I diritti dei sardi nel secolo XXI: Una giornata di studio e dibattito politico

Dallo Statuto Autonomistico alla Costituzione dei Sardi
Resoconto del convegno organizzato dall’insieme di movimenti e associazioni che compongono l’Alternativa Natzionale a Sassari lo scorso 11 febbraio

Sala gremita dalla mattina fino a sera all’ex convento del Carmine a Sassari in occasione della giornata dedicata ai “diritti dei sardi nel secolo XXI”. L’evento di studio e dibattito è stato organizzato dalle forze che compongono il progetto dell’Alternativa Natzionale che hanno deciso di dedicare la loro seconda uscita pubblica al tema della riscrittura dello Statuto Autonomistico. Ad avvicendarsi al microfono diversi esponenti del vasto mondo sardista e indipendentista e anche importanti esponenti del panorama intellettuale e accademico sardo. La moderatrice dell’incontro, la scrittrice Daniela Piras, ha introdotto la giornata ricordando due noti attivisti recentemente scomparsi, Graziella Deffenu e Patrizio Carrus, e per loro la sala ha osservato un minuto di silenzio. Daniela Piras ha inoltre sintetizzato il progetto avviato dalle cinque organizzazioni dell’Alternativa Natzionale: un processo di apertura che cerca di fungere da catalizzatore per tutte quelle componenti politiche e culturali della società sarda che hanno al centro delle proprie battaglie gli interessi della Sardegna e del suo popolo; tutti quei soggetti, cioè, che si stanno raccogliendo attorno al riconoscimento del principio dell’autodeterminazione, condizione indispensabile per tracciare un percorso comune. È stato anche ricordato che il progetto dell’Alternativa Natzionale si basa sul riconoscimento di valori comuni e condivisi e sul confronto politico paritario e democratico, mantenendo la porta aperta a tutti coloro che vogliono rendersi protagonisti di questa nuova fase politica.

Ad aprire i lavori l’esponente del Fronte Indipendentista Unidu Cristiano Sabino che ha iniziato il suo ragionamento ricordando come dieci anni fa il Consiglio Regionale della Sardegna si fosse trasversalmente impegnato per avviare un percorso di riforma dello Statuto Autonomistico. «A leggere oggi quelle dichiarazioni – sostiene Sabino – viene da sorridere, perché non si capisce dove sia finita tutta quella grande spinta riformatrice e tutti quegli importanti buoni propositi presi a livello istituzionale dalla massima assemblea dei sardi. In realtà – continua Sabino – sono troppi i punti dello Statuto che non sono mai stati fatti valere, a partire dagli articoli che prevedono la possibilità di programmazione in materia economica e di istruzione, passando per quelli che stabiliscono la competenza di adattare alle proprie esigenze le leggi del Parlamento italiano. Come ha fatto la classe politica italianista a definire se stessa “autonomista” se non ha mai applicato lo Statuto? Ma è pure necessario guardare a quei diritti che nello Statuto non sono presenti come il diritto all’autodeterminazione e i diritti linguistici».

Lo storico Federico Francioni, in un profondo excursus storico, ha dimostrato come il discorso statutario sardo abbia robuste radici. Francioni ha iniziato il suo discorso ponendo il problema della “statualità”, usando come punto di riferimento “sa carta de logu Marianu VI” riformata da Eleonora d’Arborea nei primi anni ‘40 del ‘300. «Un importante lascito storico di quel periodo – sostiene Francioni – è la differenza tra privato e pubblico che ha un’importanza fondamentale e non si ritrova nella dimensione giuridica e statuale, per fare solo un esempio, della monarchia catalano-aragonese». Mentre durante secoli e secoli di storia italiana, c’è stato un continuo rimescolamento tra pubblico e privato, a partire dall’interesse del Conte Ugolino della Gherardesca per le miniere site in Sardegna, per arrivare a Silvio Berlusconi. «La carta de logu riformata da Eleonora d’Arborea – procede Francioni – presenta parecchi elementi di raffinatezza giuridica, come ha scritto Gabriella Olla». Francioni evidenzia l’importanza rivoluzionaria della carta de logu anche per quanto concerne i diritti delle donne e dei minori. Sulla storia più recente Francioni si è fermato sulla rivoluzione sarda di fine Settecento avanzando l’idea che in fondo parlare dei “diritti dei sardi” significhi ripartire dall’esperienza di allora: «la sconfitta di Angioy compromette tutto. Mi pare che l’esperienza di Angioy, possa essere un riferimento per parlare di assemblea costituente nazionale sarda».

