno di essere considerato universale, cosa sia degno di essere considerato desiderabile per sentirsi delle persone riuscite. Insomma, il colonialismo è mimetizzato nella quotidianità della vita occidentale, sia in quella nord-americana che in quella europea, cioè nella vita quotidiana dell’Uomo bianco. Se tutte le vite contano, ma quelle dei neri sembrano di serie B, allora è giusto dire che le vite dei neri contino, che abbiano un valore, che non siano in blocco né schiavi, né servi, né animali da compagnia, né carne da macello, né tante altre cose che la cultura colonialista nel corso della Storia ha deciso per i neri.

E così, la protesta dei neri nord-americani ha valicato l’oceano ed ha fatto in modo che tutte le persone solidali con tale protesta si accodassero ai contenuti di fondo: denunciare pubblicamente e protestare contro la cultura razzista e contro quella colonialista, di cui il razzismo è un dispositivo atto a giustificare la violenza e la prevaricazione sulla persona altrui. La violazione della dignità umana passa attraverso la narrazione di cui il colonialismo ha bisogno: è giusto non avere rispetto di tale gruppo X di persone, perché queste persone hanno, per natura e non per scelta, determinate caratteristiche deprecabili e immutabili, e pertanto noi siamo giustificati ad agire violentemente nei loro confronti perché noi siamo il gruppo Y e agiamo anche nel bene di tale gruppo X, che dovrà rinunciare alla propria identità, alla propria lingua, alla propria dignità, alla propria libertà, per avere le briciole della facoltà di stare al mondo, facoltà di cui noi siamo gli arbitri. Vero è che, finché questo discorso colonialista sta in piedi, e cioè finché cambiano solo gli equilibri di potere senza che però si superi il paradigma colonialista che porta con sé il razzismo, si sarà sempre i “negri” di qualcun altro.

La lotta per i simboli è innanzitutto una lotta fra modelli concorrenti di società. I simboli non sono né pura estetica e né memoria storica priva di senso. Floyd è diventato l’emblema, quindi un simbolo, della discriminazione razziale attuata dalla società bianca nord-americana e declinata nel pratico soprattutto dalla polizia che sa di avere il coltello dalla parte del manico. Le statue raffiguranti i colonizzatori delle Americhe, quando non di schiavisti e di altre canaglie del passato, non vengono abbattute o vandalizzate per il gusto di farlo, bensì perché sono rappresentazioni insopportabili ed inconcepibili in un modello di società che avanza e che porta con sé un punto di vista etico diametralmente opposto a quella società che invece prevedeva lo schiavismo o un razzismo palese in cui ogni cittadino bianco poteva fare la pelle a un nero impunemente. Relativizzare i modelli di società è fattibile solo quando non si cade nell’errore di considerare egualmente validi anche quelli che contemplano il colonialismo, sui popoli e sui corpi altrui (da cui il sessismo), ed il razzismo funzionale che lo accompagna. Possiamo affermare che l’esperimento sia riuscito se, ogni volta che si abbatte una determinata rappresentazione del colonialismo, lo scontro torna ad essere sui contenuti e non sull’estetica di tali rappresentazioni: si parla nuovamente di politica, di filosofia, di Storia, di antropologia perché ci si scontra sul modello di società che deve affermarsi, mettendo in contrapposizione chi propone un’etica basata sui presupposti universali dell’egualitarismo, di giustizia, di solidarietà e di autodeterminazione e chi invece giustifica le nefandezze di questo o quel personaggio storico, o magari sfoderando la carta della contestualizzazione storica laddove invece c’è di fondo un’affinità ideologica, e magari facendosi aiutare nella trattazione da quegli utili idioti che vorrebbero dare a bere agli altri che quelle rappresentazioni siano dei beni culturali da dover preservare in funzione di una memoria storica superpartes. La memoria storica è possibile anche a prescindere dall’esposizione di raffigurazioni di personaggi dalla dubbia portata, di cui certamente non avremmo bisogno se vogliamo affermare una società più etica che non intende trovarsi in mezzo ai piedi le facce di bronzo del colonialista Tizio, dello schiavista Caio, del lenone Sempronio. La memoria storica non è mai fine a sé stessa ed è possibile perfino con altre modalità: o si mantiene la statua lì dov’è, ma si appende una targa in cui si raccontano le “disavventure” dell’antieroe; oppure si aggiunge nei pressi immediati una statua a rappresentare le vittime di tale personaggio raffigurato; oppure si spostano le statue in un museo, che è il luogo deputato alla memoria storica in cui le opere d’arte perdono gran parte di quella dimensione pubblica-politica, ma sono spettacolarizzate per rappresentare un passato che non c’è e non ci può essere più: è per questo che nei musei troviamo armature medievali, sarcofagi egizi, vasi etruschi, statue greche, busti romani, lanterne puniche, pugnali e bronzetti shardana.

