I voucher, la distruzione del lavoro e la Sardegna

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La storia
A partire dal 2003, i vari governi italiani che si sono susseguiti, hanno attuato una progressiva trasformazione del lavoro retribuito, con l’introduzione del voucher, altrimenti conosciuto come “buono lavoro”, smantellando i contratti portatori di diritti, perfino quelli precari. I buoni lavoro servirebbero, in teoria, a regolamentare il lavoro accessorio e di natura occasionale, destinato a restare in nero come lavori stagionali, ripetizioni private e baby-sitting.
Il voucher viene introdotto ufficialmente nel 2003 a opera del secondo governo Berlusconi (a seguito della contestatissima legge Biagi che costò la vita al giuslavorista omonimo). Successivamente il Governo Prodi nel 2008 diede piena attuazione alla legge, a dimostrazione del fatto che in materia economica la continuità fra i due schieramenti è stata sempre pienamente garantita. Nel 2009, con il nuovo Governo Berlusconi, Viene legittimato l’utilizzo dei buoni anche da parte degli enti locali, per attività di giardinaggio, pulizia e manutenzione dei beni pubblici. Nel 2010 la vendita dei voucher ha trovato un altro vettore, ovvero le tabaccherie, facilitandone a dismisura la proliferazione incontrollata. Successivamente, assistiamo alla totale liberalizzazione dei voucher con il Governo Monti nell’ambito della riforma Fornero e infine al suo pieno utilizzo ed estensione con il Governo Renzi (nell’ambito della riforma sul lavoro, il cosiddetto Jobs Act), che ha innalzato il tetto di utilizzo da 5.000 a 7.000 € annui, eliminando anche la dicitura “di natura meramente occasionale”. Così, nati in teoria per coprire i lavori occasionali e tipicamente in nero, i voucher sono presto diventati uno dei sistemi più convenienti per sfruttare i lavoratori eliminando diritti e garanzie.

Come si articola il lavoro accessorio
Il lavoratore svolge presso l’azienda le stesse mansioni degli altri ma viene inquadrato diversamente. Per un certo periodo la prestazione lavorativa sarà part-time, poi dopo il licenziamento, verrà imposto al lavoratore di svolgere attività con pagamento a mezzo voucher. Su 10 euro di vucher 7,50 vanno al lavoratore e 2,50 all’INPS. Un modello di pagamento e di prestazione lavorativa che lascia dietro sé pesanti strascichi: esso non costituisce infatti nessuna fonte di contribuzione previdenziale, né serve a calcolare l’anzianità del lavoratore. Per riuscire ad acquisire un minimo di 20 anni lavorativi, tra lavoro precario, in nero, periodi di disoccupazione, il lavoratore sarà comunque costretto a dilatare i tempi della sua attività, percependo ugualmente importi ridottissimi. Ecco perché una parte del sindacalismo ha raccolto le firme per indire un referendum con lo scopo di abolire i voucher. Le firme sono attualmente al vaglio della Corte Costituzionale che ne dovrà valutare la legittimità.

Il voucher in cifre
I voucher sono una storia tutta italiana, a dispetto di quanto viene continuamente ripetuto sulla necessità di imitare i modelli europei. Oltretutto il fenomeno appare ormai fuori controllo. Stando a quanto riportato dal monitoraggio INPS continua il vertiginoso calo delle assunzioni a tempo indeterminato a tutto vantaggio dei voucher: nel 2016 le assunzioni a tempo indeterminato sono crollate del -32,9%, mentre i voucher hanno proliferato.

