No aperture selvagge dei centri commerciali: la lotta continua!

5È proseguita oggi la campagna contro le aperture selvagge dei grandi centri commerciali al mercato civico di Alghero lanciata ai primi di luglio da diversi movimenti indipendentisti e associazioni dopo la decisione del Carrefour di Quartu S. Elena di aprire anche la notte.
Attivisti del Fronte Indipendentista Unidu, la Confederazione Sindacale Sarda, il collettivo s’Idea Libera, l’associazione Altra Sardegna si sono dati appuntamento alle 10 all’ingresso del mercato in ia Sassari con bandiere e volantini e hanno fatto una “spesa civica” con delle sporte su cui hanno applicato dei manifesti in italiano, sardo e algherese.

6I commercianti hanno interagito con gli attivisti e hanno rincarato la dose: «è una vergogna, la grande distribuzione è una piaga per l’economia e il commercio locale» – ha sostenuto una signora molto agguerrita che ha un banco frutta a mercato di via Sassari – «io sono per la chiusura settimanale di tutti gli esercizi commerciali. Tutti hanno diritto al giorno di riposo. E poi sfruttano i lavoratori con turni massacranti e ormai li pagano anche con i voucher».

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Diversi commercianti hanno voluto farsi immortalare con le sporte della spesa civica utilizzando uno dei manifesti in algherese che è anche lo slogan della mobilitazione: “Ajura l’economia local. Compra à lu malcat”.

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Durante l’iniziativa sono stati distribuiti anche dépliant del comitato sardo “pro su traballu, sa dignitade e sa vida” e in diversi hanno sottoscritto l’appelo per una legge regionale sul lavoro presentata come reale alternativa alla disoccupazione dilagante.

La mobilitazione riprenderà a settembre.

Renzi in Sardegna, i docenti sardi: “la sua riforma provocherà un esodo”

docenti_sardiIeri in una città deserta e blindatissima, è arrivato il capo del Governo dello stato italiano, ad incontrare un governatore sardo eletto con una legge  di marca fascista, che praticamente ha tenuto fuori dal consiglio regionale il 20% dei partiti scelti dai cittadini sardi.

L’incontro è avvenuto a porte chiuse, in un clima da stato d’assedio, ed è stato firmato un “patto” che dovrebbe investire nell’isola circa tre miliardi di euro in infrastrutture e opere pubbliche. I precedenti sono infausti e si sono conclusi con una penetrazione colonialistica, l’italianizzazione forzata e uno sradicamento dell’economia sarda, che ha impoverito e devastato l’isola: la legge del miliardo fascista (il R.D. 6 novembre 1924, n. 1931) e il piano di rinascita (L. n.588 dell’11 giugno 1962)

Per l’occasione, a rompere il coro di voci bianche filo-renziane, è arrivato un duro comunicato del movimento dei docenti sardi, che la scorsa estate ha riempito le giornate estive di proteste contro la legge 107, nota come “la buona scuola”, voluta a gran voce proprio da Renzi.

I docenti sardi si chiedono cosa abbia fatto il governatore Pigliaru, per arginare gli effetti disastrosi che la legge 107 potrebbe avere sul corpo docente sardo e conseguentemente sulla scuola sarda: “siamo a conoscenza che alcune regioni stanno prendendo provvedimenti per scongiurare l’esodo e difendere la scuola da una emorragia che la impoverirebbe. In Sicilia per esempio, l’esubero nella scuola secondaria di II° grado è stato compresso a 126 cattedre, rispetto alle 288 iniziali. Un altro esempio è quello della Campania, dove il Direttore dell’USR Campania, nell’incontro sugli organici con i sindacati, ha comunicato la necessità di convertire i 325 posti liberi in organico di diritto, in seguito ai pensionamenti, in altrettanti posti da destinare all’assorbimento di neo immessi in ruolo sull’organico di potenziamento, già perdenti posto a livello statale. In Puglia il Consiglio regionale impegna la giunta a portare all’attenzione della Conferenza Permanente Stato-Regioni, un confronto finalizzato a rendere la situazione stabile e duratura per il personale docente pugliese che ha prestato servizio pluriennale presso le istituzioni scolastiche”.