Anche il presidente della Fondazione Sardinia Bore Cubeddu è tornato sugli stessi temi, sottolineando la necessità di aprire un «grande laboratorio di idee capace di attrarre competenze e risorse intellettuali inedite che finora sono rimaste al di fuori dell’indipendentismo. Esistono già diverse proposte di riscrittura dello Statuto – ha aggiunto Cubeddu – ma l’aspetto fondamentale è domandarsi quale idea di Sardegna vogliamo porre a suo fondamento e naturalmente questa, per essere fruttuosa, dovrebbe fare perno sul riconoscimento nazionale del popolo sardo». Iniziative come questa – ha suggerito Cubeddu – «sono fondamentali per lanciare il processo dell’assemblea costituente dei sardi, la quale non deve essere in contrapposizione con il Consiglio regionale, anzi l’uno deve servire all’altro. Una nostra proposta immediata potrebbe essere quella di un allargamento immediato dell’attuale 1° commissione, arricchendola di elementi esterni al palazzo e affidandole il compito di preparare i materiali necessari alla scrittura del nuovo statuto».

Ai lavori ha preso parte anche il segretario del Psdaz Christian Solinas il quale ha salutato l’iniziativa come importante apertura di una nuova fase del sardismo generalmente inteso. Solinas ha sostenuto che «oggi più che mai è necessario parlare di una riforma dello statuto ricercando un coinvolgimento popolare ampio dei sardi, perché nessuna riforma del genere può essere un fatto esclusivamente di palazzo. E con lo sguardo rivolto a quanto sta avvenendo al di fuori della Sardegna Solinas ha continuato: «l’istanza indipendentista, l’istanza rappresentata dai nostri movimenti, il “sardismo” non sono oggi una retroguardia, ma rappresentano l’avanguardia internazionale che si afferma un po’ ovunque». In conclusione Solinas ha avanzato una proposta pratica: «dobbiamo mettere per iscritto i nostri propositi e le nostre proposte a partire da quelle per riformare lo Statuto» – ha suggerito Solinas – «e questo ci darà una buona base per costruire insieme un progetto di governo per la Sardegna».

Sulla stessa linea Gesuino Muledda dei Rossomori, forza politica che ha recentemente divorziato da la Giunta Pigliaru andando ad ingrossare le fila di chi vorrebbe costruire un largo polo alternativo al duopolio dei partiti italiani. Fresco dell’esperienza in Giunta, Muledda ha posto anche ulteriori temi di attualità sul piatto della discussione, come l’abbandono delle zone rurali, l’esiguità delle risorse dedicate alla formazione universitaria e la necessità di fare una battaglia comune per cambiare la legge elettorale. «Serve un progetto di governo per avere consenso» – ha concluso Muledda – «perché esiste un sentimento maggioritario nei sardi che ci chiede di costruire una alternativa al governo attuale».

A concludere i lavori della mattinata è stato lo storico leader di Sardigna Natzione Bustianu Cumpostu, che ha insistito a più riprese sull’impossibilità di barattare il valore più grande che abbiamo e cioè il nostro essere una nazione, diversa da quella italiana e da essa già indipendente. Da questa prospettiva – ha argomentato Cumpostu – dovendo ricontrattare i rapporti con lo stato italiano occupante, considerato che in nessun caso i sardi possano rinunciare al loro essere nazione, tre vie sono possibili , 1) Si chiede lo scioglimento della fusione perfetta contrattata nel 1847 tra gli stamenti sardi e il re, perché non si sono verificate le condizioni che i sardi speravano si verificassero con la fusione della Sardegna con l’Italia, 2) Si rivendica, unilateralmente, la sovranità piena ed il diritto all’indipendenza della Sardegna e si apre un contenzioso internazionale con l’Italia, 3) Si sopporta uno statuto di resa e di sudditanza che riconosca lo stato coloniale della Sardegna, la sua sudditanza imposta con la forza da uno stato straniero che la occupa e la sua continua volontà di indipendenza.

