Collu sul risultato elettorale: “non siamo nati per fare il partito taxi”

collu

Bisogna saper perdere ma la linea politica per una alternativa nazionale inclusiva ma allo stesso tempo nettamente alternativa all’unionismo resta valida. Questa in sintesi la posizione del segretario di ProgRes all’indomani del voto delle amministrative del 5 giugno e in particolare dei risultati di Cagliari. Gli elettori non hanno di certo premiato lo sforzo della coalizione Cagliari Città Capitale e del suo candidato a sindaco Enrico Lobina che sognava e progettava una “capitale sarda al centro del mediterraneo, libera dall’egemonia dei partiti unionisti”.

Il progetto di una alternativa di sistema ai partiti unionisti e alle oligarchie di potere che gestiscono la Sardegna come un proprio feudo personale è dunque stata stroncata dal risultato delle amministrative? Niente affatto, dal momento che si sapeva la strada essere in salita e si conosceva il potere delle clientele e dei pacchetti di voti personali oramai catalizzati dal polo politico colonialista gestito a Cagliari dall’asse di ferro PD-SEL con il decisivo sostegno dei partiti stampella verniciati di sardo come Psd’Az, Rossomori e PS.

Gianluca Collu rilancia dunque la sfida appellandosi ai valori e ai progetti più profondi dell’indipendentismo e tende la mano a tutta una vasta area di forze alternative alle oligarchie dominanti perché si costruisca insieme un progetto comune per la Sardegna:

La sconfitta alle comunali di Cagliari non ci spaventa nè ci abbatte, a dirla tutta, dal nostro punto di vista, la consideriamo una tappa della nostra marcia, perché sappiamo bene cosa significa portare avanti con coerenza la battaglia per l’autodeterminazione nazionale del popolo sardo. Come abbiamo sempre detto: abbiamo altri traguardi.

ProgReS non è nato per fare il partito taxi, tantomeno la stampella dei partiti italiani. La dimostrazione di quanto sia dura la strada da percorrere ce l’abbiamo anche guardando i risultati degli altri soggetti politici sardi; vediamo che quando ci si presta a fare il taxi, imbarcando personaggi che poco hanno a che fare con l’indipendentismo, quando non sono proprio degli unionisti, i voti arrivano ma sono voti legati all’apparentamento, alle alleanze, con i partiti italiani. Di contro quando si sceglie di portare avanti con coerenza un alternativa di governo ai partiti italiani, così come è successo a Olbia, i voti e le percentuali si riducono drasticamente. Perché quando in gioco non ci sono poltrone ma un’idea di Sardegna diversa, libera dalla dipendenza, libera dalle servitù, quando alle facili promesse elettorali si contrappone il lavoro quotidiano, culturale e politico per la creazione di una coscienza nazionale matura, allora la strada si fa in salita. Ma è la strada che Noi abbiamo scelto di percorrere. Le scorciatoie le lasciamo volentieri a chi ha deciso di “vincere” nella sconfitta umiliante e triste di fornire e portare in dono all’unionismo i propri contenuti e le proprie idee

 http://progres.net/

Deportazione per centinaia di docenti sardi?

scuola_sarda

Nelle foto i momenti delle proteste dei docenti sardi la scorsa estate contro la riforma 107 e contro la RAS che alla fine non ha impugnato la medesima legge alla Corte Costituzionale

Alea acta est per circa 1.800 docenti sardi assunti in ruolo in seguito al “Piano straordinario di immissioni in ruolo” nelle famigerate fasi B e C, ovvero quelle fasi previste dalla riforma renziana de “La buona scuola”, dove i docenti possono essere spostati su tutti i posti dell’organico disponibili su tutti gli ambiti dello stato italiano.

Il 3 giugno scorso è scaduto il termine per la presentazione della domanda e ora centinaia di docenti sardi incrociano le dita con la spada di Damocle dell’emigrazione coatta sulla testa.

Le regole sono semplici: prendere o lasciare, e chi rinuncia a trasferirsi sulla sede designata perde tutto e tutta la sua carriera lavorativa viene cancellata per sempre.

Per la prima volta nella storia della scuola italiana i docenti hanno dovuto indicare cento ambiti e altrettante province. Anche gli ambiti sono una “nuova invenzione” del governo che delimita un territorio di reti di scuole.

In estrema sintesi il sistema funziona così: un docente sceglie cento ambiti in ordine di preferibilità e poi indica le province (fino a cento). Se non c’è posto nel primo ambito si passa al secondo e così via. Se non si trova un posto nei cento ambiti si passa alle province partendo dall’ambito di preferenza indicato e così via.