I voucher in Sardegna
La Sardegna ha subito la progressiva soppressione del lavoro a tempo indeterminato, che ad oggi riporta un -45%.
Nel 2015 si è toccata una cifra vertiginosa: +82%, 15 punti percentuali in più della media italiana e nel 2016 la vendita dei buoni continua a crescere (+36,6%). Le cifre fanno venire il capogiro, anche perché nello stesso tempo crollano verticalmente le assunzioni a tempo indeterminato. Risultato di questa folle politica ultraliberista? Il lavoro nero resta in “nero” e i contratti portatori di diritti perdono velocemente terreno! L’utilizzo dei buoni lavoro in Sardegna spopola soprattutto nel settore turistico-ricettivo e nel commercio (28% dei voucher venduti), dove funziona da vera e propria copertura del lavoro nero (spesso la prima ora viene pagata in voucher e il resto in nero)
Una tattica, quella dell’uso del voucher, che va ad incidere sul già pesante tasso di disoccupazione, che nell’isola risulta molto più elevato rispetto a quello italiano: 17,35% contro l’11,90%.

I voucher e la RAS
A peggiorare la situazione, già grave in ambito dello stato, le amministrazioni regionali sarde sono state più lealiste del Re e hanno ampiamente impiegato il modello voucher. Tutto è iniziato con la giunta Cappellacci con la questione dei 5000 tirocini formativi (“Sardegna Tirocini”) che hanno trasformato i tirocinanti in veri e propri operai sottopagati proprio mediante l’uso dei voucher, aggirando i minimi contrattuali. All’epoca il centrosinistra aveva alzato le barricate, ma poi ha proseguito sulla stessa linea. Cappellacci aveva precorso i tempi perché la giunta Pigliaru, con il programma “flexicurity”, ha destinato 23 milioni di euro alle imprese per facilitare l’assunzione di “persone svantaggiate” (tirocini rivolti a persone tra i 40 e i 59 anni espulse dal mercato del lavoro ), erogando appunto bonus e voucher. Una pratica definita “imbarazzante anche da alcuni alleati di Governo (http://www.vitobiolchini.it/2015/04/28/rifondazione-scrive-a-pigliaru-la-flexicurity-e-imbarazzante-i-tirocini-per-i-40enni-umilianti-inoltre-chi-comanda-in-assessorato/). Il tutto senza alcun vincolo di assunzione da parte delle imprese, come aveva fatto il buon vecchio e tanto criticato Cappellacci. Difatti il programma è stato un totale flop e solo 17 persone sono state assunte a tempo indeterminato.

I tiranni sabaudi: un libro di Francesco Casula

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Intervista allo storico Francesco Casula sul suo ultimo libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”. 

  1. La Sardegna pullula di vie e piazze intitolate ai Savoia. Perché?

La presenza ubiquitaria dei Savoia nelle Vie e nelle Piazze sarde (e persino di Monumenti, loro dedicati, è il caso della statua di Carlo Felice in Piazza Yenne a Cagliari che un Comitato propone che venga fatta “sloggiare”) è la cartina di tornasole dell’ideologia, italiota e patriottarda, del Risogimento e dell’Unità d’Italia, visti, da parte della destra, del centro e della stessa sinistra come segno ed espressione di magnifiche sorti e progressive. Duncas, sos Savoias no si tocant! In quanto appunto “padri” sia del Risorgimento che dell’Unità, momenti e movimenti tendenti alla libertà e al rinnovamento, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della “Questione sarda” (e meridionale) ancora oggi più presenti che mai. Tutta la storia italiana – pensiamo ai libri di testo della scuola ufficiale – è stata “letta”, costruita e modulata in base a tale categoria storiografica, chiaramente falsa e mistificatoria: come io nel saggio documento, dimostro e argomento. Ma tant’è: è stata metabolizzata e interiorizzata da parte della gran parte dei cittadini, financo sardi. Grazie anche all’opera mediatica e televisiva di guitti e cortigiani come Benigni. Sull’Unità d’Italia voglio solo riportare quanto scrive Giuseppe Dessì in quel meraviglioso romanzo che è Paese d’Ombre: “era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola, divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

  1. Sui libri di storia si legge che i Savoia hanno fatto progredire la Sardegna rispetto all’epoca spagnola considerata la vera epoca di decadenza. Stanno così le cose?