Nel pomeriggio i lavori sono stati aperti dall’avvocato penalista Gianfranco Sollai, presidente di Gentes. Sollai si è domandato se il popolo sardo vuole governare o amministrare perché oggi – ha argomentato l’avvocato – «la Regione non è per nulla autonoma e si limita ad amministrare ciò che gli viene imposto dallo Stato. In questo senso non è vero che l’autonomia è stata superata, anzi non siamo nemmeno alle soglie dell’autonomia. Serve una rottura con la dipendenza sancita dallo Statuto, in particolare con quegli aspetti legati alla subalternità della Sardegna che costituiscono un ostacolo a programmare e realizzare i propri progetti in armonia con le proprie risorse economiche, sociali e culturali e cioè con i seguenti paletti indicati nello Statuto: la Regione ha potestà legislativa in armonia con la Costituzione e i principi dell’ordinamento giuridico dello Stato e col rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali, nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica. È chiaro che detti vincoli, unitamente alla mancanza di autonomia politica dei partiti italiani, sviliscono l’autonomia, relegando la Regione sarda di fatto ad amministrare in luogo di governare.

Di fallimento dell’autonomia ha invece parlato la segretaria di Sardigna Libera Claudia Zuncheddu: «con lo Statuto Speciale, lo Stato italiano ha dato alla Regione Autonoma (diramazione del suo apparato istituzionale in Sardegna) solo l’illusione di gestire la propria Autonomia. Di fatto è da 70 anni che la RAS gestisce solamente la propria dipendenza. La riscrittura dello Statuto tuttavia pone diverse riflessioni e perplessità. Se gli Statuti sono accordi politici tra le parti che sanciscono i rapporti di forza e di compromesso creatisi nel tempo, oggi dobbiamo chiederci quale sia il percorso da intraprendere per creare rapporti di forza favorevoli alla nazione sarda e non all’Italia. Quali sono i rapporti di forza in Europa tra gli Stati dominanti e le nazioni senza Stato. Mai quanto oggi il Consiglio della RAS può essere interessato pericolosamente alla riscrittura dello Statuto per distogliere l’attenzione dei sardi dalle sue politiche nefaste (dalla privatizzazione del sistema sanitario pubblico, ai trasporti, al rilancio dell’industria inquinante. La riscrittura dello Statuto non può prescindere dal NO dei sardi alla riforma della Costituzione italiana».

Il docente di Diritto Costituzionale Omar Chessa ha allargato l’attenzione al processo generale di svuotamento della sovranità degli Stati avviato negli anni Ottanta con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista che vedeva e vede tutt’oggi come fumo negli occhi le costituzioni democratiche e le politiche keynesiane. «Questo progetto» – ha continuato il docente – «n Italia è miracolosamente fallito con la stroncatura della riforma costituzionale che ha visto in Sardegna il più alto numero di “No”. A questo punto dobbiamo chiederci cosa sia necessario fare per avanzare sul percorso della costruzione di uno Stato sardo». «Le costituzioni» – ha concluso Chessa – «presuppongono gli Stati e non li creano, quindi è necessario concentrarsi pragmaticamente sulla legge statutaria, cercando di ottenere un sistema elettorale proporzionale per garantire la massima rappresentanza e dare così spazio a quei progetti politici che si muovono nell’ambito della sovranità della Sardegna».

Il politologo Carlo Pala ha invece rimarcato come in Sardegna sia viva e operante una volontà di riformare lo Statuto e come ciò sia merito soprattutto dell’azione che gli indipendentisti hanno svolto in tutti questi anni riuscendo a coinvolgere anche chi indipendentista non è. «La stagione autonomistica» – ha sostenuto il politologo – «è definitivamente chiusa, anche perché è lo Stato Italiano stesso che contravviene continuamente alle sue stesse norme. Sono in molti fra costituzionalisti e politologi a parlare ormai di “specialità appiattita” a proposito del fatto che, per esempio, lo Stato viola l’articolo 8 dello Statuto relativo alla cosiddetta vertenza entrate». L’aspetto più lacunoso dello Statuto – ha concluso Pala – «è il suo essere burocratico e non politico, perché senza cultura, senza ambiente, senza identificazione non andiamo da nessuna parte.

