Duro attacco del F. I. U. ad Abbanoa

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Attacco durissimo quello del Fronte Indipendentista Unidu ad Abbanoa sulla nuova stangata annunciata con i conguagli regolatori dalla S.p.A. che gestisce l’erogazione dell’acqua.
Abbanoa ha recentemente chiesto altri 151 euro in media a utenza per coprire i buchi degli anni 2005-2011, un aggregato da oltre 100 milioni di euro. “Siamo alle solite – scrivono gli indipendentisti attaccando a muso dura la gestione della S.p.A. – “Abbanoa batte di nuovo cassa e lo fa chiedendo indebitamente ingenti somme ai sardi. Stiamo vedendo cosa significasse lo scongiurato fallimento di Abbanoa e il suo tanto decantato risanamento, dalla dirigenza di Murtas e Ramazzotti alla politica di riferimento con l’Assessore ai Lavori pubblici, Paolo Maninchedda”.

L’organizzazione indipendentista occupò la sede sassarese di Abbanoa nel 2015, denunciando la questione delle “bollette pazze”, cioè di quelle bollette da capogiro ricevute dagli utenti dopo anni e anni senza mai averne ricevuto prima. Una gestione – quella dei vertici di Abbanoa e dei comuni che ci stanno dietro, come Sassari e Cagliari – completamente da bocciare.

Il Fronte Indipendentista Unidu si domanda infatti come sia possibile che, dati i risultati così deficitari del Gestore Unico da tre legislature a questa parte, alla dirigenza ci sia sempre il sig. Sandro Murtas nel ruolo di Direttore generale.



Contestualmente, l’Adiconsum Sardegna, che aveva già collaborato lungo il 2015 con il FIU nella regione del Goceano, ha indetto un’assemblea pubblica e informativa nella quale il presidente regionale Giorgio Vargiu illustrerà la situazione relativa ai recenti conguagli regolatori.

Associazioni di categoria, movimenti e comitati, in attesa di chiarire condizioni e prospettive per l’azione contro l’ennesimo balzello di Abbanoa S.p.A, invitano alla calma e al non pagare in attesa di una posizione unanime e dettagliata, che metta al sicuro l’utenza dalle rappresaglie di Abbanoa che, dal canto suo, esorta al pagamento e stigmatizza inviti alla riflessione e opposizione, paventando la messa in mora dei non paganti e conseguenti slacci.

http://www.fronteindipendentista.org/it/notizie/comunicati.html

Laura Fois: “perché ho scelto la Sardegna”

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Intervista a Laura Fois sulla sua coraggiosa scelta di tornare a vivere in Sardegna  nonostante il brillante curriculum e le buone prospettive all’estero e sulla sua esperienza da candidata alle comunali di Casteddu con Cagliari Città Capitale.

Perché hai rifiutato uno stage presso la Comunità Europea scegliendo di rimanere in Sardegna?

Molte volte mi son messa in discussione all’estero, facendo anche i lavori più umili. Quando a Londra avevo già un lavoro stabile e potevo far carriera, mi son detta che non era quello il posto in cui avrei voluto continuare a realizzarmi e a vivere. La Sardegna è stata la mia scommessa, quella più difficile ma anche quella più stimolante. Sono convinta che le opportunità ci siano anche qui, bisogna far fatica certo, più che in altri luoghi, avere pazienza, continuare ad aggiornarsi e presto o tardi si raccoglie ciò che si semina. Certo, viviamo in un periodo di grosse incertezze e precarietà, tuttavia ci sono più possibilità, anche nel campo del lavoro autonomo.

Militi da diverso tempo nell’indipendentismo. Come concili la militanza politica con le tue altre molteplici attività?

Non è un impegno a tempo pieno, ovviamente. Si sacrifica un po’ la vita privata ma è vero anche che si può far politica ogni giorno, scrivendo, partecipando e stimolando i dibattiti offline e online. Molte scelte che facciamo nel quotidiano possono essere un atto politico e credo che formare massa critica sia una delle priorità per compiere un processo collettivo e deciso di coscienza nazionale. Stiamo affrontando una crisi generalizzata della struttura partitica, ma la costituzione di sempre più liste civiche nelle tornate elettorali dimostra un certo moto e interesse dal basso che può essere interpretato sia come disaffezione ai partiti tradizionali sia voglia di contribuire a cambiare il sistema esistente. La politica deve studiare questi processi e coinvolgere i cittadini, non solo nel periodo delle elezioni. Come ProgReS, che è un partito giovane, organizziamo tutto l’anno diversi incontri, anche di formazione. Per le amministrative di Cagliari (si vota il 5 giugno), facciamo parte della coalizione civico-indipendentista di Cagliari Città Capitale, l’unica che mette in discussione il rapporto con lo stato italiano e che ritiene urgente avviare un processo culturale, sociale  e politico nuovo che dia concretezza emancipativa alla Sardegna. Siamo molto contenti del lavoro svolto, perché siamo riusciti a comporre una lista che rappresenta il mondo indipendentista cagliaritano (ne fanno parte infatti anche indipendenti ed esponenti di associazioni, anche universitarie), sia perché alla coalizione di Cagliari Città Capitale hanno aderito organizzazioni di cittadini impegnati e sensibili ai temi dell’ambiente, dell’energia e della cultura.

Che suggerimenti ti senti di dare ai neolaureati sardi che pensano che solo “fuori” ci sia un’alternativa?

I giovani oggi sono giustamente disorientati sia perché l’offerta formativa, dalle scuole alle università, spesso non è al passo con i reali bisogni del “mercato del lavoro”, sia perché l’offerta di lavoro è scarsa, limitata o è troppo specializzata. Allo stesso modo mancano molte competenze che richiede l’economia di Internet e professionisti digitali. Per questo il ruolo dei Comuni e della Regione deve essere anche quello di stimolare, prima dell’offerta, la domanda di lavoro, prestare cura e attenzione anche alla fase di recruiting, ed elaborare politiche volte a un’occupazione ragionata che abbraccia i vari settori, dall’agricoltura ai servizi. Solo fuori c’è un’alternativa? No, ma di certo le esperienze all’estero servono e sono altamente consigliate per temprare il carattere, assimilare nuovi punti di vista, osservare e riportare, ove possibile, best practices, e acquisire quelle esperienze che per diversi motivi non è possibile praticare qui. La Sardegna, da parte sua, deve avere la preparazione e il coraggio di proporsi essa stessa come un’alternativa aperta, seria, concreta e preparata alle sfide della modernità, in modo che anche qui sempre più persone vengano ad apprendere e a realizzare progetti e iniziative di respiro. internazionale. Impegniamoci tutti insieme.

