L’indipendentismo e la brexit

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Immagine tratta dal periodico anticolonialista “Su Populu Sardu”

Quello che pensa la parte maggioritaria dell’indipendentismo scozzese e irlandese della Brexit è noto: se il Regno Unito è uscito dalla UE noi abbiamo il diritto di uscire dal Regno Unito e di aderire alla UE.

Ma qual è la lettura dell’indipendentismo sardo sulla brexit? Abbiamo fatto un piccolo viaggio fra le diverse posizioni e sensibilità della scena indipendentista sarda.

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Il primo soggetto ad uscire con un comunicato è stato il partito Libe.r.u. che si è concentrato soprattutto sulla contraddizione delle “nazioni celtiche” schierate per il cosiddetto Remain. A spiazzare un pò tutti – argomenta la direzione di Libe.r.u. – è stata la posizione delle nazioni celtiche oppresse, che si riscoprono come paladine dell’europeismo. Secondo Libe.r.u. la posizione europeista di scozzesi ed irlandesi non sarebbe di tipo organico, bensì tattico e pragmatico, frutto della possibilità storica di affrancarsi dal dominio di Londra. In particolare in Scozia «ovunque stravince la permanenza, certamente sull’onda della posizione presa dallo Scottish National Party (…) il quale gioca anche la carta europeista in funzione anti inglese». Discorso analogo per i nazionalisti irlandesi che «temono di ritrovarsi con un “muro” che separa le comunità irlandesi del nord dalla Repubblica, confine segnato dalla futura non appartenenza della Gran Bretagna (e quindi anche dell’Irlanda dal Nord) all’UE, di cui la Repubblica fa parte».
Libe.r.u. imputa questa tendenza dei movimenti nazionalistici celtici pro-UE ad adottare la logica del “nemico del mio nemico è mio amico”, senza considerare il fatto che l’Unione Europea è «un polo imperialista, nemico della libertà delle nazioni, della dignità dei lavoratori e delle masse popolari». La posizione di Liber.u. sulla UE è chiara: «l’imperialismo non si sconfigge infatuandosi degli imperialismi nemici del proprio dominatore ma combattendo l’imperialismo. (…) Non ha perciò alcun senso oggi ritenersi indipendentisti e al contempo europeisti, così come non ha senso ritenersi europeisti ma contrari a questa Unione Europea. Di Unione europea c’è solo questa: l’Europa dei popoli è un sogno, niente di tangibile, semplicemente non esiste».

FRONTE_SIMBOLOIl Fronte Indipendentista Unidu aveva affrontato giusto un anno fa la questione “imperialismo UE” in un percorso formativo curato con l’organizzazione giovanile Scida e il collettivo antagonista Furia Rossa organizzando diversi incontri con il redattore di Contropiano Marco Santopadre. L’organizzazione anticolonialista aveva per l’occasione preparato un documento di analisi, (era ancora fresca la scottatura del tradimento del partito di sinistra greco Syriza che aveva alla fine firmato il Memorandum imposto dalla troika), proponendo una piattaforma politica internazionale articolata su quattro punti fondamentali. All’indomani del risultato del referendum britannico il Fronte ripropone e rilancia la piattaforma, accogliendo «con grande entusiasmo e speranza l’uscita della Gran Bretagna dalla UE» e la possibilità che «questo fatto storico può essere una buona occasione per scatenare un processo di smantellamento dell’oligarchia finanziaria chiamata UE che sta sottomettendo i popoli e i lavoratori del continente a rigidissime ed odiose misure di austerità che, in diversi casi, stanno portando interi settori sociali sotto la soglia di povertà». Il Fronte tende la mano a tutte quelle realtà internazionali che ritengono opportuno uscire dalla UE in quanto ritenuta «irriformabile» e, nei fatti, una «unione di oligarchie finanziarie e militari che strangolano la prosperità delle masse lavoratrici e dei popoli europei». Uscire dalla UE significa anche uscire dalla NATO che rappresenta sia una costante minaccia alla pace tra i popoli che una  deprivazione di risorse ai servizi primari» dello stato sociale. Il terzo punto della piattaforma consiste nel «riconoscimento del diritto delle nazioni senza stato alla loro autodeterminazione» inteso come «fattore fondamentale di straordinaria dirompenza democratica e sociale che mette de facto in crisi le fondamenta stesse che reggono la UE e il blocco NATO». Last but not least il punto sulla necessità di rivedere tutti i trattati e le politiche ultraliberiste in materia di lavoro, servizi, fiscalità e coercizione militare» che i governi della UE hanno varato cancellando di fatto «le principali conquiste economiche e politiche del movimento operaio e contadino del Novecento». Cancellare integralmente queste politiche economiche – concludono gli anticolonialisti – «significa affossare le oligarchie e mandare in cortocircuito la ragion d’essere della stessa UE, aprendo una via di progresso sociale e pace».

