Brexit? Un’occasione per rompere lo status quo

di Marco Santopadre, redazione di http://contropiano.org/

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Il 23 giugno i cittadini della Gran Bretagna sono chiamati a votare in un referendum la cui posta in gioco è molto alta: restare o meno nell’Unione Europea?

Il referendum è stato indetto molti mesi fa dal premier conservatore Cameron con un doppio scopo: esercitare una pressione nei confronti dell’establishment dell’UE per ricontrattare le relazioni con Bruxelles e ottenere maggiori privilegi per la borghesia britannica; intestarsi una battaglia di democrazia permettendo il voto popolare su una questione assai sentita.
Sembrava che l’appuntamento dovesse trascorrere indenne sia per il governo di Londra sia per l’Unione Europea. Ma recentemente la campagna a favore della Brexit – cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue – ha conquistato molti e trasversali consensi e alcuni sondaggi danno i leavers in testa. Per convincere gli elettori a votare ‘Remain’ il governo di Londra e le istituzioni europee hanno cominciato a minacciare e ricattare gli elettori prefigurando, in caso di vittoria del ‘si’, uno scenario apocalittico: aumento delle tasse, crollo del sistema sanitario pubblico, licenziamenti.
In realtà negli ultimi anni, proprio per rispettare i diktat di Bruxelles e del sistema bancario europeo, il governo Cameron ha già imposto enormi tagli al pubblico impiego e al welfare, impoverendo milioni di cittadini.
A favore del ‘no’ ci sono una metà del Partito Conservatore al governo, il Partito Liberaldemocratico, i Verdi, la grande e media impresa, la maggioranza del settore bancario e di quello finanziario, ma anche un certo numero di sindacati moderati e la maggioranza del Partito Laburista. Tutti i partiti delle nazionalità oppresse – gallesi, scozzesi e irlandesi – sono a favore, più o meno ferventemente, del ‘remain’, con l’argomento che l’Unione Europea, per quanto imperfetta e migliorabile, costituisca un freno alle pulsioni più reazionarie della destra. Il Partito Nazionale Scozzese è in prima fila nella campagna per il ‘no’, e minaccia di indire un nuovo referendum per l’indipendenza da Londra in caso di vittoria della Brexit.
Una posizione da cui si discostano le frange più radicali e anticapitaliste dei movimenti indipendentisti. A guidare il fronte del ‘si’ alla Brexit è la destra euroscettica rappresentata dall’Ukip, partito nazionalista inglese/britannico e xenofobo che punta il dito contro l’immigrazione – anche di cittadini comunitari – e contro le limitazioni imposte all’economia del Regno Unito da parte di Bruxelles. Anche metà del Partito Conservatore è in prima fila contro l’Ue, capeggiata dall’ex sindaco di Londra Boris Johnson; per l’out sono anche la piccola impresa fortemente colpita dall’integrazione europea. Molto attivi a favore della Brexit sono anche i sindacati più radicali e di classe e un arcipelago di realtà politiche di sinistra e anticapitaliste, dalla sinistra laburista fino alle organizzazioni comuniste, che vedono nella rottura con quello che considerano un “polo imperialista” l‘Ue – uno strumento di cambiamento dei rapporti di forza interni a favore delle classi svantaggiate.