E la Sardegna? – si chiedono i docenti sardi – “Nonostante la nostra sia una Regione a Statuto Speciale e l’articolo 5 dello statuto permetta alla Regione «di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: a) istruzione di ogni ordine e grado (…)» “e nonostante il fatto che, i docenti sardi siano del tutto penalizzati non avendo alcuna regione di prossimità da indicare come “preferibile”, e la scuola sarda sia del tutto sofferente perché gli indici di abbandono scolastico sono i più alti a livello dello stato, non vediamo né da parte dell’USR, né da parte del Consiglio Regionale, alcun tentativo di difendere la scuola sarda e i suoi docenti. Ricordiamo inoltre che la Regione Sardegna non ha impugnato la legge 107. La RAS è una regione autonoma solo a parole, ma nei fatti è un governo in tutto e per tutto subalterno alle decisioni prese dal governo “amico”. I docenti sardi e la scuola sarda sono stati lasciati completamente alla mercé di un freddo cervello elettronico che deciderà senza tenere in alcun conto le reali esigenze di lavoratori, studenti e famiglie”.

 

Le azioni del movimento contro l’occupazione militare della Sardegna

manifSono arrivati a Lanusé da tutta la Sardegna, hanno preso quartiere nell’aula consiliare dell’importante centro ogliastrino, hanno bonificato lo spazio da bandiere italiane ed europee e hanno pianificato la campagna d’estate contro l’occupazione militare.

Studenti, pacifisti, antagonisti, indipendentisti ma anche persone senza una precisa collocazione politica che semplicemente si sono stancate di vedere la loro terra occupata dai militari italiani e dalla NATO e che vogliono reagire alle quotidiane immagini di morte che arrivano dagli scenari di guerra. Sì, perché dietro all’immagine di Sardegna paradiso turistico si nasconde la dura realtà di una terra dove risiedono i tre più importanti poligoni di tiro d’Europa, dove si sono addestrati e continuano ad addestrarsi gli eserciti dei paesi che in questi anni hanno destabilizzato il Medio Oriente- e diverse altre aree del pianeta- e dove vengono addirittura prodotte le bombe impiegate nelle operazioni di sterminio.

assembleaLe motivazioni per opporsi all’occupazione militare quindi non mancano e si intrecciano fra loro nell’unità del Movimento e negli interventi dei partecipanti finalmente riuniti in un clima positivo e collaborativo: «basta alla colonizzazione della Sardegna, cacciamo via l’Italia e i suoi sporchi affari militari dalla nostra terra!»; «lottiamo contro le basi militari qui e altrove, diamo il nostro contributo per fermare la guerra!»; «cacciamo via la propaganda militarista dalle nostre scuole; perché i militari devono indottrinare i nostri figli?».

bonificaMa la maggior concentrazione dell’assemblea è posta sugli aspetti pratici e l’ordine del giorno viene rispettato con pazienza e rigore.

Si parte con la presentazione del “gruppo comunicazione” della campagna muraria multilingue (sardo, italiano e inglese) da farsi nella prima settimana di agosto per raggiungere i sardi residenti, gli emigrati che tornano per le ferie e i turisti. I manifesti vengono subito arrotolati e divisi tra i tanti territori che compongono l’assemblea.

Si discute in seguito  del campeggio che si terrà dal 7 all’11 settembre nel bellissimo bosco di Selene a Lanusei. Si organizzano i gruppi di lavoro per informare e coinvolgere i partecipanti negli ambiti di interesse individuati nella prima assemblea a Bauladu (distretto aerospaziale sardo; contatto con le scuole per informare i giovani sardi sulla realtà dell’occupazione militare; storia dell’occupazione militare e scenari internazionali della guerra, ecc), ma si parla anche di cucine autogestite, di concerti, di spazi per i bambini e del coinvolgimento della popolazione ogliastrina – toccata direttamente dall’occupazione militare con il più grande poligono d’Europa, quello del Salto di Quirra – grazie ad una grande assemblea popolare e in un corteo.

domusnovasNon si aspetterà molto per riprendere la lotta contro l’occupazione militare: venerdì 29 luglio, infatti, alle 5:30 del mattino ci sarà una mobilitazione nel piazzale antistante dello stabilimento della multinazionale tedesca RWM a Domusnovas che ha un ruolo centrale nella produzione e nella vendita di armamenti e ordigni pesanti poi impiegati nei diversi scenari di guerra. Nel solo mese di marzo 2016 sono stati spesi 4,6 milioni di euro in spedizioni di armi e munizioni partite dal sud Sardegna e dirette all’Arabia Saudita (dati Istat), destinate all’atroce guerra in Yemen che ha visto la morte di oltre 6mila persone, di cui circa la metà civili, oltre 20mila feriti e che ha provocato 685mila rifugiati dall’inizio del conflitto (dati UNHC). L’azione è organizzata dal comitato “Campagna Stop Bombe RWM”.

Tutto questo guardando l’autunno, quando in Sardegna riprenderanno le esercitazioni e quindi anche la campagna per fermarle.