Assolutamente no. I catalano-aragonesi prima e gli spagnoli dopo non erano certo benefattori: spremevano fiscalmente i sardi fino all’osso. Ma i Savoia sono stati molto peggio. Sia per quanto attiene alla tassazione che alla repressione. Con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardarono lo sviluppo della Sardegna di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta¬mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu. Il libro documenta in modo rigoroso le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946) attraverso citazioni di scritti, libri e documenti anche di storici e intellettuali filo monarchici e persino filo sabaudi: penso a Pietro Martini o a Giovanni Lavagna, patrizio algherese. E dunque non solo di avversari come Mazzini o Giovanni Maria Angioy. Carlo Felice in particolare fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu infatti crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è un “pigro imbecille”.

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3. Chi e come ha maggiormente italianizzato la Sardegna? I Savoia o la Repubblica?

E’ una bella gara. La desardizzazione e snazionalizzazione inizia con l’imposizione, da parte dei Savoia della lingua italiana (1776). Il sardo viene non solo proibito ma criminalizzato. Carlo Baudi di Vesme nell’opera Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, scritta, su incarico del re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione! Ovvero la lingua sarda è da estirpare in quanto espressione di inciviltà e la si deve trascendere con la lingua italiana, concepita come civile! Per quanto attiene alla storia ricordo che a Pietro Martini, uno dei padri della storiografia sarda, intenzionato a introdurre fra gli studenti dell’Isola l’insegnamento della Storia sarda, le autorità governative piemontesi risposero che nelle scuole dello Stato “debbasi insegnare la storia antica e moderna, non di una provincia ma di tutta la nazione e specialmente d’Italia”. Tale concezione, da ricondurre a un progetto di omogeneizzazione culturale, la ritroviamo pari pari anche nelle Leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia post unitaria: con i programmi scolastici, impostati secondo una logica rigidamente statalista e italocentrica, finalizzati a creare una coscienza “unitaria“, uno spirito “nazionale”, capace di superare i limiti – così si pensava (e si vaneggiava!) – di una realtà politico-sociale estremamente composita sul piano storico, linguistico e culturale. Questo paradigma fu enfatizzato nel periodo fascista, con l’operazione della “nazionalizzazione” dell’intera storia italiana ed è sopravvissuta sostanzialmente ancora oggi, con i programmi scolastici che tutt’ora escludono la storia locale e la lingua sarda.

4. Perché hai scritto un libro sui Savoia e sulla Sardegna?

La storia sarda è stata sostanzialmente interrata. Sepolta. Azzerata. E comunque censurata e persino mistificata e falsificata. Scritta dal punto di vista italiano, non sardo, “dei vincitori” – direbbe Cicitu Masala – e non dei “vinti”. La nostra storia dunque occorre non solo disseppellirla e studiarla ma anche riscriverla. Io ho tentato, in questo mio saggio, di riscrivere 226 anni di storia, meglio “di controstoria” sarda, del tutto assente nella scuola ufficiale. Il mio punto di vista, (che non solo non nego né nascondo ma rivendico orgogliosamente), è quello di uno studioso “militante”: impegnato a creare, diffondere e circuitare conoscenza, consapevolezza identitaria e nazionale sarda, autostima. Senza la quale non è possibile che la nostra Isola rompa le catene della dipendenza e della subalternità. Mi auguro che questo mio lavoro possa essere utile a quei consiglieri comunali che decidessero – finalmente – di rivedere la toponomastica sarda, per dedicare le nostre Vie e le nostre Piazze a sas feminas e a sos omines sardos de gabale, ai nostri eroi (Angioy, Cilocco, Sanna-Corda, Cadeddu) estromettendo i tiranni sabaudi e i loro lacchè e cortigiani.

fotografia della bandiera italiana tratta dal sito http://www.kubel1943.it/dettaglio.php?id=1883

Anela senza cure

13563446-disegno-folle-con-striscioni-e-bandiereFrutto di una politica ingiusta e malsana è l’annunciata chiusura di innumerevoli presidi ospedalieri, che rappresentano gangli della sanità per migliaia di sardi.
Ora anche il paese di Anela, a partire dal 16 dicembre, verrà privato dell’unico medico di base rimastogli. Infatti, il medico di base, aka il medico di famiglia, non presterà più servizio nel paese e verrà trasferito altrove.