progresDi marca diversa la posizione del partito ProgRes che separa l’aspirazione ad un europeismo di stampo cosmopolita e cooperativo da ciò che la UE effettivamente è diventata: «è bene chiarire che uscire dall’UE non significa uscire dall’Europa, ma più semplicemente sciogliere quei trattati e accordi internazionali che vincolano gli Stati Membri. È bene dunque aprire la discussione su cosa debba essere l’UE e cosa debbano stabilire i trattati che la definiscono». ProgRes dichiara “fallito” l’«attuale progetto dell’UE», anche a prescindere dal risultato del referendum britannico e imputa tale fallimento alla «burocrazia» e all’«incapacità di creare diritti nuovi e una reale cittadinanza europea». In buona sostanza il fallimento della UE è dovuto alla limitatezza «degli stati ottocenteschi che l’hanno costruita» i quali sono stati «incapaci di dare corpo ad un progetto serio di Europa dei popoli». ProgRes però ritiene comunquee che sia possibile costruire un’«Europa dei popoli e delle persone» a partire dall’ascolto delle comunità e a questa «nuova europa anche la Sardegna dovrà saper dare il suo contributo».

SNISardigna Natzione Indipendentzia, invece, assume una posizione di difesa della UE, inteso come l’ambito nel presente «più vicino alle nostre attese». Sebbene la realtà della UE non sia ideale – continua la direzione di SNI – «Nessuna possibile soluzione politica per le nazioni senza stato ci sarebbe in una scomposizione dell’Europa e in un ritorno agli stati-natzione dell’ottocento trincerati nella difesa dei confini e dell’integrità nazionale». Per Sardigna Natzione l’occasione che si presenta è storica, perché «se la Scozia e l’Irlanda del Nord aprono una strada nuova in Europa, con la loro indipendenza, quella strada la percorreremo anche noi sardi, i catalani, i baschi, i corsi, i fiamminghi e tante altre nazioni, 50 milioni di Europei che di fatto daranno un’altra conformazione all’asfittica Europa di oggi». Sardigna Natzione infine attacca duramente chi ha colto nella brexit un fattore positivo: «SNI, non si spiega come alcuni auto-rivoluzionari e alcuni indipendentisti non si accorgano di fare parte dell’ONDA e di correre il richio di trovarsi insieme, senza volerlo, ai peggiori reazionari a fare l’OLA a Salvini, Farage , Le Pen e Trump e quanto di peggio il mondo abbia partorito. SNI non è nell’ONDA. All’antieuropeismo ideologico contrappone l’europeismo strumentale, non condiviso ideologicamente per questa Europa, ma utile alla natzione».

 

 

 

La “riforma” della Asl di Pigliaru&Co

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Ricordate lo slogan di Pigliaru “Cominciamo il domani”?

Bene, uno dei modi in cui questa giunta, eterodiretta dalla segreteria del PD e dalle direttive della BCE, ha “cominciato il domani” è una assurda riforma regionale sulla sanità che in realtà rappresenta solo l’ennesimo passo verso l’annientamento dello stato sociale. Il bagaglio retorico e pubblicitario è il medesimo per ogni grande massacro sociale: “riforma”, “ottimizzazione”, “razionalizzazione”. Dietro a queste parole tirate a lustro si nasconde, però, la verità dei conti della serva: tagli, tagli e ancora tagli!

E noi che pensavamo già di avere toccato il de profundis del diritto alla salute!

