Anthony Muroni sulla questione della lingua sarda

Intervista ad Anthony Muroni in occasione della Cunferèntzia aberta de su sardu, svoltasi il 14 gennaio 2016 a Nùoro, organizzata dal prof. Alessandro Mongili.
La redazione di Pesa Sardigna ha posto delle domande ad Anthony Muroni, ex direttore de l’Unione Sarda ed attualmente direttore del suo omonimo blog, anthonymuroni.it, che apre nuovi scenari nel vasto mondo politico dell’autodeterminazione.

Presentazione della Federatzione Sarda de sa Gioventude Indipendentista

2000px-Bandera_nacionalista_sarda.svg_Venerdì 3 febbraio alle ore 10 presso l’Hotel Mariano IV (Piazza Mariano 50, Oristano) conferenza stampa di presentazione della neonata Federatzione de sa Gioventude Indipendentista.

Durante la conferenza saranno illustrati gli obiettivi e le finalità della FGI, che riunisce collettività già strutturate e singoli individui già operanti nei vari territori dell’isola, all’interno di una rete che mira all’accrescimento della coscienza nazionale sarda e alla costruzione di un fronte comune giovanile contro il colonialismo italiano.
I campi d’azione entro cui lavorerà la FGI sono quelli dell’educazione e del lavoro giovanile, con il fine di raggiungere una reale sovranità nel campo della scuola e dell’Università e in materia di politiche per il lavoro giovanile.                                                                                                                                                                                                                                         La FGI aggrega giovani con un’età compresa fra i 14 e i 30 anni e non è un’emanazione di partito, e per tal motivo non parteciperà a nessuna competizione elettorale.

Emergenza neve: Regione «pachiderma inutile»

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Con riferimento a quanto apparso ieri nei principali mezzi di informazione, il neoeletto presidente del Consiglio delle Autonomie Locali, Andrea Soddu, esprime il suo stupore e il suo disagio davanti alle dichiarazioni dell’assessore regionale alla Protezione Civile, Donatella Spano, che attacca duramente i comuni, rei a suo dire, di non essere sufficientemente organizzati nel fronteggiare le emergenze. «Più che il più classico degli scaricabarile» sostiene Soddu «siamo davanti alla mistificazione pura, intrisa peraltro di propaganda e della peggiore». «La verità è sotto gli occhi di tutti, da un lato le nostre comunità, che con i mezzi disponibili fronteggiano un evento straordinario grazie al prezioso contributo di volontari e cittadini, dall’altro la regione che si muove con lentezza annunciando interventi per larga parte disattesi. Mai come in questa occasione l’ente superiore prende nel vero senso della parola le sembianze di quel pachiderma inutile, costoso e soprattutto lontano dai bisogni delle comunità. Mentre a Cagliari si facevano annunci che davano per risolte situazioni estremamente difficili e complesse, a Urzulei, a Fonni e in altri paesi dell’interno le amministrazioni provvedevano alla sicurezza e al conforto delle tante persone rimaste isolate e prive dei servizi essenziali. Mentre dall’assessorato piovono accuse di chissà quali negligenze, a Desulo sottolineano il paradosso che nel passato ha permesso di far arrivare in paese una task force ad abbattere dei maiali con solerzia cosa questa che manca quando bisogna salvare vite umane e attività produttive. Mentre nel capoluogo regionale si parla tanto e si fa poco, in Barbagia i cittadini spalano la neve con mezzi propri e gli imprenditori offrono sostegno e solidarietà» «L’assessore Spano ha voluto ricordarci» – conclude il presidente del CAL – «che i comuni sono carenti di piani di Protezione Civile. Volevo informare l’assessore, qualora non ne fosse al corrente, che nei comuni non sono i piani a mancare ma i mezzi e le risorse. Mai come in queste occasioni i paladini dell’accentramento, fautori e difensori di riforme che stanno condannando le nostre comunità a sparire, possono toccare con mano le conseguenze delle loro scelte scellerate. Anziché essere indignati per il grido d’aiuto che arriva da zone dove è difficile persino partorire, siano felici per il raggiungimento del loro obiettivo primario: la desertificazione della nostra isola». «Come CAL la nostra visione politica è opposta, puntiamo ad una diversa distribuzione delle risorse e delle strutture restituendo dignità ai piccoli centri»

Crc Posse: nuovo album alle porte

Dr. Drer & Crc Posse nel video musicale "Su sardu alfabetu"
– Dr. Drer & Crc Posse nel video musicale “Su sardu alfabetu” –

Anno nuovo, disco nuovo. A cavallo tra il 2016 e il 2017 la storica band cagliaritana Dr.Drer & Crc Posse è in studio per la realizzazione del nuovo cd, Cabudanni. Registrazione delle tracce e lavoro di editing insieme ai producers ed ai tecnici.

Per il loro nuovo lavoro, composto da 11 tracce, la band ha lanciato già da dicembre una raccolta fondi sul web in modo da coprire le spese di realizzazione: info e modalità si trovano al sito https://www.produzionidalbasso.com/projects/12919/support

La Crc Posse in questo cd si avvale della presenza di ben due producer musicali (Alessandro Coronas e Andrea Piras) che hanno lavorato ognuno ad una parte del cd, e di una interessante presenza di musicisti, provenienti dalle più disparate esperienze artistiche. Si tratta perlopiù di professionisti sardi che lavorano nell’Isola e all’estero, ma troviamo anche studiosi della tradizione sarda e  musicisti internazionali che, da anni, hanno un legame forte con la nostra terra. Tutti hanno contribuito con i loro strumenti e con le loro idee musicali alla costruzione delle nuove canzoni del sestetto cagliaritano.
Parliamo del curdo Mubin Dunen (ney, jura), di Mauro Laconi (chitarra), Tomas e Mauro Addari (percussioni), Claudio Corona (hammond), Antonio Firinu (fisarmonica), Andrea Scalas (dubmastering), Luca Fadda (tromba), Piero Marras (synth), Francesco Capuzzi (elettroneddas, launeddas elettroniche).
Il lavoro di pre-produzione, di produzione in senso stretto e di registrazione in studio va avanti da mesi ed è servito alla band per dare un degno sound  alle parole dei testi che, anche questa volta, raccontano storie di lotta e di amore, partendo dalla propria terra per parlare di tutto il mondo. Storie contemporanee e anche storie di un secolo fa ma che, riportate alla luce oggi, sono di una attualità sconcertante.
Hip hop, reggae, funky, dub, world music si mescolano alla musica tradizionale sarda, creando la miscela sonora tipica della band.