Dicevamo che tra i tuoi numerosi impegni e passioni c’è la scrittura, in particolare i racconti. Ancora un sogno nel cassetto o progetto che sta prendendo corpo?

Scrivo da quando ero piccola, per passione e necessità. Sto per finire un libro, che ho in cantiere da ormai troppo tempo. Racconta la nostra generazione. Vorrei anche menzionare una delle mie recenti collaborazioni, quella con la rivista “Sardegna Immaginare”, un nuovo e ottimo prodotto editoriale cartaceo e online, semestrale e apolitico, che permette di scoprire angoli spesso sconosciuti agli stessi sardi. Per il resto sono sempre pronta a lavorare a nuovi contenuti e progetti.

http://www.cagliaricittacapitale.com/it/

Collu: ecco come stiamo costruendo l’alternativa nazionale ai partiti unionisti

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Intervista a tutto campo a Gianluca Collu, segretario politico del partito indipendentista ProgRes

Perché ProGres alle amministrative di Cagliari sostiene l’alleanza “Cagliari Città Capitale”?

Il coordinamento regionale di ProgReS Casteddu sta lavorando al laboratorio politico di Cagliari Città Capitale da circa un anno. Assieme alle associazioni civiche Me-Ti, Sardegna Sostenibile e Sovrana, e a un valido e competente gruppo di cittadini si è discusso, redatto e sottoscritto il Patto Costitutivo dove sono delineati i principi e gli obiettivi della nostra coalizione, tra i quali, alcuni dirimenti per noi indipendentisti, come il riconoscimento della nazione sarda e il conseguente diritto all’autodeterminazione, la fine dell’autonomismo e delle alleanze con i blocchi di potere italiano del centrodestra e centrosinistra, la difesa degli interessi dei sardi e della Sardegna.

Coerentemente con la nostra linea politica, che non prevede alleanze con i partiti italiani, abbiamo messo al servizio del progetto la nostra visione e le nostre competenze per dare forma a uno spazio politico che permetta anche a chi non è indipendentista di poter lavorare al programma per la città di Cagliari.

Quali forze partecipano al progetto “Cagliari Città Capitale”? 

Le forze che partecipano sono civiche, indipendentiste e ambientaliste. Abbiamo ascoltato e cercato il dialogo con tutte le parti attive della società, con tutti i soggetti politici sardi e le liste civiche, in una città dove gli interessi economici e politici sono ancora fortissimi, questa è la sintesi che è emersa. Il nostro è un laboratorio politico aperto e inclusivo, tutte le sarde e i sardi liberi possono contribuire a costruire per Cagliari una Capitale degna di questo nome, una capitale sarda al centro del Mediterraneo e del mondo.

L’alternativa italiana è quella che conosciamo tutti: una mediocre città di provincia, capoluogo di una periferica e isolata regione italiana. Forse neanche questa descrizione rende bene l’idea, se diamo uno sguardo ai media e telegiornali italiani non c’è traccia delle amministrative di Cagliari. Sono altre le città che contano.

Su queste basi abbiamo scelto di sostenere il nostro candidato Sindaco Enrico Lobina, una persona preparata e onesta (merce rarissima di questi tempi), giovane ma con esperienza, pur non provenendo dal mondo indipendentista riconosce la Sardegna come una  Nazione, così come riconosce il naturale diritto all’autodeterminazione del nostro popolo.

Per questo se devo dare un consiglio ai cagliaritani, soprattutto ai tanti giovani e meno giovani delusi dalla politica e che purtroppo hanno smesso di esercitare il fondamentale diritto di voto, gli suggerirei di informarsi sulle nostre proposte e il nostro orizzonte: non promettiamo favori, promettiamo impegno e serietà. Siamo noi l’unica alternativa credibile ai gattopardi civico-unionisti di centrodestra e agli unionisti-sovranisti di centrosinistra.

La presenza dei Verdi nella coalizione ha suscitato alcune critiche. Puoi chiarire meglio la questione? 

La questione è molto semplice e trasparente, noi siamo interessati a coinvolgere la parte libera e attiva della società sarda nel nostro percorso di emancipazione nazionale. La struttura federale dei Verdi, attivi un po’ in tutta Europa, fa si, così come accade in Sardegna, che non dipendano da una segreteria romana e abbiano totale autonomia sulle scelte politiche e di alleanza sul territorio. Sono uno spaccato della società sarda con cui possiamo collaborare a queste amministrative. Per aderire al progetto CCC, hanno affrontato un duro dibattito interno, hanno scelto di affrancarsi dall’area del centrosinistra italiano per iniziare un percorso diverso, hanno elaborato un documento dove annunciano il cambio di linea politica, oltre ad aver sottoscritto il Patto Costitutivo di cui sopra. Noi di Progetu Repùblica rappresentiamo l’unico partito della coalizione, a Cagliari siamo l’unico partito sardo non alleato con i partiti italiani, proponiamo un indipendentismo dinamico e di governo che vuole confrontarsi sui progetti. Non ci interessa il ruolo residuale degli antagonisti contro tutto e tutti.

Ritengo fondamentale interrompere l’egemonia politica dei partiti unionisti in Sardegna, ma per fare ciò non basta dire semplicemente “cacciamoli via”, serve una strategia. Attualmente gli scenari possibili in un’ottica di governo che parta dalle comunità e arrivi al parlamento sardo  sono due: o ci si allea come stampella dei partiti italiani o si crea un’alternativa di governo, forte e credibile. Progetu Repùblica crede nella alternativa nazionale e nella necessità di destrutturare i partiti italiani dall’esterno. La presenza dei verdi sardi nel nostro spazio politico significa esattamente questo.