La situazione era già drammatica prima della suddetta riforma: infatti ieri come oggi, mancano i reagenti per analisi e test, si aspetta almeno un anno per tac, risonanze, colonscopie, scarseggiano i posti letto, non esistono posti a sufficienza per medici e infermieri, alcuni reparti si dislocano in strutture vergognosamente decadenti, pensioni di invalidità e sostegni economici vengono sottratti ingiustamente ai pazienti che ne hanno diritto, si arriva fino a 7 ore di attesa al pronto soccorso. Come se non bastasse c’è da aspettarsi di peggio dietro l’angolo: nonostante le proteste di sindaci, primari ed operatori, la Riforma Regionale di Pigliaru prevede un assurdo accorpamento di centri come Alghero e Ozieri, con primario unico (sic!), la drastica diminuzione di posti letto ovunque, l’eliminazione di reparti come chirurgia pediatrica e neonatale e oncologia mammaria nel nord Sardegna!

Sarà casuale la contemporanea apertura della struttura privata del Mater di Olbia?

Cagliari e il Sud dell’isola ottengono tutto quello che viene eliminato dal Nord creando una pericolosa sperequazione che va ad aggravare lo squilibrio già esistente tra capo di sopra e capo di sotto dell’isola. Gravissimo poi che tali scelte non avvengano sulla base di calcoli dell’utenza e delle reali esigenze territoriali, bensì su valutazioni di “qualità” in cui le ASL di Sassari e dintorni vengono declassate a strutture di secondo livello con una grottesca e rivoltante hit parade degli ospedali valutati come aziende. Nessuno nega che una vera razionalizzazione fosse urgente, visti i debiti, spesso dovuti alla gestione politica e clientelare delle Asl. Ma questa sperequazione a chi serve? Buona parte dei cittadini sardi si preparino  ai viaggi della speranza intraisolani od oltremare, con gli annessi costi e incommensurabili disagi.

E il paziente e i suoi diritti civili e umani?

Urge mobilitazione, visto che Comuni e province non sono riusciti finora a scalfire le granitiche intenzioni della Giunta Pigliaru.

Puddu: “ora uniti contro l’occupazione militare!”

intervista enrico puddu

Domenica 26 giugno ad Aristanis (Oristano) si terrà la seconda assemblea generale sarda contro l’occupazione militare. Abbiamo intervistato Enrico Puddu del Comitato Studentesco contro l’occupazione militare per capire che aria tira. Ecco le coordinate dell’incontro: Aristanis, 26 giugno, ore 15:00, teatro S. Martino, via Ciutadella de Menorca, n.3

Avete sfidato la disunità del movimento contro l’occupazione militare chiamando una assemblea generale a Bauladu lo scorso 2 giugno. Come è andata?

Il 2 giugno è stata una data importante per tutti coloro che lottano contro l’occupazione militare in Sardegna. Come Comitato Studentesco contro l’occupazione militare abbiamo voluto convocare in quella data tutte le organizzazioni, movimenti indipendentisti, associazioni, comitati e singoli che in questi anni si sono interessati dell’argomento. Prima del 2 giugno abbiamo organizzato un tour in tutta la Sardegna in modo tale da poter raggiungere più persone possibili e cercare di costruire quella data insieme. Ci siamo resi conto che l’esperienza del tour, ha portato ad un confronto sincero e costruttivo con molteplici realtà e che, con tutte queste, si condivideva il fine ultimo cioè la chiusura delle installazioni militari. Fare un analisi dell’assemblea in poche righe non risulterebbe esaustivo e corretto però sicuramente si può dire che si sono raggiunti due obbiettivi che ci eravamo prefissati. Il primo era quello di portare in una stessa data tutte le organizzazioni e i singoli raggiunti durante il tour e soprattutto tutti coloro che si sono impegnati negli anni nella lotta contro le basi a parlarsi e confrontarsi. Il secondo obbiettivo era quello di rendere l’assemblea il più operativa e concreta possibile ponendo le basi per un lavoro continuativo nel medio e lungo periodo. Questi risultati uniti ad una progettualità di breve termine ha portato i partecipanti ad avere la necessità di un secondo confronto che avverrà domenica 26 giugno al Teatro San Martino di Oristano.

Dagli interventi è uscita una linea comune basata sul diritto del popolo sardo di liberarsi dell’occupazione, sulla necessità di un lavoro continuativo e sul fatto che nessuno deve mettere il cappello sulla lotta. È così?