Cabudanni (settembre, in italiano) è mese di feste, ma anche il mese che, in Sardegna, segna l’inizio di una nuova annata e pertanto, simbolicamente, l’apertura  di una nuova stagione sia per la band che per la nostra Isola. Non a caso, la canzone che da titolo al disco, ricorda una delle battaglie a loro più care (per scoprire quale, si dovrà attendere il pezzo che dà il titolo al disco).
Mentre la band è ancora in studio, amici e seguaci possono acquistare il cd in anticipo, contribuendo con piccole quote a coprire le spese dello studio di registrazione, della produzione, del mixing, del mastering e della stampa dei cd.

Nel sito https://www.produzionidalbasso.com/projects/12919/support si può dare un contributo ed ottenere, a scelta, la ricompensa (cd, magliette, inviti alla presentazione o altro).
Cabudanni avrà inoltre una diffusione internazionale grazie sia ad una rete di radio private di 8 paesi esteri che hanno già trasmesso i primi due estratti del cd, Terra e Murra (http://www.crcposse.org/public/radio%20Terra.html) ed anche grazie ad una serie di live che saranno organizzati nel 2017 in alcune città europee. L’uscita del cd è prevista tra un paio di mesi.

 

Per info:
info@crcposse.org
www.crcposse.org

Pilota automatico. La Sardegna come la Grecia

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La Sardegna come la Grecia? Fatte le dovute differenze, ciò che è accaduto nei giorni scorsi a proposito della Legge Finanziaria varata dalla giunta regionale dell’isola ma bocciata dalla Corte Costituzionale non è molto dissimile rispetto al trattamento ricevuto negli ultimi anni da Atene – così come da molti altri paesi europei – da parte dell’Unione Europea e di alcune istituzioni finanziarie internazionali. Un vero e proprio commissariamento, dettato da vincoli di bilancio imposti dall’altro che di fatto cancellano ogni parvenza di democrazia, anche solo formale, sovranità e rappresentanza.

Nel mirino della sentenza della Corte Costituzionale infatti sono finiti alcuni articoli della legge di bilancio regionale che, a detta dell’istituzione, non rispettano il “sacro vincolo” del pareggio di bilancio.

Formalmente il diktat arriva da Roma – era stato infatti il governo statale a presentare un ricorso alla consulta contro la manovra economica della giunta a guida PD – ma occorre ricordare che il pareggio di bilancio e il patto di stabilità sono principi imposti a forza dall’Unione Europea e dalle sue istituzioni, tanto che alcuni provvedimenti in tal senso sono stati addirittura inseriti nella Costituzione senza alcun reale dibattito politico nel Paese e senza tantomeno investire i cittadini e le cittadine della decisione.

Eppure vincoli come l’impossibilità di accumulare debito pubblico sia a livello statale sia locale hanno enormi ripercussioni sulle condizioni di vita delle classi popolari, rendendo di fatto impossibile agli enti amministrativi di poter stanziare finanziamenti per la sanità, l’istruzione, l’assistenza sociale, il lavoro, la previdenza, l’ambiente e quant’altro.

Se anche una maggioranza politica conformista, subalterna e imbelle come quella presieduta da Pigliaru è incappata nello stop da parte del ‘pilota automatico’ imposto da Bruxelles e Francoforte e di cui la Corte Costituzionale ha scelto di ergersi a cane da guardia, figurarsi quale boicottaggio potrebbe toccare a un ipotetico governo realmente progressista della Sardegna.

È evidente che quanto accaduto non può essere derubricato a banale incidente di percorso, perché il grave episodio rivela una volta di più, se ce ne fosse bisogno, il carattere antipopolare, antidemocratico e imperialista di una costruzione sovranazionale, l’Unione Europea, che tutto è tranne che un’unione paritaria e solidale di popoli e stati.

Qualsiasi battaglia per maggiori diritti e garanzie sociali, e a maggior ragione una lotta che abbia come obiettivi strategici la liberazione sociale e natzionale, non può che mettere in discussione l’angusta e soffocante gabbia rappresentata dall’Unione Europea, a partire dai vincoli e dai trattati che impediscono anche ogni piccola deviazione rispetto ai diktat economici e politici dettati da parte di una oligarchia sempre più ristretta e feroce.

Marco Santopadre

Dimensionamento: prosegue lo smantellamento della scuola sarda

scuola sardaContro il ridimensionamento della rete scolastica previsto dalla Giunta sarda per l’anno scolastico 2017/18 si uniscono in coro le voci di tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, quasi fosse un’impennata di pochi sciagurati. Ma per comprendere meglio di chi siano le responsabilità e quali gli effetti occorre fare un po’ di chiarezza e rispolverare la memoria del recente passato.

L’allegato alla Delibera della Giunta Regionale n. 63/50 del 25.11.2016 (le Linee guida per il dimensionamento della rete scolastica per l’anno scolastico 2017/2018), detta in pratica un insieme di indicazioni molto precise sul futuro immediato della scuola sarda. Un destino su cui la maggioranza che è attualmente al governo ha una responsabilità piena, compreso quel PdS (Partito dei Sardi) che oggi spara a zero. Forse l’alleato di governo non si è reso conto che la Regione Sardegna non ha un piano regionale che definisca la programmazione degli interventi in tema di istruzione e formazione, in compatibilità con l’autonomia e le competenze previste dallo Statuto? Recita infatti l’ Art. 5 dello Statuto sardo che « […] la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: (a) istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi».

Purtroppo da troppo tempo la Regione Sardegna omette regolarmente di esercitare questa sua specificità nell’interesse e per la tutela dell’istruzione dei giovani sardi (per esempio è stata l’unica regione che nel 2015 non ha fatto ricorso allo Stato sulle decisioni prese in termini appunto di razionalizzazione, ovvero di tagli, in materia di istruzione). I vertici sardi sono stati, e continuano ad essere più realisti del re e adottano provvedimenti più restrittivi anche rispetto ai limiti già imposti dallo Stato italiano. Infatti i parametri proposti dal Ministero sono stati applicati sia da questa Giunta (di partiti di centro sinistra) nello scorso Piano di razionalizzazione, sia dalla Giunta Cappellacci (di centro destra) che oggi finge un’indignazione di facciata.