Senza il vostro partito non si sarebbero raccolte le firme del “fiocco verde” per l’istituzione dell’agenzia sarda delle entrate. Ora la Giunta Pigliaru dichiara chiusa la vertenza entrate e ha annunciato l’istituzione dell’ASE. Cosa ne pensi?

Parlare della Vertenza Entrate e del suo epilogo mi crea un forte disagio misto a un senso di rabbia. Il fiocco verde era un progetto nato con ProgReS nel quale io e tutti gli attivisti del partito abbiamo riposto fiducia, lavoro e impegno. Il disegno di legge che abbiamo presentato nei consigli provinciali, su cui abbiamo raccolto trentamila firme, pur avendo un carattere politico trasversale, era decisamente più ambizioso. Mi fa specie pensare a come hanno chiuso la vertenza condonando, se consideriamo anche il primo famigerato accordo Soru-Prodi, nel complesso nove miliardi di euro allo stato italiano. Hanno accettato il pagamento in comode rate di soli novecento milioni di euro, se penso che un nostro slogan ai tempi della raccolta firme per il disegno di legge era “Itàlia boga sa pilla”. Attualmente l’unica prospettiva sembra quella di istituire una agenzia sarda con competenze di semplice accertamento-vigilanza, in altre parole un nuovo carrozzone politico. Il paradosso è che la giunta Pigliaru, in evidente deficit di popolarità e consensi, si affanna nei toni trionfalistici, definendo questi risultati come dei traguardi epocali. Se sono questi i successi storici per la nostra terra siamo a posto.

Avete sostenuto pubblicamente la necessità di costruire una “alternativa nazionale sarda”. Puoi spiegarci? 

È la nostra strategia politica, una linea politica espressa nelle ultime due tesi congressuali. Dopo le ultime elezioni nazionali del 2014, assieme alle associazioni civiche Gentes e Comunidades che avevano dato forma alla coalizione Sardegna Possibile, abbiamo aperto un dialogo con tutti i soggetti politici sardi per pianificare la costruzione di un alternativa che ambisca a governare la Sardegna. Con alcune organizzazioni il confronto è più avanzato, con altre meno ma la volontà comune è di puntare a un progetto condiviso alle prossime nazionali sarde, nel 2019. Vogliamo offrire al nostro popolo una scelta valida, giusta e onesta al di fuori degli schieramenti italiani.

http://progres.net/

Cristiano Becciu nos contat de s’educatzione bilìngue ch’est dende a sa fìgia.

Cristiano Becciu foto

Cristiano Becciu nos contat oe de s’educatzione bilìngue chi, paris cun sa mugere, est dende a sa fìgia Adelasia.

Pro ite la pesas in sardu?

Mi l’ant cussigiadu coro e cherbeddu. Su coro ca est cosa de sentidos e ideales su de la pesare in sa limba de sa terra nostra; su cherbeddu ca cumbenit, a su chi narant sos istùdios, de lis imparare duas o prus limbas, a sos pitzinnos, ca creschent prus abbistos, lis faghet profetu in s’imparu, in sas relatas cun sa gente, los avesant a sa diversidade, prevenint sas maladias chi li narant “dementìgenas”. E si est a beru chi sos babbos e sas mamas chircant de lis dare su mègius, pro su chi podent, a sos fìgios, tando si diant dèvere ghetare a su bilinguismu. Pro fìgia mia su sardu est “limba paterna” ca  sa mama l’est pesende in  italianu.

E s’ambiente, sa bidda, a influint?

Mi so pensadu luego in antis chi esseret nàschida , sas dudas fiant medas. Cherìamus chi fìgia nostra esseret bìvida in sas matessi carreras ue nos semus fatos mannos nois, intendende sardu , cosa chi in Tàtari o Casteddu fiat istadu prus matanosu, a seguru. In Otieri, mancu male, si falas a pratza, si andas a s’ispesa, si ti setzes in su giannile de domo, l’intendes ancora sa gente faeddende in sardu. Unu càntaru de abba in mesu a su desertu monolìngue.  Posca sa famìlia, agentzia educativa de primore, nos estacostagende e duncas sa pitzinna cun donnos mannos e tzios podet allegare in sardu. Non naro chi est impossìbile a pesare in sardu unu fìgiu in Casteddu pro chie est nàschidu e pàschidu a 200 km, ma si non tenes sa famìlia a curtzu e sende chi s’espositzione a s’italianu est belle che totale, prus peleosu giai resurtat.

Comente s’imparat a faeddare in sardu?

A una naschidòrgia, a una criaduredda no li podes “imparare” su sardu, li podes ebbia “faeddare” in sardu. A su parentìgiu tocat de li nàrrere “faeddade·li” in sardu, gasi non s’assustant pro sa timòria de no èssere capatzos de “imparare”, timende de non connòschere règulas de grammàtica e de si faddire. Ma sende chi issos sunt istados pesados in sardu, lis benit naturale a “faeddare” in sardu. E gasi apo fatu deo puru, deretu, che chi siat, e lu est, sa cosa prus normale de su mundu. In tres annos creo de no l’àere mai naradu una paràula in italianu e mancu como m’atrivo, ca diat èssere che a l’istòrchere su còdighe linguìsticu chi nos aunit, babbu e fìgia. Dae sas anninnias a sos contigheddos, dae sos primos inditeddos a sos trastos chi li giogant in manos, totu in sardu. Bi cheret gèniu, aguantu, costàntzia.

Cale sardu, però?

Su chi connosches, unu si balet s’àteru. S’importu est a l’ischire tratare e a l’impreare semper, su primu addòbiu cun sa limba est “orale” no iscritu. Cando sa pitzinna resessiat a prodùere sìllabas e sonos vocàlicos ebbia, ascurtende·los, sos sonos de sa limba de su babbu a prus de sos de sa mama, fiat sa manera pro los costoire totus, pro nde los a bogare a campu a pustis. A mannita, posca, si podet comintzare a l’avesare a sa diversidade fonètica de àteras variedades, pro chi afìnighet tolleràntzia e metalinguìstica, cumprendende chi sos faeddos  sunt tèsseras de su matessi mosàicu.

Cale est sa prima paràula chi nche l’est essida, in sardu?

