Alessandro Mongili – Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

Mongili

Intervista a Alessandro Mongili sulla sua ultima ricerca.

Alessandro Mongili (1960) è professore di Sociologia generale e di Processi di modernizzazione e tecnoscienza all´Università di Padova. Ha lavorato all´Università di Cagliari. È stato visiting all´Accademia delle scienze dell´URSS (1987-1988), alle Università della California a San Diego (2004) e a Berkeley (2011), a Santa Clara (2007) e a Stanford (2008). Ha ricevuto il dottorato all´EHESS, a Parigi. Si è dedicato dapprima a ricerche sulla scienza sovietica (La chute de l´U.R.S.S. et la recherche scientifique,1998) per poi occuparsi di tecnologia e informatica (Donne al computer, con C. Casula, 2006, Tecnologia e società, 2007, Information Infrastructure(s), con G. Pellegrino, 2014). È autore di diversi saggi. Nel 1995 ha pubblicato inoltre Stalin e l´impero sovietico, tradotto in due altre lingue. È stato il primo presidente della Società Italiana di Studi sulla Scienza e la Tecnologia (STS Italia). Alla ricerca ha affiancato l´attivismo politico e gli interventi sui media.

Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

• Che rapporto intercorre tra innovazione e arretratezza?

Innovazione è una parola oggi satura di politica e di attese quasi messianiche. Come lo sviluppo, è una parola che ha colonizzato ogni visione di divenire storico-sociale. Nei Paesi del Sud Globale o comunque etichettati come “arretrati”, come anche la Sardegna, l’innovazione è soprattutto gestita da politiche ad hoc che la riducono a pratiche lineari che seguono modelli abbastanza fallimentari. Il dato più preoccupante di queste politiche è l’esclusione che creano, e il dare per scontato il fatto che l’innovazione (e quindi la modernità) sia qualcosa che si crea solo dall’alto e seguendo “buone pratiche” che invariabilmente riproducono le gerarchie sociali esistenti, ed emarginano saperi locali e i soggetti che ne sono portatori, prima di tutto le donne, ma anche tutto quello che puzza di “troppo sardo” agli occhi dei gruppi “modernizzatori”, che sono stati selezionati negli ultimi due secoli in base all’orrore del sardo e al suo accostamento con ciò che è “arretrato” e “primitivo”. Mentre modernità e innovazione si creano ovunque, spesso in risposta a problemi da risolvere, e più in attività ordinarie che nei set smart dell’innovation da palco e da fiera, finanziata magari con i soldi pubblici.

• Qual è il compito della sociologia in una terra come la Sardegna?

La Sardegna è sconosciuta. Ridotta a epitome della “società tradizionale” e della loro “arretratezza” dalle scienze sociali convenzionali e confermative di ipotesi tarate su altri mondi. La Sardegna non ha voce. Compito degli intellettuali è quello di dare voce ai suoi fenomeni, e in particolare dar voce ai subalterni. Invece,  si tacitano in nome di paradigmi cripto-funzionalisti o costruiti in base a fenomeni propri delle società settentrionali e, nel nostro caso, “italiane”, rispetto alle quali misurare i nostri fenomeni come “scarto”. C’è molta resistenza alla concettualizzazione, che è necessaria a partire dal nostro vissuto, a costo di mettere in crisi schemi generali. Non sappiamo nulla delle aree urbane, poco del turismo, nulla del ruolo della medicina, le dinamiche culturali del cambiamento linguistico sono semplicemente irrise, nulla di fenomeni di massa come le dinamiche religiose (anche interne alla Chiesa cattolica) e del consumo (visto che ormai la produzione non esiste più). Gli studi sulla ruralità hanno prodotto qualcosa, ma stentano ancora a uscire dalla dicotomia modernità/tradizione con cui viene spiegato qualsiasi aspetto della nostra esistenza. Gli studi di storia e sociologia ambientale e l’inclusione dell’ambiente nei collettivi agenti, che è al centro del dibattito internazionale sull’Antropocene di questi ultimi anni, sono relegati a studiosi esterni all’Accademia. Tre anni fa visitai gli impianti petrolchimici di Porto Torres per una indagine esplorativa e un funzionario mi disse: “siete i primi a venire qui dall’Università negli ultimi vent’anni”. Ecco. Personalmente ho voluto dare un contributo mettendomi a studiare la tecnoscienza attraverso alcuni casi legati alla sua articolazione.

• Un libro degli anni settanta poneva questa domanda: Sardegna. Regione o colonia? Che risposta daresti oggi alla luce dei processi di impoverimento economici e culturali degli ultimi 60 anni?

Si tratta di processi di sviluppo e di “innovazione” che hanno preso inizialmente il nome di Rinascita della Sardegna e corrispondono a pratiche di modernizzazione dall’alto applicate in tutto il Sud globale, e che hanno ovunque, non solo da noi, prodotto la dislocazione delle società precedenti e risultati catastrofici. Pintore scriveva che la Sardegna è una colonia economica e non politica. Di formazione marxista ortodossa, confondeva il livello politico con quello politico-istituzionale. Sardigna è sicuramente una colonia, tanto più perché dal 1799 in poi si è creata un’alleanza di ferro fra il ceto modernizzatore locale e gli interessi stranieri interessati alla sua spoliazione e al suo sfruttamento. Istituzionalmente, queste reti d’azione hanno attraversato tre fasi, quella terminale del Regno di Sardegna, il periodo di “Fusione perfetta” e l’Autonomia, senza mai intaccare le infrastrutture della dipendenza, che capillarmente hanno dislocato la società sarda e performato la sua e nostra subalternità.

In un ambito di deterritorializzazione e di reticolarità dei fenomeni è difficile ragionare in termini stanziali in relazione a un territorio geograficamente definito come la Sardegna. Per questo nel mio libro parlo di “topologie”, cioè di relazioni omeomorfiche postcoloniali presenti in misura preoccupante in Sardegna. Politicamente, niente mi discosta negli ultimi anni dall’idea che la dipendenza e la sua continua attualizzazione, in quasi tutti gli ambiti della nostra vita sarda, sia il nostro principale problema e la causa dell’attuale catastrofe della Sardegna.

• La tua ricerca ha un debito con le analisi di Gramsci?

Gramsci l’ho incontrato nel corso della mia ricerca di risorse per una comprensione maggiore di casi di innovazione da me studiati in Sardegna. In particolare, attraverso gli storici bengalesi e americani che si sono occupati di Postcolonial e Subaltern Studies. Direi che Gramsci è stato ridotto a un cencio inamidato dalle letture togliattiane e il suo pensiero è invece vivo, e per noi Sardi da esplorare in profondità. Gramsci è un materialista non banale, la sua idea di processi materiali è oggi finalmente comprensibile in tutta la sua estensione, proprio perché il suo pensiero è libero da un naturalismo ingenuo. Gramsci è molto studiato in tutto il mondo, proprio perché non hanno conosciuto la deriva essenzialistica e passatista del dibattito “culturale” italiano. Gramsci può aiutare noi Sardi a uscire dalla dipendenza peggiore, quella culturale, e dalla nostra subalternità a una cultura oggi inutile e provinciale come quella italiana, poiché il suo punto di vista è globale proprio perché, come Pasolini, si occupò di Italia dai suoi margini, cosa che tutti noi Sardi facciamo “costitutivamente”. Sì, oggi ho un interesse enorme per la sua opera.

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