Sulla scia della vandalizzazione o dell’abbattimento delle statue dei colonialisti, anche in Europa si è colta la palla al balzo per tornare sui discorsi avviati già da tempo che sono rimasti come i carboni ardenti sotto la cenere. In Sardegna è percepita una “Questione Sarda” almeno da quando si è percepita l’alterità del colonizzatore: tralasciando adesso il rapporto fra Sardegna e l’esterno nel Medioevo, nell’Età Moderna parliamo del rapporto con la Spagna e poi col Piemonte, che successivamente sarà il rapporto con l’Italia unita. In Sardegna la colonizzazione ha avuto delle modalità affini a quelle avvenute in Africa o nell’America Ispanica, fatta eccezione per lo schiavismo che non ha avuto esito perché la compravendita di schiavi non era già prevista dall’ordinamento giuridico sardo e quindi non poteva prestarsi al traffico di esseri umani col colonialista europeo. Sbalorditivamente, molti sardi non riescono a concepire sé stessi se non come persone nate sotto una cattiva stella e se non come degli eterni colonizzati che hanno come caratteristica quella di riuscire ad accettare di buon grado ogni nuovo colonizzatore. Per capire la Sardegna ed il rapporto con lo Stato coloniale nella sua dimensione storica, è molto più utile leggere la letteratura ispanoamericana dalle origini ad oggi, piuttosto che quella prodotta per la fruizione in un mercato italiano e scritta da italiani di Sardegna (e non da sardi), i quali intendevano descrivere l’isola esattamente come il lettore italiano medio si aspettava che dell’isola si parlasse, cioè in maniera orientalista, arcaica, fiabesca, misteriosa, bizzarra, biasimevole, dannata. La descrizione di sé stessi a misura di occhio alieno ha avuto per i sardi la conseguenza nefasta dell’identificazione in quella narrazione di sé: “io sono ciò che penso che tu mi abbia chiesto di essere”.

E quindi, sempre a proposito della scia di vandalizzazione o di distruzione, si è messa in discussione la legittimità della rappresentazione dei tiranni che tanti danni hanno recato alla Sardegna. I Savoia hanno fatto la loro parte nella stessa maniera in cui ogni Stato occupante ci ha messo del proprio per depredare la Sardegna, con la sola differenza che attualmente sia quasi impossibile trovare rappresentazioni glorificanti del passaggio di questi ultimi. Avere nelle piazze sarde le statue dei regnanti di casa Savoia, non è tanto diverso dal trovarsi statue di eroi sudisti in una qualunque città nord-americana con una grossa componente di popolazione nera – che poi non sarebbe legittimo nemmeno se la città nord-americana qualunque fosse a maggioranza bianca, giacché non aveva senso né prima e né adesso l’approvazione morale delle caratteristiche del contesto antropologico di metà ‘800. Avere vie dedicate ai Savoia nei centri abitati sardi non è tanto diverso dal dedicare vie ai regnanti spagnoli in una città qualunque del Venezuela o del Nicaragua. Avere vie dedicate agli amministratori della Sardegna per conto dei Savoia, e per questo trovare inconcepibile una tale vessazione da parte della amministrazione locale che evidentemente agisce pensando italiano, non è tanto diverso dal trovare inaccettabile che in una qualsiasi città congolese ci possano essere vie dedicate ai funzionari di Re Leopoldo II del Belgio.

Si addicono le critiche allo slogan #alllivesmatter anche a #sardinianlivesmatter?

Mentre #alllivesmatter è una distrazione dal discorso centrale, in cui tale slogan si pone come sostitutivo di #blacklivesmatter quasi come a voler specificare che anche l’Uomo bianco possa essere discriminato e che pertanto perfino la sua vita valga (cosa che nessuno ma proprio nessuno negherebbe mai né a parole e né a fatti), lo slogan made in Sardinia si pone contemporaneamente come slogan di affiancamento e di proseguimento di #blacklivesmatter declinato nel contesto sardo. Possiamo certamente affermare che ci sia una convergenza sulle finalità del movimento per l’emancipazione dei neri del nord America e di quello per l’emancipazione del popolo sardo, e che certamente entrambe possano riconoscersi in una concezione secondo cui tutte le vite contano (e a questo punto azzarderei che sarebbe perfino estremamente coerente convergere con la prospettiva antispecista), tranne quelle volte in cui è il maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese a riempirsene la bocca per voler apparire come vittima di qualcuno e dichiararsi oppresso per aver perso la propria centralità normativa, per non poter più esercitare il proprio privilegio e per fare così del vittimismo a buon mercato. Con il #sardinianlivesmatter nessuno mette in discussione le rivendicazioni dei neri del nord America, ma anzi, si vuole supportare tale rivendicazione che si riverbera anche nella periferia d’Europa e si vuole estendere il ragionamento, senza pretesti di sorta che portino ad un sottile boicottaggio come succede per #alllivesmatter, alla condizione storica dei sardi che hanno sofferto e continuano a soffrire dei pregiudizi razziali in funzione della colonizzazione marchiata Italia, e che hanno perso la propria identità e che hanno difficoltà ad esercitare qualsiasi forma di autogoverno, dall’autonomia ad un orizzonte di indipendenza. L’assunto secondo cui tutte le vite contino, ha senso solo quando la sua comparsa nel discorso non sia un pretesto per annacquare nell’immediato la rivendicazione emancipatoria del popolo nero del nord America; in altre parole, l’orizzonte in cui si muove #blacklivesmatter è quello secondo cui tutte le vite contino, ma lo si ribadisce perché evidentemente non pare così tanto chiaro al maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese di cui sopra. Che poi è lo stesso meccanismo di quando, in Sardegna, chi vorrebbe esercitare il diritto all’autogoverno, viene sommerso dalla retorica unionista e dalle accuse di provincialismo perché “tutti gli italiani contano, e se voi fate l’indipendenza, allora perfino il mio condominio vorrà la sua indipendenza!”; tradotto: con le vostre rivendicazioni da sardignoli noi ci asciughiamo i piedi e voi continuerete a non esistere, perché in fondo siamo tutti italiani, ma voi in ogni caso rimarrete italiani di serie B.