VelEni: dopo la condanna la lotta continua!

chimica verdeSi è concluso ieri, presso il tribunale di Sassari, il processo che vedeva sedere sul banco degli imputati alcuni dirigenti di una società dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), multinazionale creata dallo stato italiano e a controllo maggioritario dello stato italiano medesimo. I dirigenti sono stati riconosciuti colpevoli per lo sversamento nel mare del Golfo dell’Asinara di sostanze altamente tossiche, quindi di disastro ambientale e condannati ad un anno di reclusione e a dover risarcire le parti civili fra cui il Ministero dell’Ambiente e la Regione Sardegna (ovvero altre due parti dello stato italiano) per la cifra rispettivamente di 200mila e 100mila euro. Fra le parti civili che beneficeranno del risarcimento anche il Comitato “No chimica verde”, (a cui andranno 10mila euro), che da anni si batte per reclamare il diritto a reali bonifiche dei territori avvelenati da decenni di pratiche inquinanti, (legali e anche illegali), e per contrastare i disegni di una nuova industrializzazione pesante dell’area (il cosiddetto progetto “chimica vede”).

Il comitato – ha dichirato Paola Pilisio in un comunicato –  «ha deciso di destinare l’intera somma per la costituzione  di un fondo a sostegno delle spese mediche e logistiche per le  persone malate di tumore residenti a Porto Torres e dintorni. E invita le altre parti civili di questo processo, in particolare il Ministero dell’Ambiente, la Regione Sardegna e il comune di Porto Torres a contribuire a questo fondo di solidarietà». Gli attivisti ambientalisti dichiarano inoltre che la lotta è tutt’altro che finita e chiedono «agli enti sopracitati di non continuare a rilasciare autorizzazioni per impianti altamente inquinanti all’interno del SIN di Porto Torres, come di recente avvenuto con la delibera n°43/23 del 19.07.2016, « cioé ieri », da parte della Regione Sardegna per la costruzione della centrale a biomasse di Matrica o l’AIA ministeriale rilasciata dal Ministero dell’Ambiente alla centrale termoelettrica di Versalis (società Eni) a regime dal gennaio 2014, per lo smaltimento di 50 mila tonnellate l’anno di FOK (residuato della lavorazione dell’etilene), altamente cancerogeno e inquinante».

Insomma la lotta contro la colonizzazione della Sardegna da parte di stato e multinazionali  industriali continua!

Via Umberto I°! di Francesco Casula

umberto primoContributo dello storico Francesco Casula sulla battaglia per ripulire la toponomastica sarda dai nomi della casata Savoia

Via i Savoia – non solo Carlo feroce – dalla Toponomastica Sarda.

Alcune motivazioni perché Umberto I di Savoia non è degno di essere intestatario di una Via, una Piazza o altri simili ed equivalenti “onori” e riconoscimenti nei paesi e nelle città della Sardegna

Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale,nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

  1. campo fiscale.

Le tasse che la Sardegna paga sono superiori alla media delle tasse che pagano le altre regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe Dessì nel romanzo Paese d’ombre “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse.

In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a fucilate e se ne tornavano a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani…”

-tassa sul macinato

Durante il suo regno permarrà  l’imposta sul macinato (istituita nel 1868 ed abolita nel 1880), l’imposta più odiosa di tutte, “perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”. (Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440).

-aggio esattoriale

Scrive lo storico Ettore Pais: “Nelle altre province del regno l’aggio esattoriale ha una media che non supera il 3%, in Sardegna non è minore del 7% e in alcuni comuni arriva persino a 14%”. (F. Pais Serra, Antologia storica della Questione sarda a cura di L. Del Piano, Cedam, Padova, 1959, pagina 245).

-sequestro di immobili

A dimostrazione che la pressione fiscale in Sardegna era fortissima e comunque più forte che nelle altre regioni ne è una riprova il fatto che dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 – anni in cui Umberto I è re – si ebbero in Sardegna “52.060 devoluzioni allo stato di immobili il cui proprietario non era riuscito a pagare le imposte, contro le 52.867 delle altre regioni messe insieme” (F. Nitti, Scritti nella Questione meridionale, Laterza, Bari, 1958,pagina 162). Ed ancora nel 1913 – regnante il figlio Vittorio Emanuele III, di cui vedremo – la media delle devoluzioni ogni 1000.000 abitanti era 110,8 in Sardegna e di 7,3 nel regno, è sempre Nitti nel libro sopra citato a scriverlo.

  1. campo economico

In seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda. Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato.

La “Guerra delle tariffe con la Francia – scrive ancora Giuseppe Dessì in Paese d’ombre – aveva interrotto le esportazioni in questo paese e diversi istituti bancari erano falliti. Clamoroso fu il fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo e della Cassa del Risparmio di Cagliari”.