Quali siano gli ultimi espedienti presi dalla attuale giunta regionale lo si deduce da pochi stralci significativi tratti dalle attuali linee guida: «La Giunta regionale, con il Piano di dimensionamento per l’anno scolastico 2017/2018 intende continuare il percorso già avviato con i piani di dimensionamento degli anni precedenti, funzionale alla creazione di poli scolastici territoriali ottimali accoglienti, didatticamente strutturati, tecnologicamente efficienti che garantiscano un servizio scolastico coordinato e condiviso in un territorio sovracomunale».  Tradotto dal linguaggio burocratico significa, in sostanza, la volontà di chiudere le scuole nei piccoli centri, sulla scia (continuare il percorso già avviato) del processo iniziato negli anni passati (si vedano le linee guida fotocopia). Intende inoltre – prosegue la norma –  «superare il modello delle pluriclassi, in ogni ordine di scuola, nella prospettiva di mantenere livelli didattici e formativi orientati alla qualità del servizio e all’efficacia del processo di insegnamento-apprendimento; e sostenere la creazione di “poli scolastici territoriali” al fine di riorganizzare i bacini di utenza relativi alle scuole del primo ciclo (primaria e secondaria di primo grado) potenziando i servizi scolastici e il tempo pieno». In sintesi la cancellazione di classi a più livelli che coincide con la soppressione delle scuole, in quelle realtà paesane ormai destinate a scomparire e la cui estinzione è sancita dall’opera di sterilizzazione culturale dei piccoli centri decretata dal governo sardo.

Ma la sopravvivenza delle piccole scuole e dell’istruzione in genere non è una mera questione amministrativa o contabile; invece essa è un problema politico che deve essere fronteggiato con decisioni nette anche avverse alle decisioni imposte dallo stato italiano. Le strategie contro la dispersione scolastica pur avendo dissipato milioni di euro negli anni fin da quando la Sardegna rientrava nell’obiettivo 1, sono state fallimentari e non hanno avuto un adeguato monitoraggio che ne misurasse l’effettiva efficacia, e la Sardegna è rimasta miseramente in coda alle classifiche sia sulla dispersione sia sul possesso minimo delle competenze.

Quando si avrà il coraggio di fare una seria legge sull’Istruzione e sulla formazione professionale, della cui mancanza sono responsabili tutte le ultime giunte regionali? Quando si ammetterà che la questione istruzione è legata al lavoro, al malessere sociale, al disagio delle nuove generazioni nei piccoli centri abbandonati, dove la chiusura di una scuola, di un centro di aggregazione culturale, significa la morte di pezzi di identità, di trasmissione di saperi, di condivisione di competenze? La Giunta, l’amministrazione regionale, come bene sanno i sindaci che si stanno rivoltando contro queste decisioni, soprattutto nelle aree interne del nuorese e del Campidano, evidentemente non si cura di questo degrado e del rischio di desertificazione culturale interno, come non si cura della tutela della lingua e della storia sarda che andrebbero inserite nelle attività curricolari sin dalla scuola primaria.

Il ridimensionamento scolastico in Sardegna è ben illustrato nella tabella estratta dai COBAS Sardegna che riportiamo di seguito, da cui si evince che nell’a.s. 2015-2016 i nostri vertici hanno tagliato 34 Autonomie Scolastiche e 27 scuole in 23 piccoli centri della Sardegna e che in dieci anni sono state soppressi 147 istituti. 
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Questi dati, aggiunti alle drammatiche previsioni sul rischio spopolamento nell’Isola che incombe su 166 comuni con meno di mille abitanti (ma quelli che potrebbero sparire entro il 2020 sono 33), ed uniti ai dati sulla disoccupazione giovanile e adulta (basti pensare che «negli ultimi anni – dati fondazione Carrus –  oltre 16 mila abitanti hanno lasciato i nostri paesi e, stando alle proiezioni, altri 4 mila lo faranno nei prossimi tre anni, l’equivalente di 10 paesi di 2 mila abitanti inghiottiti da una forma di emigrazione che non prevede ritorno, ma altri 20 mila si prevede che andranno via prima del 2030), formano un quadro di disperazione e genocidio sociale di cui la politica ufficiale, quella che governa oggi e che governava ieri,in collusione con la gestione coloniale dei partiti italiani, ha la piena e totale responsabilità!

Quale sarebbe invece la strada da percorrere per salvare l’istruzione in Sardegna? In primo luogo la stesura di una legge regionale seria che privilegi la lingua e la storia sarde in tutti gli ordini di scuole, inserendole nel contesto curricolare e non lasciando la sua rivisitazione a sporadici progetti e al volontariato dei docenti. La stessa norma dovrebbe poi affermare con forza la volontà di salvare le piccole scuole dei centri della Sardegna in sofferenza, sia a causa dello spopolamento, sia a causa delle difficoltà economiche, sia in presenza di specificità territoriali che ne riducono i collegamenti e i trasporti. In secondo luogo affermare il primato di una linea politica volta a invocare accordi affidando la formulazione delle soluzioni (anche integrate) ai sindaci dei piccoli comuni e valutando per ogni fattispecie quali siano le strategie auspicate dalle comunità colpite dal rischio di esclusione culturale e educativa. Solo con maggiore difesa della specificità sarda e una più profonda intesa democratica sarà possibile ridisegnare positivamente il quadro dell’istruzione in Sardegna. Manca però la volontà politica che le giunte regionali, espressione dei partiti centralisti, non vogliono e non posso avere a causa della loro stessa natura politica subalterna.

Breast Unit – Intervista a Luana Farina

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Intervista a Luana Farina, militante del Fronte Indipendentista Unidu, da sempre impegnata nella lotta per i diritti civili, femminista, promotrice di diverse manifestazioni e proteste per la sanità sarda.

Che cos’è la Breast Unit e a chi si rivolge?

La Breast Unit (traduzione: Unità Senologica) – o per meglio dire- le Breast Units sono dei Centri multidisciplinari di senologia, ideati per la prevenzione e la cura del tumore al seno. In questi spazi viene assicurata, alle donne affette dal carcinoma del seno, un’assistenza da parte di un team di specialisti dedicati, che si fanno carico di tutti i bisogni fisici nonché psicologici delle pazienti. La donna viene accompagnata nell’iter della malattia, dalla diagnosi al follow up.
Si rivolge inoltre alle donne che non sono affette da tumore al seno, proponendo campagne di prevenzione, effettuando visite senologiche, mettendo a disposizione le sue strutture e i suoi medici con il programma italiano di screening mammografico. La Breast Unit dovrebbe peraltro garantire l’utilizzo di tecnologie avanzate e la presenza di personale altamente qualificato nella diagnostica senologica.

La Breast Unit è legge? È già stato avviato il percorso in qualche regione?

