Antonio Canalis Segretario del Premio Ozieri, una vita dedicata alla poesia “in limba” e a “sa limba” stessa.

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Antonio Canalis Segretario del Premio Ozieri, una vita dedicata alla poesia “in limba” e a “sa limba” stessa.

Quest’anno si festeggiano i 60 anni del premio letterario più antico dell’Isola nato nel 1956 e voluto fortissimamente dal poeta e maestro Tonino Ledda, padre dell’attuale presidente Dott. Vittorio Ledda, e dal Professor Domenico Masia alla presidenza. Come si fa a tenere vivo un premio in limba sarda, in una Sardigna in cui la popolazione parla sempre meno il sardo, soprattutto i giovani?

“Non è cosa semplice. Sessant’anni sono sei decenni o dodici lustri. Se togliamo gli anni dell’infanzia di ognuno, è quasi la durata di una vita media. Alla fine degli anni ’50 i racconti di persone anziane che avevano “fatto” la Grande Guerra mi sembravano arrivare dalla notte dei tempi. Invece erano passati solo quarant’anni (e un’altra guerra mondiale). Nelle famiglie e in “sos bighinados” si parlava quasi solo sardo. Le condizioni economiche erano bassissime, da miseria diffusa e condivisa. Naturalmente c’erano anche i ricchi. Una sparuta minoranza, però abbiente e potente. La scuola pubblica era ultraselettiva. Venivi bocciato anche in prima elementare… A me, per fortuna, non è mai capitato. E neppure di dover rimediare a settembre. Anche se non ho potuto fare grandi percorsi di studio. Stava cominciando l’epopea televisiva. L’italiano entrava nelle case. Quello che non riuscì a padre Dante nel ‘300 né a Manzoni cinquecento anni dopo, riusciva alla radio prima e al mezzo televisivo dopo. Naturalmente, un italiano livellato verso il basso. Quel che bastava… Conseguenza? Nelle famiglie si ritenne che il sardo fosse segnale e marchio indelebile di inferiorità. Chi tiene ancora alta la bandiera (a parte chi lo fa per motivi identitari e quasi patriottici) sono proprio i nostri poeti e i nostri autori. Qualcuno, malignamente soggiunge che questi ultimi benemeriti siano più che altro a caccia di premi. Dimenticando però una cosa che arriva dalla notte dei tempi: “Carmina non dant panem”. Verità attuale più che mai.

  • Nel 1967, 11 anni dopo, al Premio Ozieri ci fu il primo dibattito pubblico su “Sa limba sarda” e sulla necessità di codificazione ortografica della stessa, in cui diversi esperti furono chiamati per la prima volta ad esprimersi su questo tema che ancora oggi è di grande attualità e fa discutere molto, con tesi e posizioni diverse. Rispetto alla codificazione ortografica, il Premio come si esprime oggi, sceglie? E quale sceglie? LSU, LSC, massima libertà, ecc. Qual è la posizione ufficiale?
  • “C’è da dire che dal dibattito dei vari studiosi di quasi mezzo secolo fa, già si avvertivano le difficoltà di sopravvivenza della lingua sarda, ormai in balìa dell’italiano della scuola, dicevamo, ma soprattutto della radio e della televisione, con tutti i pro e i contro che ne derivano. Il Premio Ozieri e gli studiosi che gli stavano a corona si resero conto da subito che occorreva fare qualcosa, anche (ma solo in apparenza) di poco conto. Il Premio emanò una pagina di “indicazioni per una corretta scrittura del sardo”. Una pietra miliare che partiva dall’osservazione dei lavori che al Premio pervenivano e dal grande marasma invalso nell’abitudine degli autori di scrivere le loro cose con un linguaggio “fonetico”, ma improbabile. Un linguaggio che si avvicinasse al modo di pronunciare della propria comunità di origine. Come si sa, la pronuncia, anche all’interno di sub regioni etno-linguistiche, si differenzia da paese a paese. Si può immaginare il guazzabuglio, anche perché non si usava il linguaggio scientifico che impiegano gli studiosi di lingua e che è costellato di simboli unificati per i vari suoni. Il Premio emanò alcune proposte che si rivelarono molto utili, sebbene non risolutive. Ci starebbe bene qualche esempio. Ne faccio solo uno per rendere l’idea. Il pane grosso di grano duro (diciamo quello a forma di pagnotta che è tipico, tanto per dire, di Sanluri), con lievi differenze, si faceva quasi in tutta l’Isola. In Logudoro e dintorni veniva chiamato “su cogone”, nel nuorese e Barbagie varie “su coccone”, nei Campidani e paraggi: “su cocconi”. E però, per il modo di pronunciare le parole in quelle contrade, la lettera n andava quasi a sparire, per cui la pronuncia somigliava a “su cocco-i”. E tanti autori pretendevano di scrivere coccoi per il pane. Solo che nelle altre sub regioni della Sardegna, coccoi è la chiocciola. Un vero busillis. E non è l’unico. Riguardo invece a LSU, LSC, la posizione del Premio è ben nota. Benissimo che la LSC (derivata dalla LSU) abbia l’utilizzo per cui è nata, e cioè una limba sarda ad uso del bilinguismo degli atti della Regione: LSC in uscita, qualunque parlata locale negli atti in entrata verso la Regione. Il Premio accoglie altresì i lavori che partecipano ai concorsi da esso banditi anche nella LSC. In verità qualcuno, tra gli autori, frigna. Il tempo dirà della bontà della proposta…
  • La lingua sarda, i premi letterari e le istituzioni, rapporto facile o difficile? Cosa la politica e gli intellettuali sardi possono fare per una maggiore tutela?