Mentre  Raimondo Carta Raspi annota: “Nel solo 1883 erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Malauguratamente il protezionismo a beneficio delle industrie del nord e la conseguente guerra doganale paralizzarono per alcuni anni questo commercio e l’isola ne subì un danno gravissimo non più rifuso coi nuovi trattati doganali” (Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 882)

Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l’intera economia sarda. Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – sostiene Gramsci – ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.

Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. Anche come conseguenza di ciò arrivano in Sardegna gli spogliatori di cadaveri.

  1. campo ambientale

L’Isola del «grande verde»,  che fra il XIV e XII secolo a.c. fonti egizie, accadiche e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato. Essi infatti bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte Beltrami “devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna”, mandò in fumo il patrimonio silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.

Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento. Scriverà Eliseo Spiga “lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese”. (La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006, pagina 161).

Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).

E Giuseppe Dessì, sempre nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: “La salvaguardia delle foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno”.

  1. Gli spogliatori di cadaveri

Gramsci in un articolo del 1919 sull’Avanti, censurato e scoperto tra Carte d’archivio decenni dopo e fortemente critico nei confronti della politica italiana postunitaria, scrive che : “I signori di Torino e la classe borghese torinese ha ridotto allo squallore la Sardegna, privandola dei suoi traffici con la Francia ha rovinato i porti di Oristano e Bosa e ha costretto più di centomila Sardi a lasciare la famiglia per emigrare nell’Argentina e nel Brasile”.

Infatti in seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda: di qui lì emigrazione biblica.

Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato. Nel solo 1883 – ricorda lo storico Carta-Raspi – erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l’intera economia sarda.

Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – annota Gramsci – ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.

Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. E s’affrettano a sbarcare in Sardegna quelli che Gramsci chiama “Gli spogliatori di cadaveri” .

1° categoria di spogliatori di cadaveri

Sono gli industriali caseari. I signori Castelli – scrive Gramsci – vengono dal Lazio nel 1890, molti altri li seguono arrivando dal Napoletano e dalla Toscana. Il meccanismo dello sfruttamento (ed è un lascito della borghesia peninsulare non più rimosso) è semplice: al pastore che privo di potere contrattuale, deve fare i conti con chi gli affitta il pascolo e con l’esattore, l’industriale affitta i soldi per l’affitto  del pascolo, in cambio di una quantità di latte il cui prezzo a litro è fissato vessatoriamente dallo stesso industriale.

Il prezzo del formaggio cresce ma va ai caseari e ai proprietari del pascolo o ai grandi allevatori non ai pastori che conducono una vita di stenti, aggravati dalle annate di siccità e dalle alluvioni: conseguenze e prodotti del disboscamento della Sardegna, opera di un’altra categoria di spogliatori di cadaveri.

2° categoria di spogliatori di cadaveri

Sono gli industriali del carbone – secondo Gramsci – che scendono dalla Toscana. Stavolta il lascito perla Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali toscani ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi: a un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza, scrive ancora Gramsci.

Così – continua l’intellettuale di Ales – L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d’oggi con un’alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionanti, l’abbiamo ereditata allora.

Massajos ridotti in miseria dalla politica protezionista di Crispi e pastori spogliati dagli industriali caseari, s’affollano alla ricerca di un lavoro stabile nel bacino minerario del Sulcis Iglesiente. Dove troveranno altri  spogliatori di cadaveri.

3° categoria di spogliatori di cadaveri

Sono quelli che arrivano dalla Francia, dal Belgio e da Torino per un’attività di rapina delle risorse del sottosuolo. Ricordiamo  che il 9 settembre del 1848, ad appena otto mesi dalla Fusione perfetta, fu esteso alla Sardegna un Editto, già operante nella terraferma, che assegnava la proprietà delle miniere – e tutte le risorse del sottosuolo – allo Stato. Questo, per quattro soldi le darà in concessione a pochi “briganti”, in genere stranieri ma anche italiani.

“Essi si limiteranno – scrive Gramsci –  a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione, senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione”

Certo, gli occupati nelle industrie estrattive passeranno da 5 mila (1880) a 10 mila (1890) ma in condizioni inumane di lavoro (11 ore consecutive) e di vita: La Commissione parlamentare istituita dopo i moti del 1906 scriverà: Si mangia un tozzo di pane durante il lavoro e per companatico mangeranno polvere di calamina o di minerale”.

Sempre nella relazione della Commissione parlamentare si dice testualmente: S’attraversano ancora oggi nel Sulcis Iglesiente villaggi nati allora, lascito della borghesia mineraria con intonaci scomparsi, pavimenti trascurati, filtrazioni d’ umidità, insetti immondi, annidati dappertutto.