Anela si trova invischiata- ancora oggi- in una situazione amministrativa molto problematica, poiché sprovvista di sindaco: il comune è infatti commissariato dal 2015. Chi interloquirà per questo ennesimo grattacapo, che lede profondamente il diritto alla salute dei suoi abitanti?

Di questo certamente non si preoccupa il presidente della regione autonoma, Francesco Pigliaru, il quale ha fortemente voluto la Asl Unica, dando vita ad uno scenario di polarizzazione dell’amministrazione della sanità in pochi avamposti isolani, anch’essi ad alto rischio: per pagare ticket e richiedere prestazioni sanitarie la maggior parte dei sardi sarà quindi costretta a macinare centinaia di chilometri.
Gli anelesi vengono così declassati ancor più a cittadini di serie B, insieme ai cittadini di tutto il Goceano. Le carenze dei trasporti e delle infrastrutture per la viabilità sono certamente da tenere in considerazione ancora una volta: come faranno i cittadini di Anela a spostarsi di paese in paese per ottenere delle cure?

Pochi giorni fa, a tal proposito, gli indipendentisti, finalmente riuniti e collaborativi, hanno duramente contestato la Giunta regionale colonialista, aggiungendosi alle accorate proteste della Rete sarda per la Sanità pubblica.
La sanità è uno dei pilastri della politica di smantellamento del servizio pubblico, politica voluta da Pigliaru e dai suoi alleati. Vedremo se su questo si riuscirà a costruire una battaglia comune, nell’interesse dei sardi.

Indipendentisti contro Pigliaru: Giù le mani dalla sanità sarda!

Distribuzione volantini davanti all'Ospedale Santissima Annunziata (SS)
Distribuzione volantini davanti all’Ospedale Santissima Annunziata (SS)

Esordio in piazza per gli indipendentisti aderenti al progetto dell’Alternativa Natzionale in difesa della sanità pubblica. Nel mirino il Piano di riordino fortemente voluto dalla giunta Pigliaru che – sostengono i promotori della manifestazione – implica un intollerabile ridimensionamento del sistema ospedaliero isolano. Ad affollare via Tempio, davanti agli uffici della ASL, sono stati i militanti di Sardigna Natzione Indipendentzia, di Progetu Repùblica de Sardigna, del Fronte Indipendentista Unidu, di Gentes, della Confederazione Sindacale Sarda e di Sardigna Libera che per tutta la mattina hanno distribuito volantini e hanno dialogato con pazienti e personale.

Il punto è che «mentre gli ospedali dei nostri territori vengono declassati o chiusi, il Presidente Pigliaru inventa la ASL Unica, ovvero una grande mangiatoia con sede a Sassari guidata da un super direttore generale: il signor Moirano (ligure), il quale a sua volta ha nomimato direttori amministrativi e sanitari italiani» – sostiene al megafono Bustianu Cumpostu di Sardigna Natzione – «Con tale nomina al governo della sanità sarda c’è stata una grave perdita di sovranità del popolo sardo, pertanto il sistema politico al governo della Sardegna deve prenderne atto e restituire la delega ricevuta dai cittadini sardi».

Manifestanti indipendentisti davanti all'ASL (SS)
Manifestanti indipendentisti davanti all’ASL (SS)

Sul diritto alla salute interviene Cristiano Sabino, del Fronte Indipendentista Unidu, avanzando l’ipotesi che se le cose continueranno così si dovrà chiedere ad Emergency o a Medici Senza Frontiere di intervenire per garantire il diritto alla salute dei cittadini sardi. Sabino, nel suo intervento davanti ai tanti partecipanti al presidio, insiste anche sullo «sporco lavoro di austerity compiuto per conto dello stato italiano e del governo europeo da parte del governo regionale che, di fatto, è la giunta più spintamente ultraliberista mai toccata ai sardi».