«Parlare di Statuto deve essere un tema di fondamentale importanza politica – ha invece rimarcato nel suo intervento il segretario di ProgReS – Progetu Repùblica, Gianluca Collu– perché la riscrittura dello Statuto ci servirà ad allargare i nostri spazi di sovranità in tema di fiscalità, istruzione, energia, welfare, beni culturali e a ridefinire i rapporti con lo Stato italiano volgendo a nostro vantaggio ciò che oggi è per noi svantaggioso.» Uno dei temi fondamentali legati allo Statuto – ha continuato Collu – «è quello dell’agenzia sarda delle entrate: recentemente la Giunta regionale ha legiferato per l’istituzione dell’ASE, una pallida fotocopia della proposta di legge che a suo tempo avevamo presentato attraverso una raccolta firme, la quale non ha alcuna competenza di riscossione. Una legge scritta con l’intento di non contrariare il governo italiano, piuttosto che di rispettare la volontà dei cittadini che firmarono per il fiocco verde. E’ in qualche modo ironico osservare che, nonostante gli sforzi di non indispettire il “governo amico”, il Consiglio dei Ministri abbia comunque impugnato la legge sarda perché le norme presenti eccedono le nostre competenze statutarie. Riformare lo Statuto è però possibile solo a patto di avviare un processo realmente partecipativo» – ha concluso Collu – «ed è per questo che oltre agli incontri sul territorio dove continueremo a discutere di un nuovo Statuto, stiamo organizzando una piattaforma web di e-democracy per ottenere la massima partecipazione e condivisione dei nostri intenti riformatori e dove sarà possibile votare gli articoli della futura carta dei sardi».

A concludere i lavori è stato Ernesto Batteta di Sardegna Possibile che ha invece lavorato sul concetto di decentramento e di difesa dell’identità dei sardi. L’indipendenza – ha argomentato Batteta – «è un percorso progressivo, possibile solo se inserito in un progetto di sviluppo e certo non come un salto nel buio dall’oggi al domani».
In entrambe le sessioni, mattutina e pomeridiana, è stato previsto un momento per la discussione il quale è stato molto partecipato, a testimonianza del fatto che l’argomento dei diritti dei sardi e della riforma della carta statutaria è un argomento che tocca le coscienze molto più di quanto non si creda.

I diritti dei sardi nel XXI secolo – Pro s’Alternativa Natzionale

Sabato 11 Febbraio, presso l’auditorium sito in Viale Umberto n°11 a Sassari, si terrà un’importante giornata di approfondimento e dibattito sui diritti dei sardi, intitolato “Sos deretos de sos sardos in su sèculu XXI – dae s’Istatutu a sa Costitutzione de sos sardos”.

I lavori verranno suddivisi in due sessioni (dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 15 alle 20,00) cui parteciperanno come relatori i portavoce dei movimenti che compongono il progetto dell’Alternativa Natzionale (Cristiano Sabino per il FIU, Gianluca Collu Cecchini per ProgReS, Gianfranco Sollai per Gentes, Claudia Zuncheddu per Sardigna Libera, Bustianu Cumpostu per SNI), e alcuni nomi di spicco del panorama politico e intellettuale sardo: Carlo Pala (politologo); Federico Francioni (storico); Omar Chessa (costituzionalista); Cristian Solinas (segretario del Psd’AZ), Paolo Mureddu (Rossomori); Bobore Cubeddu (Fondazione Sardinia); Ernesto Batteta (Sardegna Possibile).

Come si evince dal titolo dell’evento, la giornata sarà dedicata alla discussione sul cruciale problema della spoliazione dei diritti dei sardi da parte del sistema politico italiano. Attraverso l’analisi e la lettura critica dello Statuto Autonomistico a tutt’oggi vigente, si studieranno adeguate strategie per l’applicazione di tutti quei punti rimasti lettera morta e si discuterà di tutti quei diritti fondamentali che nello Statuto non compaiono e che invece sarebbe necessario riportare.

Se infatti lo Statuto fosse stato applicato nei suoi principali punti, la Sardegna probabilmente avrebbe una maggiore autonomia, in termini economici e non solo, ma è anche vero che ciò non basta e che oggi risulta imprescindibile conquistare nuovi diritti e nuove competenze per permettere al Popolo sardo di stare al mondo da soggetto storico libero e capace di prendere decisioni per la sua vita e il suo futuro.

L’obiettivo dichiarato della giornata è dunque quello di contribuire alla nascita di un grande movimento sinergico capace di guidare il popolo sardo verso l’autodeterminazione e l’autogoverno e avviare così una fase di revisione dello Statuto, che porterà alla riscrittura della Carta fondamentale dei sardi.