Non b’ais a crèere, ma no est “babbu”. Totus si nde riiant ca nche li essiat “bamba” a primu:  Adelàsia non resessiat a distìnghere mascros dae fèminas in su sèberu de sas paràulas, totu fiat in -a, ca ghiat sa paràula “mama”, a parre meu.  Sa die chi at a imparare a nàrrere sa -u, mi timia intro de coro meu, pro fìgia mia apo a èssere “bambu”. Mancu male chi nche l’at bogada, cussa -b-. Sa prima paràula chi at naradu in sardu est “abba”, forsis sa prus fàtzile, forsis ca su referente fiat una cosa chi bidiat e trataiat a fitianu. Posca totu sos colores chi connoschiat, a primu su birde, duncas su ruju e su nieddu.

E ammisturos a nde faghet?

Est normale a las ammisturare, in sa fase chi sas duas limbas si sunt assentende in tzelembros. Tocaiat a bogare a pìgiu carchi giogu, cantzonedda, trassigheddas pro li fàghere a cumprèndere chi una paràula si naraiat de una manera, in italianu, e in sardu in un’àtera. A tipu “si” e “emmo”: pro bi nche lu fàghere intrare in conca m’apo imbentadu sa cantzonedda “babbu emmo, mama sì” cun su tràgiu armònicu e rìtmicu de un’anninnia chi a issa l’agradaiat e gasi l’at imparadu deretu. E tando faghia sa matessi cosa pro sas diferèntzias lessicales chi issa non resessiat a cussertare: “mamma buio, babbu iscuru”, “babbu mannu, mamma grande” etc. Curiosa sa fase cando sa pitzinna connoschiat ebbia carchi paràula ma non manigiaiat bene sa sintassi e duncas totu sos verbos fiant belle che ausentes. Ma si faghiat a cumprèndere etotu. Una die, ca non cumprendia chi la fiat leende su fàmene e chi issa non podiat mancu nàrrere “so famida”, s’est arrangiada cun sas pagas paràulas chi connoschiat e m’at fatu: “babbu, deo matza prena, nono!”. E curiosu puru cando at comintzadu a pònnere in motu su mecanismu de s’analogia, ca sa limba est finas a repìtere règulas che pare. S’avèrbiu “a su nessi” fiat sa primu borta chi l’intendiat, e cando non si cheriat acurtziare a un’amigu meu ca l’aiat bortulada furende·nche·li, pro brulla, unu giogu, l’apo cussigiada – a s’ascùsia – “saluda·lu, a su nessi”. E issa: “ciao su nessi!”: aiat leadu sa “a” pro prepositzione e “su nessi” pro nùmene e duncas aiat postu mente a su chi l’aia inditadu!

E como chi est in sos tres annos?

Sos pitzinnos pesados cun duas o prus limbas, a su chi narant sos istùdios, istentant prus de sos àteros a ispricare paràulas. Sos àteros, pesados a una limba, est comente chi giugant in conca un’armàriu in ue nche pònnere totu sas règulas. Su bilìngue de calàscios nde giughet duos, e in cue b’assentat – a bellu a bellu – règulas cunforma a sa limba chi sèberat, est pro cussu chi bi ponet prus tempus. Adelàsia est comintzende  a ispricare, e comintzat a sestare bene sas frases in italianu e – a bellu a bellu – in sardu puru. Bi cheret tempus e passèntzia. A bias mudat in -u carchi paràula, pro sa presse, narende paràulas italianas sardizadas. Tando lis cherent repitidas cuddas giustas, cun àsiu e passèntzia.

E in iscola?

In su mese de cabudanni at a intrare in sa chi li narant “dell’infanzia”.  Totus sos cumpangeddos ant a faeddare in italianu, a dolu mannu, e duncas b’est s’arriscu chi s’italianu si fatzat limba de sa comunicatzione fitiana e chi li serbat pro si relatare prus de su sardu. Ma non m’apo a rèndere:  deo , sa famìlia e sos amigos amus a sighire in sardu. De custa manera, non s’at a chesciare, a manna, chi nemos bi l’at imparada sa limba de sa terra sua.

Cristiano Becciu est unu funtzionàriu de sa Regione chi traballat in su Servìtziu Limba Sarda. At contivigiadu paritzos progetos chi si podent agatare in su situ regionale: intervistas in sardu, tradutziones, òperas didàticas, cartas didàticas e toponomàsticas e curretore ortogràficu.

CSS: Perché non aderiamo allo sciopero dei sindacati italiani

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La posizione della CSS (Confederazione Sindacale Sarda) sullo sciopero Provinciale di Sassari indetto dai sindacati italianisti CGIL, CISL e UIL territoriali è chiara: nessuna adesione. Alcuni punti   della chiamata sono irricevibili – spiegano i sindacalisti sardi in una nota stampa –  in particolare non c’è condivisione sul “rilancio del protocollo operativo sulla Chimica Verde a Porto Torres e con l’attivazione degli investimenti previsti per l’attivazione di tutte le filiere produttive comprese nel progetto industriale”.

Il sindacato sardo non ha mai ceduto alle sirene dell’ENI che ha usato lo specchietto per le allodole della “chimica verde” solo per non finanziare le bonifiche. Inoltre la CSS di Sassari  non è  d’accordo con la richiesta di costruzione del 5° Gruppo previsto per il Polo Energetico di Fiume Santo anche “considerate le ultime notizie sul disimpegno della Ep in virtù del calo dei consumi energetici in Sardegna e della non economicità dell’investimento, nemmeno a Carbone”.

Il Sindacato sardo non concorda nemmeno con la prospettiva di metanizzazione  che la Regione continua a promettere nell’area di Porto Torres ed in altri poli della Sardegna:  “anni di riflessioni, analisi e ricerca di soluzioni alternative per l’economia, per le politiche energetiche e per il riutilizzo produttivo dei rifiuti prodotti in Sardegna, hanno fatto maturare la consapevolezza della di superare l’Economia Lineare che  utilizza e sfrutta le risorse naturali e i suoi residui,  bruciandoli per produrre calore contribuendo ad inquinare la Sardegna e tutto il pianeta”.

Tutti gli altri punti della Piattaforma dello Sciopero Provinciale sono condivisibili, ma cozzano con le proposte su Fiume Santo e su Matrika  e non facilitano l’avvio di quella economia circolare nella quale la CSS crede e punta,  vale a dire un’economia che sostiene la circolarità di nuova vita dei materiali e delle sostanze non inquinanti.