Intervento lungo e dettagliato quello del medico Claudia Zuncheddu, segretario del movimento Sardigna Libera, che ripercorre le tappe dello smantellamento della sanità pubblica a beneficio di quella privata: «mentre si chiudono le strutture pubbliche si finanziano strutture sanitarie private di cui il Mater Olbia è l’esempio più eclatante. Un ospedale privato del tutto inutile a noi ma ai cui costi i sardi dovranno contribuire con 58 milioni di euro annui per dieci anni, cioè un patrimonio di oltre mezzo miliardo a fondo perduto indirizzato all’Emiro del Qatar». Ma i sardi non resteranno a guardare – rassicura la Zuncheddu – «lotteremo fino alla fine affiancando i comitati della Rete Sarda per la Sanità Pubblica, al fine di  impedire che il nuovo manager Moirano dia il colpo di grazia alla sanità pubblica». A chi governa la Sardegna – conclude l’esponente indipendentista – noi chiediamo che si organizzi un tavolo con sindaci e comitati per scrivere una Riforma democratica nell’interesse dei sardi incentrata sul taglio agli sprechi, dovuti ai giochi politici interni alle ASL, e non al diritto alla salute dei sardi».

Gli indipendentisti difendono la sanità pubblica

asl

Il 13 dicembre, a Sassari, in via Tempio 5, si svolgerà presso la sede dell’I.N.A.M un presidio delle diverse forze che formano la Mesa Natzionale, con l’obiettivo di sensibilizzare e informare la popolazione circa l’iniquità della proposta sul “riordino” della rete ospedaliera, da parte della Giunta Pigliaru.

Una decisione che comporterà, con tutta probabilità, la privatizzazione del Sistema Sanitario Pubblico e ridurrà enormemente il diritto del popolo sardo ad accedere agevolmente ai servizi di primaria necessità. A livello territoriale, il problema del declassamento e della chiusura di alcune importanti strutture ospedaliere, costituisce già una triste realtà. Ad aggravare poi lo stato di decadenza della sanità sarda la creazione della Asl Unica affidata fra l’altro ad un manager unico italiano, con l’obiettivo esplicito di tagliare e ridurre i servizi.

I promotori della manifestazione denunciano la volontà politica della Giunta Pigliaru di scompaginare totalmente la sovranità sanitaria del popolo sardo aprendo le porte alla privatizzazione selvaggia.

La Mesa Natzionale da quindi appuntamento martedì 13 dicembre a tutti i cittadini interessati a difendere il diritto alla salute dei cittadini sardi a Sassari, in via Tempio n° 5 alle ore 10:00.

mesa

 

Italiani, brava gente – Scida

Mercato del pane 16 dicembre 1911. Esecuzione di 14 arabi traditori, condannati dal Tribunale di Guerra Italiano
Mercato del pane 16 dicembre 1911 (Tripoli). Esecuzione di 14 arabi traditori, condannati dal Tribunale di Guerra Italiano

Mercoledì 7 dicembre alle ore 17 nella sala Maria Carta dell’ERSU (via Trentino, Cagliari), si svolgerà il convegno “Italiani brava gente – i crimini dell’imperialismo italiano”, organizzato da Scida Giovunus Indipendentistas.
L’evento si pone come fine l’approfondimento di una pagina rimossa, o narrata in modo deformato, della storia italiana (il colonialismo in Africa tra XIX e XX secolo e l’occupazione della Iugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale) e la riflessione sul ruolo avuto da questa, tanto nella costruzione dell’identità nazionale italiana – nel discorso sciovinista dominante e nella cultura generale dei cittadini – quanto sui suoi effetti nelle vicende storiche dell’Italia repubblicana e dell’attualità.

Saranno ospiti due autorevoli studiosi: Alessandro Pes, docente e ricercatore di storia contemporanea nell’Università di Cagliari, autore di diversi saggi sull’imperialismo italiano,  curatore – con Valeria Deplano – del libro “Quel che resta dell’Impero. La cultura coloniale degli italiani” (Mimesis, 2014); Eric Gobetti, storico, specializzato nella Storia della Iugoslavia e autore del saggio “L’occupazione allegra. Gli italiani in Iugoslavia 1941-43” (Carocci, 2007).