FGI: perché nasce questo soggetto politico

 

Riprendiamo il manifesto politico della FGI, reso pubblico dalla stessa ad un giorno dalla attesa presentazione.

Infatti, oggi, 3 febbraio 2017, si avvia il processo costituente della Federatzione de sa Gioventude Indipendentista (FGI), coinvolgendo gruppi giovanili ed individui dai 14 sino ai 29 anni, in una fase temporanea volta alla sua estensione e amalgama proiettata alla convocazione di un vero e proprio Congresso Costituente che istituisca un’unica organizzazione giovanile.

L’obiettivo della FGI è quello di completare il movimento di liberazione nazionale sardo attuale, ancora incapace di catalizzare l’enorme disagio giovanile, portando avanti le sue battaglie innanzitutto entro il suo ambito di competenza: educazione e lavoro.

La gioventù sarda è oggi la principale vittima dello stato di dipendenza economica, politica e culturale entro cui la Sardegna è inserita; allo stesso tempo, si ritrova in una condizione favorevole rispetto a quella dei propri predecessori per poter intraprendere una lotta di emancipazione nazionale e sociale.

Le riforme neoliberali dell’istruzione e del lavoro si sono dimostrate due pilastri nella redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto per mezzo della mercificazione dell’educazione e del lavoro e della rimozione del diritto allo studio e dei diritti dei lavoratori. La FGI individua in questi fenomeni, come riportato nel suo manifesto, le cause dell’emigrazione della gioventù sarda.

La FGI ritiene che il dovere storico attuale degli studenti sardi sia quello di puntare a costruire una università indipendente e pubblica che sia in grado di integrare ricerca e sviluppo del tessuto produttivo locale, offrendo a quest’ultimo supporto e formazione; di inserire realmente i giovani nel ciclo economico; di ripensare l’agricoltura; di riconvertire l’industria; di progettare modelli innovativi di produzione dell’energia.

Per questo fine, è ritenuto importante promuovere l’aggregazione e l’organizzazione politica anche dei giovani in un’ottica indipendentista nelle varie città e macroaree in cui approdano nonché collettivi, circoli, gruppi di studio e di analisi che possono dare un importante contributo alla causa natzionale sarda non solo con il radicamento dell’idea indipendentista tra gli stessi sardi, ma anche sotto un altro punto di vista a lungo sottovalutato, che è quello dell’appoggio e della solidarietà internazionale, elemento evidentemente di forza per altre nazioni che lottano per la propria autodeterminazione.

I senatori còrsi voltagabbana

Pochi giorni fa al Senato francese, gli onerevoli còrsi di centrodestra e comunisti hanno votato contro la loro stessa nazione, respingendo la creazione della Collettività unica di Corsica.

Di che si tratta?

La Collettività unica di Corsica, approvata dall’Assemblea còrsa di recente, è un ente amministrativo unico che supera di fatto l’attuale divisione in tre realtà burocratiche territoriali (prefetture), divisione voluta dallo Stato francese, di cui la Corsica è colonia.

Ciononostante anche tra i nostri vicini corsi, vi sono quelli che, vendutisi allo stato francese, attuano una serie di voltafaccia verso il proprio popolo.

Purtroppo, anche grazie ai doppiogiochisti dipendenti oramai da Parigi, la votazione sulle decisioni dell’Assemblea còrsa in tema di Collettività unica ha dato esito negativo: 162 voti contrari contro 143 a favore. I senatori della destra e i comunisti eletti in Corsica hanno votato contro mentre i centristi còrsi hanno dato il colpo di grazia con la loro massiccia assenza.

Il ministro francese della Pianificazione Territoriale, della Ruralità e delle Collettività Territoriali, Jean Michel Baylet, aveva auspicato pubblicamente prima della votazione che i senatori continuassero ad essere giudiziosi. Dopo la votazione lo stesso ministro ha definito il risultato come <<[…]Incredibile, un colpo basso per la Corsica che annulla una decisione dell’Assemblea còrsa appoggiata da tutti i gruppi eccetto i comunisti”. “Abbiamo assistito al balletto dell’ipocrisia>>. Aggiunge che si impegnerà comunque a far rispettare la volontà dell’Assemblea còrsa.

 

Tratto da una riflessione di Franciscu Pala al:

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