Intervista ad Antoni Flore Motzo sul libro “Le pietre di Lèari”

  • le pietre di leari
  • – Di che cosa parla Le pietre di Lèari?

L’opera “Le Pietre di Leàri” tratta della rivolta della tribù montiferrina degli Olèa (Sardi Pelliti), inserita nel contesto più ampio della grande insurrezione anti-romana degli Ilienses e dei Balari (177-176 a.C.), gentes tardo-nuragiche. A 38 anni dalla celebre ribellione di Ampsìcora, Giudice di Cornus, i fremiti di libertà non si erano ancora del tutto esauriti nella Sardegna centro-occidentale.

  • – Perché nel Duemila c’è ancora bisogno di scavare nella nostra storia, anche con l’aiuto della fantasia?

La storia è un attributo fondamentale dell’esistenza di una comunità, al pari della lingua. Il ricordo, la memoria collettiva cementano l’identità nel presente. Un popolo che non ha un passato, di conseguenza, non ha nemmeno un futuro, ergo non esiste. Non a caso, la distruzione dell’idioma e della storia patria sono, da sempre, gli obbiettivi principali di ogni opera di colonizzazione.

  • – Come ti è venuta l’idea di scrivere un romanzo storico?

Forte della grande importanza della storia sarda nella costruzione del nostro spirito nazionale, ho sempre percepito il mio essere storico come una missione, non come un’opera di erudizione personale, fine a se stessa. La funzionalità sociale del mio lavoro è chiara: contribuire a diffondere coscienza di popolo.

  • – Molti sostengono che la “costante resistenziale” dei sardi è un’invenzione mitologica.

La costante resistenziale è un atteggiamento sociale persistente nella dinamica storica del Popolo Sardo, storicamente dimostrabile. Si tratta di un sentimento latente, spesso non organizzato ma diffuso che, ciclicamente, si traduce in una presa di coscienza collettiva da parte della nostra Nazione. È la brace che cova sotto la cenere, è il ricordo della libertà perduta.

  • – Cos’hanno in comune i sardi di oggi con i sardi che combatterono contro punici e romani?

Hanno in comune lo stesso sogno, la stessa speranza, la stessa meta di giustizia storica. Fortunatamente oggi il confronto si svolge sul campo meno cruento della democrazia, del consenso. Ma il numero di coloro che attualmente credono ad una Sardegna sovrana è continuamente eroso dalle fallaci promesse di una migliorativa unione con l’Italia, patrocinata da politicanti italianisti che mentono sapendo di mentire. Così, per un posto fisso, per incarichi e prebende, i capibastone politici, dai paesi alle città, tendono a mantenere lo status quo, presentandolo come l’unica condizione possibile. Credo sia compito dell’intellettualità sarda denunciare questo malgoverno, che, da 155 anni, mantiene la Sardegna nella miseria morale e materiale.

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