Ad essere date in concessione non erano solo le miniere di carbone ma anche quelle di piombo, argento, zinco, rame.

  1. Nel campo delle libertà e della democrazia. La “Caccia grossa” e i fatti di Sanluri.

Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore: appoggio le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben 6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000  caddero prigionieri.

Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione, riunione ecc) garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), “le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più di 400” Franco della Paruta, Storia dell’Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461).

Ebbene il re Umberto, ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!

Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo,  nella notte fra il 14 e il 15 maggio arrestò migliaia di persone.

Ecco come descrive  la Caccia grossa Eliseo Spiga: “Lo stato rispondeva al banditismo cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi… di un’intera società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato… Ed ecco gli arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi… sequestrate tutte le mandrie e marchiate col fatidico GS, sequestro giudiziario… venduti in aste punitive tutti i beni  degli arrestati e dei perseguiti… Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta. Un sequestro di persona in grande, per fare scuola”- (La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006, pagina 162).

Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta anche prima del 899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (SU TRUMBULLU DE SEDDORI ), sommossa repressa violentemente: ci furono 6 morti.

Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’isola. e in gran parte della terra ferma, per i morti e per le gravi conseguenze giudiziarie .

L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “PROCESSO” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei processi più importanti dell’isola.

La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

Devias: “giù le mani da Surigheddu-Mamuntanas!”

deviasInervista al segretario del partito indipendentista di sinistra Liber.R.U. Pierfranco Devias sulla vicenda Surigheddu-Mamuntanas

Alcune settimane fa, Liberu, ha occupato le tenute di Surigheddu e Mamuntanas, ci puoi spiegare perché e che fine faranno?

LIBE.R.U. con un blitz il 12 maggio ha denunciato pubblicamente un’operazione che rischiava di passare in sordina, ovvero l’imminente scadenza del bando di interesse per le terre e le strutture di Surigheddu-Mamuntanas, beni regionali situati in agro di Alghero. La RAS cerca di mettere in vendita queste terre con un bando internazionale accampando l’intento di voler rilanciare l’agricoltura, ma dietro quest’operazione si nasconde un’operazione per cedere agli speculatori 1.200 ettari di terra e 20.000 di stabili, a cinque km da Alghero e nelle vicinanze dell’aeroporto. Un’occasione imperdibile per gli speculatori.

Dopo il blitz di LIBE.R.U. dalla Regione non arrivò alcun segnale, se non le favole dell’Assessore Erriu, che pretendeva di far credere che non ci fosse alcun rischio di speculazione “perché la zona è soggetta a vincoli”. L’assessore sa benissimo che con circa 20.000 metri quadri di stabili da ristrutturare (o da abbattere e ricostruire con uguale dimensione) non c’è alcun impedimento da parte dei vincoli. Lo sa l’assessore, lo sa l’intera Giunta e lo sa anche la speculazione immobiliare internazionale, a cui quelle terre fanno gola.

Esattamente un mese dopo, l’11 giugno, LIBE.R.U. ha chiamato tutti i cittadini sardi, i partiti, i movimenti e le associazioni a occupare simbolicamente quelle terre per far sentire forte la contrarietà del popolo sardo di fronte a questo ennesimo scippo dei beni collettivi. All’occupazione delle terre, oltre a LIBE.R.U., hanno preso parte Sardigna Natzione Indipendentzia  e le associazioni legate alle cooperative agricole, oltre a numerosi cittadini accorsi da Alghero e da tutta la Sardigna.

La Regione, insensibile alle proteste e determinata a portare a compimento questo saccheggio, ha risposto che va avanti la preparazione del bando, aperto anche (badate bene!) alle società che non hanno precedentemente manifestato interesse. Questo significa che quando verrà aperto il bando le società immobiliari si affacceranno apertamente o camuffate da società agricole, ma senza dubbio cercheranno di accaparrarsi questa zona dalle enormi potenzialità.

Qual è la proposta di Liberu?

La proposta di LIBE.R.U. è quella di bloccare immediatamente il bando di vendita internazionale. In seguito proponiamo di procedere con un bando di concessione temporanea per la coltivazione delle terre che permetta di verificare, passo dopo passo, se effettivamente si porta avanti un rilancio dell’agricoltura o meno. Se ciò non venisse rispettato la Regione potrebbe in qualunque momento far decadere il contratto di concessione, cosa che sarebbe impossibile da fare, appunto, con un bando di vendita che aprirebbe le porte agli speculatori e ai signori del turismo d’elite. Naturalmente non si deve dimenticare che ci sono diverse aziende di pastori che lavorano in quei territori da quarant’anni e che hanno anche loro diritto di veder riconosciuto il loro spazio. E’ paradossale che la Forestale ad aprile abbia multato questi pastori per pascolo e occupazione abusiva mentre si cerca di vendere quelle terre che sono della Regione. Pigliaru dice che vuole rilanciare l’agricoltura. Lo fa multando i Sardi che lavorano la loro terra e spalancando le porte alla speculazione straniera.