Si è proprio così. Gli interventi di tutti i territori hanno dimostrato che queste volontà sono condivise da tutti e ci si è impegnati per trovare una sintesi concreta per continuare a lottare insieme. Questo implica che la nostra volontà di confronto è stata accolta e che è emersa una linea comune che sarà la base su cui si dovrà costruire nel prossimo futuro un percorso condiviso.

Che ruolo hanno i giovani in questa nuova mobilitazione?

Pensiamo che la composizione dell’assemblea del 2 giugno abbia dimostrato quanto nei territori sia sentito il problema dell’occupazione militare soprattutto nella fasce d’età più giovani. Eravamo abituati, negli ultimi anni, ad assistere a riunioni e assemblee di poche decine di persone alle quali intervenivano i soliti protagonisti della lotta contro le basi. L’Assemblea di Bauladu ha visto la presenza di una composizione molto giovane che ha dato nuova linfa ad un movimento che aveva perso lo slancio ormai da anni.

Che posizione hanno preso i diversi movimenti indipendentisti? E gli ambientalisti?

I movimenti indipendentisti hanno voluto voluto ribadire l’importanza di una lotta contro l’occupazione militare nel contesto di una lotta più ampia e complessa che riguarda il territorio sardo. Nella narrazione indipendentista l’occupazione militare ha sempre rappresentato un’importante snodo nell’ottica di lotta di liberazione nazionale e penso che anche questi movimenti abbiano intuito l’importanza dell’unione agli altri gruppi che si occupano di questa tematica. Così come i movimenti indipendentisti, i movimenti pacifisti hanno accolto favorevolmente il nostro intento e hanno dato un contributo reale e concreto durante l’assemblea e in prospettiva.

Quando sarà il prossimo incontro e con quale ordine del giorno

Il prossimo incontro, come deciso a Bauladu dall’assemblea, è stato convocato al Teatro San Martino di Oristano per domenica 26 giugno alle ore 15. L’ordine del giorno è uscito dai resoconti dell’assemblea di Bauladu e si articolerà nei seguenti punti: comunicazione interna alle componenti nei territori dell’assemblea, ambiti d’interesse del movimento (Dalle scuole elementari a quelle superiori la narrazione militare, alternanza scuola lavoro – università, distretto aerospaziale sardo, accordi con Technion – occupazione militare e economia, ricatto del lavoro, indennizzi, situazione economiche delle aree limitrofe ai poligoni – occupazione militare e salute, registro tumori, dossier sui morti e malati che hanno prestato servizio civili/militari – occupazione militare e scenari internazionali, esercitazioni in Sardegna e interessi geopolitici, lotta di autodeterminazione dei popoli oppressi, guerra e migrazioni – comunicazione esterna e gruppo propaganda – gruppo di studio sul movimento sardo contro le basi dagli anni 60 a oggi). E ultimo punto: proposte pratiche per una prospettiva politica condivisa di movimento in Sardegna contro l’occupazione militare.

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La Biblioteca dell’Evasione al carcere di Bancali

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Immagine tratta da: http://libreriamo.it/wp-content/uploads/2015/08/03072014104851_sm_8119.jpg

La Biblioteca dell’Evasione è un progetto che mette a disposizione dei detenuti libri, fumetti e riviste. L’obiettivo della stessa è di creare un rapporto di scambio con i detenuti, come recita il nome stesso, per far conoscere le realtà entro le galere e rompere l’isolamento che questa società instaura nei confronti del carcere e dei carcerati.

Nella giornata di sabato 18 giugno 2016, la Biblioteca dell’Evasione ha voluto discutere con il popolo la questione orari di prenotazione dei colloqui da parte dei familiari dei detenuti del carcere di Sassari, nella frazione di Bancali.

Diverse lamentele sono state ricevute da parte dei familiari riguardo la difficoltà di fissare il colloquio con il proprio caro. A tal proposito è stato fatto compilare loro un questionario  durante l’attesa per le visite: non solo si sono soffermati a compilare i moduli a crocette, ma si sono trattenuti a parlare con gli attivisti della Biblioteca dell’Evasione, sottolineando altre cose che non vanno, una fra le tante l’attesa per l’ingresso, che spesso supera l’ora e mezza.