È tempo di scelte storiche e abbiamo davanti due modelli in netta antitesi: da un lato le vecchie logiche produttiviste ed oligarchiche basate sullo strapotere e sull’arbitrarietà delle multinazionali inquinanti, dall’altro il ritorno alle produzioni naturali e biologiche  che riportano a fertilità gli ambiti territoriali dimessi ma ancora produttivi con l’utilizzo di terre abbandonate o sottoutilizzate e con  il ritorno alla naturalezza dei prodotti ed alla cura delle coltivazioni delle tipicità locali. Lo stato italiano e la Giunta regionale “come veri colonizzatori, approvano  leggi, norme e regolamenti che contrastano totalmente con il modello di un ritorno all’Economia Circolare, sostenuta in Sardegna da millenni di Comunitarismo, rispettoso dell’equilibrio tra esseri viventi e natura”.

Sotto questo aspetto la linea dei sindacati Italiani promotori dello sciopero del 26 non si discosta da quella governativa  ed è per questo che la CSS non può aderire.

Per questo la Confederazione Sindacale Sarda dichiara la sua netta differenziazione di  linea politica e  sindacale considerando maturo il passaggio da una Economia ormai fuori mercato come quella lineare, autoritaria, oligarchica ed inquinante ad una Economia Circolare capace di creare una vera nuova occupazione in un  periodo storico di profondi cambiamenti come quello che stiamo vivendo.

Di seguito il documento conclusivo dell’Assemblea Territoriale dei Quadri e Delegati di CGIL CISL UIL che ha indetto lo sciopero generale provinciale del Sassarese:

http://www.fiumesanto.com/home/cgil-cisl-uil-sciopero-generale-provinciale-per-26-maggio/

2 giugno a Bauladu: Assemblea generale contro l’occupazione militare

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Hanno trascorso il mese di maggio a girare per tutta la Sardegna, dalle principali città ai paesi più piccoli. Ovunque ci fosse qualcuno interessato i ragazzi del Comitato Studentesco contro l’Occupazione Militare arrivavano con una presentazione dettagliata sull’occupazione militare, sui danni provocati all’ambiente e alla salute a causa delle esercitazioni e delle sperimentazioni, sulle gravi ripercussioni economiche, sui rapporti fra università sarde e istituti di ricerca israeliani, sulle coperture politiche su cui l’Esercito italiano può contare che toccano sostanzialmente (più o meno ambiguamente)  tutti i partiti del centro destra e del centro sinistra italiano.

Dopo ogni presentazione i militanti del comitato prendevano appunti, raccoglievano idee e proposte con il proposito di raccogliere tutti gli spunti utili per rilanciare il movimento contro l’occupazione militare su basi finalmente democratiche, di partecipazione e di ampio coinvolgimento confrontandosi con tutte quelle realtà antimperialiste, indipendentiste, antagoniste e ambientaliste che nell’isola si battono da decenni, spesso però in maniera scollegata e saltuaria.

Il prossimo 2 giugno a Bauladu è convocata un’assemblea generale sul tema. Non è causale né la data né la locazione. «Quel giorno – scrivono gli esponenti del comitato – commemorazioni civili e parate militari si susseguiranno per le città della Sardegna e dell’Italia per ricordare la nascita della Repubblica Italiana. Una repubblica che da metà degli anni ’50 ha deciso che la Sardegna sarebbe dovuta diventare la portarei della Nato e una terra di esercitazioni militari. Nonostante nel corso del tempo ci siano state limitate dismissioni, tutt’ora il 61% del demanio militare italiano risiede sul territorio sardo».

Bauladu invece è stata scelta per la sua collocazione centrale a testimoniare una chiamata a raccolta di tutte le forze che sul territorio nazionale sardo sono impegnate nella lotta contro l’occupazione militare che è un problema di tutta la nazione e non localizzato.

All’assemblea saranno presenti tutte le soggettività politiche e di movimento che hanno sfidato l’Esercito Italiano nel corso degli ultimi anni e – assicurano gli organizzatori – non ci saranno né capi né programmi precostituiti. Il comitato si limiterà a presentare un resoconto degli incontri territoriali e delle proposte raccolte, tutto il resto sarà da costruire paritariamente e in piena democrazia.

È una sfida a tutte le divisioni che in questi anni hanno impedito al movimento di decollare davvero, ma gli organizzatori sembrano essere ottimisti: «il 2 si riparte da zero, noi da promotori ritorniamo in platea e ci rimettiamo a quello che uscirà da quel giorno auspicando un confronto sincero, orizzontale e inclusivo».

L’apuntamento è previsto per giovedì 2 giugno, nel centro sociale di Bauladu, piazza Emilio Lussu alle ore 15:00

Ecco il documento di lancio degli incontri territoriali e dell’assemblea del 2 giugno.

https://mobile.facebook.com/notes/comitato-studentesco-contro-loccupazione-militare-della-sardegna-cagliari/per-unassemblea-generale-sarda-contro-loccupazione-militare/1734539340163100/?_ft_=top_level_post_id.1734539340163100%3Atl_objid.1734539340163100%3Athid.1495308614086175%3A306061129499414%3A51%3A0%3A1462085999%3A-7210932826402146828

Marco Santopadre: “il Donbass è un focolaio di resistenza al fascismo e all’imperialismo europeista”

Intervista a Marco Santopadre del giornale comunista Contropiano sull’esperienza della “Carovana Antifascista” e sulla resistenza del Donbass al golpe fascista e filo UE in Ucraina

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Che cos’è la carovana antifascista? 