Esiste un documento italiano ufficiale, inviato dal Ministero della Salute nel 2012, che spiega e definisce ogni fase del percorso della Breast Unit: “Linee di indirizzo sulle modalità organizzative ed assistenziali della rete dei centri di senologia”. Tale dossier, oltre a definire le linee guida e analizzare le necessità che hanno portato all’ideazione di questo tipo di percorso, stabilisce che le Breast Unit devono essere istituite in ogni metropoli dell’Italia. Attualmente quasi tutte le città hanno applicato questo decreto: la Sardegna, invece, non ha ancora avviato il protocollo. Almeno non in tutte le città. Infatti, per quanto concerne la nostra isola, solamente Cagliari è provvista di questo importante sistema terapeutico olistico; a Sassari sono state fatte tante promesse, tuttavia ad oggi della Breast Unit non si vede nemmeno l’ombra. Da una parte le promesse della classe dirigente ospedaliera, dall’altra le sollecitazioni dei cittadini: ad oggi un nulla di fatto, che non potrà avere risvolti positivi, dato che la scadenza per l’avvio delle pratiche era prevista per il 1 gennaio 2017. I dirigenti della ASL Sassari e dell’Azienda Ospedaliera Universitaria si erano impegnati pubblicamente, il 1 gennaio 2016, per la messa in atto del progetto e dovrebbero oggi rendicontare il perché del mancato ottemperamento alle loro dichiarazioni e, ancora una volta pubblicamente, assumersi le proprie responsabilità, in senno alle 40mila firme raccolte dai sassaresi e alle molteplici manifestazioni, che hanno visto in prima linea soprattutto ammalati e donne che non chiedevano altro che il proprio diritto alle cure.

Perché la Sardegna, nella fattispecie, ha bisogno della Breast Unit?

L’ASL Olbia nel 2009 pubblica un articolo che parla da sé: nel nord Sardegna ogni anno si ammalano 250 donne:
“I dati disponibili sono quelli del Registro Tumori del nord Sardegna relativi alla popolazione delle Asl di Sassari e di Olbia: in questo territorio vengono segnalati ogni anno 250 nuovi casi di tumore mammario infiltrante, potenzialmente capace di dare localizzazioni a distanza”

Ad oggi il trend è in aumento. È chiaro, allora, che l’istituzione di una struttura che sappia badare ad ogni aspetto di questa patologia sia ora più che mai necessario.
Per quanto riguarda tutte le categorie di tumori e il tasso di mortalità, la Sardegna si colloca al secondo posto tra il 2006 e il 2012, preceduta dalla Campania.

Link utili:

Alternativa Nazionale: la posizione di Devias

Pier Franco Devias, segretario di Libe.R.U.
Pier Franco Devias, segretario di Libe.R.U.

Con la conferenza stampa dello scorso 15 ottobre al T-Hotel di Cagliari si cambia rotta annunciando un “nuovo percorso politico basato sulla costruzione di una innovativa comunità politica civico-indipendentista”. La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di dare mandato alla scrittrice  Daniela Piras di realizzare una serie di interviste ai portavoce di tutti i movimenti politici che si dichiarano favorevoli all’indipendenza, per meglio capire le ragioni di chi ha aderito e di chi non ha aderito al progetto dell’ “Alternativa Nazionale”, cioè a quello che attualmente è l’unico progetto alternativo al sistema politico coloniale italiano. Ecco la seconda intervista al segretario di Liberos Rispetados Uguales, Pier Franco Devias.

  1. Le ultime elezioni regionali che ti hanno visto protagonista come candidato alla presidenza per il Fronte Indipendentista Unidu sono state caratterizzate dalla presenza di indipendentisti all’interno delle coalizioni italianiste, come il Partito dei Sardi di Sedda e Maninchedda e Irs di Gavino Sale, alleati entrambi con il centro sinistra e dalla coalizione Sardegna Possibile (a trazione indipendentista) guidata da Michela Murgia. Il Fronte Indipendentista Unidu risultava, perciò, essere l’unica organizzazione indipendentista a presentarsi individualmente. Al di là dei consensi ottenuti, a mio giudizio tutt’altro che pochi, e delle polemiche che non hanno consentito di creare un’unica alternativa indipendentista da contrapporre ai blocchi italianisti, non pensi che dalla esperienza delle scorse elezioni regionali sia emersa la necessità di costruire una strada comune per gli indipendentisti?
    Il movimento nazionale non verrebbe rafforzato se si riuscisse a costituire un blocco unitario, anziché restare con le attuali divisioni? Considerando anche l’esigenza di fare squadra per cercare di arginare i limiti di una legge elettorale che ha, di fatto, tenuto fuori dal Consiglio Regionale sia il FIU (circa 8.000 voti) sia SP (circa 78.000 voti), non si potrebbe trovare in sostanza un percorso politico ed un metodo per esprimere in una eventuale prossima tornata elettorale dei candidati condivisi per rappresentare le varie anime indipendentiste?