Per entrambi gli argomenti , l’attenzione delle istituzioni, anche di quelle in teoria preposte alla tutela e alla salvaguardia del settore, sta sempre più diventando epidermica. Quasi un fastidio. La vedo durissima. Come Premio abbiamo anche avuto – orsono venticinque anni fa – la velleità di far nascere un “Centro di Documentazione della letteratura regionale in limba”. Nei primi anni ’90 del secolo scorso venne acquisito e adattato con fondi regionali, a cura della soppressa VI Comunità Montana del Monte Acuto, uno stabile in disarmo di epoca spagnola in centro storico. Un esempio virtuoso e chiaroveggente di riuso e recupero di stabili allora del tutto trascurati e che spesso finivano in rovina. L’idea era nuova e, almeno in apparenza, vincente. Cominciammo a portare il materiale poetico letterario (migliaia di testi, di scritti, di proposte, di critiche costruttive. E libri, filmati, fotografie, documentazioni, lasciti di poeti estemporanei)… Un vero patrimonio invidiabile ed invidiato. Tutto bene, allora? Macché. Presto si scatenarono appetiti e accidie senza motivo e senza titolo. Tuttora ci dobbiamo difendere e, quel che è peggio, si va avanti a passi molto piccoli. Ma il nostro è puro volontariato senza fini di lucro. Siamo forti della nostra debolezza. Ma anche decisi a resistere… Un vero peccato. Ma forse non riusciamo a farci capire. E, in definitiva, la colpa è soprattutto nostra. Guai a non avere padrini politici!

  • Ormai non siamo più un popolo sardofono, ma lo siamo mai stati davvero?

La scuola e la chiesa, che fecero e/o imposero nei secoli scelte “italiane”, possono oggi trovare soluzioni, lì dove la famiglia ha abbandonato la tradizione di tramandare la lingua madre? Sono convinto che le scelte “italiane” per la lingua abbiano si e no un secolo. Se poi intendiamo che ogni vincitore impone la sua lingua, allora conviene rivangare anche le epoche passate a partire dalla fine della civiltà nuragica, con condimento di punico, latino, spagnolo/catalano/aragonese/castigliano e infine italiano. Credo che l’età dell’oro, per la lingua materna, sia stato solo il nuragico. Ma forse è illusione d’amore!… Ci sono peraltro testimonianze scritte che attestano l’uso del sardo volgare nell’Isola già intorno all’anno 1000 dopo Cristo e magari un po’ prima. L’italiano venne proposto da padre Dante intorno al 1300, mutuandolo dal volgare toscano. Per una volta, guarda caso, eravamo avanti di tre secoli!

  • Ha senso oggi rivendicare la lingua sarda come diritto politico identitario?

Inoghe, peroe, rispondo in sardu Logudoresu.

Semus bivende in tempos chi sa limba sarda paret pretziada e connota solu dai sos mannos pagu istudiados. Pius pagu dai sos piseddos de logos nostros. Tottu custu, finas ca sos mannos an pensadu chi s’impitu de sa limba sarda daet pagu meritu a sos minores e chi est menzus a los creschere connoschende solu s’italianu e.i sas ateras limbas chi a dies de oe poden aberrer pius giannas in sa vida e in su tribagliu. E tando, italianu e – chentza mancare – inglesu, sa limba de s’informatica e de sas comunicatziones lestras dai unu cabu a s’ateru ‘e mundu. Nudda est pius irbagliadu, ca nde semus seghende sas raighinas de s’identidade nostra, de Sardos. Chi an un’istoria longa de ammentare e de difendere. E pustis, ca a ischire dai sende minore una limba de ammentu culturale non disturbat su fattu ‘e imparare ateras limbas. Est iscumbattadu chi unu piseddu podet imparare finas a sett’otto limbas. Et est resultadu finas chi su plurilinguismu aberit de pius sa mente et est una richesa manna chi podet abberrer milli giannas. Literadura sarda. Sos reladores sun totu poetes e iscritores o ammanizadores de sos nostros. Creo chi siat importante chi bi ‘enzat zente interessada a dare testimonia de su chi sun bistados pro s’Isula nostra e pro s’istudiu de sa limba sarda sos premios literarios. Unu tribagliu pagu riconnòschidu, ma non pro cussu pius pagu importante. E si sa limba sarda non benit a mòrrere, una fitighedda manna de meritu si devet finas a sos poetes e iscritores de sos premios, chi de tzertu no l’an fatu pro interessu, ma pro amore veru a sa nadìa. E, a tottu mal’andare, si no atteru, sa limba sarda in tottas sas faeddadas suas (e finas sas limbas alloglottas” o “eteroglossias internas”, las amus nessi “imbalsamadas”. Pagu bos paret?

Saludos mannos cabales a tottu. E a sos chent’annos!

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