“Pro s’iscola sarda”: Pro s’Alternativa Natzionale

Locandina della conferenza stampa

Domani, sabato 1 aprile a Oristano, alle ore 10:30 presso il “Librid”, in Piazza Eleonora d’Arborea n°4, si terrà una conferenza stampa congiunta dei movimenti che aderiscono allo spazio di sintesi politica Pro s’Alternativa Natzionale dove verrà presentato ai media il Manifesto “Pro s’Iscola Sarda”.

Un documento condiviso per sostenere, uniti, la istituzione di una scuola sarda, che garantisca l’apprendimento e la conoscenza della nostra storia, della nostra lingua, della nostra cultura e delle condizioni sociali, economiche e politiche della nostra isola. Perché il compito principale della scuola pubblica, deve essere quello di formare i futuri cittadini della Sardegna come individui consapevoli e non come esseri alienati e sradicati dalla loro terra e dalle loro radici.

Alla conferenza stampa interverranno i rappresentanti delle organizzazioni politiche che aderiscono allo spazio politico Pro s’Alternativa Natzionale: Gianfranco Sollai (presidente di Gentes), Gianluca Collu (segretario di Progetu Repùblica de Sardigna), Cristiano Sabino (portavoce del Fronte Indipendentista Unidu), Bustianu Cumpostu (coordinatore di Sardigna Natzione), Claudia Zuncheddu (coordinatrice di Sardigna Libera).

 

La Sardegna ricorda la “Giornata della terra” palestinese

di Alessia Ferrari

Il 30 marzo i palestinesi celebrano la “Giornata della terra”, in arabo Yawm al-ard, per ricordare l’imponente protesta con cui nel 1976 il popolo palestinese si oppose alla decisione israeliana di espropriare venti ettari di terra appartenenti a diversi villaggi della Galilea, per destinarli a usi militari e alla costruzione di colonie. Quello straordinario esempio di resistenza popolare ebbe un alto tributo di sangue: sei furono i giovani uccisi dalla polizia israeliana, centinai i feriti e altrettanti gli arresti. Sono passati 41 anni da quel giorno, ma è da un secolo che i palestinesi devono fare i conti con il progetto sionista di colonizzazione della Palestina, portato avanti mediante eccidi, espulsioni e confische.

A Cagliari l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina ha voluto commemorare la Giornata della terra con un evento che si è tenuto all’ex Liceo Artistico, all’interno della mostra “Grido di colore” dell’artista palestinese Latifa Yousef. La pittrice non ha potuto partecipare all’inaugurazione a causa di un visto negato dalle autorità israeliane, perché Israele è consapevole che la resistenza può essere portata avanti in un’infinità di modi, e fa paura anche quando assume la forma di una tela grigia come il cielo di Gaza dopo i bombardamenti o sgargiante come l’Intifada.
L’evento si è aperto con un collegamento Skype con Hussam Kana’na, attivista palestinese che a causa della sua attività politica ha passato dieci anni recluso nelle carceri israeliane. Kana’na era poco più di un ragazzino nel ’76, ma di quella giornata ricorda benissimo gli spari che illuminavano il cielo notturno, le notizie di morte che passavano di bocca in bocca, la rabbia e la determinazione della sua gente. L’ex prigioniero politico ha però sottolineato che il suo popolo combatte ogni giorno contro il furto della propria terra e la negazione dei propri diritti. I palestinesi che come lui vivono all’interno di Israele oggi devono difendere con le unghie quel 2% di terra rimasta in loro possesso, e ancora peggiore è la situazione di coloro che vivono nei Territori Occupati della Cisgiordania, sottoposti a un vero e proprio regime di apartheid, situazione che le Nazioni Unite hanno recentemente tentato di nascondere al mondo imponendo il ritiro di un dettagliato rapporto pubblicato da Rima Khalaf, ormai ex direttrice dell’Escwa, che con coraggio ha preferito rassegnare le proprie dimissioni piuttosto che “occultare i palesi crimini israeliani”. Kana’na ha fatto alcuni esempi delle discriminazioni razziali a cui devono sottostare i cittadini palestinesi in Israele, ad esempio se un palestinese cittadino israeliano decidesse di sposare una palestinese della Cisgiordania, quest’ultima non otterrebbe mai la cittadinanza, senza contare che ogni qual volta decidesse di uscire dallo Stato di Israele dovrebbe farlo con la consapevolezza di non avere la certezza di ottenere il visto per rientrare nella propria casa. Diversamente, se un cittadino ebreo israeliano decidesse di unirsi con una cittadina di un altro paese, questa otterrebbe senza problemi la cittadinanza israeliana. Inoltre, per scoraggiare i cittadini palestinesi ad avere figli, la legislazione concede esclusivamente agli ebrei gli aiuti economici previsti per le famiglie numerose. Un altro problema con cui i palestinesi devono raffrontarsi è quello dei permessi per la costruzione delle proprie abitazioni: se un ebreo possiede un terreno e vuole costruire una casa per la propria famiglia, può farlo tranquillamente, al contrario un palestinese deve chiedere un permesso, che di fatto viene negato a più del 60% dei palestinesi. Molti di loro si vedono quindi costretti a costruire senza l’autorizzazione delle autorità israeliane, che poi possono legalmente disporre la demolizione delle case palestinesi. È stato stimato che all’interno di Israele ci siano 100.000 case palestinesi prive di permesso israeliano, è evidente che la pratica della demolizione fa parte della strategia israeliana volta a scoraggiare la presenza palestinese all’interno dello Stato ebraico. Dopo questa importante testimonianza, Daniela Spada, Rana Jammoul, Laura Salaris e Alice Agus, accompagnate dalle dolci note della musica di Marco Ammar, hanno concluso l’evento con le letture di bellissime poesie palestinesi in lingua originale e in italiano.