Date le circostanze storiche e politiche, dovremmo iniziare a chiederci quanto i sardi possano considerare sé stessi come bianchi, come persone che, a parte aver guadagnato delle garanzie democratiche di certo importanti che sono state estese quasi a chiunque nell’Europa attuale, non possano considerare sé stesse come parte di una colonia interna in Italia, come persone che hanno dovuto rinunciare quasi completamente alla propria espressione dei caratteri popolari attraverso una serie di minacce e di stigmi sociali, come persone che hanno diritto ai suddetti caratteri popolari ma solo attraverso una musealizzazione dei costumi (ad esempio le sfilate di abiti tradizionali come La Cavalcata a Sassari ed i balli nelle televisioni regionali) e una cristallizzazione dei propri saperi pratici che non devono evolversi, al fine di essere progressivamente persi in una maniera artificiale percepita però come “naturale” e dovuta ai tempi che cambiano. I pregiudizi disprezzanti sui sardi si sprecano, così come è vero che si sprecano per i meridionali d’Italia e per qualsiasi altra comunità straniera presente sia in Sardegna che in Italia, e sono tutti pregiudizi che sono figli di una concezione monolitica dello Stato, fondamentalmente ancora colonialista, che stigmatizza tutte le lingue che stanno sotto l’unica considerata degna di essere imparata, che si attribuisce la storia dei popoli che per lui sono funzionali a raccontare dei precedenti illustri della propria entità statale (l’Italia attuale non è in continuità con Roma Antica, ad esempio, malgrado la retorica nazionalista che per anni abbia voluto spingere questo racconto), e ammette nella composizione della propria cultura di Stato solo poche identità locali funzionali a riprodurre l’idea composita che vuole dare di sé all’esterno (Italia: pizza, cannolo, lasagna, carbonara, mandolino, brava gente, Colosseo, gondole, Vesuvio, Torre di Pisa) e spegnere le istanze centrifughe, come ad esempio è stata l’operazione che ha istituito nuovamente la Brigata Sassari dopo decine d’anni d’inattività. Se la Brigata Sassari fosse stato veramente un corpo militare sardo, innanzitutto avrebbe forse – e dico “forse” – avuto una considerazione diversa del patrimonio naturalistico ed archeologico sardo e poi non avrebbe speso così tante energie per costruire la propria immagine, spesso in modo caricaturale, e non sarebbe stata concepita come il corrispettivo interno degli ascari: “sardi” che si assoldano come bassa forza con l’Italia, nella stessa maniera in cui eritrei e libici si arruolavano come mercenari per l’Italia, ma sempre con quadri provenienti da fuori e non a caso ogni tanto sparano qualche perla di antropologia fai-da-te sul sistema culturale dei sardi e sulla loro presunta indole a delinquere o incestuosa. Per le suddette ragioni, ripeto, c’è da chiedersi quanto i sardi siano effettivamente bianchi.

Allora diremmo che, se è vero che le vite dei neri contano, non possiamo rifiutare di riconoscere che perfino le vite dei sardi contino, perché dopotutto anche i sardi sono neri o, quantomeno, non sono bianchi.

Iglesias: sotto il marketing turistico un territorio in abbandono

Il comune di Iglesias ha promosso una campagna turistica decisamente discutibile (a cominciare dallo slogan, Iglesias CI PRAXIRI), scritto senza rispettare alcuna norma linguistica del sardo.  Alle critiche costruttive di esperti il sindaco Mauro Usai ha subito risposto piccato con un post social:
“Ha un suono più dolce e pronunciabile per il turista rispetto alla forma corretta, per i turisti, non per i puristi”. In un secondo tempo ha rincarato la dose sostenendo che “il mondo indipendsovransardista” complotta contro il comune . 

Qualche giorno fa la scrittrice e giornalista Daniela Piras si è recata proprio in quel territorio e ha documentato una situazione di grave abbandono. Ha scritto agli organi competenti ma non ha ricevuto alcuna risposta. 

Pubblichiamo l’articolo di Daniela Piras e aggiungiamo che no signor sindaco, no nos piaghet pro nudda custa cosa!

p.s. la lingua ha le sue regole e di norma gli inglesi, i francesi e gli italiani (per fare alcuni esempi) non parlano la loro lingua adattandola ai gusti dei turisti..  

di Daniela Piras

Dopo la chiusura di tutte le attività dovuta all’emergenza sanitaria dei mesi scorsi, la situazione turistica in Sardegna appare ancora precaria. Le acrobazie prestigiatrici che hanno mimato i cambi di rotta del presidente della Regione Solinas riguardo la procedura da seguire per riaprire l’ingresso ai turisti sono state accompagnate da polemiche che hanno visto esprimersi giornalisti, importanti sindaci oltre mare, albergatori e non solo: tutti eravamo interessati e coinvolti in qualche modo nelle sorti dell’imminente stagione.

Nel mezzo di polemiche e discussioni varie, capita che, a fine maggio, mi ritrovo a fare un’escursione nella zona del Sulcis iglesiente, con mascherina e gel a seguito. Ciò che mi si para davanti è una situazione che mi preme segnalare, tramite e-mail certificata, al comune di Iglesias. Ad oggi, 18 giugno, non ottengo nessuna risposta dagli uffici preposti. All’indifferenza e all’abbandono di alcuni luoghi segue l’indifferenza degli uffici preposti. Ci ritroviamo, in Sardegna, nella nota situazione che porta ad inveire contro chiunque esprima, dall’esterno, una critica alla nostra isola. In tali casi assistiamo a un vero e proprio sciorinamento di tutto ciò che ha reso la nostra terra importante: a partire dalla civiltà nuragica per finire alla bontà dei nostri formaggi e della “nostra” birra Ichnusa.

Capita così che certe segnalazioni non siano degne di nota, forse perché a farle non sono noti intellettuali arrivati dal continente con occhio critico e attento, a cui viene riconosciuta un’autorità e ai quali si tende a guardare dal basso.