I docenti sardi sono oggettivamente penalizzati perché in Sardegna ci sono appena dieci ambiti, solo per fare un esempio nella sola città di Roma ce ne sono dieci, quindi un docente romano rischia di dover andare al massimo in un altro quartiere, mentre uno sardo, bene che gli vada, deve prendere la macchina e macinare centinaia di chilometri su strade non sicure, altrimenti deve fare la valigia e partire per l’Italia ovunque lo mandi il sistema.

scuola_sarda2

Inoltre i docenti italiani hanno la possibilità di scegliere una regione confinante, mentre intorno alla Sardegna c’è solo il mare. Quindi pochissimi ambiti da preferire e zero regioni confinanti su cui ripiegare!

Inoltre bisogna tenere in conto l’aleatorietà del sistema dei trasporti che caratterizza il viaggiare da e per la Sardegna. Facciamo un esempio molto semplice: un docente sardo fra i cento ambiti sceglie in posizione elevata l’ambito della provincia di Treviso n° 0015, perché su Treviso esistono collegamenti diretti e firma un contratto triennale (i nuovi contratti saranno sempre triennali). Poi succede che questo collegamento venga cancellato, come sempre più spesso accade, e il docente si trova ad avere scelto un ambito in virtù di un collegamento che non esiste più.

I docenti italiani possono contare su un sistema di trasposti plurale (aerei, treni, bus e perfino carsharing), i docenti sardi solo su collegamenti marittimi e aerei completamente aleatori e non prevedibili. In aggiunta i periodi in cui i docenti sardi si spostano, cioè le feste, sono proprio quelli peggiori per prendere aerei e navi, sia per la possibilità di trovare i biglietti (e sempre di più famose compagnie aeree vanno in overbooking per poter contare sul tutto esaurito e guadagnare di più a costo di lasciare a terra i passeggeri), sia per quanto riguarda i prezzi dei biglietti.

Consideriamo inoltre il costo della vita. Come fa un docente sardo a vivere con 1300 euro di stipendio a Milano o Roma mettendo in conto anche le spese per il viaggio?

A queste ragioni “personali” discriminanti verso i docenti sardi si aggiungono anche considerazioni politiche e di buon senso sulla scuola sarda nel suo complesso. Basta porsi una semplice domanda: la riforma 107 è un bene o un male per noi?

Intanto la scuola sarda è al collasso e condannare migliaia di docenti all’emigrazione significherebbe darle la mazzata finale, visto che il personale docente dovrebbe e potrebbe essere impiegato in Sardegna e non altrove. Per i nostri ragazzi avere docenti non sardi equivale spesso ad uno scontro culturale molto duro, soprattutto considerando il fatto che i docenti non sardi non sono obbligati a rispettare le attitudini culturali e linguistiche dei ragazzi sardi e che non esiste alcuna selezione né linguistica né culturale per i docenti in ingresso, come invece avviene solo per fare un esempio per il corpo docenti del Süd Tirol.
In Sardegna c’è un disperato bisogno di docenti di sostegno e con questa legge loro rischiano di dover emigrare (perché il calcolo si fa sui posti dell’organico di diritto e non su quelli che effettivamente servono) e a coprire le ore di sostegno andrebbero docenti non abilitati e quindi senza esperienza e senza alcuna formazione per una docenza così delicata.

Questo è il prezzo che la scuola e la società sarda, oltre ai lavoratori della scuola, pagano per  non avere alcuna competenza giuridica in materia di istruzione.

Questo è il prezzo pagato dal popolo sardo per avere una classe dirigente asservita alla “ragion di stato”, perché chi governa la R.A.S. avrebbe potuto e dovuto fare opposizione alla legge 107 come hanno fatto altre Regioni e inoltre reclamare gli stessi diritti linguistici di cui godono tirolesi, valdostani e sloveni difendendo i lavoratori della scuola sarda e facendo valere la specificità della nostra condizione insulare.

Io candidato alle amministrative di Roma sostengo il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo

Marco Piccinelli

Lei è romano e candidato alle comunali di Roma ma sono note le sue simpatie per la causa nazionale sarda. Come le è nato questo interesse?

«L’interesse nasce dalle battaglie condotte dagli indipendentisti sardi contro le basi militari, quindi contro le esercitazioni che martoriano ed umiliano l’Isola. Ma la stessa tematica dell’indipendenza in senso stretto mi ha fatto avvicinare ad un mondo che conoscevo poco e che nel continente è un tema raramente trattato (per non dire mai). O, qualora venisse trattato, lo si fa con una lunghissima serie di luoghi comuni che non hanno rimando nella realtà».

Spesso la sinistra italiana, anche quella comunista, ha misconosicuto il diritto del popolo sardo ad autodeterminarsi. come mai?