Internatzionalismu

L’interrogazione parlamentare non ferma “Sa die”

Locandina dell’evento

L’interrogazione non ferma “Sa die”: venerdì secondo appuntamento al liceo Mossa di Olbia.

Dopo la bufera sollevata dai senatori della Repubblica Italiana che ha investito il liceo scientifico “Lorenzo Mossa” di Olbia e il prof. Cristiano Sabino, proponente del progetto, è confermato il secondo incontro in calendario.
Venerdì  31 marzo dalle ore 10:20 alle ore 12:20 l’associazione di docenti sardi “Storia sarda nella scuola italiana” presenteranno i materiali didattici ai ragazzi e ai docenti con una lezione dialogata basata sull’interattività.

Storia sarda nella scuola italiana” porta l’insegnamento- come dice il nome stesso- della storia sarda nella scuola italiana, dalla quale è esclusa perché non presente nei programmi ministeriali. Molti docenti già lo fanno, servendosi di materiale proprio e non fruibile dai colleghi. I docenti dell’associazione preparano materiale standard utilizzabile da tutti gli insegnanti, riproducendo linguaggio, complessità di contenuti, grafica dei testi scolastici. La differenza, rispetto a questi, è che tale materiale tratta appunto la storia della Sardegna e dei sardi.

La squadra dell’associazione è al momento composta da:

  • Maurizio Onnis, autore di testi scolastici per Mondadori, Loescher, D’Anna;
  • Isabella Tore, maestra elementare;
  • Annarosa Corda, docente al biennio delle superiori;
  • Maurizio Casu, docente al triennio delle superiori;
  • Alessandra Garau, archeologa;
  • Andrea Ledda, ingegnere, al supporto tecnico.
  • Luca Becciu, grafico.

L’associazione, che sarà presente venerdì al Liceo Mossa, ha iniziato a lavorare nell’autunno 2014 ed è composta solo da volontari.

Il lavoro è svolto e distribuito gratuitamente anche sul sito https://lastoriasarda.com/

 

Questa terra non è la nostra

di Gianluca Collu

Segretàriu de ProgReS – Progetu Repùblica

Sta facendo discutere e indignare l’ultimo “schiaffo” del Governo italiano ai danni della Sardegna in merito al via libera del ministero dell’ambiente al progetto targato Flumini Mannu Ltd. – società con sede a Londra – per un impianto di produzione di energia solare.

Ciò che ormai da troppi anni sta avvenendo in Sardegna più che un assalto alle nostre risorse ha i contorni di un vero e proprio assedio su cui i cittadini sardi hanno ben poche possibilità di porre un freno e l’attuale classe dirigente unionista–autonomista è assolutamente priva della volontà politica per opporsi alle prevaricazioni e imporre indirizzi e usi delle terre diversi, soprattutto quando un progetto di land grabbing come questo ha il via libera dallo Stato italiano.