Le questioni poste sono di tipo differente. Rispondo con ordine.
Il grande problema del mondo nazionalista sardo non sta nell’essere composto da differenti partiti, quanto nel fatto che essi sono divisi nel campo di battaglia: alcuni sono ostili ai partiti italiani, altri ci si alleano. Credo che sarebbe sicuramente vantaggioso per la Sardigna se tutte le forze nazionaliste sarde isolassero i partiti italiani e non ci fosse con nessuno di essi alcun rapporto di collaborazione elettorale.
Per quanto riguarda l’ipotesi di trovare candidati indipendentisti condivisi per le prossime elezioni la questione è complessa. Limitiamo il discorso a quelle organizzazioni che si dichiarano contrarie ad alleanze con i partiti italiani.
Da una parte c’è il partito della sinistra indipendentista, Libe.r.u.
Dall’altra c’è un’area di destra che mischia autonomisti dell’ultim’ora, confusionisti, xenofobi, che girano attorno a un vecchio arnese della politica sarda, riverniciatosi di nazionalismo sardo dopo anni di onorato servizio alla corte coloniale.
In mezzo c’è una galassia di movimenti e piccoli gruppi che navigano a vista, con l’indipendenza all’orizzonte e l’assenza di una tattica precisa con cui arrivarci.
Unire gli indipendentisti? Io ci ho messo letteralmente la faccia in questo tentativo, ma il palese naufragio del progetto del FIU, che neanche dopo le elezioni è riuscito a unire nessun movimento o gruppo – condizione minima per potersi definire “fronte” – ha mostrato che la questione è enormemente più complessa che fare un programma, chiamare all’unità e sperare che tutti accorrano a mettercisi sotto.
E’ necessario conoscere dettagliatamente lo scenario nazionale quando si affrontano certi argomenti.
Tra Libe.r.u. e l’area della destra xenofobo-autonomista non c’è alcuna possibilità di contatto, sia per incompatibilità di valori sia per concezione di base: a sinistra Libe.r.u. concepisce la liberazione nazionale come un’assunzione di responsabilità collettiva; l’impostazione della destra è quella del condottiero che “risolve problemi”, con la massa di pecoroni senza ruolo storico che deve aspettare, adorante, che arrivino le elezioni per votarlo.
L’area di centro invece è frazionata in mille movimenti, spesso di minuscola entità e molto autoreferenziali, ognuno dei quali proclama di voler unire degli indipendentisti.
Penso che, prima ancora di voler unire gli altri, ogni movimento dovrebbe come minimo rispettare due condizioni: bisogna innanzitutto avere realmente un’organizzazione di dimensione nazionale e in secondo luogo bisogna essere rappresentativi di qualcuno.
Invece abbondano i gruppi che cercano di far credere (in Sardigna e fuori) di essere partiti nazionali, mentre in realtà sono piccoli gruppi spesso circoscritti in un solo centro e che rappresentano pochissime persone.
Mi chiedi se si può fare un blocco elettorale unitario anziché restare con le attuali divisioni, ma in realtà è proprio l’autoreferenzialità dei micro-movimenti uno dei fattori che rendono impossibile questo percorso.
E’ possibile progettare alleanze elettorali con un’area polverizzata in mille gruppi?
E’ possibile avviare tavoli di trattative con sigle che sono poco più che scatole vuote?
A mio parere quando un “movimento” è composto da sette/dieci/quindici persone non dovrebbe pretendere di sedersi ai tavoli e dettare regole: dovrebbe sciogliersi e confluire nell’organizzazione che gli è più affine, invertendo i frazionismi e la disunità.
Invece ogni settimana in Sardigna un piccolo gruppo di persone fonda un nuovo movimentino che però come prima cosa propone di “unire gli indipendentisti”.
Frazionano il campo indipendentista… proponendo di unirlo. Che senso ha?
Oggi nel movimento nazionale ci sono tutti gli orientamenti, da sinistra a destra passando per il centro, con federalisti, indipendentisti e autonomisti, ognuno può scegliere dove stare e mettersi a lavorare. Ma evidentemente sono tutti troppo speciali per entrare in un partito fondato da altri.
Noi crediamo che l’indipendentismo si unisca partecipando tutti uniti alle lotte reali, non facendo milioni di tavoli inconcludenti. E’ da vent’anni che i movimenti fondano “tavoli unitari”, però quasi tutti disertano le lotte chiamate dagli altri per preservare stupide gelosie gruppettare.
Immagina che ci è toccato venire a sapere di gruppi che hanno vietato ai propri aderenti di partecipare all’occupazione di Surigheddu solo perché l’avevamo chiamata noi. Questo è il livello.
Chi boicotta le lotte indipendentiste si pone da solo dall’altra parte della barricata, cioè dalla parte del colonialismo. Altro che unità.
La strada per costituire un cartello indipendentista grande e rappresentativo non sta dunque nella fusione a freddo di gruppuscoli inconsistenti, ma nell’allargamento quantitativo e qualitativo dell’indipendentismo. Bisogna cioè avere la capacità di coinvolgere persone preparate, e rappresentative anche della vita culturale, economica, dell’associazionismo ecc., dimostrando all’elettorato che l’indipendentismo è uno spazio complesso, organico e pronto alle sfide future e non un ristretto circolo folcloristico che giura di voler bene alla Sardegna.
Il mio non è un j’accuse, ma l’analisi spietata della situazione reale, generalmente inadeguata rispetto al compito che si pone, composta da pochissimi movimenti reali e seri, inflazionata da mille gruppi velleitari affetti da un sostanziale distacco dalla realtà. Alcuni movimenti si comportano come se la realtà dovesse trasformarsi non per l’attività politica messa in campo ma per la sola giustezza delle idee: in questo senso parlo di distacco dalla realtà e inadeguatezza a capire la fase attuale.  Io credo che quando ci sarà la capacità di costruire uno spazio non “PER tutti” (solita formula autoreferenziale del “io faccio la casa e tu vieni ad abitarci perché la porta è aperta”) ma “CON tutti”, allora cresceranno organizzazioni adatte a sostenere la complessità di una lotta di indipendenza.
Ad oggi sono pochi, molto pochi quelli che riescono ad avere questa visione e a capire che è necessario lavorare sodo per conquistare alla causa intellettuali, artisti, lavoratori, disoccupati, emarginati, studenti… In tanti, troppi, credono che basti mettere un programmino sul fuoco perché tutti si siedano a tavola.
E infatti poi arrivano le brutte sorprese…
Parlare di cartelli elettorali unitari oggi è quindi, alla luce di questa situazione, assolutamente prematuro.
La soluzione?
Bisogna smettere di millantare partiti laddove ci sono solo sparuti circoli di amici, spazzare via presuntuosi incapaci, sciogliere i gruppetti e polarizzare le posizioni, rafforzare le proposte serie e abbandonare le improvvisazioni, imparare ad ascoltare (e capire) le ragioni degli altri, saper pensare in grande come progetto collettivo e non come ambizione personale.
Gli sbarramenti della legge elettorale non si sconfiggono improvvisando ammucchiate o sommando gli zeri, ma lavorando duramente per costruire partiti indipendentisti forti, realmente rappresentativi e presenti nei territori.
E’ da questi presupposti, e solo da questi, che potrà nascere una grande coalizione di forze nazionaliste.

  1. Dopo le votazioni per il Referendum, si è parlato di rimpasto di governo, ci sono state le dimissioni di due assessori, tra cui quella della rappresentante del Partito dei Rossomori Elisabetta Falchi che ha comportato l’uscita del partito dalla maggioranza. Che scenari pensi apra questa nuova situazione nella politica sarda?

Credo che i Rossomori abbiano fatto una scelta corretta schierandosi apertamente per il NO e prendendo atto del responso popolare al Referendum come gesto di sfiducia contro la Giunta. Una scelta lodevole anche considerando che di questi tempi è molto più facile vedere lotte furibonde per mantenere una poltrona da assessore piuttosto che lasciarla per convinzioni politiche. Onore al merito, quindi, ma senza dimenticare che per tre lunghi anni hanno sostenuto una Giunta tra le peggiori della storia autonomistica. Non credo nel marchio della lettera scarlatta, ma ritengo poco opportuna e molto affrettata la loro proposta di chiamare un tavolo di dibattito tra tante anime dell’indipendentismo. La gatta frettolosa fa i gattini ciechi.
Penso comunque che avere intrapreso un percorso di riflessione sia una cosa certamente positiva: aspetteremo di vedere se la non collaborazione con le forze italiane è assunta come posizione stabile o se è solo un passaggio transitorio. Ci sarà tempo per verificare.
Nel frattempo la Giunta Pigliaru, come un muro di gomma, anche dopo l’uscita dei Rossomori è sempre lì indifferente a tutto e a tutti, sempre al servizio degli interessi italiani in terra di Sardigna.

  1. A fronte della nuova situazione che si è creata nella politica sarda, qual è la tua opinione su La Mesa Natzionale e il processo politico aperto tra le cinque organizzazioni che ne fanno parte?

