Il Fronte ricorda i martiri di Palabanda trucidati dai Savoia

13 DE MAJU SOTGIA PUTZOLU PALABANDA

Il 13 maggio scorso l’organizzazione anticolonialista Fronte Indipendentista Unidu ha lanciato una campagna di forte impatto per ricordare i martiri della cosiddetta “congiura di Palabanda” avvenuta nel 1812. In realtà non si trattava affatto di una “congiura”, bensì di uno degli ultimi tentativi da parte dei rivoluzionari repubblicani, antipiemontesi e antifeudali di fare ripartire il processo rivoluzionario sardo cominciato il 28 aprile 1793 con la “cacciata dei piemontesi” a Casteddu.

Palabanda era una località (oggi nel mezzo dell’orto botanico di Casteddu) dove s’incontravano i patrioti sardi, nello specifico nella casa di Salvatore Cadeddu che aveva già preso parte ai moti antifeudali, repubblicani e indipendentisti di fine Settecento. Il canonico Spanu scrive sul tenore rivoluzionario di questi incontri: “All’ombra di due cipressi seduti tutti, solevano biasimare gli atti del Governo e quindi meditavano di farlo crollare”.

Il 1812 fu un’annata terribile, “s’annu de su famini” a causa di una grande carestia e anche delle tasse che la Corte sabauda, di stanza a Cagliari, vista l’occupazione francese del Piemonte, imponeva ai sardi per mantenere i suoi fasti in totale disprezzo delle necessità e delle ristrettezze della popolazione oramai esasperata. Oltre a Cadeddu e ad alcuni dei suoi figli dirigevano la rivolta gli avvocati Francesco Garau e Antonio Massa, il sacerdote Antonio Muroni, il docente Giuseppe Zedda, il conciatore Raimondo Sorgia, il sarto Giovanni Putzolu, il pescatore Ignazio Fanni e il panettiere Giacomo Floris. Fra i rivoluzionari anche il fratello di Frantziscu Cillocco, il notaio della Reale Udienza diventato uno dei patrioti sardi più radicali,  torturato e ucciso a Sassari dieci anni prima mentre tentava una sortita nel nord Sardegna. Insomma una compagine davvero popolare che puntava sull’esasperazione dei cagliaritani e di tutti i sardi per riavviare il processo rivoluzionario stroncato brutalmente con la repressione in tutto il territorio nazionale sardo.

L’insurrezione non ebbe successo perché fu subito scoperta dalla polizia e la macchina della repressione piemontese fu spietata, in perfetto stile sabaudo, come del resto era stata spietata nel passato. Lo stesso Angioy calcola nel suo Memoriale (recentemente tradotto in sardo e in italiano da Omar Onnis) in 4.000 le vittime e parla di torture e di rastrellamenti su tutto il territorio nazionale.

Il 13 maggio 1813 venivano impiccati a Cagliari alcuni dei patrioti arrestati. Altri furono giustiziati subito, altri ancora riuscirono a fuggire all’estero.

Il Fronte Indipendentista Unidu ha diffuso su internet un banner con due figure impiccate con alle spalle una Sardigna rosso sangue su cui campeggiano i nomi  di alcuni martiri di Palabanda impiccati appunto il 13 maggio 1813, solo gli ultimi in ordine di tempo di una lunghissima serie di caduti per la causa della libertà, dell’indipendenza e del progresso contro il blocco storico, purtroppo vincitore, dei piemontesi, dei feudatari e dei sardi collaborazionisti.

 

(per ulteriori e più approfondite informazioni sull’insurrezione di Palabanda consultare il sito della Fondazione Sardinia: http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=4707)