Riporto qui quanto scritto al comune di Iglesias nella mattinata del primo giugno:

«Buongiorno. Vi scrivo per segnalarvi la situazione di trascuratezza ed evidente abbandono in cui si trovano le frazioni di Nebida e di Masua, in cui sono stata ieri, domenica 31 maggio.
A fare da contrasto allo splendido panorama e alle bellezze naturali – offerte gratuitamente dalla Natura – ci sono cumuli di immondizie, sia nel centro abitato che nella spiaggia di Masua (dove non c’è ombra nemmeno di un cassonetto) e situazioni di degrado. Il piccolo market della via di passaggio di Nebida pare un negozio fantasma: solo le indicazioni sulle norme di ingresso relative al Covid19 fanno capire che sia ancora aperto.
Mascherine e guanti infestano la via, insieme a cartacce, plastica, immondizia di vario genere, persino nelle aiuole pubbliche che si affacciano sul panorama. Nella spiaggia di Masua un’orrenda cisterna appare, imponente, appena scesi dall’auto, in cima al bar della spiaggia: come è possibile che un luogo di cotanta bellezza, che attira turisti da ogni parte del mondo, sia così trascurato?
Vi scrivo non per fare una semplice polemica (in tal caso avrei inviato tutto a qualche rivista isolana o avrei scritto un post sui Social), ma per chiedervi il motivo di questo abbandono: è davvero un grande peccato che lo sguardo sia costretto a fare lo slalom tra un panorama mozzafiato e un accumulo di cartacce ed erbacce.
Verificate questa situazione, per favore.

Ps: Vi invio in allegato le immagini che testimoniano il tutto.

Grazie.
Cordiali saluti.»

Non si è meritevoli di risposta quando non si scrive da una testata che possa determinare un oscillamento delle prenotazioni negli alberghi dell’isola? Non si è meritevoli di risposta quando si prova a chiedere educatamente spiegazioni riguardo un degrado che danneggia tutti, residenti e non? Mi chiedo cosa sarebbe successo se queste stesse righe fossero state pubblicate da Massimo Fini sul “Fatto Quotidiano”? Esiste forse un patto di non belligeranza implicito, tra noi sardi? È un accordo che prevede di voltare lo sguardo dalla parte opposta di quella dove giacciono le cicche nascoste tra i cespugli? E se cominciassimo ad indignarci veramente? Se il tanto decantato amore per la propria terra si risvegliasse anche davanti a spettacoli del genere, senza aspettare la spinta che porta soltanto ad insultare il prossimo (con nome e cognome) sui Social? Forse se smettessimo di girarci dall’altra parte, quando vediamo simili spettacoli, qualcosa potrebbe iniziare a cambiare, piano piano. Perché gli strumenti li abbiamo. Ad immortalare il solito tramonto sulla spiaggia siamo capaci tutti, magari aggiungendo l’hashtag “Per paradiso Dio intendeva Sardegna”, ma la macchina fotografica può essere usata anche per segnalare certe situazioni, perché finché certe cose saranno considerate normali nulla mai potrà cambiare. La questione è emblematica, e non si esaurisce con un accumulo di mondezza.

È la metafora dell’ignavia politica. Non fare niente per cambiare le cose, non esprimersi, non parteggiare, non rendersi attivi, non votare. E dopo lamentarsi attraverso i Social da sotto la nostra copertina trapuntata.

 

Black and Sardinian lives matter: manifestazione a Sassari

Sei ragazzi hanno lanciato la mobilitazione “Black lives matter / Sardinian lives matter”.

L’appuntamento non è casuale, infatti gli attivisti si ritroveranno sotto il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II a Sassari. In tutto il mondo il movimento addita le statue e i monumenti dedicati ai colonizzatori e questo dibattito esiste in Sardegna da anni. Infatti gli antichi toponomi sono stati sradicati in favore dell’odonomastica dedicata ai Savoia e in generale al Risorgimento italiano.

Ma quale è stato il ruolo della famiglia reale nel declino della Sardegna? L’inno della Sardegna e della rivoluzione antifeudale e antimonarchica S’Innu de su patriota sardu a sos feudatarios lo dice esplicitamente: Fit pro sos piemontesosSa Sardigna una cucagna; Che in sas Indias s ‘Ispagna Issos s’incontrant inoghe; Nos alzaiat sa ogheFinzas unu camareri, O plebeu o cavaglieriSi deviat umiliare…

Sardi e non, europei e non, nasce finalmente un movimento contro tutte le discriminazioni, contro tutte le intolleranze, contro il passato e il presente coloniale, a favore della solidarietà tra i popoli e le persone.

Ecco l’appello dei sei ragazzi che gira sui social:

Il Movimento “Black Lives Matter” è stato un importante punto di svolta: ha scelto di non chiudersi su se stesso e si è aperto ai diritti di tutti, diventando un movimento mondiale contro ogni discriminazione e subalternità. Intersezionalità è la parola d’ordine, le “etichette” che ci vengono attaccate – o quelle che usiamo per definirci – non si sommano e azzerano tra loro, ma interagiscono in modo positivo.La Sardegna a suo modo ha subito e subisce la disparità, la divisione, lo sfruttamento e la marginalizzazione.

Vogliamo unirci al grido mondiale regalando una chiave di lettura contestualizzata al territorio e alle sue lotte. È proprio in Sardegna che realtà, come il CPR di Macomer, che violano i diritti umani, trovano terreno di approdo; vengono invece accantonati progetti virtuosi come lo SPRAR di Sassari (che proprio a giugno giungerà purtroppo alla sua fine).Le strutture sanitarie e scolastiche fatiscenti, l’impossibilità o sconvenienza – per tanti Sardi – di muoversi all’interno e all’esterno della propria terra, poligoni e basi militari (con conseguenti danni alla salute nostra,del bestiame e dei campi) sono tutti elementi del nostro esser considerati popolo servo.Non è violenza? Non è sminuire un popolo e renderlo schiavo?