«In realtà, tutte le formazioni della sinistra cosiddetta ‘radicale’ in Italia hanno mostrato un variegato opportunismo nel corso degli anni, inseguendo più l’elettoralismo fine a se stesso che la costruzione di un progetto. Non ci si è posti degli interrogativi e non si sono mai realmente gettate le basi per un’organizzazione comunista nel verso senso della parola. «Se il nostro compito è di attraversare un fiume, non possiamo farlo senza un ponte o una barca. Se non si risolve il problema del pone o della barca, è inutile parlare dei compiti», scriveva Mao Tse Tung. Se non ci si pone, dunque, il fine del radicale cambiamento della società in senso socialista, non si va da nessuna parte e qualsiasi tematica, dalla questione dell’occupazione fino all’autodeterminazione dei popoli, risultano quasi ‘secondarie’. Il paradigma è cambiato con l’attuale costruzione dell’Internazionale dei partiti comunisti ed operai, in cui una nuova generazione di comunisti sta affermandosi in ogni Paese (la KNE in Grecia, i CJC in Spagna, il FGC in Italia, così come il KP in Turchia etc etc)».

Se la Sardegna diventasse indipendente per il movimento comunista internazionale ciò sarebbe un bene o un male?

«”La Sardegna non è una regione dello Stato Italiano ma una Nazione”, riprendo le parole che aveva scandito in gallurese il compagno Luigi Piga dal palco della Manifestada di Capo Frasca. Partendo da questo assunto, non è un male che una nazione si autodetermini. Prendo, a tal proposito, il caso del PCPE (Partito Comunista dei Popoli di Spagna) che riconosce il diritto d’autodeterminazione dei popoli e possiede una struttura di affiliazione ai partiti comunisti dei popoli all’interno della Penisola Iberica che hanno intrapreso tale percorso e che fanno parte, dunque, di Nazioni senza Stato. Canarie, Galizia, Catalogna, ad esempio. Fanno parte del PCPE, dunque, e vi partecipano in tutto e per tutto, il Partido Comunista del Pueblo Canario (Partito Comunista del popolo delle Isole Canarie), il Partit Comunista del Poble de Catalunya (Partito Comunista del popolo di Catalogna) e l’organizzazione Euskal Komunistak (Comunisti Baschi). Non dimentichiamo, poi, che il diritto all’autodeterminazione dei popoli era presente nel vero stato Federalista: non negli Stati Uniti, dunque, ma nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

https://www.facebook.com/Partito-Comunista-VI-Municipio-204637203262277/likes?ref=page_internal

Unu capìtulu nou pro sa demilitarizatzione de sa Sardigna

Bauladu 2 giu 016 foto elaborata

Giòbia 2 de làmpadas 2016 s’est tenta in Bauladu s’assemblea generale contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, promòvida dae su Comitato Studentesco de Casteddu.

S’assemblea fiat s’agabbu de unu giru de s’ìsula chi su Comitato Studentesco aiat cumintzadu unas cantas chidas antis a inghitzare sa collida de informatziones netzessàrias a atzapare unu programma mìnimu essentziale pro fraigare unu movimentu de massa, sighende unu mètodu orizontale. Sa chirca de su Comitato Studentesco Contro l’Occupazione Militare della Sardegna fiat istada acotzada dae sas realidades polìticas sardas già sensìbiles a su tema de sa demilitarizatzione e de sa cunversione de sas àreas militares.

In s’assemblea pùblica de Bauladu, durada belle chimbe oras, b’est istada manna partetzipatzione dae parte de sos presentes a s’eventu, chi ant bogadu a pitzu deghinas de propostas a sos puntos a s’òrdine de sa die, pro sensibilizare a su tema anti-militarista cussa parte de su pòpulu sardu chi galu creet a sa netzessidade de s’ocupatzione militare e a sas recaidas suas in s’ìsula, e pro collire ideas pro sas atziones de fàghere in sos mesos benidores.

S’assemblea imbeniente at a èssere a sa fine de làmpadas 2016.

https://www.facebook.com/Comitato-studentesco-contro-loccupazione-militare-della-Sardegna-Cagliari-1495308614086175/

Una “Assemblea Permanente” per Villacidro

antonio muscas

Intervista ad Antonio Muscas, candidato alle prossime amministrative del 5 giugno consigliere comunale nella lista civica “Assemblea Permanente” nel comune di Villacidro. 

Perché la vostra lista si chiama “Assemblea Permanente”?