Oggi i sardi non possono decidere il futuro dei propri territori, non possono partecipare alle scelte che riguardano i propri beni collettivi, non possono autodeterminare il proprio sviluppo economico, non possono difendere i propri interessi. Purtroppo la realtà ci dice una cosa tragicamente molto semplice: Questa terra non è la nostra.

Perché se è pur vero che grazie all’impegno di organizzazioni come ProgReS – Progetu Repùblica e dei comitati civici in alcuni casi si è riusciti ad opporsi in maniera ragionata e a difendere il territorio dalla arrogante prevaricazione di avide società con progetti calati dall’alto – vedi la vittoria sul “Progetto Eleonora” della Saras – è innegabile che negli ultimi anni abbiamo assistito più o meno impotenti a un continuo proliferare di grandi impianti di produzione elettrica, eolici e/o solari, in tutta la Sardegna.

Abbiamo vinto qualche battaglia ma stiamo perdendo la guerra. È un po’ come nella lotta al narcotraffico dove per ogni carico di droga che viene bloccato decine di altri vanno a buon fine.

È importante puntualizzare la nostra posizione politica: siamo favorevoli alla produzione energetica da fonti rinnovabili, crediamo in un graduale affrancamento dai combustibili fossili sicuramente più dannosi per l’ambiente e la salute pubblica e riteniamo che il solare termodinamico sia una tecnologia strategicamente importante su cui puntare per questo proposito. Cionondimeno siamo contro le speculazioni e lo sfruttamento sconsiderato del territorio che non portano alcun vantaggio alle comunità e alla nostra nazione.

La centrale che sorgerà nei territori di Gonnosfanadiga, Guspini e Villacidro sarà un mega impianto di 55 MW che occuperà centinaia di ettari di terreno ad alta vocazione agricola, frutterà profitti milionari alla società e, se va bene, un misero 2% dei ricavi e un’elemosina di buste paga per il territorio. I progetti di questo tipo sono così insensati da non poter neanche far leva sull’odiosa retorica del ricatto occupazionale.

Questi sono i casi in cui la mobilitazione è cosa buona e giusta: risvegliare le coscienze e sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema che riguarda la collettività e il territorio. Noi ci saremo ma l’impegno per bloccare un progetto approvato e in avvio di lavori è enorme, estenuante. E anche nel fortunato caso si riuscisse a vincere la battaglia, probabilmente in quel momento ci sarebbero due o tre nuovi progetti, approvati dal Governo italiano o dalla RAS, con le stesse caratteristiche speculative e di rapina ai danni del territorio.

Quindi noi sardi cosa possiamo fare? Come possiamo riprenderci la nostra terra in modo definitivo e senza quindi doverci sottoporre a cicliche ed estenuanti lotte?

Certamente serve un serio Piano Energetico Nazionale che determini in maniera netta il futuro energetico per la nostra isola. Dovremo fare delle scelte molto chiare e dare un indirizzo politico ben preciso. È inammissibile che venga dato il via libera per realizzare delle mega centrali termodinamiche come a Gonnosfanadiga – motivando tali scelte con l’obiettivo primario di diminuire la dipendenza dai combustibili fossili – e contestualmente si approvi la costruzione di una “innovativa” centrale elettrica di cogenerazione a vapore da 350 megawatt alimentata a carbone, finanziata con i soldi della RAS (vedi Euroalluminia nel Sulcis).

È fondamentale che i rapporti fra la Nazione sarda e lo Stato italiano vengano ridefiniti attraverso una riforma statutaria che garantisca il rispetto dei nostri diritti, che difenda i nostri interessi e allarghi i nostri spazi di sovranità in tema di energia, fiscalità, istruzione, beni culturali. È tempo di dare inizio a una fase costituente per la riscrittura dello Statuto sardo, perché anche quelle che sono le nostre attuali competenze non siano subordinate alla supremazia dell’interesse nazionale italiano, come purtroppo avviene oggi nei territori del Medio Campidano (vedi art. 1 – 3 Statuto sardo), con buona pace dei tanti sardi che il 4 dicembre hanno votato no alla riforma della costituzione, pensando grazie a quel voto di aver salvato l’autonomia sarda.