La giornata è, quindi, il primo passo di una battaglia che la Biblioteca intraprende al fianco dei familiari, per far sì che questi possano avere la possibilità di fissare l’appuntamento per il colloquio chiamando in più giorni e in una più ampia fascia oraria, dando la possibilità di organizzarsi a chi lavora e/o a chi viene da fuori Sassari, e così evitando che un familiare non possa vedere il proprio caro solamente perché non è riuscito a trovare la linea telefonica libera per fissare il colloquio.

Durante la giornata è stato distribuito un volantino informativo sull’ergastolo ostativo insieme alla proposta di mobilitazione, proposta dai detenuti del carcere di Catanzaro che invita tutti, detenuti e liberi cittadini, a manifestare in forme diverse in solidarietà alla protesta.

Per saperne di più: https://sidealibera.noblogs.org/biblioteca-dellevasione/

Brexit? Un’occasione per rompere lo status quo

di Marco Santopadre, redazione di http://contropiano.org/

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fonte immagine (http://www.rischiocalcolato.it/wp-content/uploads/2012/07/111110europa5-374×300.jpg)

Il 23 giugno i cittadini della Gran Bretagna sono chiamati a votare in un referendum la cui posta in gioco è molto alta: restare o meno nell’Unione Europea?

Il referendum è stato indetto molti mesi fa dal premier conservatore Cameron con un doppio scopo: esercitare una pressione nei confronti dell’establishment dell’UE per ricontrattare le relazioni con Bruxelles e ottenere maggiori privilegi per la borghesia britannica; intestarsi una battaglia di democrazia permettendo il voto popolare su una questione assai sentita.
Sembrava che l’appuntamento dovesse trascorrere indenne sia per il governo di Londra sia per l’Unione Europea. Ma recentemente la campagna a favore della Brexit – cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue – ha conquistato molti e trasversali consensi e alcuni sondaggi danno i leavers in testa. Per convincere gli elettori a votare ‘Remain’ il governo di Londra e le istituzioni europee hanno cominciato a minacciare e ricattare gli elettori prefigurando, in caso di vittoria del ‘si’, uno scenario apocalittico: aumento delle tasse, crollo del sistema sanitario pubblico, licenziamenti.
In realtà negli ultimi anni, proprio per rispettare i diktat di Bruxelles e del sistema bancario europeo, il governo Cameron ha già imposto enormi tagli al pubblico impiego e al welfare, impoverendo milioni di cittadini.
A favore del ‘no’ ci sono una metà del Partito Conservatore al governo, il Partito Liberaldemocratico, i Verdi, la grande e media impresa, la maggioranza del settore bancario e di quello finanziario, ma anche un certo numero di sindacati moderati e la maggioranza del Partito Laburista. Tutti i partiti delle nazionalità oppresse – gallesi, scozzesi e irlandesi – sono a favore, più o meno ferventemente, del ‘remain’, con l’argomento che l’Unione Europea, per quanto imperfetta e migliorabile, costituisca un freno alle pulsioni più reazionarie della destra. Il Partito Nazionale Scozzese è in prima fila nella campagna per il ‘no’, e minaccia di indire un nuovo referendum per l’indipendenza da Londra in caso di vittoria della Brexit.
Una posizione da cui si discostano le frange più radicali e anticapitaliste dei movimenti indipendentisti. A guidare il fronte del ‘si’ alla Brexit è la destra euroscettica rappresentata dall’Ukip, partito nazionalista inglese/britannico e xenofobo che punta il dito contro l’immigrazione – anche di cittadini comunitari – e contro le limitazioni imposte all’economia del Regno Unito da parte di Bruxelles. Anche metà del Partito Conservatore è in prima fila contro l’Ue, capeggiata dall’ex sindaco di Londra Boris Johnson; per l’out sono anche la piccola impresa fortemente colpita dall’integrazione europea. Molto attivi a favore della Brexit sono anche i sindacati più radicali e di classe e un arcipelago di realtà politiche di sinistra e anticapitaliste, dalla sinistra laburista fino alle organizzazioni comuniste, che vedono nella rottura con quello che considerano un “polo imperialista” l‘Ue – uno strumento di cambiamento dei rapporti di forza interni a favore delle classi svantaggiate.