Secondo voi, la riqualificazione di Surigheddu e strutture simili, possono  essere il punto di partenza per il rilancio dell’economia sarda?

Certamente. La Sardigna oggi importa l’80% dei prodotti agroalimentari che vengono consumati nel suo territorio. Le nostre terre sono abbandonate, la disoccupazione giovanile è alle stelle, l’emigrazione a causa della povertà vede andare via ogni anno oltre 7000 persone. Abbiamo una terra fertile, abbiamo bisogno di rioccupare il nostro mercato interno prima ancora che di pensare all’esportazione. Abbiamo bisogno di dare lavoro ai Sardi e rilanciare i prodotti sardi: l’agricoltura permette di poter lavorare per tutto l’anno, non solo tre mesi l’anno come lavapiatti e camerieri. Abbiamo bisogno di rilanciare un’economia sarda forte e stabile: della speculazione degli emiri e dei signori del mattone non ne abbiamo proprio bisogno.

per saperne di più:

http://www.liberu.org/

La battaglia d’estate contro l’occupazione militare

fuoco-poligoniIl Movimento contro l’occupazione militare della Sardegna continua ad organizzarsi e dà appuntamento per la terza assemblea generale, che si terrà stavolta a Lanusei domenica prossima, 24 luglio, alle ore 15 nell’aula consiliare del comune.

Dopo le assemblee di Bauladu e Oristano  si arriva, così, al terzo incontro nazionale, proprio in una delle «regioni della nostra terra maggiormente distrutte e provate dall’occupazione militare».

Finora gli attivisti si sono confrontati sulle strategie politiche e sui metodi di comunicazione, formando gruppi di lavoro e discutendo le proposte. A Lanusei si entrerà nella fase operativa della campagna d’estate.

Il Movimento contro l’occupazione militare lancerà proprio a Lanusei una grande campagna muraria con manifesti e volantini diretti a turisti e emigrati sardi (oltreché ai cittadini sardi residenti) curata dal Gruppo Comunicazione del collettivo: «lo stesso Gruppo porterà quindi a Lanusei il lavoro ultimato e si procederà alla distribuzione del materiale stampato. Inoltre si dovranno decidere durante l’assemblea le date precise o il periodo della Campagna e l’individuazione delle aree di competenza. Verranno presentate le proposte dei murales da disegnare durante l’estate sul territorio sardo» – precisano i responsabili in una nota.

A Lanusei si discuterà di una seconda iniziativa da svolgersi tra il 7 e l’11 settembre, cioè il campeggio. Il gruppo che se ne occupa dovrà rendicontare lo stato dei lavori per la sua realizzazione.

Ma questi sono solo due fra i tanti campi d’azione pianificati dal Movimento contro l’occupazione militare. Infatti probabilmente diversi gruppi che si occupano di altre tematiche, sempre di contrasto all’occupazione militare, stavano proponendo di potersi riunire a margine dell’assemblea o direttamente il giorno dopo per discutere in maniera più efficace e finalizzata.

Di seguito l’evento Facebook che sta girando in rete, che mira a diffondere l’importante appuntamento ogliastrino.

https://www.facebook.com/events/1101006586660103/

Ite narat sa proposta de lege 167? Dimandas a Pepe Coròngiu

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Dimandas a Pepe Coròngiu de su Coordinamentu pro su sardu ufitziale apitzu a sa “lege 167”

Ite narat sa proposta de lege 167 subra de s’insinnamentu de sa limba sarda in iscola?

Est una tentada de intervènnere pro s’insignamentu de su sardu in iscola faddida e dannàrgia. Faddida ca imbetzes de organizare una lege noa segundu sos printzìpios de sa 482 istatale (prus avantzada)   chircat de intrare in sa lege regionale 26 (prus arretrada) chi est betza e irriformàbile. Dannàrgia ca est imbitzada a dialetalizare e folklorizare su sardu in iscola e ca est prena de faddinas de cumpetèntzia e podet cajonare una reatzione negativa dae banda de sa Corte Costitutzionale. Su perìgulu est chi proende a fàghere cosas chi non si podent nos iscantzellent su pagu chi tenimus. O si colat chi torremus a segus de 20 annos.

