Dimensionamento: prosegue lo smantellamento della scuola sarda

scuola sardaContro il ridimensionamento della rete scolastica previsto dalla Giunta sarda per l’anno scolastico 2017/18 si uniscono in coro le voci di tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, quasi fosse un’impennata di pochi sciagurati. Ma per comprendere meglio di chi siano le responsabilità e quali gli effetti occorre fare un po’ di chiarezza e rispolverare la memoria del recente passato.

L’allegato alla Delibera della Giunta Regionale n. 63/50 del 25.11.2016 (le Linee guida per il dimensionamento della rete scolastica per l’anno scolastico 2017/2018), detta in pratica un insieme di indicazioni molto precise sul futuro immediato della scuola sarda. Un destino su cui la maggioranza che è attualmente al governo ha una responsabilità piena, compreso quel PdS (Partito dei Sardi) che oggi spara a zero. Forse l’alleato di governo non si è reso conto che la Regione Sardegna non ha un piano regionale che definisca la programmazione degli interventi in tema di istruzione e formazione, in compatibilità con l’autonomia e le competenze previste dallo Statuto? Recita infatti l’ Art. 5 dello Statuto sardo che « […] la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: (a) istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi».

Purtroppo da troppo tempo la Regione Sardegna omette regolarmente di esercitare questa sua specificità nell’interesse e per la tutela dell’istruzione dei giovani sardi (per esempio è stata l’unica regione che nel 2015 non ha fatto ricorso allo Stato sulle decisioni prese in termini appunto di razionalizzazione, ovvero di tagli, in materia di istruzione). I vertici sardi sono stati, e continuano ad essere più realisti del re e adottano provvedimenti più restrittivi anche rispetto ai limiti già imposti dallo Stato italiano. Infatti i parametri proposti dal Ministero sono stati applicati sia da questa Giunta (di partiti di centro sinistra) nello scorso Piano di razionalizzazione, sia dalla Giunta Cappellacci (di centro destra) che oggi finge un’indignazione di facciata.

Quali siano gli ultimi espedienti presi dalla attuale giunta regionale lo si deduce da pochi stralci significativi tratti dalle attuali linee guida: «La Giunta regionale, con il Piano di dimensionamento per l’anno scolastico 2017/2018 intende continuare il percorso già avviato con i piani di dimensionamento degli anni precedenti, funzionale alla creazione di poli scolastici territoriali ottimali accoglienti, didatticamente strutturati, tecnologicamente efficienti che garantiscano un servizio scolastico coordinato e condiviso in un territorio sovracomunale».  Tradotto dal linguaggio burocratico significa, in sostanza, la volontà di chiudere le scuole nei piccoli centri, sulla scia (continuare il percorso già avviato) del processo iniziato negli anni passati (si vedano le linee guida fotocopia). Intende inoltre – prosegue la norma –  «superare il modello delle pluriclassi, in ogni ordine di scuola, nella prospettiva di mantenere livelli didattici e formativi orientati alla qualità del servizio e all’efficacia del processo di insegnamento-apprendimento; e sostenere la creazione di “poli scolastici territoriali” al fine di riorganizzare i bacini di utenza relativi alle scuole del primo ciclo (primaria e secondaria di primo grado) potenziando i servizi scolastici e il tempo pieno». In sintesi la cancellazione di classi a più livelli che coincide con la soppressione delle scuole, in quelle realtà paesane ormai destinate a scomparire e la cui estinzione è sancita dall’opera di sterilizzazione culturale dei piccoli centri decretata dal governo sardo.

Ma la sopravvivenza delle piccole scuole e dell’istruzione in genere non è una mera questione amministrativa o contabile; invece essa è un problema politico che deve essere fronteggiato con decisioni nette anche avverse alle decisioni imposte dallo stato italiano. Le strategie contro la dispersione scolastica pur avendo dissipato milioni di euro negli anni fin da quando la Sardegna rientrava nell’obiettivo 1, sono state fallimentari e non hanno avuto un adeguato monitoraggio che ne misurasse l’effettiva efficacia, e la Sardegna è rimasta miseramente in coda alle classifiche sia sulla dispersione sia sul possesso minimo delle competenze.

Quando si avrà il coraggio di fare una seria legge sull’Istruzione e sulla formazione professionale, della cui mancanza sono responsabili tutte le ultime giunte regionali? Quando si ammetterà che la questione istruzione è legata al lavoro, al malessere sociale, al disagio delle nuove generazioni nei piccoli centri abbandonati, dove la chiusura di una scuola, di un centro di aggregazione culturale, significa la morte di pezzi di identità, di trasmissione di saperi, di condivisione di competenze? La Giunta, l’amministrazione regionale, come bene sanno i sindaci che si stanno rivoltando contro queste decisioni, soprattutto nelle aree interne del nuorese e del Campidano, evidentemente non si cura di questo degrado e del rischio di desertificazione culturale interno, come non si cura della tutela della lingua e della storia sarda che andrebbero inserite nelle attività curricolari sin dalla scuola primaria.

Il ridimensionamento scolastico in Sardegna è ben illustrato nella tabella estratta dai COBAS Sardegna che riportiamo di seguito, da cui si evince che nell’a.s. 2015-2016 i nostri vertici hanno tagliato 34 Autonomie Scolastiche e 27 scuole in 23 piccoli centri della Sardegna e che in dieci anni sono state soppressi 147 istituti. 
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Questi dati, aggiunti alle drammatiche previsioni sul rischio spopolamento nell’Isola che incombe su 166 comuni con meno di mille abitanti (ma quelli che potrebbero sparire entro il 2020 sono 33), ed uniti ai dati sulla disoccupazione giovanile e adulta (basti pensare che «negli ultimi anni – dati fondazione Carrus –  oltre 16 mila abitanti hanno lasciato i nostri paesi e, stando alle proiezioni, altri 4 mila lo faranno nei prossimi tre anni, l’equivalente di 10 paesi di 2 mila abitanti inghiottiti da una forma di emigrazione che non prevede ritorno, ma altri 20 mila si prevede che andranno via prima del 2030), formano un quadro di disperazione e genocidio sociale di cui la politica ufficiale, quella che governa oggi e che governava ieri,in collusione con la gestione coloniale dei partiti italiani, ha la piena e totale responsabilità!

Quale sarebbe invece la strada da percorrere per salvare l’istruzione in Sardegna? In primo luogo la stesura di una legge regionale seria che privilegi la lingua e la storia sarde in tutti gli ordini di scuole, inserendole nel contesto curricolare e non lasciando la sua rivisitazione a sporadici progetti e al volontariato dei docenti. La stessa norma dovrebbe poi affermare con forza la volontà di salvare le piccole scuole dei centri della Sardegna in sofferenza, sia a causa dello spopolamento, sia a causa delle difficoltà economiche, sia in presenza di specificità territoriali che ne riducono i collegamenti e i trasporti. In secondo luogo affermare il primato di una linea politica volta a invocare accordi affidando la formulazione delle soluzioni (anche integrate) ai sindaci dei piccoli comuni e valutando per ogni fattispecie quali siano le strategie auspicate dalle comunità colpite dal rischio di esclusione culturale e educativa. Solo con maggiore difesa della specificità sarda e una più profonda intesa democratica sarà possibile ridisegnare positivamente il quadro dell’istruzione in Sardegna. Manca però la volontà politica che le giunte regionali, espressione dei partiti centralisti, non vogliono e non posso avere a causa della loro stessa natura politica subalterna.