Idee di Sardegna- Intervista a Carlo Pala

cover-pala-urn-sardinnyaIntervista a Carlo Pala, politologo nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Sassari. Si occupa di diversi temi, tra i quali soprattutto il conflitto centro-periferia, le nazioni senza stato, i partiti, etnoregionalismi, gli indipendentismi in Europa.

#1 A cosa, con una difficilissima sintesi, è dovuta quella “mancata capacità del popolo sardo di riconoscere le ragioni della propria specialità” di cui hai parlato nel tuo intervento? È dunque l’incapacità storica, tranne che in poche straordinarie occasioni, di ribellarsi all’essere diventati periferia e colonia?

A una questione eminentemente di carattere educativo. Potrà sembrare forse una parola grossa, ma non tutto viene per caso e non tutto, a volte aggiungerei, si conserva per caso. Nemmeno in politica e in tutto ciò che ad essa è legato. Se determinate sensazioni non si coltivano, possono anche non perdersi, ma sicuramente subiscono battute d’arresto cui il principale protagonista è chi non ha saputo coltivarle. Immaginiamoci per ciò che concerne il popolo. E quanto questo crede, sente, percepisce e rielabora. Se non ha coscienza e percezione, ad esempio, che determinate caratteristiche oggettive, quindi difficilmente opinabili, non sono più tali, esse smettono di divenire una tratto distintivo e si trasformano invece in un tratto tale come altri. Relativamente a regioni particolari dotate di terminati tratti salienti, esse sono più che altro confinate in un ambito culturale (come la lingua, gli usi e i costumi), storico (la presenza di determinati elementi comuni del passato), talvolta religioso, e tanti altri. Per ciò che riguarda la Sardegna, è successo che il popolo sardo lo si è convinto di possedere tratti caratteristici alla base della sua specialità senza spiegargli quali, come e perché. Questo ha finito per sfiduciare il popolo sardo, finendo quasi per convincerlo che in effetti questi tratti non li aveva; dunque, che era quasi giusto, ed è questa una teoria che oramai va per la maggiore in tutto il resto d’Italia, che non avesse più nessuna autonomia da esercitare. Un paradosso incredibile. Io credo, personalmente, che il popolo sardo abbia quelle caratteristiche, ne sono convinto, ma non potrei dire in che modo farle valere: per alcuni, mantenendo la stessa autonomia di adesso o una maggiore, per altri addirittura una piena indipendenza. Quello che so è che nello statuto sardo manca qualsiasi tipo di riferimento a questa tematica e che l’art. 1 dello statuto della nostra Regione è significativo. Non fa altro che ribadire un concetto che tutti conoscono (la Sardegna è un’isola) senza che vi sia in alcun articolo dello steso nessun riferimento al concetto di popolo, di lingua, di nazione. anche in presenza di questi elementi si può scegliere di vivere all’interno del contesto statuale oggi dato, ma il fatto che non ci siano non rende certamente più forte la posizione di chi dovrà andare, credo molto presto, a difendere le ragioni della specialità.

In un certo senso, poi, la ribellione è consequenziale. Io non so, a volte non sono sicuro di poter definire la Sardegna come una colonia (sebbene le dinamiche post-industriali e della modernizzazione hanno visto avverarsi proprio questa sensazione: pensiamo a un popolo di agricoltori e pastori che d’emblée si trovano trasformati in operai senza il graduale passaggio sociale ed economico), ma non ho dubbi che sia un periferia e non solo per ragioni di tipo geografico. La periferia acquisisce uno status che spesso le è stato imposto. Ci sono periferie che non hanno avuto difficoltà storiche e politiche a riconoscersi in quello status, e lo hanno accettato, anzi difeso oserei dire. Ed è rispettabile, anzi rispettabilissimo. Ci sono invece delle periferie che alcune condizioni non le hanno accettate, ma non le hanno neppure, allo stesso tempo, sapute contrastare. Non si può dunque parlare di un’accettazione tout court di uno status e nemmeno di un’altrettanta sollevazione. Le cosiddette nazioni senza stato, anche quelle che oggi paiono più reattive contro il centro, hanno attraversato periodi di effettivo contenimento delle loro proteste. È un fatto storico e politico e come tale va accettato. Diverso è il discorso in cui siano attivi, anche intervallati, sentimenti di ribellioni ad alcuni status imposti dal centro. Nel caso sardo, una combinazione tra guida politica locale delle élite sarde, l’incapacità dello stato a voler comprendere la Sardegna, la depauperazione delle risorse dell’isola e, non meno importante, la mancata risoluzione dei problemi dell’isola (come l’energia, i trasporti, più quelli interni paradossalmente che quelli esterni, l’ambiente, la cultura e la lingua), ecco, questi sono elementi che spiegano perché non si siano viste nella nostra terra, se non a ondate, funzioni di protesta perduranti.