ProgRes: “ecco le bugie della Giunta Pigliaru”

 

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Il governatore della RAS Francesco Pigliaru sostenuto dal centro sinistra italiano e da diversi movimenti politici di matrice sarda collaborazionisti

 

Il partito indipendentista ProgRes interviene con una lettura dei dati sull’occupazione forniti recentemente dall’ISTAT e attacca frontalmente la maggioranza del governo regionale: “malgrado gli annunci di propaganda della Giunta Pigliaru e dell’assessore Mura, che giusto qualche mese fa si affrettavano a proclamare trionfalmente l’uscita dalla crisi commentando i dati sull’occupazione dell’ultimo trimestre del 2015, prendiamo atto invece che la realtà delle cose è ben diversa”.

Infatti gli indipendentisti sottolineano, con dati alla mano, che dai 111 mila disoccupati del quarto trimestre del 2015 si passa a quasi 130 mila disoccupati dei primi tre mesi del 2016.

Di chi è la colpa? Progres ritiene che non ci siano dubbi: da mettere alla gogna è tutta la linea della Giunta Pigliaru: dai Trasporti alla Vertenza Entrate, dal fenomeno dello spopolamento senza freno al nuovo flusso emigratorio che coinvolge giovani laureati altamente formati che non riescono a trovare nella loro terra un occupazione adeguata alle loro competenze.

Questa – conclude l’organizzazione indipendentista – “è la storia della Sardegna negli ultimi 60 anni di scellerate politiche dipendentiste, questa è la realtà a cui la RAS deve dare risposte immediate”.

http://www.istat.it/it/sardegna

http://progres.net/comunicati/le-bugie-della-giunta-pigliaru-sul-lavoro/

Il Carrefour apre h. 24. Il Fronte: “mobilitiamoci, è schiavismo!”

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Supermercati aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, sembra lo scenario di un libro di George Orwell o Ray Bradbury, una società distopica dove domina l’azienda totale e la dittatura delle merci e del profitto sulle persone. Invece è la triste realtà che sbarca in Sardegna. È l’effetto di quel decreto “Salva Italia” del governo Monti (sostenuto dal centrosinistra) che liberalizzò totalmente l’apertura dei megamercati togliendo la competenza a Comuni e Regioni.

Così il megamercato Carrefour “Le Vele” di Quartu S. Elena, aprirà 24 ore su 24 dal prossimo 4 luglio. Sull’argomento sono intervenuti i sindacati che hanno annunciato la loro contrarietà e che stanno studiando la possibilità di uno sciopero dei lavoratori. Ma la lotta contro questa nuova forma di schiavismo non è rimasta dentro il recinto della vertenza sindacale. Il Fronte Indipendentista Unidu aveva già in passato denunciato l’inesistenza di una politica di sovranità alimentare e i danni causati dalla totale dipendenza dal mercato extra isolano in  materia.

Dall’organizzazione anticolonialista arriva oggi una nota severa contro la decisione della direzione del Carrefour di aprire H 24. Per i militanti indipendentisti la tendenza all’occupazione di spazi sempre più invadenti della Grande Distribuzione Organizzata nell’isola, crea fondamentalmente due enormi problemi: la sempre più scarsa tutela dei lavoratori impiegati nel settore, spesso soggetti a pressioni psicologiche, a sfruttamento intensivo e al ricatto occupazionale (o fai così o alzi le tende!) e la concorrenza spietata e sleale al piccolo commercio e ai mercati contadini, civici e rionali.

Il Fronte Indipendentista Unidu invita dunque “tutte le organizzazioni politiche, sindacali e sociali che hanno a cuore i diritti dei lavoratori e la difesa e la valorizzazione del comparto agroalimentare sardo” a costruire paritariamente una mobilitazione  in difesa dei diritti dei lavoratori e per una politica di sovranità alimentare della Sardegna.

 

articolo dell’Unione Sarda sulla vicenda

http://www.unionesarda.it/articolo/notizie_economia/2016/06/11/la_svolta_di_carrefour_a_luglio_e_agosto_l_ipermercato_aperto_24-2-505628.html

“Progetto Dinamo”, ovvero la definitiva scomparsa della sovranità creditizia dei Sardi.

Euro banknotes locked on white

Ormai sta giungendo a conclusione quel lento processo di cessione progressiva e costante della sovranità del credito inSardegna.