Da secoli siamo accoliti e seguaci di personalità senza valore, portiamo avanti la nostra lotta e la lotta di chi ha il coraggio di dire che le cose.Ma forse l’unico modo che abbiamo per comprendere la nostra realtà e la nostra storia è proprio quello di apprenderle e osservarle attraverso il nostro passato e il nostro presente.Vi aspettiamo in piazza per dire la vostra!

Caminera Noa: Quest’anno salviamo la Sardegna!

Il Movimento popolare sardo Caminera Noa lancia una campagna per invitare chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

«In questi ultimi giorni abbiamo assistito a sempre maggiori discussioni sulle riaperture di porti e aeroporti, sulla crisi del turismo. Ci si divide tra “apriamo tutto a chiunque” e “chiudiamo tutto senza deroghe”.

La posizione della Giunta non l’abbiamo capita, visto che ha trattato e ritrattato un milione di volte.

La nostra è netta: se vogliamo far ripartire in sicurezza vita sociale ed economia dobbiamo chiedere con forza la chiusura delle regioni ancora ad alto contagio. 

Dal punto di vista economico il sistema turistico applicato in Sardegna ha dimostrato tutta la sua inefficacia soprattutto in questo periodo di crisi, ed è per colpa di un turismo totalmente stagionale e basato sullo sfruttamento dei territori e delle persone che ci troviamo davanti alla scelta: salute o lavoro?

Il problema è complesso ma noi vogliamo iniziare a cambiare subito le cose. Abbiamo una proposta concreta: quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna! 

Questa crisi non è stata uguale per tutti; a fronte di chi ha perso il lavoro, non ha ricevuto la cassa integrazione, ha vissuto senza stipendio, ci sono state categorie di lavoratori che, invece, hanno continuato a percepire reddito regolarmente. 

Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici.

Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio. 

Quest’anno sceglieremo di conoscere la nostra terra, di prenderci cura delle nostre comunità, di spendere i nostri soldi a casa nostra.

Quest’anno scegliamo di salvare la Sardegna. Fatelo anche voi!»

Biddas – paesologie e comunità resistenti.

Di Luca Sedda.

Da tempo gli scienziati ci avevano avvertito che alcune caratteristiche di questo onnivoro sviluppo – la globalizzazione piuttostoche l’estrema concentrazione dell’umanità nei centri urbani – avrebbero favorito le pandemie, la devastazione della natura e altriprocessi pericolosi per lo stare al mondo.

Questi erano temi politici caldi anche nei primi anni 2000. C’era il Movimento dei Movimenti, c’erano i NoGlobal, c’erano iSocial Forum e risuonava uno slogan che oggi torna ad avere un senso gigantesco: Un Altro Mondo è Possibile. Uno slogan cheviene da lontano, un eterno ritorno dell’uguale.

Quell’umanità in fermento fu repressa, con violenza da un lato e meccanismi di condizionamento dall’altro. Così spararono sui manifestanti e immisero nel sistema una piazza virtuale facilmente controllabile. Il mondo si prese paura e ci si tuffò conentrambi i piedi. L’illusione di un allargamento delle liberta di espressione (a distanza di sicurezza dalle manganellate), della condivisione dei mezzi di comunicazione e dei contenuti non portò agli esiti sperati.

La rivoluzione rimase tecnologica e virtuale e sfociò, per essere caustici, in aperitivi in video chiamata in quarantena.

Nei primi 2000, dicevo, quei movimenti agitavano anche i paesi e a Gavoi si muoveva il Collettivu Barbagia Reverde che delriscatto delle piccole comunità rurali, della valorizzazione delle culture, della partecipazione dal basso alternativa alla mediazione dei partiti, della scelta politica e esistenziale comunitarista faceva la propria bandiera.

Bandiera che oggi, fra le innovazioni politiche di un ventennio, continua ad alzarsi attraverso il movimento Comunidade che, tra l’altro, amministra (assieme ai cittadini) dal 2015 il paese.

La cultura sarda-nuragica – ricordava Eliseo Spiga in un convegno gavoese – era profondamente anti- urbana. Noi sardi nonfondammo città (lo fecero poi i tanti colonizzatori sopraggiunti) ma una fitta rete di villaggi interconnessi che, beghe di campanileneutralizzabili a parte, sapevano muoversi all’unisono verso il mondo.

Oggi sentiamo tornare il vento dei paesi.

La problematicità dell’insediamento urbano, delle megalopoli, è esplosa nel modo peggiore.

La pandemia, la quarantena delle persone rinchiuse nei palazzi o impegnate in lunghe file mascherate fuori dai centri commerciali ci hanno mostrato scenari che dai paesi abbiamo visto sfumati (benché spaventosi) e ai quali abbiamo riflettuto,mentre andavamo a passo lento verso l’orto piuttosto che a badare a piccole fattorie familiari, a fare la spesa a sa butega o mentresfogliavamo un libro nel nostro cortile abadiande a Gennargentu. Un’altra quarantena, infatti, è possibile.

Anche i dati del contagio ci hanno voluto restituire, una volta tanto, un senso di maggiore sicurezza e salubrità.

“Il rapporto tra città e campagna: ecco qualcosa che la pandemia avrà il potere di mutare radicalmente”.

E rispetto alla politica questo rapporto tornerà ad essere di conflitto dialettico.

Sta a noi de sas biddas, al nostro esempio, evidenziare le contraddizioni della città come centro del potere, come centrodell’economia. Sta a noi favorirne la crisi per il bene stesso della città e dei paesi.

Da questo rapporto dialettico passa la lotta contro lo spopolamento.

