Intervista a Mustillo, candidato comunista a sindaco di Roma

Alessandro-Mustillo

 

Come nasce la candidatura a sindaco della Capitale?

In questi anni a Roma il lavoro dei comunisti tra i giovani è stato molto apprezzato e riconosciuto. Nelle scuole abbiamo ottenuto quest’anno il 18% dei voti, siamo in prima linea in molte delle rivendicazioni più importanti per la gioventù. La ricostruzione comunista in Italia, a Roma in modo particolare, vede un reale protagonismo delle nuove generazioni. Per dare un segnale di discontinuità il Partito Comunista ha deciso che metà dei suoi candidati saranno giovani under trenta. Ovviamente sappiamo che non ci sono le condizioni per eleggere un sindaco comunista. Ma sappiamo anche che esiste uno scollamento reale tra la politica e i lavoratori e le masse popolari di questa città, che oggi non sono rappresentate. La candidatura del Partito Comunista alle elezioni serve a dare loro protagonismo diretto. A Roma servono i comunisti.

Roma ha molte questioni irrisolte (rifiuti, sanità, mobilità). Quali soluzioni ritiene che si debbano adottare?

Prima di tutto è necessario rompere con il patto di stabilità imposto dalla UE. Dentro questa gabbia non c’è futuro per Roma. Rimettere al centro gli interessi dei lavoratori significa pensare a trasporti pubblici efficienti, ad un piano per le periferie, all’emergenza casa, alla tutela dei diritti sul lavoro. Il nostro slogan lo sintetizza con una battuta: a Roma non basta un cambio serve una rivoluzione. Sono convinto che bisogna opporsi alle privatizzazioni e alla commistione tra pubblico e interessi privati su cui nasce e si consolida il sistema di mafia capitale. Pensiamo che sul trasporto pubblico serva potenziare i servizi e non ridurli e privatizzarli, che sia necessaria una regolamentazione stringente del sistema di appalti che lasciano solo opere incomplete come la metro C o la città dello sport, per cui spendiamo milioni di euro senza poterne usufruire. Siamo dalla parte dei lavoratori che chiedono la fine delle esternalizzazioni, della precarietà, che difendono il loro salario e i loro diritti. Abbiamo molte proposte dettagliate per i giovani, per la riqualificazione della città, per il turismo. Poi c’è la grande questione della casa.

Affittopoli? Qual è la posizione del Partito Comunista sulle case sfitte?

Affittopoli è un grande scandalo. Il rischio però è fornire il pretesto per una svendita completa del patrimonio immobiliare del comune, per il quale noi comunisti rivendichiamo un reale utilizzo sociale. A Roma la questione della casa è una priorità. Per anni le politiche urbanistiche sono state dettate dai palazzinari e il risultato è che abbiamo decine di migliaia di immobili sfitti e migliaia di famiglie senza casa. Non si risolve l’emergenza casa senza rompere con questo sistema. Roma non ha bisogno di nuovi quartieri ghetto nelle periferie senza servizi, in cui ogni funzione di socialità è demandata al centro commerciale attorno ai quali sono costruiti. Ci sono quartieri in cui è necessario anche pagare il pedaggio autostradale per andare a lavoro e tornare a casa. Gli immobili del comune possono diventare una parte della soluzione al problema. Lo scandalo non è chi vive con una pensione di invalidità al centro, e paga poco perché non ha un lavoro o non può svolgerlo. Il problema sono gli amici di amici che abitano in immobili senza avere titolo e su questo la politica ha grandi responsabilità. E lo stesso vale per il patrimonio non destinato ad abitazioni. Non è lo stesso affidarli ad un ente sportivo pubblico, a una palestra popolare che svolge lavoro sociale in periferia dando un’alternativa di vita ai giovani, o a un club esclusivo da migliaia di euro all’anno che fa profitti anche grazie a concessioni ridicole senza alcuna finalità sociale.

Che posizione avete sulle olimpiadi?

Lo dico da persona che ha fatto sport, anche agonistico, per anni e che crede nel valore universale dello sport. Per Roma oggi sarebbero un danno più che un bene. Se le olimpiadi devono diventare, come sembra, il pretesto per nuove speculazioni e per far guadagnare i soliti noti, meglio saltare il giro. Puntiamo alla riqualificazione dello stadio Flaminio e degli altri impianti che vanno restituiti alla città, a creare luoghi di sport che siano accessibili ai romani. So che questa affermazione può essere impopolare, ma come comunisti abbiamo il dovere di dire le cose come stanno, anche se non creano consensi nell’immediato. Un evento come le olimpiadi gestito con queste premesse sarebbe pagato a caro prezzo da tutti. La Grecia insegna.

Per concludere: qual è la sua idea di Roma?

L’opposto di quella attuale. Una città in cui siano posti al centro gli interessi e i diritti dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, in cui non siano palazzinari e speculatori a dettare l’agenda politica. Che abbia attenzione ai problemi delle periferie, che valorizzi una campagna di riqualificazione urbanistica, territoriale e anche culturale della città. Un po’ come ai tempi di Argan, Petroselli e Nicolini, ovviamente guardando al contesto di oggi.

www.comunistiroma.it

Sa die de sa Sardigna salvata dagli indipendentisti

Sa die de sa Sardigna salvata dagli indipendentisti

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È accaduto anche quest’anno, la festa della Sardegna, istituita con legge regionale il 14 settembre del 1993, per ricordare il lungo periodo rivoluzionario tra Settecento e Ottocento, è stata salvata dagli indipendentisti e in generale da associazioni, movimenti e intellettuali che hanno alzato una levata di scudi contro lo svuotamento di “Sa die” voluto dalla Giunta Regionale e in particolare dal governatore Pigliaru e dall’assessore alla cultura più antisardo degli ultimi decenni: Claudia Firino.