Scida introdurrà le relazioni dei due storici, con una propria riflessione sul collegamento tra l’imperialismo italiano e il colonialismo interno in Sardegna, evidenziando tre elementi: il rapporto tra italianità e colonialità nell’isola, a partire dalla tipica dicotomia colonialista tra civiltà e barbarie, veicolata sotto la dominazione piemontese prima e nello Stato unitario poi; la funzione della razzializzazione dei sardi nella costruzione di un’identità sarda subalterna e nella giustificazione dello sfruttamento economico e della violenza coloniale; la rimozione della memoria della Divisione Sassari in Iugoslavia, tra l’utilizzo dell’Esercito nell’isola (specie con la strumentalizzazione dei militari sardi) come emblema di italianità e rimozione generale dei crimini compiuti dall’Italia nei Balcani.

 

Referendum e indipendentismo: No, Sì, Forse

15355938_10210007639699343_1718923438_nCome voteranno i movimenti indipendentisti sardi al referendum costituzionale di domani?

Diversi osservatori hanno fatto notare che gli indipendentisti non hanno una posizione univoca, insistendo sulla “solita divisione che alberga in questo campo”.
C’è da dire però che nessun movimento indipendentista è orientato per il SI, sebbene uno degli argomenti ribaditi anche recentemente dal fronte renziano – Renato Soru ed Elena Boschi sono intervenuti esplicitamente su questo – è che l’autonomia speciale non è in pericolo. Relativamente alla dichiarazione è intervenuto lucidamente uno degli intellettuali più attivi e rappresentativi del movimento nazionalista sardo, lo storico Francesco Casula, che ha parlato invece di una “nuova perfetta fusione”, smontando le argomentazioni del fronte sardo del SI:
<<il comma 13 dell’articolo 39 prevede espressamente “la revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime Regioni e Province autonome”>>

Insomma è solo questione di tempo e il nodo delle “autonomie speciali” viene solo rimandato ad un secondo round per completare il disegno neocentralista ed autoritario in corso.

Detto questo, la maggior parte dei movimenti indipendentisti si è schierato per il NO. Vediamo brevemente le diverse posizioni:

#1 Sardigna Natzione Indipendentzia: IL NON VOTO
SNI asserisce che votando al referendum si legittima tacitamente lo stato italiano. Dichiara a tal proposito Bustianu Cumpostu, leader del partito:
<<Il NO e il SI sono due SI all’accettazione della sudditanza imposta dalla costituzione italiana, sancita con l’art. 5) La Repubblica, una e indivisibile… . In ogni caso, infatti, sia che si opti per la costituzione in vigore o per quella riformata, si accetta l’appartenenza ad uno stato-nazione, uno e indivisibile e alla fusione statuale perfetta del 1848 unisce la fusione nazionale perfetta del 2016>>. 
Cumpostu aggiunge che se il 50% dei sardi diserterà le urne sarà un chiaro segnale della volontà di indipendenza per la Sardegna.

#2 Sardigna Libera: NO ALLA MANIPOLAZIONE
Claudia Zuncheddu, portavoce di Sardigna Libera, afferma che, nonostante il mantra di innumerevoli sardi sia Sardigna no est Italia, bisogna considerare il fatto che la Sardegna rimane ad oggi sotto l’ombrello politico della Carta costituzionale italiana e pertanto non può ignorarla. Prosegue, esponendo la scelta del movimento:
<<Il nostro NO alla Riforma è per opporci ad ogni manipolazione tesa a ridurre ulteriormente i nostri spazi di autonomia e di democrazia sanciti dal nostro Statuto speciale>>.

#3 Libe.r.u.: IL NO INDIPENDENTISTA
Pier Franco Devias, leader di Liberos Rispetados Uguales, dichiara che voterà NO perché indipendentista, in netta contrapposizione a quanto dichiarato da SNI, che attacca duramente. Devias dichiara:
<<Scuola, acque termali, porti, e mille altri aspetti della nostra autonomia lasciata pressoché inutilizzata da settant’anni di amministrazione italianista. Io penso che sia sempre meglio avere un’autonomia che domani puoi decidere di sfruttare al meglio che non avere nessuna autonomia. >>
Libe.r.u. inoltre ricorda che, nel caso di vittoria del SI, ci troveremmo a far fronte alla triplicazione delle firme necessarie per un disegno di legge di iniziative popolare.