La Carovana Antifascista è un progetto partito dalla coraggiosa e lungimirante iniziativa della Banda Bassotti che negli ultimi anni ha consentito a una gran quantità di realtà internazionali di partecipare ad una campagna di informazione e solidarietà nei confronti della lotta delle Repubbliche Popolari del Donbass e in generale delle forze antifasciste in tutta l’Ucraina. È stato partecipando alle attività della Carovana Antifascista che nel maggio del 2015 ho potuto partecipare al viaggio nella Repubblica Popolare di Lugansk, da quasi due anni ormai sottoposta insieme a quella di Donetsk a bombardamenti e ad un assedio feroce da parte delle forze armate e dei battaglioni neonazisti di Kiev. Un viaggio durato una settimana che ha permesso a più di cento militanti, attivisti e giornalisti di toccare con mano la distruzione e la morte causata in quei territori dalle forze golpiste ucraine che si sono impossessate del potere a Kiev nel febbraio del 2014, con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Abbiamo potuto conoscere direttamente esperienze assai interessanti nell’ambito della resistenza del Donbass contro il regime di Kiev, in particolare la Brigata Fantasma e l’Unità 404, delle milizie formate da combattenti che in larga parte si definiscono comunisti o quantomeno antifascisti e che hanno nelle zone in cui operano, oltre ad una funzione militare, anche una importante funzione politica, di sicurezza e di assistenza nei confronti di una popolazione stremata dall’assedio alla quale i partecipanti alla Carovana hanno distribuito aiuti alimentari, medicinali e altro. Al ritorno i materiali audio e video raccolti durante il viaggio e le testimonianze dei partecipanti hanno permesso di organizzare un elevatissimo numero di incontri informativi su una realtà che la politica e i media mainstream tendono a cancellare o a manipolare, descrivendo la resistenza delle popolazioni del Donbass come una ‘invasione russa’ o una sollevazione armata di formazioni locali ultranazionaliste.

Che cosa c’è dietro la famosa rivolta di piazza Maidan?

La rivolta di piazza Maidan è nata nell’autunno del 2013 a partire dall’iniziativa di un vasto arco di forze politiche liberali, nazionaliste e di destra ucraine, con l’aperto sostegno dell’amministrazione statunitense e dell’Unione Europea. La protesta è stata convocata nel centro di Kiev per opporsi alla decisione dell’allora governo Azarov e del presidente Viktor Yanukovich di bloccare la firma del trattato di Associazione tra Ucraina e Unione Europea che avrebbe condotto il paese nella sfera politica, commerciale e militare di Bruxelles e della Nato indebolendone la già fragile economia. Questi soggetti hanno sfruttato il malcontento popolare causato dalla crisi economica e dalla diffusione endemica della corruzione, ma dopo un breve periodo la protesta è stata presa in mano dalle forze più estremiste e militarizzata di destra e da formazioni neonaziste che si rifanno ad un personaggio come Stepan Bandera che durante la seconda guerra mondiale guidava una milizia favorevole agli invasori nazisti che è responsabile dell’uccisione di centinaia di migliaia fra oppositori politici e minoranze etniche. Usa e Ue si sono proposti come mediatori della crisi politico-istituzionale schierandosi di fatto al fianco dei partiti ultranazionalisti ucraini che hanno iniziato a chiedere la destituzione del presidente e la formazione di un nuovo governo senza la principale forza politica del paese – il Partito delle Regioni – uscita largamente vincitrice dalle elezioni. Quando ormai il governo aveva ceduto, firmando la propria capitolazione di fronte ai leader di Francia, Germania e Polonia arrivati a Kiev per sancire l’allargamento ad est dell’Unione Europea, gli squadroni di miliziani neonazisti hanno attaccato numerose sedi del governo e delle forze di sicurezza, mentre cecchini non meglio identificati sparavano in piazza Maidan contro i manifestanti e la polizia, permettendo così ai settori oltranzisti di impossessarsi del potere e di dare il via ad una ristrutturazione dello stato che si basa sull’anticomunismo e sulla persecuzione della consistente minoranza russofona e delle altre comunità non ucraine. Da allora il Partito Comunista è stato di fatto dichiarato fuori legge ed espulso dal parlamento grazie ain elezioni farsa, centinaia di sedi sindacali e politiche di sinistra sono state assaltate e chiuse, centinaia di dirigenti e militanti antifascisti sono stati uccisi o massacrati di botte. L’episodio più grave è rappresentato sicuramente dall’assalto fascista contro la Casa dei Sindacati di Odessa, il 2 maggio del 2014, quando molte decine di attivisti di sinistra e semplici lavoratori furono uccisi a sangue freddo o addirittura bruciati vivi da alcune squadracce di partiti fascisti e nazisti che nel frattempo avevano avuto accesso al governo golpista. Nel frattempo l’economia del paese, preda dei vari oligarchi che si sono impossessati del potere in misura ancora maggiore che in passato, è crollata ulteriormente, la moneta nazionale si è ampiamente svalutata e i vari governi che si sono succeduti in due anni hanno letteralmente consegnato il paese nelle grinfie della Nato, della Troika e del Fondo Monetario. Mentre la Nato, e gli eserciti di numerosi paesi europei, hanno iniziato ad armare e ad addestrare le forze armate ucraine impegnate nella repressione delle popolazioni dell’est, compresi i battaglioni neonazisti inquadrati nella Guardia Nazionale, Fmi e Troika hanno ottenuto dal regime golpista, in cambio di prestiti, la privatizzazione dei settori economici finora controllati dallo stato, licenziamenti di massa nel settore pubblico, l’aumento esponenziale delle tariffe dell’elettricità e del gas che pesano ora come un macigno su una popolazione ucraina sempre più stremata.

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Che cosa vogliono i miliziani che lottano nel Donbass e da chi sono appoggiati?