Proite sos guvernantes cherent cantzellare da limba comuna? 

A medas chi guvernant, no a totus, lis istrobbat sa chistione de su sardu posta comente limba ufitziale. Lis andat bene su sardu comente valorizatzione lena de sas variantes dialetales. Duncas istrobbant su sardu in s’amministratzione  e lu cherent acumpangiare in iscola comente matèria de ispàssiu folclòricu. Gramsci aiat acraridu bene su pro ite: sa chistione de sa limba ponet in duda poderios e gerarchias de oe in die. Cherent sighire a cumandare issos sena lassare logu a nois. Lògicu.

Cales formas de luta cherides faghere pro defendere sa limba sarda comuna?

Cussas democràticas chi amus semper fatu. Comunicados, manifestatziones, Cuntatu cun sas autoridade, informatzione e finas atziones positivas comente su Don Chisciote e su Cussìgiu de s’Europa.

Unu bilantzu de belle duos annos e mesu de Coordinamentu pro su Sardu Ufitziale? 

Penso chi cun sa valorizatzione de su Don Chisciote in Ispagna e s’amonestu de su Cussìgiu de s’Europa  a s’Italia, amus fatu prus nois de su CSU chi su guvernu regionale. Su chi contat est su prestìgiu de sa limba e sa volontade polìtica de sa minoria non sa gestione de sos interessos de sos operadores de su setore. Chi, naramus sa beridade, non semus mustrende, a dolu mannu, cussa atza e indipendèntzia culturale chi serbit a chircare de bìnchere sa batalla. Pro otènnere s’egemonia  bi cherent butones. E nois semus tropu rèndidos.

Su blog de su CSU:

http://salimbasarda.net/

Il Mondiale delle Nazioni Senza Stato

abkhasia

Contributo del giornalista sporitvo Marco Piccinelli

Il 6 giugno s’è tenuto il Mondiale di Calcio delle Nazioni Senza Stato ed è stato organizzato dalla CONIFA (Confederazione di associazioni calcistiche indipendenti), ovvero, come riporta il sito dell’Osservatorio Balcani-Caucaso, l’organizzazione nata dalle ceneri del’NF-Board: «Il NF-Board è riuscito a organizzare cinque VIVA World Cup – l’ultima edizione, nel 2012, portò nel Kurdistan iracheno nove squadre, radunando circa 32.000 tifosi nello stadio di Erbil. Il NF-Board, paralizzato da lotte intestine e da problemi, si è poi sciolto tre anni fa». VIVA World cup e FIFI wild cup, in ogni caso, hanno avuto lo stesso intento in anni diversi: cercare di organizzare un torneo mondiale delle Nazioni Senza Stato. Queste manifestazioni calcistiche, così come la prima coppa della CONIFA di quest’anno, hanno visto la partecipazione di federazioni non riconosciute dalla FIFA e appartenenti sia a Nazioni Senza Stato, sia a Nazioni che hanno raggiunto una cospicua indipendenza (o autonomi ‘de facto’) ma non riconosciute dalla comunità internazionale. Nazioni, dunque, come la Groenlandia, le isole Åland, l’Isola di Man (Ellann Vannin), l’Abkhazia, Zanzibar, Cipro Nord, Kurdistan, Nazionale Romanì, Darfur, Occitania, Gozo (Malta), Kiribati, Isole Chagos, Vallonia, Gagauzia, Ossetia e chi più ne ha più ne metta, hanno animato per anni i mondiali dei Paesi non riconosciuti. Quest’anno, la competizione, svoltasi in Abkhazia, ha visto la partecipazione di Panjab, Somaliland, Armenia occidentale, Isole Chagos, Kurdistan Iraqeno, Rezia, Cipro Nord, Padania (sic!)(*), Sapmi, Terra dei Siculi (**), FC Korea, una squadra formata dai Coreani presenti in Giappone che milita nelle divisioni regionali del Campionato di Calcio Giapponese e – ovviamente – dall’Abkhazia.

L’edizione di quest’anno se l’è aggiudicata l’Abkhazia, paese organizzatore, vincendo la finale ai rigori contro la rappresentativa nazionale del Panjab.

(*) La Padania è, essenzialmente, il ‘braccio sportivo’ della Lega Nord.

(**) Letteralmente la traduzione di Szekely Land è per l’appunto Terra dei Siculi, ovvero una porzione di territorio della Romania abitato da un popolo magiaro, quindi ungherese. Niente a che fare con i siculi intesi come siciliani, cioè abitanti della Sicilia.