Parallelamente, sul piano politico, è sempre più urgente e necessario strutturare una proposta alternativa di governo indipendentista della nostra terra. Un progetto a cui ProgReS – Progetu Repùblica sta lavorando da anni e che, a medio-lungo periodo, costituirà l’antidoto politico alla cattive pratiche dei politici sardi non indipendentisti che si ostinano a prendere il toro per la coda.

Anticolonialismu

Sassari: Blitz del FIU, durante il consiglio comunale, contro la speculazione di Porto Ferro.

Questo pomeriggio, durante la seduta del Consiglio Comunale di Sassari, il FIU ha fatto un Blitz esibendo dei cartelli con la scritta “Zuchéddini li mani da Porthu Ferru!” e distribuendo dei volantini con un documento contro la speculazione della spiaggia di Porto Ferro.

Nel volantino il Fronte denuncia “…un potenziale attentato all’ambiente e le politiche di speculazione sulle nostre coste che da decenni sta deturpando il patrimonio naturalistico della Sardegna”. Una dura critica al PUL approvato dal Comune di Sassari che, sottolinea il Fronte “…prevede la realizzazione nella baia di Porto Ferro di tre stabilimenti balneari che andranno ad intaccare l’aspetto selvaggio e incontaminato che contraddistingue il tratto di costa tra Capo dell’Argentiera e Capo Caccia”.

Nel documento si ricorda il degrado in cui versa Platamona e si sottolinea la complessità   ambientale di Porto Ferro, fatto di dune, vegetazione di ogni tipo e presidi di acqua dolce che confluiscono dal vicino lago di Baratz, protetto tra l’altro dalla legge 42/2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio), nonché da una serie di norme regionali ed europee.

Un patrimonio da salvaguardare dunque e non da lasciare, secondo il Fronte “…nelle grinfie dei classici magheggi politici guidati da interessi economici e politici personali, che a tutto possono mirare, tranne che alla preservazione di luoghi ancora rimasti incontaminati”.

Il documento del FIU prosegue con un duro attacco alla Giunta Sanna che secondo il Fronte non ha coinvolto nella decisione di scrittura del PUL le tante realtà che lavorano, si integrano e contribuiscono alla crescita del litorale nel rispetto delle particolarità del territorio, “Non ci potevamo aspettare altro da una classe politica sassarese che governa per conto-terzi gestendo il vasto territorio comunale di Sassari come un non-luogo della periferia italiana e considera la Sardigna come un posto esotico ed irrimediabilmente arretrato in cui è possibile ancora attuare un modello di turismo già vecchio e per giunta insostenibile”.

Il Fronte Indipendentista Unidu, dichiara d’essere deciso a impedire che venga attuato quanto previsto dal piano e denuncia “…l’ennesimo tentativo di speculazione, privatizzazione e deturpamento ai danni delle nostre coste, insito nell’intento dell’amministrazione comunale di Sassari di voler attuare un piano completamente scevro di un’approfondita analisi delle caratteristiche paesaggistico-naturali, antropiche ed economiche, parte integrante del territorio di Porto Ferro”.

La lezione sulle basi a scuola diventa un virus

Nella foto Gianluca Corda

Il dibattito sull’occupazione militare nelle scuole rischia di diventare virale dopo la bufera abbattutasi sul Liceo Scientifico Lorenzo Mossa di Olbia e sul prof. Cristiano Sabino a causa dell’ormai celebre interrogazione parlamentare (urgente) da parte di alcuni senatori di Forza Italia in merito all’incontro promosso nella medesima scuola.

Ora il Dirigente Scolastico dell’Istituto Amsicora di Olbia-Oschiri Gianluca Corda, dichiara: “Nelle prossime settimane proporrò al Collegio docenti del mio istituto, l’organizzazione dello stesso convegno. Chiederò la disponibilità a parteciparvi agli stessi relatori: l’On. Scanu, il prof. Sabino e chi vorrà intervenire, con grande piacere, anche tra i rappresentanti dell’esercito. Un momento per ribadire la libertà delle scuole di organizzare momenti formativi su temi importanti per i nostri giovani, con la stessa serietà con la quale è stato fatto al “Mossa”. Un’occasione per riaffermare la contrarietà a strumentalizzazioni politiche come quella a cui abbiamo assistito in questi giorni. Sarebbe bello se lo facessero anche altri istituti, magari anche insieme, per la libertà e contro le strumentalizzazioni.”