#4 Fronte Indipendentista Unidu: NO ALLA SUPREMAZIA
<<Da indipendentisti e da uomini e donne che amano la libertà, non possiamo che essere contrari ad una riforma iniqua che puzza di P2 e, di rimando, a Licio Gelli, ideatore del “Piano di Rinascita Democratica” che insiste sulla necessità di “accentrare ed efficientare” lo Stato.>>
Viene introdotto così il comunicato stampa del FIU. Secondo il Fronte Unidu la “Clausula di supramazia”, l’aumento del numero di firme per le proposte di legge (da 50.000 a 150.000) e della soglia da raggiungere per ottenere il referendum abrogativo (dalle attuali 500.000 firme si andrà a 800.000), renderanno oggettivamente più difficile l’applicazione degli istituti di democrazia diretta. Dichiara nel cs il movimento:
<<il “DDL Boschi” fa sì che il Governo diventi il vero e unico titolare sia del potere legislativo che di quello esecutivo>>.

#5 ProgRes: STATUTO SARDO
Progetu Repùblica lancia la sua posizione, lasciando ai suoi attivisti libera scelta sul voto del referendum e affermando:
<<Progetu Repùblica rispetta la scelta di coloro che voteranno contro la riforma al fine di non vedere ulteriormente ridotto lo spazio di autonomia dalla revisione del Titolo V.  Tuttavia prende atto con rammarico che anche Partiti che si definiscono indipendentisti hanno seguito lo schema della propaganda unionista, appiattiti sulle posizioni italiane contrarie alla riforma, nonché incapaci di rilanciare un imprescindibile dibattito sulla riscrittura dello Statuto Sardo>>
Non a caso il partito dà ai militanti l’ultima parola: esso sostiene infatti che qualsiasi sia il risultato del referendum, si debba ripartire dallo Statuto sardo, che deve essere riscritto con il popolo secondo i seguenti principi: 

Contestato il SI-ndaco di Sassari

Grafica del FIU per il referendum
Grafica del FIU per il referendum

Una “Passeggiata ombra per il NO” è ciò che ieri un gruppo di militanti del Fronte di Sassari ha effettuato lungo il percorso scelto dal sindaco Nicola Sanna, da piazza Tola fino ad arrivare in Via Luzzatti.
I militanti hanno dato vita all’azione con dei manifesti appuntati addosso, che riportavano la scritta “A su refendum deo voto No”, per poi fermare i passanti e fare controinformazione. A pochi passi da Nicola Sanna che, attorniato da una “piccola corte” e scortato dalla polizia urbana, fermava i passanti per spiegare le sue ragioni per votare Si, gli indipendentisti contestavano il sindaco renziano.

15284823_10209998321146385_1321732058032173450_nA tal proposito il Fronte fa notare che esiste la Circolare del Ministero dell’Interno sul “Divieto per le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di comunicazione“, lasciando liberi gli esponenti politici di fare propaganda soltanto in quanto cittadini, circolare a cui il sindaco Sanna non si è attenuto, chiamando la sua iniziativa “Basta un SIndaco”

Secondo il Fronte, il sindaco Sanna, come già fatto in occasione dello spettacolo organizzato al teatro Verdi per la campagna populista di Renzi, ha dimostrato, ancora una volta, d’essere un bravo “tzeraccu bambu”, disposto a qualsiasi cosa pur d’ingraziarsi “su mere Renzi”, mancando ai suoi doveri di equilibrio e correttezza e di amministratore super partes.

Il FIU Sassari coglie l’occasione per ricordare che terrà aperta la sede di Via Cetti per tutta la giornata di sabato 3, al fine di continuare a fare controinformazione referendaria.