Quanta consapevolezza ci restituirà, dunque, il vissuto, con i suoi effetti sociali ed economici, di questa pandemia? Cosa cidice dell’ortodossia liberista mondiale nel momento in cui il mondo liberista si aggrappa allo Stato per avere indennizzi esovvenzioni?

Intravvediamo uno spazio per un umanismo solidale ed egualitario e per un comunitarismo universalistico che dettino il ritmoal processo educativo della politica e che ci portino ad affrancarci dalla monocultura del profitto.

La pandemia potrebbe averci insegnato a diventare partecipanti migliori alla realtà.

Certo le prime immagini della riapertura, con i consumatori in fila per raggiungere un MacDonald’s, non fanno ben sperare. Madecondizionamento, decolonizzazione, emancipazione sono processi infiniti.

Sta a noi de sas biddas decidere di usufruire delle botteghe di vicinato, degli operatori economici dei paesi, favorendo il contattodiretto e personale, la vitalità, la restanza o la nuova cittadinanza in quei paesi stessi. Sta a noi favorire percorsi di disintossicazionedalla spersonalizzazione dei centri commerciali, non luoghi per eccellenza.

Quindi la costruzione ricominci dai pilastri. È necessario invertire la rotta di questo sviluppo che non è progresso umano: retrocedere rispetto alle megalopoli, al consumo del suolo, alla distruzione della biodiversità e della diversità culturale.

Serve immaginare un mondo nuovo. E non è vero che è tutto da costruire: una nuova forma di convivenza è già da tempoprogetto. Un progetto de sas biddas che spesso è stato sconfitto con la reazione muscolare dei partitocrati e dei poltronisti di città cheai paesi tagliano la rappresentanza.

Ma è un progetto che resiste e che (in Sardegna e in altri mondi) ha vulcani attivi nei piccoli comuni e in quelle amministrazioniaffrancate dalle segreterie partitiche, ma non dai valori profondi della politica.

La proposta avanzata da Anci Sardegna nel febbraio scorso “La primavera dei Paesi” Legge Quadro per il progresso, la tutela, lavalorizzazione dei paesi e delle comunità, delle aree interne e rurali. Azioni di salvaguardia del pastoralismo e del sistemaagropastorale della Sardegna, va a lavorare su questi pilastri. È un’ottima traccia su cui confrontarsi e, mentre affrontiamo lapandemia, acquista ancora maggior senso e urgenza di essere approfondita.

Quel progetto de sas biddas, quindi, non ha bisogno di archeologi, per essere riscoperto, ma di cittadini sardi attivi che riescanoad abbandonare la propria identità individuale per sposare identità collettive.

Quale strada intraprendere? Ributtarci nella mischia del lavoro (per chi ne ha ancora uno) e del consumismo, con la foga dell’astinenza, o fermarci e guardare verso nuove alternative reali?

Mentre i soloni dei convegni sullo spopolamento delle zone interne sono inesorabilmente residenti a Cagliari, a Sassari, a Milanoo in seconde-terze-quarte case marittime, noi eretici del comunitarismo un nuovo mondo lo stiamo costruendo, con scelteesistenziali e politiche, con il nostro essere, stare e resistere in Barbagia.

Il comunitarista nel suo luogo d’identità collettiva vive, acquista, fa associazionismo, incontra, fa politica, combatte, sorride… eviaggia oltre per tornare migliore.

Non si tratta di coltivare la retorica del sentimentalismo comunitario, né di un ritorno ad una inesistente età dell’oro, ma di scegliere,con la vita di paese, la pratica di un progetto di rinascita personale e sociale,

una rivoluzione permanente verso una comunità libera e aperta all’incontro con gli altri e alla costruzione di sempre più ampi spazi disolidarietà, di legami. Tutto questo è già nell’8 settembre ‘81 di Maria Lai.

Per tornare pratici, il lavoro agile di questi tempi, su traballu dae domo, dà una mano a molti a rivivere, rivedere e rivitalizzare ilpaese. Per le piccole comunità potrebbe essere una delle vie produttive, in risposta all’aggressione dello spopolamento.

Se riscatto deve essere per il mondo rurale, se progresso deve essere per queste comunità, deve nascere da una confederazionedei villaggi (che ha semi già ampiamente diffusi: le Unioni dei Comuni, i Gal, i consorzi, i distretti…). Una comunità di comunità,perché, per dirla con Roberta Leone: cos’altro è la comunità se non una con-divisione, tra diversi, in un medesimo progetto?

E allora potremmo addentrarci davvero, in piena sicurezza sanitaria, nell’alternativa-paese, per la vita, per il lavoro, per laproduzione compatibile con le realtà naturali e culturali e, perché no, anche per le vacanze. Perché anche un’altra vacanza èpossibile.

Le spanciate in mare sardo di Sala e conterranei dovrebbero aspettare. Anche il turismo inizialmentelo dovremo agire noi: un turismo di prossimità.

Albino Russo, capo Ufficio Studi di Coop immagina che “la paura del contagio e la stretta economica, che seguirà alCoronavirus, potrebbero portare i viaggiatori a prediligere luoghi poco frequentati, tranquillità e contatto con la natura. Potrebbeessere un toccasana economico per le aree rurali dimenticate dalla globalizzazione. Più soldi investiti in negozi alimentari eartigianato locale. E proprio in quei luoghi si cercherà di recuperare quella socialità perduta, con cene tra amici o piccoli ritrovi neibar di paese…”.

I nostri paesi sono e possono offrire tutto questo.

È una questione di consapevolezza alla quale dobbiamo restituire forma. Solo una profondaetica rivoluzionaria può portare a ri-forme (di senso).

Peru copione. Fai qualcosa per gli artisti sardi visto che sei in maggioranza!