Noi reputiamo che sia un fatto positivo la nascita di questa Mesa dell’Avanguardia nazionale. Crediamo che non avesse senso che organizzazioni piccole o piccolissime continuassero a restare separate, paralizzate dalla mancanza di forza. Alcune delle sue componenti non arrivano nemmeno a dieci attivisti e tutte le cinque sigle assieme non mettono insieme cinquanta persone. Avrebbe avuto senso restare separati?Tuttavia ritengo un po’ pericoloso il modo in cui è stato formato questo gruppo. A me non piacciono i matrimoni combinati, quelli dove prima ti devi sposare e poi si vedrà se vai d’accordo, perché quasi sempre finiscono male. Penso che le unioni debbano nascere come conseguenza di una precedente condivisione di progetti e militanza comune. Al contrario le unioni dogmatiche e artificiali da cui poi ci si aspetta che nasca condivisione – ne ho visto tante – hanno vita molto breve. Uno dei fattori più preoccupanti che si notano sin dalla nascita di questa mesa è l’estrema diversità di opinione e di scelte che le sue componenti hanno finora preso su questioni fondamentali. Faccio alcuni esempi, premettendo che il progetto è stato presentato a ottobre ma loro stessi hanno detto che lavorano assieme da un anno.
Alle elezioni amministrative di giugno Progres, nonostante dichiari di rifiutare alleanze con i partiti italiani, a Cagliari era candidata in coalizione col partito italiano dei Verdi, sostenuta dal FIU ma non dagli altri della Mesa. Alle stesse elezioni SNI a Olbia era in lista con Unidos e PSd’Az, senza l’appoggio delle altre componenti della Mesa.
Sulla questione Brexit alcune componenti si espressero in maniera chiaramente antieuropeista altre no, come se una posizione chiara sull’UE sia cosa di marginale importanza.
Sulla lotta contro l’occupazione militare hanno posizioni diverse e distanti, così come molto diverso è il grado di partecipazione alla lotta.
Sull’importantissimo Referendum del 4 dicembre erano addirittura divise in tre posizioni (su cinque componenti totali): tre per il NO, SNI per il non voto, Progres per la libertà di voto.
Dopo il Referendum Progres e FIU propongono di riscrivere lo Statuto, nell’indifferenza delle altre tre componenti, nonostante l’argomento trattato sia di massima importanza.
Ed in termini generali uno di questi gruppi non si dichiara indipendentista, mentre gli altri sì.
Insomma, nell’insieme questa unità mi sembra più un’enunciazione che una condotta pratica, e c’è il serio rischio che tutta questa iniziativa si riveli solo un Cimitero degli Elefanti.
Sono divergenze molto importanti a mio parere e penso che sia assurdo non prendere posizione su alcune questioni fondamentali per paura di scontrarsi. Rimandare i problemi e non affrontarli serve solo a ingigantirli, col rischio di causare divisioni ancora più profonde che potrebbero esplodere nel peggiore dei modi.
I Sardi sosterrebbero una coalizione che trascura gli argomenti più importanti “perché possono dividere”?
E si potrebbe sostenere una coalizione di gruppi che sui temi marginali e di poco conto vanno tutti insieme, mentre su quelli fondamentali vanno ognuno per conto suo?
Forse sarebbe più opportuno affrontare a muso duro tutti gli argomenti più spinosi, sciogliendo nella fondazione di un unico soggetto unitario tutte le forze che trovano un accordo, o magari facendole confluire in SNI, partito storico dell’indipendentismo.
Poi, per carità, noi da parte nostra ci siamo già occupati di costruire il partito rappresentativo della sinistra indipendentista, loro facciano un po’ come meglio credono: non mi permetto di dire agli altri ciò che devono fare.
In generale comunque credo che trascurare gli argomenti importanti “perché possono dividere” serva solo a generare poca chiarezza, cosa di cui l’indipendentismo non ha assolutamente bisogno.

  1. Tu pensi che si potrebbe convergere su qualche tema comune, come quello della riscrittura dello statuto, proposta avanzata già da una parte delle organizzazioni che hanno aderito a Sa Mesa (Progres e Fronte Indipendentista Unidu), quello contro l’inceneritore di Tossilo o altre tematiche che ritieni di interesse nazionale?

Sinceramente la proposta di Progres mi è parsa raffazzonata e fumosa, e anche il percorso da cui è scaturita non mi convince.
Progres sul Referendum ha preso una posizione ambigua lasciando libertà di voto, come se avere questa – pur inadeguata – autonomia o essere totalmente asserviti al centralismo italiano possa essere considerata una cosa indifferente. Se al Referendum ha dato indicazione di voto libero, significa che riteneva accettabile che i suoi sostenitori e attivisti potessero votare per il SI.
Questo a mio modesto parere è piuttosto preoccupante.
Progres non ha contrastato il SI che ci avrebbe tolto ogni minima autonomia e trascinato nel peggiore centralismo, ma propone la riscrittura di uno Statuto con maggiori poteri autonomistici. Mi pare quantomeno paradossale.
E la proposta, se non mi convince negli intenti e nel modo in cui ha avuto origine, ancor meno mi appare chiara dal punto di vista organizzativo.
Non capisco cosa intendono concretamente quando dicono che vogliono riscriverlo “con i cittadini”. Intendono in accordo con le rappresentanze democratiche (che sono nella quasi totalità unioniste) oppure chiamando assemblee di “gente in posti a scrivere cose”?
E chi dovrebbero essere questi “rappresentanti dei Partiti Nazionali (autonomisti, sovranisti e indipendentisti)” che vengono invitati da Progres, in accordo col FIU, a pianificare un percorso partecipato per la riscrittura?
Si riferiscono a quei dirigenti del Partito dei Sardi, IRS, Rossomori, PSd’Az, che gli esponenti del FIU ogni giorno pubblicamente definiscono traditori e nemici?
Insomma stanno proponendo di riscrivere uno nuovo Statuto… con quelli che loro stessi considerano traditori e nemici dei Sardi. Non mi pare proprio una grande impresa.
Forse sarebbe meglio chiarirsi prima le idee, poi decidere che proposte fare.
Credo invece che il mondo nazionalista sardo dovrebbe rilanciare una riscrittura dello Statuto solo dopo che le forze nazionaliste avranno acquisito abbastanza forza. Significa che, quando il nazionalismo avrà un peso considerevole in Regione e nelle amministrazioni locali, allora – e solo allora – sarà davvero in grado di dettare le sue regole. E Roma si troverà costretta ad accettarle, sperando che questo possa servire ad arginare la crescita dell’indipendentismo.
Ma adesso siamo ancora alla preistoria, stiamo ancora cercando di inventare la ruota, alla locomotiva sarebbe bene pensarci domani.
Che cosa possiamo fare oggi, dunque?
Iniziamo tutti insieme a costruire episodi sempre più frequenti di unità nelle lotte popolari, con spirito di collaborazione e di patriottismo, consapevoli che il nostro nemico è il colonialismo italiano ed è contro quello che bisogna spendere le proprie energie.
Sarebbe finalmente la realizzazione di qualcosa di concreto in tema di unità.