Già durante la seconda fase della cosiddetta ‘rivoluzione di Maidan’ le popolazioni delle regioni del centro e dell’est dell’Ucraina cominciarono a mobilitarsi pacificamente a favore di una soluzione politica. Ma al momento del golpe, quando ormai era chiaro che il nuovo regime non aveva nessuna intenzione di rispettare il carattere plurinazionale dello stato ucraino, in molte città pezzi dei partiti di sinistra, dei sindacati, semplici cittadini e ad altre realtà hanno cominciato a organizzare dei comitati per impedire la presa del potere a livello locale delle formazioni banderiste, mentre la Crimea, dopo un referendum vinto a stragrande maggioranza, veniva annessa alla Federazione Russa. La strage di Odessa ha rappresentato, agli occhi degli ucraini dell’est, un momento di non ritorno: i ‘russi’ (cioè gli ucraini di lingua e cultura russa) erano considerati dal nuovo regime come un corpo estraneo, un nemico da liquidare e nessuna trattativa sarebbe stata possibile. È stato in quel momento che migliaia di persone, uomini e donne di tutto il paese e non solo dell’est, ma anche molti cittadini della Federazione Russa, hanno deciso di impugnare le armi per difendere il territorio aggredito e respingere l’assalto delle forze armate ucraine mentre dai comitati spontanei nascevano le due Repubbliche Popolari di Lugansk e Donestk. Kiev ha inviato l’esercito e i battaglioni nazisti in una operazione definita ‘antiterrorismo’ e dall’inizio dell’assedio al Donbass almeno 10 mila persone – ma ci sono stime che parlano di 50 mila – sono state uccise dai bombardamenti mentre circa 800 mila abitanti sono stati costretti a fuggire in Russia. Ad opporsi ai golpisti e a sostenere la sopravvivenza delle due entità ribelli sono forze politiche e sociali di vario tipo, dalla destra alla sinistra fino ai comunisti, all’interno di un fronte nazionale che al suo interno vede naturalmente anche uno scontro sul modello sociale ed economico da costruire. Allo stesso modo le milizie hanno carattere diverso, da quelle legate ad una visione nazionalista panrussa a quelle dei Cosacchi antifascisti fino a formazioni esplicitamente socialiste e comuniste. Se una parte delle milizie lotta per difendere e rafforzare le repubbliche popolari e farne uno stato indipendente che, magari in futuro, potrà ricongiungersi con la Russia, altre considerano la liberazione del Donbass solo la prima tappa di una battaglia più complessiva per la liberazione di tutta l’Ucraina dal giogo della Nato e dell’Unione Europea.

http://contropiano.org/

Cagliari chiama Sardegna: costruire l’alternativa nazionale

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Ieri 20 maggio il partito indipendentista ProgRes ha presentato la sua lista per le elezioni comunali di Cagliari al Jester Club, in via Roma 257.

La lista è una delle quattro che compongono la coalizione civico, indipendentista, ambientalista e progressista Cagliari Città Capitale.

Il segretario di ProGres Gianluca Collu ha rotto il ghiaccio con una feroce ma equilibrata e motivata critica alla Giunta Pigliaru su trasporti, sanità e sul tema caldissimo della vertenza entrate.

La distanza rispetto alla linea dell’esecutivo regionale non potrebbe essere più abissale e il giudizio sul suo fallimento non potrebbe essere più netto.

Dopo Collu sono intervenuti i candidati consiglieri della lista di ProGres. Fra questi Ivo Murgia ha fatto un intervento tutto in sardo puntando sulla centralità culturale e storica di Cagliari; Daniela Concas, portavoce del comitato No Trivelle Sardegna, si è fermata soprattutto sui temi ambiente ed energia; Laura Fois ha toccato i punti “lingua” ed  “istruzione”.

CCC

Il candidato a sindaco Enrico Lobina, consigliere comunale uscente della Giunta Zedda da cui ha maturato sul campo una distanza sempre crescente rispetto alle politiche del sindaco di SEL e all’idea stessa del “centrosinistra italiano” fino a sancire una netta presa di distanza, ha chiaramente sottolineato come la “ragion di stato non sia la ragion di Sardegna”, cioè come gli interessi dello stato e dei partiti colonialisti non coincidano con gli interessi del popolo sardo. Lobina ha poi valorizzato il processo partecipativo e “circolare” del laboratorio Cagliari Città Capitale che si è basato sulla democrazia dal basso, sulla militanza e sull’assenza di leader dirigisti.

L’atmosfera era quella dei momenti importanti, cioè di una esperienza che va ben oltre le mere elezioni amministrative e che traccia una linea – per dirla con le parole del coordinatore di Progres di Cagliari Fabio Usala – finalizzata a “costruire un’alternativa politica per tutta la Sardegna al duopolio dei blocchi italiani di centro destra e centro sinistra, che noi chiamiamo Agenda 2019

A sostenere il respiro nazionale e non meramente territoriale o comunale del progetto la presenza di due movimenti indipendentisti non direttamente coinvolti nella competizione cagliaritana: Sardigna Natzione e Fronte Indipendentista Unidu che hanno portato i saluti.

Quest’ultima organizzazione è uscita poche ore prima con un comunicato che non lascia spazio ad equivoci:

“Il Fronte Indipendentista Unidu è nato per garantire la presenza di una forza indipendentista democratica e coerente e sosterrà ovunque queste liste civico-indipendentiste nella convinzione e nelle consapevolezza che si inseriscono nel solco della costruzione di una grande alternativa nazionale da opporre allo schieramento coloniale”

http://www.cagliaricittacapitale.com/it/2016/05/11/programma-politico-amministrativo/

In Sardegna l’acqua ci avvelena e ci deruba

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(Nella foto l’immagine utilizzate dalla campagna del Fronte Indipendentista Unidu contro Abbanoa)

In molte parti dell’isola bere acqua è pericoloso! È di ieri per esempio l’ordinanza del sindaco di Sassari Nicola Sanna che dichiara l’acqua fornita da Abbanoa non potabile dopo i controlli compiuti dal dipartimento di Prevenzione-servizio Igiene degli alimenti e della Nutrizione della Asl.

Ma vediamo in sintesi com’è stata in questi anni la gestione di questo ente.

La truffa di Abbanoa

Secondo l’ISTAT il 54,3% dell’acqua erogata annualmente in Sardegna è dispersa. La domanda che sorge spontanea è: perché e dove va a finire?

Abbanoa, l’attuale gestore unico dell’acqua “potabile”, usufruisce delle proprie reti oramai vetuste, malandate e colabrodo, nonché obsolete e pericolose, dato che non di rado hanno lo stesso decorso delle linee elettriche e fognarie: si sono profilati episodi in cui sono state riscontrate, infatti, alte cariche batteriche con la presenza di cospicue quantità di Escherichia Coli, batterio normalmente presente nelle feci.

Quanta acqua viene sprecata?

Come già detto, il 54,3% dell’acqua immessa nella rete idrica è dispersa tramite le innumerevoli fenditure e lesioni subite negli anni dalle tubature. Questa percentuale fa parte di un set di dati ISTAT, calcolati sulla differenza tra acqua immessa e acqua erogata sul totale dell’acqua introdotta nelle reti comunali di distribuzione idrica.