Perché è realmente un’assemblea di cittadini, nata durante l’occupazione del municipio nel gennaio 2015 e durata 40 giorni contro il caro tasse rifiuti. Da allora si è deciso di intraprendere un percorso comune di crescita e approfondimento per conoscere e affrontare meglio e tutti assieme le problematiche del territorio. Abbiamo riscoperto insieme il piacere della Politica e capito che il caro tasse rifiuti non è un problema a sé stante. Il caro tasse rifiuti è figlio di una politica della mala gestione, dello sfruttamento sconsiderato delle risorse e del territorio, di una visione dell’utente come un bancomat a cui estorcere soldi per alimentare mafie e lobby. La decisione di impegnarsi con una lista per le prossime comunali è la logica conseguenza di quel percorso che ha visto l’Assemblea Permanente già oltre la dimensione locale: è impegnata infatti in tutte le maggiori battaglie che riguardano la salvaguardia dei nostri diritti e del territorio.

Chi è e come avete scelto il vostro candidato sindaco?

Il nostro candidato è Giancarlo Carboni, geologo libero professionista di 48 anni, onesto e valido membro dell’Assemblea. La sua forza, oltre che dalle sue qualità, è data dalla squadra composta da 9 donne e 7 uomini. Le donne in particolare sono quelle che si sono distinte durante il nostro percorso e che animano il gruppo. Diverse di loro sono già delle nonne, ma il loro spirito è quello dei giovani che da loro possono prendere valido esempio.

Alle prossime amministrative saranno molte le liste realmente civiche e in molte sono attivi gli indipendentisti. Il vento sta cambiando?

I problemi si possono risolvere solamente se si conoscono. Se si ha questa volontà bisogna anche accettare l’ipotesi che l’analisi oggettiva porti a delle conclusioni in contrasto con convinzioni preconcette. È necessario perciò avere l’onestà di fare le dovute distinzioni tra le diverse questioni, che vanno dall’ambito locale al generale. Ciò è indispensabile per individuare soluzioni adeguate, evitando di cadere nella trappola degli slogan, utili solo a chi detiene il potere o punta a conquistarlo in una logica di conservazione degli schemi attuali. Cavalcare il sentimento di rabbia e di frustrazione delle comunità facendosi portatore di istanze genericamente indipendentiste è pericoloso. E la scarsa maturità degli elettori può portare a scegliere come rappresentante chi bara di più. I problemi complessi non si risolvono con soluzioni facili, individuando tutto il male con il colonialismo dello Stato italiano e dimenticandosi spesso del malgoverno locale e dell’incapacità degli amministratori locali. Prova ne sia che questo Consiglio Regionale, nonostante abbia avuto, e abbia tuttora tra le sue fila, un numero mai visto prima di consiglieri indipendentisti, sovranisti e autonomisti vari, che avrebbero potuto davvero imporre un percorso indipendentista o almeno di forte autonomia, è invece il peggior Governo Regionale di sempre, il più asservito alle logiche renziverdiniane e il più aperto ad ogni forma di sfruttamento e speculazione. La necessaria maturità che i sardi e le comunità più in generale devono conquistare serve a capire la complessità del mondo attuale, il tipo di intervento politico necessario e la bontà di chi di questo intervento vuole e può farsi portavoce.

Dentro la nostra lista sono presenti anime indipendentiste, autonomiste e più in generale sardiste. Personalmente non sono un indipendentista, sono però per il riconoscimento ai popoli del diritto di decidere e aspiro ad un’Europa federale dei popoli. Si tratta di saldare in un progetto complessivo la lotta per i diritti sociali alla lotta per l’autodeterminazione.

La globalizzazione e il neoliberismo, con la complicità degli attori locali, impongono una forma di omologazione generale utile esclusivamente alle presunte necessità del Dio-mercato che sta snaturando le comunità e i territori, impoverendoli e devastandoli. Vero è, però, che c’è una forte spinta al recupero dei propri diritti e della propria identità. Ed è questa una necessità che la globalizzazione e il neoliberismo addirittura accentuano e, se ben incanalata, può essere la base di un percorso nuovo che, necessariamente, non può limitarsi alla nazione sarda ma deve vedere coinvolte altre comunità ad un livello internazionale.

Partire dalle comunità è fondamentale. Ma può bastare?

Partire dalle comunità è il punto di partenza necessario e imprescindibile. La cattiva amministrazione parte dall’alto e si dirama nelle periferie. Dalle periferie si rincomincia per andare a modificare il vertice. Dalle comunità si avviano le lotte di cambiamento, ma è necessario poi agire su più livelli, a cominciare dal locale fino al globale. È indispensabile costruire una rete politica a livello internazionale dove gli interlocutori sono i rappresentanti dei popoli e delle singole comunità. Gli Stati così come sono stati concepiti nell’ 800 hanno dimostrato da tempo i loro limiti. E non sarà certo l’uso della repressione a garantirne la sopravivenza.