Nei giorni scorsi il giovane Dirigente era intervenuto su La Nuova Sardegna in merito ai fatti dell’interrogazione parlamentare (qui) dicendo: “Qualcuno potrà dire che sono di parte, dopo aver studiato in questa scuola e averci insegnato per otto anni. Ma è proprio per questo, perché conosco la serietà, oltre che la competenza dell’amico Dirigente Scolastico e del Collegio dei docenti nel progettare e coordinare iniziative del genere, la serietà dei relatori, che ritengo infondata ogni critica.
Mi rammarica invece constatare che, spesso, le attività delle scuole di approfondimento di temi importanti per gli alunni, anziché essere valorizzate, sono oggetto di strumentale speculazione politica.”

Intanto diversi insegnanti annunciano sui social network che si stanno occupando di tenere lezioni sulla presenza delle basi e dei poligoni militari in Sardegna.

Assisteremo ad una nuova interrogazione parlamentare che chiede il debellamento del virus “separatista” che si sta rapidamente diffondendo nelle scuole sarde?

«Gli agricoltori di Gonnos sono incazzati»

di Maurizio Onnis

In questi anni ho partecipato a parecchie assemblee e manifestazioni di protesta, discussione, proposta, sul tema dell’energia e della speculazione connessa. Ebbene, solo sabato mattina, a Gonnosfanadiga, alla conferenza stampa di presentazione della Consulta appena creata tra sindaci e comitati, ho visto contadini davvero incazzati. Non preoccupati dall’assalto degli speculatori, non impauriti, non indifferenti come a volte in passato, non combattuti tra il desiderio di resistere e la tentazione di dar via la terra in cambio di qualche soldo. No, incazzati. Perché quando è troppo è troppo e il progetto Gonnosfanadiga Ltd. ha decisamente passato la misura. Siamo vicini al punto di non ritorno. Siamo vicini alla rapina del suolo.

Locandina della manifestazione

Si sa bene di cosa parliamo. Circa 250 ettari di terra, posti nella piana che unisce Gonnosfanadiga, Guspini e Villacidro. Qui, la Energo Green vuole piantare centinaia di specchi, per catturare l’energia del sole e trasformarla in energia elettrica. Consumo di suolo sottratto agli usi agricoli, minaccia alle acque che scorrono in profondità, modifica irreparabile del paesaggio e dell’equilibrio ambientale. Più speculazione selvaggia, incentivi milionari sull’impianto per energia rinnovabile: impianto che nessuno davvero vuole, tranne i costruttori, tanto potenti da essere arrivati sul tavolo del Consiglio dei Ministri italiano. Solo formale l’opposizione della Regione, debole e illusa che esista veramente un patto d’onore tra Stato e Sardegna per il rispetto della volontà della popolazione dell’isola.

I contadini, che rischiano l’esproprio per pubblica utilità, sono incazzati. E non sono i soli. L’imposizione del solare termodinamico è uno schiaffo alla dignità di tutti noi. Non piace a nessuno essere trattato da schiavo. E l’emergenza del Medio Campidano, per un sardo consapevole, equivale a quelle di Arborea, Tossilo, Portovesme, Portoscuso, e a tante altre. Stesse valenze economiche, politiche, ambientali.
Ecco perché sabato 25 marzo ci troveremo a Gonnosfanadiga: per opporre il nostro diritto di cittadinanza al potere del denaro. In sintesi, infatti, si tratta di proprio di questo: impedire a chi specula sulla nostra terra di fare quel che vuole. Io personalmente guardo all’appuntamento di sabato con grande fiducia. Credo nella mia gente. Ci credo: altrimenti non farei il sindaco. So che la lotta ci renderà più indipendenti politicamente, più consapevoli di noi stessi, persino più ricchi. Liberi di creare moneta buona con il nostro lavoro e con la moneta buona scacciare quella cattiva.

Nasce ATE, la consulta contro le speculazioni

ALLEANZA FRA ASSOCIAZIONI, COMITATI E COMUNI NASCE L'ATE, LA CONSULTA CONTRO LE SPECULAZIONI Presentate a Gonnosfanadiga le linee d'azione di Ate (Ambiente, Territorio, Energia), la nuova organizzazione che difende il territorio dalle aggressioni all'ambiente dettate da logiche del profitto. Sulle barricate comitati, come NO Megacentrale e No Trivelle in Sardegna, ma anche i sindaci di Gonnosfanadiga Fausto Orrù, di Villanovaforru Maurizio Onnis, di Guspini Giuseppe De Fanti, di Decimoputzu Alessandro Scano e di Sardara Roberto Montisci. Il 25 marzo la prima marcia contro il grande impianto termodinamico di Gonnos.