Pubblichiamo volentieri la nota dell’editore Giovanni Fara, animatore del progetto Indilibri, tramite cui più di duecento artisti e operatori culturali sardi hanno firmato l’appello alle istituzioni sarde per salvare il mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo in Sardegna gravemente provato dalle politiche di contenimento.

di Giovanni Fara

È apparsa ieri sul quotidiano online “Sassari notizie” una dichiarazione del consigliere regionale Antonello Peru a favore del mondo dell’arte e dello spettacolo in Sardegna. Dichiarazione che in buona sostanza ricalca quanto contenuto nell’appello sottoscritto da un’ottantina di artisti e intellettuali sardi pubblicato il 15 maggio sulle pagine del sito IndieLibri, raccogliendo, a oggi, oltre 200 sottoscrizioni.

Nei giorni successivi il documento ha fatto il giro dei social ed è stato riportato su diverse testate online e non stupisce di come possa aver attirato l’attenzione del mondo della politica, sino a questo momento rimasta però in silenzio.

Che dai banchi della Regione qualcuno abbia letto e fatto proprie le preoccupazioni di un settore fortemente penalizzato dalle circostanze epidemiologiche e dalle decisioni politiche che ne hanno limitano l’attività, lo considero un fatto molto positivo. Ciò significa che l’apertura di una “vertenza per la cultura sarda” era un passo necessario, anche in considerazione che questa, già prima del covid-19 godeva di pochissimi diritti e tutele professionali.

Essendo Peru consigliere regionale dell’UDC, forza dell’attuale maggioranza di governo, ritengo che, oltre a rilasciare dichiarazioni ai giornali possa fare qualcosa di concreto. Favorire ad esempio l’apertura di un tavolo di confronto con tutte quelle realtà che lui stesso afferma esser state lasciate fuori da ogni assistenza e garanzia. Sarebbe da biasimare se alle dichiarazioni non seguissero i fatti e tutto si riducesse a una operazione di propaganda politica costruita sulle spalle di migliaia di lavoratori che restano esclusi dalle decisioni che contano. Mentre i grandi eventi sono infatti già stati tutelati “con i 7 milioni di euro grazie ai quali la Regione ha anticipato gli stanziamenti per quelli già programmati ma non realizzati” – come ricorda lo stesso Peru – nulla di concreto risulta esser stato messo in cantiere a salvaguardia del mondo della cultura indipendente.

Con il nostro appello abbiamo proposto alla Regione un “piano triennale per la cultura che abbatta ostacoli burocratici e detassi ogni genere di spettacolo e manifestazione artistica”, per dare ossigeno a chi, in questi mesi, si è vista ridotta o annullata la propria capacità di reddito. L’invito all’apertura di un tavolo di confronto è stato già inoltrato due volte all’indirizzo dell’Assessore Andrea Biancareddu. Vorrei ora scongiurare che questo cada nel vuoto o, peggio, che diventi oggetto di strumentalizzazione da parte chi i problemi dovrebbe risolverli.

Sala fra pregiudizi nordisti, incultura storica e colonialismo interno.

di Francesco Casula

Mi dicono che Sala sia un bravo sindaco e un buon amministratore. Può darsi. Anche se non dimentico che nella gestione di Expo era stato accusato di falso per la retrodatazione di due verbali, processato e condannato a 6 mesi di reclusione per un appalto (il pm aveva chiesto 13 mesi). Pena poi convertita in una multa da 45 mila euro.

Lasciamo perdere questo “dettaglio, in questa sede m’intessa altro: polemizzando con il Presidente della Sardegna Solinas a proposito della “Patente di immunità”, Sala ha dichiarato ”quando poi deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò”. Una minaccia esplicita. Una ripicca infantile.

Ma che cosa sottende Sala nel “boicottaggio” dell’Isola?

Sostanzialmente un pregiudizio nordista: che i milanesi e, il Nord in genere, “diano” alla Sardegna, che dunque dovrebbe essere riconoscente grata e “accogliente”.

Insomma il vecchio ciarpame inculturale, storico e politico nordista: sul Nord produttivo che sostiene e finanzia e “aiuta” il Sud improduttivo.

È esattamente il contrario.

Il Nord “ricco” (e sviluppato) lo è grazie al Sud: che storicamente ha spogliato delle sue risorse e ricchezze. Scorticandolo. E, dunque, sottosviluppandolo.

Con l’Unità d’Italia infatti la Sardegna (con l’intero Meridione) diventa ancor più una “colonia interna” dello Stato italiano: dopo essere stata fin dal 1720, repressa e sfruttata in modo brutale dal Piemonte e dai tiranni sabaudi.

La dialettica sviluppo-sottosviluppo si instaura dunque nell’ambito di uno spazio economico unitario dominato dalle leggi del capitale e dallo “scambio ineguale”. In base a tale meccanismo, il Nord vende prodotti ad alto valore aggiunto e compra (o semplicemente deruba) materie prime e/o semilavorati, a basso valore aggiunto. Arricchendosi. Di converso il Sud compra prodotti finiti ad alto valore aggiunto e vende materie prime o semilavorati, a basso valore aggiunto,impoverendosi.

È il meccanismo messo in rilievo segnatamente dagli studiosi terzomondisti come P. A. Baran e Gunter Frank che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo, che tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa.

Così come sosterrà anche Samir Amin, che soprattutto in La teoria dello sganciamento-per uscire dal sistema mondiale,riprende alcune analisi delle opere precedenti sui problemi dello sviluppo/sottosviluppo, centro/periferia, scambio ineguale. Per Amin il sottosviluppo è l’inverso dello sviluppo: l’uno e l’altro costituiscono le due facce dell’espansione – per natura ineguale – del capitale che induce e produce benessere, ricchezza, potenza, privilegi in un polo, nel ”centro”, e degradazione, miseria e carestie croniche nell’altro polo, nella “periferia”.