#2 Credi che i tempi siano maturi per una convergenza delle forze indipendentiste e eventualmente, quali strategie e risorse sarebbe necessario mettere in campo?

Questa risposta, se la dessi io avendo la presunzione di poterla dare, sarei solo un illuso e soprattutto irrispettoso nei confronti dei soggetti politici che umilmente tento di analizzare e studiare. è sicuramente una domanda molto importante, direi quasi centrale nei miei studi, per potermene però distaccare così. Quindi tenterò di dare una mia opinione, sempre sottolineando con rispetto però che i soggetti politici che fanno le scelte ne sanno ben più di me e quindi l’opinione, per quanto possa essa essere più o meno credibile come quella di un politologo che studia queste cosa, lascia sempre tanti spazi scoperti che necessitano di tante variabili per essere compresi appieno. Io non credo che le forze indipendentiste siano tutte uguali. Non credo nemmeno che esse debbano trovare una convergenza, forzata e forzosa, da un punto di vista elettorale, per quanto mi renda conto che ciò possa essere auspicabile agli occhi di chi si sente rappresentato da questi partiti e da chi se ne sentirebbe sempre più. Infatti, è questo il punto. Ciò che manca oggi nelle forze politiche indipendentiste, che ancora non si sono pienamente rese conto di quanto la società potrebbe essere maggiormente recettiva ai loro temi, è un dialogo continuo. Ovvero, e ancor più, un tentativo di fare sintesi su alcuni punti comuni. Per la verità un tentativo di questo genere era stato fatto e nemmeno tanti anni fa, proprio dalla forza politica che maggiormente poteva sembrare lontana da questa volontà. Però oggi manca completamente questo tentativo che porterebbe, a mio avviso, due principali benefici a quel mondo. Il primo, è legato al fatto che la condivisione di alcuni temi costringerebbe, ma volontariamente, le varie sigle autonomiste, sovraniste cosiddette e indipendentiste, a trovare punti di lotta comuni, indipendentemente dalla loro posizione politica: in maggioranza consiliare, in minoranza, fuori dal Consiglio stesso, poco cambierebbe. Il secondo aspetto è legato la rapporto con la società sarda. I partiti indipendentisti non sono riusciti a mantenere vicini a sé un insieme di giovani sardi che avevano sposato la loro causa. Questo non vuol dire che questo non sia possibile anche ora o che non stia avvenendo ancora, per alcune forze più che per altre. Però l’impegno politico diretto è essenziale se si vuole proseguire quell’opera di educazione, come mi sono permesso di chiamarla nella precedente domanda, che servirebbe essenzialmente per cementificare quello che i francesi definirebbero esprit de peuple. Dunque i tempi per una convergenza totale, se per questa si intende un’alleanza politico-elettorale di queste forze, non mi sembrano maturi, sebbene non li consideri per forza lontanissimi, tuttavia. Piuttosto, quel processo di sintesi di cui parlavo, come processo di rielaborazione di risorse e di cambiamento strategico, potrebbe essere un aspetto altamente qualificato non solo per la maturità politica di questi partiti, ma anche per la capacità di candidarsi a una guida futura, ma non tanto, della Sardegna, svolgendo un ruolo di guida anche per altri partiti italiani che operano in Sardegna; i quali, per quanto maggioritari, hanno nel recente passato mostrato un’attenzione senza precedenti rispetto a tali formazioni politiche. D’altronde, in Scozia, in Catalogna e più recentemente in Corsica e nei Paesi Baschi, non è che la situazione fosse così tanto diversa dalla Sardegna non più di trenta anni fa (e in Catalogna, molto meno).