Per leggere le altre interviste clicca qua:

Intervista a Bustianu Cumpostu:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/01/08/alternativa-nazionale-la-posizione-di-compostu/

Intervista a Ruggiu e Sabino:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/03/01/alternativa-natzionale-le-posizioni-di-ruggiu-e-sabino/

Intervista a Gianluca Collu:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/04/17/alternativa-natzionale-la-posizione-di-collu/

Intervista a Claudia Zuncheddu:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/05/14/alternativa-natzionale-la-posizione-di-claudia-zuncheddu/

Alternativa Nazionale: la posizione di Cumpostu

bustianuCon la conferenza stampa dello scorso 15 ottobre al T-Hotel di Cagliari si cambia rotta annunciando un “nuovo percorso politico basato sulla costruzione di una innovativa comunità politica civico-indipendentista”. La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di dare mandato alla scrittrice  Daniela Piras di realizzare una serie di interviste ai portavoce di tutti i movimenti politici che si dichiarano favorevoli all’indipendenza, per meglio capire le ragioni di chi ha aderito e di chi non ha aderito al progetto dell’ “Alternativa Nazionale”, cioè a quello che attualmente è l’unico progetto alternativo al sistema politico coloniale  italiano. Di seguito la prima intervista al leader di Sardigna Natzione, Bustianu Compostu.

  1. In base alla tua esperienza, in cosa credi che il progetto presentato da Sa Mesa Natzionale si discosti da altri tentativi di unificazione del movimento effettuati in passato?

Si discosta proprio perché non è un progetto di unificazione ma un progetto per fare sistema, per costruire un sistema politico natzionale che sia nei confronti del sistema politico occupante, alternativo, sostitutivo, disgiunto, non collaborativo, non complementare e non oppositivo, in grado di andare oltre la reazione e passare all’azione.

L’ambito di riferimento saranno le espressioni politiche, civiche, culturali, sociali natzionali o locali e tutti i sardi che si riconoscono nella natzione sarda. Indipendentisti, sardisti, sovranisti, autonomisti e tutti i sardi di qualunque fede politica o religiosa i cui valori condivisi sono, il riconoscimento dell’esistenza della nazione sarda e il suo diritto a decidere; il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo; il rispetto dei diritti civili, politici e umani; il rifiuto delle ideologie basate su violenza, prevaricazione e razzismo; la non disponibilità a fare l’interesse dei partiti e dei movimenti unionisti e centralisti; la democrazia, la partecipazione e la pluralità.

Sa Mesa Natzionale non è una alleanza tra indipendentisti ma un nuovo ambito dì concertazione permanente al di là di fini e scadenze prettamente elettorali. Un atto di fiducia reciproca per chiedere fiducia alla società sarda, per sottrarre la Sardegna alla marginalità, allo sfacelo, alla speculazione, per restituire ai sardi i diritti fondamentali di sovranità e cittadinanza, per tornare ad essere padroni e protagonisti del nostro futuro.

Sa Mesa Natzionale interpreta pienamente il progetto di Casa Comune proposto da Angelo Caria che da tempo aveva capito cosa fare “ca­pim­mo che la na­sci­ta di un mo­vi­men­to per l’u­sci­ta dal­la di­pen­den­za co­lo­nia­le era la con­di­zio­ne in­di­spen­sa­bi­le per­ché il no­stro po­po­lo, con le sue tra­di­zio­ni, la sua sto­ria mil­le­na­ria e la sua iden­ti­tà na­zio­na­le po­tes­se ot­te­ne­re i pro­pri di­rit­ti.”, “Que­sta con­sa­pe­vo­lez­za che pro­prio nel­l’au­to­go­ver­no stan­no le ri­spo­ste ai pro­ble­mi, ci por­tò a de­fi­ni­re il pro­get­to del­la Ca­sa Co­mu­ne dei Sar­di. Si trat­ta­va di su­pe­ra­re inu­ti­li stec­ca­ti per ri­co­strui­re l’u­ni­tà del no­stro po­po­lo che il co­lo­nia­li­smo ave­va di­sgre­ga­to.” Ma non solo la Mesa Natzionale serviva per aprire le porte a chi si era allontanato e aveva perso la strada di casa, “Da­re un de­ci­so se­gna­le a tut­ti i Sar­di che ave­va­no per­so il sen­so di ca­sa. Co­strui­re fi­du­cia e spe­ran­za per co­lo­ro che pen­sa­no d’es­ser sta­ti in­ghiot­ti­ti e di­ge­ri­ti da so­cie­tà più am­pie e che, con­si­de­ran­do un de­sti­no ine­lut­ta­bi­le quel­lo d’es­se­re su­bal­ter­ni”

Non ci sono altre strade, non crediamo nel partito unico dell’indipendentismo perché pensiamo che l’indipendentismo sia un universo politico normale con tutte le legittime diversità politiche. Per lo stesso motivo non crediamo nel partito egemone, che prevalga sulle altre espressioni indipendentiste, crediamo nella casa comune, non solo dell’indipendentismo ma di tutte le espressioni politiche endogene, che facciano sistema e si preparino a governare la natzione che li ha espressi.

  1. Quale pensi sia il contributo maggiore che può apportare Sardigna Natzione, in quanto movimento storico?

Sardigna Natzione è la madre dell’indipendentismo moderno, è il cavo guida al quale agganciarsi, pur discostandosene, legittimamente, per non perdere di vista s’andala de s’indipendentzia. Non è facile interpretare questo ruolo senza cadere nel purismo sterile e eremitano, bisogna mettere a disposizione delle altre espressioni sarde endogene spazi di condivisione, sia in ambito indipendentista che in ambito natzionalista e anche in ambito natzionale. SNI ha capito da tempo che l’ambito da rafforzare e da far diventare sistemico è l’ambito natzionalista, che è forse meglio chiamare statolesnatzionalista, e che questo compito spetta all’ambito indipendentista, in quanto il più consapevole.  Sardigna Natzione nella Mesa Natzionale, sarà il cervello storico che darà radici alle formazioni nuove e a sa Mesa Natzionale, la quale è, ripeto, l’obiettivo primario del programma politico di SNI. Abbiamo esperienza, abbiamo costruito, insieme ad altri, tante case comuni, Sa Mesa de sos Sardos Liberos, Indipendentzia, Sardigna Libera, Unidade Indipendentista, Convergentzia Indipendentista, Soberania, abbiamo capito gli errori commessi, ne faremo memoria ed eviteremo di farli nella costruzione della Mesa Natzionale.