Di fretta e senza neppure crederci troppo l’assessore Firino aveva infatti annunciato, in una conferenza stampa un paio di giorni prima di “Sa Die” il programma per la festa istituzionale che si è risolto in un piccolo ritrovo tra burocrati e in uno spettacolo teatrale su temi che nulla c’entrano con la storia, la cultura e la coscienza nazionale del popolo sardo.
Beffa delle beffe la scelta della colonna sonora dello spot istituzionale di Sa Die: “Deus cunservet su re”, ovvero l’inno scritto in onore dei tiranni Savoia negli anni trenta dell’Ottocento, al termine del lungo periodo rivoluzionario che aveva incendiato le città e le campagne dell’isola e che aveva visto sacrificata la vita di tantissimi patrioti e rivoluzionari sardi uccisi in battaglia, sulle forche o costretti all’esilio proprio dai Savoia e dai loro alleati feudatari.
Ignoranza o volontà politica di infangare la memoria e la valenza assolutamente politica della rivoluzione sarda? Non è dato sapere. Ciò che invece sappiamo è che gli indipendentisti e tutta una vasta area che potremmo definire “nazionale sarda”, come già l’anno scorso, ha salvato dal fango “Sa Die” organizzando senza finanziamenti regionali e senza forti coperture mediatiche, la festa dei sardi.

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Facciamo solo alcuni esempi. Il Comitato studentesco “Scida” ha organizzato un momento di riflessione a Cagliari sull’insegnamento della storia sarda nella scuola italiana, invitando l’associazione degli insegnanti sardi che si occupa di produrre materiale didattico per le scuole che va in questa direzione. Il “comitadu 28 de abrile” ha organizzato la sesta edizione di “Sa die de sa Patria sarda” chiamando a dare il loro contributo storiografico gli storici Federico Francioni, Roberto Porrà e Omar Onnis a Tìesi, Sassari e Bono. Omar Onnis ha presentato la traduzione in sardo e in italiano del memoriale di Giovanni Maria Angioy scritto da esule a Parigi e rivolto al Direttorio della repubblica rivoluzionaria francese come invito a sostenere militarmente la ripresa del processo rivoluzionario sardo. A Bono, paese natale di Angioy e per questo rasa al suolo dai piemontesi e dalle milizie mercenarie al soldo dei feudatari, la festa ha assunto contorni di grande rilievo. Un corteo guidato da una bandiera dei quattro mori ha attraversato il paese passando affianco alla statua di Angioy posizionata al centro del paese. Le istituzioni comunali erano presenti al completo e le conferenze sono state organizzate coinvolgendo le scuole presenti nel paese. Lo storico Roberto Porrà ha valorizzato il ruolo centrale di Bono nel processo rivoluzionario non solo per aver dato i natali ad Angioy, ma anche per essere stato crogiuolo di tanti patrioti combattenti e centro nevralgico della rivoluzione. A Sassari l’incontro è stato invece organizzato al liceo scientifico e linguistico G. Marconi che per l’occasione ha anche provveduto ad apporre la cartellonistica per la raccolta differenziata anche in lingua sarda.

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Ad Ollollai il “Coordinamento pro su Sardu Ufitziali” ha organizzato un incontro per discutere il ruolo fondamentale della lingua sarda ufficiale nel processo di emancipazione nazionale del popolo sardo presentando il libro di Pepe Coròngiu “Il sardo: una lingua normale”. Il CSU ha anche aderito a “Sa Die in tundu”, una importante iniziativa culturale nata lo scorso anno da alcuni giovani attivisti, organizzando un cerchio umano. Essa è un flashmob a cui hanno aderito diverse soggettività politiche indipendentiste, associazioni culturali e anche attività produttive che consiste nel formare cerchi umani ovunque si voglia e si possa per festeggiare “Sa Die de sa Sardigna” e in generale per raccontare al mondo e agli stessi sardi la nostra storia e la nostra cultura. La partecipazione è stata ancora più massiccia dello scorso anno e agli organizzatori sono arrivate foto anche dagli emigrati nel mondo, perfino da un gruppo di studentesse tedesche che all’Università di Mannheim frequentano un corso di lingua sarda.
Da segnalare infine l’iniziativa della barchetta di carta promossa su facebook dall’ex candidato alle regionali del Fronte Indipendentista Unidu Pierfranco Devias che invita i sardi a rievocare la cacciata dei funzionari piemontesi avvenuta appunto il 28 di aprile del del 1794.

Insomma, da una parte attivisti, militanti, comitati, intellettuali, artisti, storici, studenti, partiti indipendentisti a salvare la festa nazionale dei sardi, dall’altra una casta di colonialisti e ascari che, grazie ad una legge elettorale antidemocratica, amministrano la nostra terra senza consenso e senza esserne degni e si permettono di svendere, svilire e infangare la nostra memoria storica e la nostra festa nazionale.

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http://sadieintundu.net/