Ancora poco più di quindici anni or sono i Sardi potevano ancorafare affidamento su tre grosse realtà creditizie (Banco di Sardegna,Banca di Sassari e Credito Industriale). Poi, piano piano, la situazione cominciò a modificarsi.

Mentre, da una parte, IntesaSanpaolo acquisiva la proprietà del Credito Industriale Sardo, dall’altra il Banco di Sardegna spa e, di conseguenza, la sua controllata Banca di Sassari, passarono sotto “l’ala protettrice” della Bper, una banca emiliana di medie dimensioni, la quale ne acquisì il 51% del capitale sociale

Con il passare degli anni il principale Istituto di Credito operante nella nostra Isola, il Banco di Sardegna, vide progressivamente spostare i propri centri decisionali dalla Sardegna verso una piccola cittadina dell’Emilia Romagna: Modena.

Questo comportò negli anni una continua perdita di autonomia gestionale sia del risparmio dei Sardi che riguardo le scelte strategiche nelle politiche di concessione del credito.

Oggi con l’annuncio del “Progetto Dinamo”, viene portata a termina la definitiva fusione per incorporazione tra il Banco di Sardegna e la Banca di Sassari, motivando questa operazione come una fase necessaria al fine dell’ottimizzazione dei costi e dell’operatività dei due istituti di credito sardi.

In realtà questa operazione nasconde una strategia più fine e, in fondo, anche prevedibile: il futuro incorporamento del Banco di Sardegna da parte della Bper.

In pratica si avrebbe il passaggio definitivo della gestione nelle mani dei centri decisionali dei vertici di Modena e la fine di ogni autonomia creditizia in Sardegna.

Se si verificasse questo fatto si avrebbe la totale assenza sul territorio di una banca gestista da e per i Sardi, con le logiche conseguenze sul flusso dei risparmi che si orienterebbero verso le realtà produttive della Penisola.

E’ grave come in questa fase si sia sentita costante la “rumorosa” assenza della Fondazione Banco di Sardegna la quale controlla il 49% del capitale sociale dello stesso Banco.

Le solite logiche politiche hanno impedito alla Fondazione di portare avanti una valida strategia degli interessi economici legati al territorio sardo. E oggi il risultato finale di tutto questo è che diventa sempre più concreta la possibilità di una scomparsa definitiva di una politica creditizia mirata su misura per le esigenze dell’economia sarda.

Oggi con il “Progetto Dinamo” si segna la linea di partenza che, piano piano, ci porterà sempre più lontano dalla Sardegna e più vicini alla Pianura Padana (N.B.: oltre la “Linea Gotica”).

Sollai: “la RAS ha solo rallentato i tempi del processo Quirra”

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Recentemente la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla questione sollevata dalla Regione Sardegna riguardo l’eventuale risarcimento inerente al processo “Veleni di Quirra” a carico di otto generali della Difesa. Dopo il pronunciamento, ora il processo può riprendere dopo la conseguente interruzione occorsa in seguito alla richiesta inoltrata a suo tempo dalla RAS al Tribunale di Lanusei.

Come riportato dall’ANSA, secondo la Consulta la titolarità della richiesta di risarcimento in materia di diritto ambientale spetta in via esclusiva al ministero dell’Ambiente e quindi allo Stato. La Corte era stata infatti interpellata dal Tribunale di Lanusei a fronte della richiesta della Regione per dichiarare l’illegittimità costituzionale dell‘articolo 311 del Testo unico ambientale che appunto dispone che il risarcimento venga chiesto solo dal Ministero competente.

Dure le dichiarazioni di Gianfranco Sollai, avvocato difensore per le parti civili al Processo, che ribadisce una posizione già espressa in passato: “la mia opinione è che l’eccezione di incostituzionalità sollevata dalla Regione per quanto formalmente legittima, per il caso in questione e per le relative tempistiche era pretestuosa e volta ad allungare i tempi di accertamento della verità”.