  1. Durante l’incontro di Bauladu, organizzato per presentare il percorso proposto da Sa Mesa Natzionale, hai affermato che i movimenti che hanno aderito al progetto non debbano per forza essere allineati su tutto; ad esempio, non tutti hanno la stessa idea riguardo il referendum costituzionale del 4 dicembre. C’è invece qualcosa di imprescindibile che ritieni debba accomunare i movimenti aderenti al progetto?

La novità e la forza di sa Mesa Natzionale è proprio nel saper valorizzare il condiviso e mettere in secondo ciò che non lo è. Tutti i sistemi si reggono su questo principio, anche quello occupante italiano, il quale, in Sardegna, riesce a fare sistema su una sola condivisione quella di mantenere l’ocupatzione.  Se il sistema occupante, pur logorato dagli scontri che gli derivano dai feudi politici madre, riescono non solo a tenere l’occupazione ma a coinvolgere nel sistema occupante anche espressioni politiche endogene, vuol dire che fare sistema, da forza ed è necessario per potersi confrontare e scontrare.  Abbiamo il dovere di fare sistema e lo faremo, lo faremo superando leaderismi e chimere egemoniche.

  1. Come ritieni ci si debba muovere per coinvolgere il più possibile le sensibilità indipendentiste dell’isola, specialmente coloro che attualmente non sono iscritti a nessuna organizzazione?

Esiste una immensa galassia di indipendentisti, natzionalisti e sardisti in genere, delusi, in sospensione e in attesa dell’occasione per riattivarsi o attivarsi, di spendere la propria quota di responsabilità generazionale per dare una speranza di libertà alla propria natzione, che non può rimanere ancora impedita e umiliata dall’ultimo occupante. Abbiamo perso gente per strada, abbiamo tutti delle grosse responsabilità, noi dei movimenti organizzati siamo stati gravemente insufficienti, bisogna trovare il modo per dare parola e spazio alla nostra gente, a tutti quelli che come noi vogliono fare la stessa nostra lotta. Con questo obiettivo sa Mesa Natzionale organizzerà, una serie di conferenze dibattito zonali, delle open conference e tavoli tematici e si strutturerà in modo che tutti possano entrare nel progetto e esserne protagonisti. Alla struttura organizzativa, che sarà aperta e rappresentativa si affiancheranno le assemblee generali e zonali e una struttura web da studiare in modo da coinvolgere tutto l’ambito degli aderenti al progetto, compresi quelli senza tessera di movimento, ci sarà un solo paletto, quello cercare condivisioni e non divisioni.

Non sarà facile ma se chi è nelle forme organizzate e anche chi non lo è sono disposti a rinunziare a qualcosa, si potrà avere molto.

Per leggere le altre interviste clicca qua:

Intervista a Pier Franco Devias:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/01/11/alternativa-nazionale-la-posizione-di-devias/
Intervista a Ruggiu e Sabino:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/03/01/alternativa-natzionale-le-posizioni-di-ruggiu-e-sabino/

Intervista a Gianluca Collu:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/04/17/alternativa-natzionale-la-posizione-di-collu/

Intervista a Claudia Zuncheddu:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/05/14/alternativa-natzionale-la-posizione-di-claudia-zuncheddu/

Cunferèntzia aberta pro su benidore de su sardu

limba

Cunferèntzia aberta de su sardu. Nuoro – 14 gennaio 2017 – Ex Me

Una Cunferèntzia aberta pro su benidore de su sardu. Su sòtziu culturale Acordu tzèrriat a pare totus is chi tenent a coro sa sorte de sa limba sarda e aparitzat una Cunferèntzia aberta pro su 14 de Ghennàrgiu imbeniente in Nùgoro. Su sòtziu Acordu est nàschidu pagu tempus a como gràtzias a sa voluntade de chimbe amigos, ativistas de sa limba sarda. Sunt persones diferentes intre de issos, pro traballu e esperièntzias, ma chi tenent in comunu sa gana de si leare s’impignu de nde fàghere essire sa limba sarda dae sa firmada in ue s’agatat dae meda. Sa dibata a pitzu de sa limba sarda est semper passionale intre de sa gente comune, de is operadores de su setore, de is polìticos ma fintzas a immoe no nch’est lòmpida a unu puntu chi pòngiat totus de acordu. Sa Cunferèntzia aberta de su sardu difatis bolet èssere un’ocasione noa a tales chi is partes si potzant cunfrontare a pare, una mudadura de prospetiva rispetu a sa limba, unu tentativu de acarare is problemas chi tenet su sardu a manera partetzipativa e inclusiva. Acordu cumbidat totus is chi si òcupant de limba sarda e chi podent pònnere a disponimentu s’esperièntzia issoro pro barigare is làcanas chi fintzas a immoe ant firmadu s’ufitzialidade de sa limba sarda. Ma cumbidat puru a chie non tenet esperièntzia ma pensat de bòlere o pòdere donare s’agiudu suo, a totus is chi si sunt acurtziende a sa limba sarda e a is chi ddis diat pràghere a si ddoe acostare, ca est tempus de agatare una solutzione cumpartzida dae totus pro torrare a partire. Sa Cunferèntzia aberta de su sardu no at a leare finantziamentos pùblicos o privados ma at a èssere sustènnida petzi dae is chi nd’ant a pigare parte. Custu seberu at a permìtere de garantire sa libertade dae cale si siat cosa chi potzat cunditzionare su resurtadu e sa neutralidade rispetu a ònnia positzione presente in campu. In sa Cunferèntzia ddoe ant èssere sessiones plenàrias cun duos keynote speeches de importu. Ma sa cosa nòdida at a èssere su fatu chi is traballos ant a èssere partzidos in oto panels (grupos de traballu). Custos ant a pertocare temàticas de importu comente s’arte e sa mùsica, sa didàtica, sa polìtica linguìstica, is mèdias, s’istandard.

Cada partetzipante si podet iscriere a unu panel ebbia. In ònnia panel ddoe at a èssere unu fatzilidadore chi at a agiudare in su traballu comunu garantende unu clima de collaboratzione e respetu intre de totus is partetzipantes. Chie nde bolet ischire de prus e bolet abarrare informadu a pitzu de sa Cunferèntzia aberta de su sardu nos podet sighire in sa pàgina ufitziale de su sòtziu Acordu a custu ligàmene http://www.acordu.eu.