Contestazione seminario UNISS: Fuori la guerra dall’Università

sigillo-e-marchio-logotipo-unissIl giorno 13 ottobre si è tenuto, all’Università degli Studi di Sassari (UNISS), un seminario organizzato dal Corso di Laurea in Cooperazione e Sicurezza Internazionale, constestato e fermato dagli studenti e militanti dei movimenti contro l’occupazione militare della Sardegna.
I contestatori hanno esposto fin da subito uno striscione:
“Fuori la guerra dall’università”
così da interrompere i militari e impadronirsi del microfono. Hanno poi spiegato ai partecipanti i motivi dell’azione, denunciando la subdola funzione del corso di laurea pensato con l’obiettivo di formare figure professionali che si posizionino a metà strada tra l’ambito civile e quello militare.

Dietro le belle parole dell’Ateneo, che da sempre ha assicurato “un progetto culturale altamente innovativo che si discosta dai corsi incentrato unicamente sulle Scienze della Difesa e della Sicurezza a indirizzo militare” si nascondeva- e si nasconde tutt’oggi- un progetto ben più
ampio.
A partire dagli ultimi anni, infatti, sono nati- anche nel panorama universitario italiano- diversi corsi di laurea, finalizzati a creare nuove figure professionali. Dette figure sono formate per operare nell’ambito dei
conflitti, delle calamità naturali e dei problemi di sicurezza.

Come mai?
Dieci anni fa i paesi della NATO scrissero un documento intitolato “Nato 2020 Urban Operation”, con l’intento di individuare le linee guida di una politica internazionale per prevenire e gestire situazioni di conflittualità, tanto nei lontani scenari di guerra quanto nei vicini confini dei paesi europei. Tra le linee guida spiccava quella denominata Impegno,
ossia “gestire una situazione di conflittualità, non solo con l’attacco diretto alle forze nemiche, ma anche con la gestione degli effetti del conflitto sulla popolazione non combattente.
E poiché, secondo Nato 2020, il campo d’azione va dal conflitto su larga scala all’assistenza umanitaria, diventa necessario lavorare su un aspetto: stringere il piano militare a quello civile.

A tale scopo non basta solamente rafforzare l’immaginario del militare come operatore di pace, ma è necessaria la creazione di nuove figure professionali a carattere civile, capaci di affiancare il lavoro del militare sul campo.
Una figura fondamentale non solo per la gestione del conflitto in sé, ma anche per rendere più umanitario il volto di una guerra, in grado di gestire la fase di transizione del paese in un nuovo regime.

Ecco che da lì a qualche anno, prima nei paesi anglosassoni poi in quelli vicini, iniziano a fioccare nuovi corsi di laurea in “gestione del conflitto”, “sicurezza e cooperazione” e via discorrendo. E, così, anche se in ritardo, arriva a Sassari il CdL in Sicurezza e Cooperazione Internazionale.
Questo corso (finanziato per il 50% dal Ministero della Difesa e del Tesoro) si rivolge a due categorie di studenti:

  • quelli standard, ovvero civili;
  • quelli militariPer la cronaca questi ultimi, secondo il regolamento di ateneo, pagheranno solamente 500 euro di tasse all’anno.Le figure professionali che ne usciranno saranno dei tecnici al servizio tanto del Ministero della Difesa, quanto di aziende che operano e investono in zone di guerra, del Ministero
    dell’Interno nella gestione dei flussi migratori e dei campi della protezione civile dopo le calamità naturali. Tutti questi contesti sono accomunati dal concetto di “emergenza” che si traduce praticamente nella militarizzazione delle dinamiche civili, resa possibile dall’infiltrazione dei militari nella società.