Inoltre – prosegue il legale in una nota – è un paradosso che l’Ente Regione, istituzione che avrebbe dovuto e dovrebbe vigilare su ambiente e salute dei Sardi, abbia permesso e continui a permettere che nei Poligoni e Basi militari si perpetuino attività che distruggono l’ambiente e compromettono la salute dei cittadini, salvo poi, in un secondo momento, richiedere di partecipare al risarcimento del danno mentre, per l’appunto a causa di omissioni e supporto alle attività militari, dovrebbe in realtà risponderne”.

notizia tratta dal blog anticolonialista Zinzula. di seguito il link:

Poligoni. Sollai: “pretestuoso atteggiamento della Regione nel processo Quirra”

Filosofia in sardu

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Su mastro de filosofia e istoria Giuseppe Corronca

Tue ses publichende s’istòria de sa filosofia otzidentale in su blog Limba Sarda 2.0. Comente t’est bènnida in conca custa bella idea e pro ite lu ses faghende?

Custa idea m’est bènnida a conca carchi annu a como. Su disìgiu fiat cussu de publicare unu manuale sintèticu de istoria de sa filosofia in sardu. Apo semper pensadu chi si unu cras su sardu at a intrare in s’iscola in manera istruturada, sos iscolanos ant a àere una aina pro istudiare una matèria de fundamentu comente sa filosofia. A dolu mannu dae parte de medas dotzentes e dirigentes iscolàsticos bi sunt galu pregiudìtzios pro s’impreu de una limba de minoria, cun sa cussighèntzia chi a bellu a bellu su sardu at a èssere semper prus relegadu a cuntestos informales e at a èssere faeddadu, iscritu e lèghidu semper prus pagu.

Custos chi sunt contra a s’impreu de su sardu in s’iscola e in s’universidade narant chi su sardu non andat bene pro allegare de argumentos iscientìficos ca mancant sas paràulas. Beru est?

No est beru. Sos chi afirmant chi su sardu no andat bene pro faeddare de argumentos iscientìficos forsis no ischint chi in sardu (comente in ogni limba de custu mundu) si podet faeddare de cale si siat cosa. Su mecanismu, pro su sardu, est su matessi de sas àteras limbas, né in prus né in mancu. Est acabadu su tempus de considerare su sardu una limba pro pastores, crabàrgios e gente de tzilleri o una “limba dialetale” de impreare petzi in cuntestos informales comente s’àmbitu familiare e amicale. In sardu si podet faeddare e iscrìere de totu. Sa duda prus frecuente de sos chi sustenint chi su sardu no est adatu pro chistionare de argumentos artos, rafinados e fintzas iscientìficos est chi non b’est unu vocabolàriu. E tando sas àteras limbas comente faghent? Dimandant in prèstitu paràulas dae àteras limbas. Bidu chi semus in tema, pro esempru sa paràula “filosofia” in sardu at a èssere “filosofia”, sena tzirconlocutziones. Bastat a cunfrontare custa e àteras paràulas cun sa matessi paràula in àteras limbas e su giogu est fatu. Sa cosa de importu  est cussa de non cunsiderare su sardu una limba fossilizada, antiga, ma una limba bia, dinàmica, atuale, sugeta  a mudòngios. Sos puristas imbetzes ant una visione “archeològica” de sa limba.

Comente ant a reagire sos istudiantes a unas  cantas de letziones in sardu?

Carchi annu a como m’est capitadu de fàghere una letzione in sardu subra de sa Sardigna Giuigale a istudiantes de unu litzeu clàssicu istatale. A su cumentzu apo notadu difidèntzia e mi so intèndidu unu extraterrestre chi chircaiat de espugnare sa rocaforte de sos istùdios clàssicos e de sa literadura italiana. Una borta chi apo ispiegadu ite est una limba de minoria, comente funtzionat e apo illustradu sas leges chi tutelant custas limbas, tando sos istudiantes  ant cumentzadu pagu a pagu a bìdere custu extraterrestre cun ogros prus umanos. No est fàtzile e sos pregiudìtzios e sas resistèntzias sunt galu medas, subra de totu in cuntestos tzitadinos. S’italianizatzione at pigadu logu e s’est impossessada de ogni àmbitu de sa sotziedade, tantu chi nos agatamus in una situatzione de dilalia, in ue s’italianu est impreadu in àmbitos formales e informales, mentras su sardu est impreadu petzi in cuntestos orales e familiares. S’ùnica manera pro essire dae custa situatzione est chi su sardu intret in s’iscola, in sas istitutziones e in sa sotziedade. Forsis at a èssere sa borta bona chi sos sardos non si ant a birgongiare  de faeddare sa limba issoro.

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