Jesù Cristu ‘Etzu: un romanzo bilingue

paolo_lobinoPaolo Lubinu scrittore sardo che per il suo ultimo lavoro, il romanzo “Jesù Cristu ‘Etzu”, ha scelto una scrittura bilingue “alterna” tra italiano e sardo.

Espressione identitaria convinta, o mero esperimento linguistico? Il tuo rapporto con la lingua madre.

Jesù Cristu ‘Etzu è un romanzo corale interamente ambientato nei giardini pubblici di un paese della provincia di Sassari negli anni novanta. La voce che narra è un personaggio che non si rivela mai e che parla in prima persona plurale, dunque cede spesso la parola agli altri personaggi che popolano i giardini: sono loro perlopiù a raccontare la storia, e lo fanno seguendo uno stile orale, spesso gergale, a seconda della cultura e dell’estrazione sociale di provenienza. Ci si trova perciò davanti a un marasma stilistico furioso, dove si passa dalle iperbole e dai simbolismi di Jesù Cristu ‘Etzu, il vecchio clochard che parla solo in versi, al gergo giovanile e alla lingua sarda logudorese. I personaggi che parlano in limba e in particolare zio Bussanu – un ragazzo di ventotto anni che tutti chiamano zio per via della sua parlata – non lo fanno mai per ragioni folkloristiche o pseudo identitarie, ma più semplicemente per questioni sociali. Zio Bussanu è un escluso, scarsamente scolarizzato e vive un profondo conflitto con ogni tipo di istituzione; la sua e quella di altri personaggi è una resistenza passiva e inconsapevole (alla globalizzazione ben avviata in quegli anni), ma che rasenta una dimensione politica vera e propria nella lotta in cui i ragazzi dei giardini si riuniscono grazie a Jesù Cristu ‘Etzu. Lo spirito di questa lotta è beatamente rozzo e libertario e così, in linea con questo spirito, ho scelto di lasciar parlare i personaggi con la loro voce, tutto qua. Poi, sul mio rapporto con la lingua non ho molto da dire: mi considero bilingue, anche se raramente parlo in sardo. Il romanzo è stata una bella occasione per approfondire ed esprimere una musicalità della lingua sarda che trovo semplicemente bella. M’ant pesadu in italianu, ma issos (babbu e mama) faeddaiant sempre in sardu tra issos, comente a tota sa famìglia. No l’apo mai faeddadu, ma lu penso, l’intendo e como l’iscrio fintzas…

Paolo Lubinu editore multimediale indipendente, Underground X e collettivo Progetto Mayhem: da quali motivazioni prende avvio questo progetto “indipendente” e quali le difficoltà per portarlo in porto?

Underground X è una casa di produzioni di cui sono co-fondatore insieme ai miei compagni, esiste dal 2009 e ci occupavamo principalmente di eventi musicali: organizzavamo concerti rock, punk, hardcore, metal e giù di lì, ne abbiamo fatti una trentina in meno di due anni. In questo contesto, un anno dopo, è nata la fanzine Underground X che si è evoluta nel tempo fino a diventare una rivista di cultura underground molto rispettata. Dato che i contenuti di cui ci occupavamo non erano più esclusivamente musicali ma culturali (o sottoculturali) artistici, teatrali, letterari eccetera, è stato spontaneo – o quasi – inserire il mio romanzo nel contesto Underground XJesù Cristu ‘Etzu è stato il pretesto per lanciarci in una serie di produzioni artistiche tra cui un libro di racconti illustrato dagli artisti del Progetto Mayhem, un cortometraggio e uno spettacolo teatrale. Abbiamo intenzione di proseguire per questa via, magari con più ordine, continuando a collaborare con il Progetto Mayhem. Le difficoltà che incontriamo coincidono esattamente con i nostri limiti: non c’è niente di oggettivo che ci frena.

Paolo Lubinu e la “politica”, in particolare quella culturale in Sardegna, quali prospettive per i giovani artisti sardi?

Non credo di essere in grado di rispondere a questa domanda, e se non è chiedere troppo mi piacerebbe non risponderti con una mia doppia poesiola:

Gai nos an pesadu

Comente frommìgulas,

gai nos an pesadu!

Totu imbreagos…

 sutzende su coro

dae su matessi dimòniu.

Su dimòniu

Sgomitare e sgomitare,

di questo si tratta.

In conclusione

dovresti sgomitare,

ma proprio tanto, mio caro:

sgomitare e sgomitare.

E quando finalmente

ce l’avrai fatta,

da lassù potrai capire.

Sgomitare e sgomitare,

che dolce trappola!

Grazie a Dio

qualcuno l’ha inventata…

Ma cos’è che sento brulicare?

Ah, siete voi!

Beh, allora brulicate!

Anzi, sgomitate…

Sgomitate!