La Sardegna e i migranti: tra luoghi comuni e problemi reali

bambino-nero-sardoDomenica  23 ottobre 2016, il circolo cagliaritano ME-TI ha organizzato un seminario di studio su “I Migranti e la Sardegna”. Abbiamo intervistato Enrico Lobina, relatore al seminario e collaboratore del gruppo di lavoro della RAS sulle politiche migratorie.

  1. Perché i migranti sbarcano in Sardegna? Quali sono le cause delle attuali ondate migratorie?

I migranti che sbarcano direttamente in Sardegna sono molto pochi, e provengono maggiormente dall’Algeria. L’Algeria ha, dal punto di vista socio-politico, una situazione distinta e peculiare rispetto agli altri Paesi dell’area Mediterranea; gli algerini raggiungono la Sardegna perché è più vicina. In ogni caso, la quasi loro totalità ha un progetto di vita che non comprende la Sardegna, che viene vista come terra di passaggio.

Il resto dei migranti o, meglio, dei richiedenti protezione internazionale, che vengono in Sardegna, giungono qua a seguito di un piano nazionale (n.d.R. statale) di ripartizione dei richiedenti protezione internazionale.

In questi ultimi anni sono aumentati a dismisura i flussi migratori non programmati, cioè le persone che arrivano in Sardegna ed in Italia, e poi in tutta Europa, non seguendo le politiche migratorie che, per quanto riguarda l’Italia (e conseguentemente la Sardegna) sono regolamentate da una legge del 1998 e dai flussi programmati.

Le stime che si possono fare, riguardo il futuro, sono le più disparate. Secondo la fondazione ISMU (Iniziative e studi sulla multietcnicità) si possono fare due ipotesi: secondo la prima ipotesi i flussi migratori dell’Africa verso la UE-28 (con la Gran Bretagna) sono stimati per circa un decennio attorno alle 350.000 unità, con un successivo rialzo a 380.000 tra il 2026 ed il 2030. C’è poi una ipotesi più bassa, per cui nel periodo 2021-2025 il flusso annuale sarà di poco superiore alle 300.000 unità, con aumento a 330.000 unità tra il 2026 ed il 2030.

I migranti in Sardegna: numeri e tendenze.

lolaRispetto all’Italia, e rispetto all’Europa occidentale, il numero di stranieri presenti in Sardegna è molto più basso.

Gli stranieri presenti sono sia comunitari, che dell’est Europa, che africani ed asiatici. Le realtà sono le più varie, e nell’area metropolitana di Cagliari, nonché ad Olbia, si raggiungono percentuali che superano il 5%.

Ogni fenomeno sociale legato alle comunità di origine va studiato sia in modo singolo, sia in relazione a dinamiche lavorative, economiche e sociali più generali, e naturalmente in relazione ad una progressiva diminuzione dei diritti dei lavoratori e della dismissione dello stato sociale.

Si pensi solamente al fenomeno delle badanti, che potrebbero arrivare ad essere 6.000 di quei 47.000.

A fronte di un flusso migratorio in entrata, esiste un forte flusso migratorio in uscita, di sardi, di diversa estrazione sociale, i quali si trasferiscono, per diverse ragioni, o in Italia o, nella maggior parte dei casi, fuori dall’Italia.

 I richiedenti asilo in Sardegna: numeri e tendenze.

lola2Nel mondo i “displaced” (N.d.R. “sfollati”) sono uno su cento. In Sardegna i richiedenti protezione internazionale sono uno su trecento. È un fenomeno che interessa soprattutto i Paesi in cui esistono i “displaced” ed i Paesi confinanti (un esempio emblematico è Libano).

In Sardegna negli ultimi 4 anni sono arrivati circa 13.000 persone di flussi migratori non programmati. Nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e negli SPRAR (Servizio Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono circa 5.000 le presenze. Questo significa che in 4 anni circa 8.000 richiedenti protezione internazionale hanno abbandonato la Sardegna.

La gestione dei CAS è del Ministero degli Interni. Il sostegno economico per ogni richiedente protezione internazionale è di 35€ a migrante al giorno, che viene incassato dai gestori e solamente in una parte minima (pocket money) dai richiedenti protezione internazionale.

  1. Purtroppo anche in Sardegna si moltiplicano episodi di intolleranza e razzismo. Cosa vorresti dire a chi cede a questi impulsi?

In Sardegna ha poco senso parlare di “integrazione”. Dovremmo parlare di “interazione”, e cioè trovare il modo di unire la fame di lavoro e dignità che hanno i sardi, giovani e non, che non vogliono emigrare e si vogliono sacrificare per una vita degna di essere vissuta, con il medesimo desiderio che hanno la stragrande maggioranza di coloro i quali compiono una attraversata dolorosissima ed arrivano in Sardegna.