Nonostante le incalcolabili perdite di acqua nella nostra terra e il conseguente disservizio che viene a crearsi periodicamente, fronteggiamo quotidianamente le ricevute delle bollette riportanti prezzi esorbitanti ed in costante aumento: è evidente che Abbanoa, come ogni mulino, vuol la sua “acqua”.

In Sardegna, come in Italia, l’importo riportato dalle bollette che riceviamo si presta a pagare il servizio di erogazione, non l’acqua che è, invece, ancora un bene pubblico. Allora per quale motivo il prezzo dell’erogazione, da quando il gestore è Abbanoa, è triplicato nonostante l’inefficienza delle reti idriche,al fornimento di acqua non potabile o alla frequente assenza d’acqua?

Come fece notare nel gennaio del 2015 il Fronte Indipendentista Unidu con una occupazione della sede sassarese di Abbanoa, c’è un altro grave problema: la “conciliazione delle bollette pazze”. Molti utenti ricevono, infatti, bollette il cui prezzo ammonta a decine di migliaia di euro, sebbene non ne abbiamo mai ricevuta una. Quindi perché per anni non si è provveduto a spedire le bollette ogni due mesi, come da contratto? C’è una strategia usuraia dietro questa scelta?

Tra le varie richieste gli indipendentisti annoveravano anche quella dell’azzeramento della dirigenza di Abbanoa dimostratasi incapace di gestire l’ente e, insieme ad esso, la moratoria dei debiti pregressi per ristabilire un legame fiduciario e collaborativo tra ente gestore e utenza.

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(Nella infografica la crescita dei prezzi delle bollette anno per anno da quando è nata Abbanoa ad oggi)

A quanto ammonta il costo dell’acqua in Sardegna?

SEO, Sardinian socio- Economic Observatory, mette in luce i dati ISTAT inerenti i costi dell’acqua e le quantità utilizzate e disperse nella nostra terra. Dall’articolo e dalle info- grafiche emerge che i costi dal 2005, anno dopo la nascita di Abbanoa, sino al 2015 hanno subito un incremento dell’81% (quindi, mentre nel 2005 la bolletta segnalava € 15 di saldo nel 2015 la medesima ne mostrava € 27,15).

“Viene riportato il trend storico degli aumenti del costo dell’acqua a partire dal 2005 per arrivare al 2015. I dati utilizzati sono stati presi dal sito del gestore unico d’ambito ABBANOA spa*. La Tariffa unica d’ambito è il costo di base necessario per calcolare gli incrementi e le riduzioni a seconda della tipologia di utenza e della quantità di consumo”.

Per ulteriori e più approfondite informazioni:

https://seosardinia.wordpress.com/2016/03/10/acqua-in-sardegna-il-costo-e-aumentato-dell81/

http://www.slideshare.net/slideistat/01-stefano-tersigni

 

Vertenza entrate: le perline colorate di Pigliaru, Paci e Maninchedda

entrate

Secondo lo Statuto autonomo della Sardegna (art. 8) la Regione ha diritto di trattenere una parte delle tasse pagate sull’isola, in particolare ha diritto ai 7 decimi dell’IRPEF e ad analoghe percentuali di altre imposte, soprattutto indirette (IVA, ecc.). Dal 1948 la classe dirigente italianista ha “sorvolato” sul fatto che lo Stato Italiano non restituiva proprio nulla alla Regione e in tutti questi anni nessun partito italiano (leggasi coloniale) ha mai preso sul serio questa cruciale rivendicazione per avere indietro il maltolto. Nel mentre l’indipendentismo non è stato a guardare e ha denunciato lo sfruttamento fiscale già nelle regionali del 1992 con Anghelu Caria.

Da sola questa notizia in qualunque altra nazione avrebbe causato una guerra civile, perché stiamo parlando di cifre rilevanti strutturalmente, non di un semplice ammanco una tantum: 10 miliardi di euro che nel 2006 Soru ha fatto finta di voler esigere cavalcando la rivendicazione sempre più di dominio pubblico e ammiccando al governo amico di Romano Prodi con la conclusione – tutt’altro che positiva – che il debito è stato pressoché dimezzato da 10 a 5 miliardi (unico episodio al mondo dove i debiti invece di maturare interessi vengono amichevolmente dimezzati). La situazione è peggiorata ancor più dal momento che, in cambio di una riduzione dei suoi crediti, la Giunta Soru ha concordato che la Sardegna si facesse carico della spesa in settori come sanità e trasporti. La Giunta Pigliaruad inizio mandato ha rinunciato ai ricorsi pendenti presso la Corte Costituzionale contro lo Stato italiano e due giorni fa, il 16 maggio, ha firmato una capitolazione definitiva verniciandola grottescamente come “successo”.

I colonialisti che governano attualmente la RAS esultano e parlano di “vittoria” e di “fatto storico”. Ma cosa cambia? In soldoni la RAS riceverà ogni anno circa 130 milioni di euro in più perché le entrate di diritto verranno trattenute alla fonte mentre lo Stato italiano rimborserà circa 900 milioni in quattro anni, di cui 300 risultano già erogati nei primi del 2015. Per quanto riguarda le entrate che finalmente verranno trattenute alla fonte senza dover prima andare a Roma si tratta di un diritto che sarebbe dovuto essere rispettato dal 1948 e già questo basterebbe a mettere in mora un’intera classe politica italianista che ha fatto della sudditanza la sua bandiera. I 900 milioni (su dieci miliardi) invece sono veramente una beffa, ancor più se si pensa che in un decennio il centrosinistra italiano, dal Pigliaru Assessore al Pigliaru Presidente, è passato da rivendicare teoricamente un aggregato enorme, (miliardi di arretrati), ad indebitare per una generazione i sardi con 700 milioni di mutuo regionale di cui una larga parte destinati a spese infrastrutturali, le stesse fondamentali spese che nei contesti non coloniali si dovrebbero finanziare proprio con le risorse che per anni e anni sono state illegittimamente drenate al sistema economico sardo il quale, grazie alla scellerata politica unionista di Pigliaru, subisce un ulteriore duro colpo per la sua sostenibilità.