Pubblicato da YouTG.net su Domenica 19 marzo 2017

Manifestazione contro le megacentrali termodinamiche, Gonnosfanadiga, fiera mercato via Nazionale ore 9:00

Anticolonialismu

Interrogazione parlamentare: a scuola non si deve parlare di basi militari!

Cristiano Sabino, insegnante

Nelle scuole sarde non si deve parlare della presenza militare nell’isola né degli effetti ambientali e sanitari su territorio e popolazione che peraltro sono oggetto di un processo della Procura: è questo, in sintesi, il succo dell’interrogazione parlamentare che i «senatori di Forza Italia Bruno Alicata, Emilio Floris e Maurizio Gasparri hanno presentato (…) ai ministri dell’Istruzione Valeria Fedeli e della Difesa Roberta Pinotti in merito ad un evento, intitolato “Sardigna terra de bombas e cannones” (Sardegna terra di bombe e cannoni) che si è svolto nei giorni scorsi nel liceo scientifico di Olbia “Lorenzo Mossa” per censurare la presenza di basi e poligoni militari in Sardegna» (fonte La Nuova Sardegna).

Nell’interrogazione si sottolinea come il moderatore, Cristiano Sabino, sia un noto esponente indipendentista e come sia «inconcepibile che all’interno di istituti statali vengano diffusi messaggi contro le istituzioni, con tesi sostenute da comitati spontanei, separatisti o antimilitaristi, peraltro senza alcun contraddittorio». I senatori di Forza Italia chiedono alle due ministre misure disciplinari verso lo stesso Sabino e verso chi ha permesso lo svolgersi dell’evento che – ricordiamo – è stato votato dal Collegio Docenti ad inizio anno scolastico.

A quanto pare – per gli estensori dell’interrogazione –  mentre i militari hanno tutto il diritto di realizzare campagne per l’arruolamento e tenere conferenze di vario titolo sia nelle scuole che nelle università, i docenti sardi non hanno alcun diritto di realizzare dibattiti con gli studenti sul fatto che la loro terra ospiti più del 60% delle basi militari dello stato.

Sabino, dal canto suo, non perde tempo e si difende a spada tratta sulla sua pagina Facebook, smontando pezzo per pezzo tutte le tesi che animano l’interrogazione: «Nell’interrogazione si fa il mio nome come “esponente dell’indipendentismo sardo” e si chiede “la sospensione degli altri appuntamenti previsti” e “quali provvedimenti di propria competenza intendano adottare nei confronti degli organizzatori o di coloro che, comunque, hanno permesso questo tipo di manifestazione all’interno dell’istituto”.
Tengo a precisare che all’evento ha partecipato anche l’on. Giampiero Scanu, membro della commissione sull’Uranio Impoverito e che il dibattito era finalizzato alla promozione del confronto democratico all’interno della scuola.
Inoltre non si è trattato di un dibattito contro i militari né antimilitarista, ma di semplice informazione su fatti oggettivi notissimi agli onori della cronaca e su cui verte anche un processo della Procura.
Preciso anche che i prossimi appuntamenti del progetto “Sa die” che si chiede di vietare parleranno di storia e cultura sarda con i colleghi dell’associazione “Storia sarda nella scuola italiana” e con il saggista Omar Onnis.
Si vuole impedire che nella scuola si parli di storia e cultura?
Ho sempre distinto la mia attività politica dalla mia professione e non ho mai fatto né propaganda né politica attiva a scuola. Mi sono però sempre occupato di insegnare ai ragazzi che la loro terra ha una cultura e una storia ben specifiche e che ci sono delle grandi contraddizioni che loro hanno il dovere di conoscere per formarsi una propria idea da futuri cittadini.
La domanda è questa: nella scuola si può parlare di ciò che è la Sardegna e di ciò che vi accade?
Per il resto mi assumo interamente tutte le responsabilità di questa iniziativa e delle mie azioni che rivendico con grande orgoglio e sono pronto a pagarne il fio».

Dopo quest’incredibile attacco alla democrazia e alla libertà d’insegnamento attendiamo di vedere quale sarà la posizione dell’opinione pubblica sarda e cosa dirà – se dirà qualcosa – il governatore Francesco Pigliaru.