Alle persone che cedono ad impulsi razzisti direi esattamente questo: dobbiamo costruire insieme un futuro per il popolo sardo e, stante le condizioni attuali, c’è spazio per tutti.

Così come per tanti fenomeni sociali, anche quello degli sbarchi e dei richiedenti protezione internazionale va governato, con una idea precisa di ciò che si vuol fare. Ritengo sbagliate le politiche europee nel Mediterraneo, che devono cambiare completamente. Allo stesso tempo, dobbiamo praticare forme di interazione tra richiedenti protezione internazionale, inedite ed innovative, che significa migliorare la società in cui viviamo. Il modo con cui oggi viene gestito il fenomeno è sbagliato, ma ancora più sbagliato è dare la colpa a chi arriva in Sardegna, cioè in Europa, per avere un futuro migliore. Se tra questi, poi, vi sono persone che delinquono, esse vanno trattate esattamente come vengono trattate le altre, ma stiamo in ogni caso parlando di una percentuale piccolissima, insignificante.

  1. Molti sostengono che non sia equa la divisione delle quote europee per gestire il fenomeno. Dicci la tua opinione.

L’Europa della Merkel e della Banca Centrale hanno lasciato i Paesi del Mediterraneo componenti la UE soli di fronte ad un fenomeno epocale.

Al contrario, bisogna dare risposte nel breve, medio e lungo periodo. Cagliari Città Capitale si pone in una ottica di governo, e fenomeni come questi vanno governati. Non avrebbe alcun senso assumere atteggiamenti caritatevoli o rifugiarsi in un “accogliamoli tutti”.

In generale, rifiutiamo l’atteggiamento di chi evita il problemi, di chi attacca senza proporre soluzioni.
Lo ius sanguinis (cittadinanza e diritti in base al sangue) e lo ius soli (cittadinanza e diritti in base allo stabilimento su un territorio per un lungo periodo) stanno mostrando tutti i loro limiti. E se si introducesse il principio dello ius loci, cioé che una persona che sta in un territorio, e ci vuole stare, diventa parte della comunità, con i suoi diritti ed i suoi doveri?

Lo ius loci ha affinità con lo ius soli, ma oggi è difficilissimo acquisire la cittadinanza.

La gestione dei CAS è diseducativa e controproducente sia per gli ospiti, siano essi minorenni o maggiorenni, sia per le distorsioni economiche che produce (flussi consistenti di denaro mal utilizzati, lavoro nero), sia per le ricadute negative dal punto di vista sociale: “i soldi vengono spesi per i neri e non per noi?”. La guerra tra poveri c’è già, ed è fortissima.

Nel breve periodo la risposta deve essere sociale, col reddito di cittadinanza ed un nuovo modello di sviluppo.

I CAS e gli SPRAR non possono essere più gestiti come vengono gestiti ora. Chi sta nei CAS e negli SPRAR deve essere utile alla società, e viceversa.

Ciò non toglie che bisogna raccogliere tutti dal mare, rafforzare corridoi umanitari e garantire una vita dignitosa a tutti.

Nel medio periodo serve una risposta europea, rivedere il sistema dei flussi, rivedere le relazioni internazionali con molti Paesi del Mediterraneo, sviluppare una politica mediterranea.

Deve rimanere una politica dei flussi.

Bisogna rivedere la politica estera e le relazioni internazionali verso i Paesi di provenienza, abbandonando ogni tono ed atteggiamento neocolonialista. L’atteggiamento dell’UE, con l’accordo con la Turchia e con le chiusure nell’Europa orientale, centrale e settentrionale, è inaccettabile. Al contrario, la Merkel ha dichiarato che vuole replicare l’accordo UE-Turchia nei confronti dell’Egitto e, mi pare, anche nei confronti del Sudan.

Nel lungo periodo bisogna uscire dalla NATO e praticare una politica di neutralità, abbandonare definitivamente ogni sostegno ad Israele e ripensare completamente le relazioni tra popoli nel Mediterraneo.

  1. A tutt’oggi sono moltissimi i sardi che continuano ad andare via per cercare lavoro. Siamo anche noi coinvolti nel grande fusso migratorio che caratterizza il nostro tempo?

Sì, i sardi sono coinvolti. In una fase storica in cui il XXI secolo, per via di precise scelte di politica economica e politica estera europee ed italiane, rischia di essere il secolo di un tentativo di genocidio sociale del popolo sardo, questo comporta un fortissimo flusso migratorio, che è il risultato e la spia dello stesso genocidio.

La costruzione di una proposta politica alternativa non può aver luogo senza una forte mobilitazione sociale di massa, che oggi è assente. Il processo che abbiamo iniziamo prende atto, in modo problematico, di questa situazione e lavora per un radicamento sociale che contribuisca alla nascita di una mobilitazione sociale di massa sui temi del lavoro, dell’ambiente, della cultura.