Nel sistema capitalistico mondiale infatti i centri sviluppati (i Nord del Pianeta) e le periferie (i Sud) sottosviluppati sono inseparabili: non solo, gli uni sono funzionali agli altri. Ciò a significare che il sottosviluppo non è ritardo ma supersfruttamento. In questo modo Amin contesta la lettura della storia contemporanea vista come possibilità di sviluppo graduale del Sud verso i modelli del Nord, in cui l’accumulazione capitalistica finirà per recuperare il divario.

È questo il “colonialismo”. Fra l’altro denunciato da Antonio Gramsci fin dall’inizio del secolo scorso, quando il 16 Aprile 1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna., ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”.

Mi si obietterà: il Nord esprime capacità imprenditoriali che ai sardi (e meridionali) mancano. Siamo certi che queste siano frutto di un qualche dna e non delle condizioni ambientali?

Ci siamo già dimenticati come nacque (e si sviluppò) l’industria del Nord, specie alla fine dell’Ottocento, con Crispi capo del Governo, dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia?

Nacque doppiamente assistita: con i soldi pubblici (per impiantare o implementare le imprese) e con le commesse garantite dallo Stato. Chi infatti acquistava le armi (dalla FIAT) o le navi da guerra (dagli armatori liguri e genovesi)? Lo stato italiano, per avviare il suo patetico e delirante imperialismo da “straccioni” nell’Africa orientale.

Caro Sala, da sarda che vive a Milano da 22 anni, ti scrivo…

Lettera aperta di Valeria Casula.

Sono sarda, vivo a Milano da 22 anni e non vado in Sardegna dall’inizio dell’anno. Ero solita tornare con una certa frequenza, sarei dovuta tornare l’ultimo week-end di febbraio, e nonostante potessi farlo ho preferito annullare la partenza perdendo anche i soldi del volo, perché ho ritenuto doveroso proteggere la mia isola dal pericolo di contagio, perché l’epidemia era già scoppiata qui in Lombardia ma non era possibile effettuare un tampone, neanche privatamente.

Dopo di allora sarei dovuta tornare a fine aprile, e non è stato possibile, poi in questi giorni e sino al 2 giugno, e ovviamente non è possibile, dovrei tornare a fine giugno e anche quel volo è appena stato annullato.

Anche quando sarà nuovamente possibile e anche qualora non fosse necessaria alcuna attestazione sanitaria, non vi tornerò sino a quando non avrò accertato la mia negatività al Covid-19.

E vede Sindaco caro, a me non solo mancano le acque cristalline della Sardegna a me mancano i miei genitori, i miei amici, la mia cara zia anziana e malata per la quale tornavo tanto frequentemente, insomma a me mancano la mia terra e il mio popolo.

Probabilmente non le rivelo una notizia se le dico che la Sardegna è una regione molto più povera della Lombardia, con un sistema sanitario fragile e inadeguato per i soli suoi abitanti (quindi figuriamoci in presenza di turisti), sicuramente impossibilitata in caso di epidemia a spostare malati in altre regioni o addirittura paesi (come ha fatto la Lombardia),

Caro Sindaco, se riesco io a comprendere le ragioni della rinuncia alle mie visite in Sardegna, le ragioni per cui la Sardegna, così come altre regioni, cerchi di trovare una modalità per mitigare il rischio di sbarco di persone positive, francamente mi risulta difficile comprendere come non ci arrivi chi ha come unico motivo di andare in Sardegna quello di farsi un bagno e prendere la tintarella di stagione.

Sindaco Sala, io sono distante anni luce da chi governa attualmente la Regione Sardegna, e se vuole possiamo fare anche a gara nel denunciarne gli errori, anche in relazione alla gestione di questa emergenza, sono ragionevolmente certa che sarei io a vincere la gara.

Ma questa sua uscita che suona proprio di minaccia, davanti ad una preoccupazione legittima la trovo davvero infelice.

Lei forse di questo periodo si ricorderà, come ha detto, del fatto che non è potuto andare a godersi il mare di Sardegna, sicuramente io ricorderò altro, tanto altro.

Ricorderò di come questa emergenza è stata gestita in Lombardia e di come viene ancora gestita, ricorderò il collega che non c’è più e l’altro, molto più giovane di me, ancora intubato dopo diverse settimane che non so quando e in quali condizioni di salute rivedrò.

Mi ricorderò dei forni crematoi dei cimiteri che non riuscivano a smaltire i cadaveri pur marciando giorno e notte, 7 giorni su 7, dei medici e degli infermieri stremati che dormivano qualche ora in ospedale su una sedia, in terra o su una poltrona per poi riprendere a lavorare, degli anziani morti soli ai cui parenti non è stata neanche data la possibilità di un ultimo saluto né in vita, né in morte, delle persone che dormivano per strada che potevano fare affidamento unicamente nelle mani tese di qualche volontario…

Spero che la stessa determinazione, o meglio arroganza, mostrata in questo video la adotti anche nel denunciare che se la Lombardia non è in grado in questa fase non più emergenziale di fare ciò che avrebbe dovuto fare da subito, vale a dire identificare tutti i positivi, tracciare i contatti e testare anche questi, è essa stessa che sta privando i cittadini lombardi (fra cui la sottoscritta) della possibilità di spostarsi in altre Regioni e non sono certo le Regioni a contagio zero che, seppur povere, sono disposte a sacrificare una fettina di PIL legato al turismo per non mettere a rischio la salute pubblica.

Chiedo a lei: ma a parti invertite lei farebbe entrare chiunque senza alcuno scrupolo?

Beh, in fondo la risposta è in quel “Milano non si ferma”, l’economia prima di tutto, o mi sbaglio?