Come ho combattuto l’ISIS: Intervista a Davide Grasso

Hai combattuto nelle YPG in Siria contro l’ISIS. Puoi spiegare che cosa sono le YPG?

Le YPG sono le unità di protezione popolare fondate da un partito curdo siriano, il partito di unione democratica (PYD). Il PYD aveva dovuto agire in clandestinità sotto il regime di Assad, ma dal 2011, con lo scoppio della rivoluzione siriana, il suo braccio armato, assieme a quello completamente femminile delle YPJ (le unità di protezione delle donne), ha dovuto affrontare una potente milizia salafita, ossia islamista iper-radicale, che voleva occupare le città curde siriane, in particolare Serekaniye. Questa milizia era Jabat al-Nusra, filiale siriana di Al-Qaeda.

A Serekaniye un centinaio di YPG riuscì a cacciare un migliaio di salafiti. Ciò provocò grande ammirazione per questo gruppo armato nella popolazione, che si sentì protetta. Le YPG allora decisero di cacciare dalle città curde la polizia e i soldati del regime di Assad, e migliaia di giovani entrarono nei loro ranghi. Da allora, tra il 2012 e il 2014, le YPG hanno difeso la costruzione dell’autonomia democratica del Rojava, ossia delle nuove istituzioni dei cantoni di Cizire, Kobane e Afrin.

Nel 2014, però, il gruppo salafita ISIS si scontrò con Al-Nusra e gli altri gruppi islamisti, occupando tutto il corso dell’Eufrate fino alla Turchia, e cercò nuovamente di occupare le città curde. Questo condusse tra il 2014 e il 2015 alla sanguinosa battaglia di Kobane, in cui nuovamente le YPG riuscirono a vincere, per la prima volta sostenute da bombardamenti USA e ottenendo notorietà e ammirazione, stavolta, in tutto il mondo, benchè il loro nome e il loro carattere rivoluzionario e socialista non sia mai stato riferito dai media, che si sono limitati a parlare di curdi o addirittura, con malafede, di peshmerga (che invece sono una milizia sì curda, ma  conservatrice, dell’Iraq!). I giornalisti italiani usano il termine Peshmerga, però, perché questa milizia irachena è alleata dell’Italia.

Dopo aver sconfitto l’ISIS a Kobane, nel 2015 le YPG hanno chiamato a raccolta i combattenti assiri cristiani e tutti i battaglioni arabi dell’ex “Esercito Libero Siriano” che intendevano combattere l’ISIS e non avevano un progetto islamista, formando un esercito più grande, le Forze Siriane Democratiche (SDF). Nel 2016 le SDF si sono spinte nei territori arabi della Siria del Nord sconfiggendo l’ISIS a Shaddadi e a Menbij, dove io stesso ho combattuto. Da cinque mesi sono impegnate nell’avvicinamento alla capitale dell’ISIS, Raqqa, nella prospettiva della sua definitiva liberazione.

I curdi sono uno dei popoli più perseguitati di sempre ma si tratta anche di grandi resistenti. Che cos’è la rivoluzione del Rojava?

La rivoluzione del Rojava è stata anzitutto la protezione della popolazione curda del nord della Siria, e la ricerca di una soluzione di convivenza per le diverse comunità linguistiche e religiose di quella regione, che è storicamente molto complessa. Il PYD ha chiesto a tutte le realtà (partiti, associazioni, sindacati) che volessero partecipare a questo processo di organizzarsi in un movimento comune. Così è nato il Movimento per la Società Democratica (Tev Dem), che ha preso contatto con i clan e le realtà associative arabe, turcomanne, cecene, armene, ezide, assire della regione per evitare la degenerazione della violenza settaria e costruire una convivenza pacifica e autodifesa. Questo accadeva nel 2012.

Ne nacquero i tre cantoni con i loro consigli legislativi ed esecutivi (sorte di governi e parlamenti provvisori) e un sistema giudiziario popolare. Quando questo sistema fu in piedi a tutela della convivenza immediata, il Tev Dem si dedicò a costituire la rivoluzione dal basso, ossia i consigli cittadini, istituzioni elettive con elementi di democrazia diretta nelle diverse città. Tuttavia, i consigli cittadini furono oberati di richieste da parte della popolazione in guerra e in piena crisi umanitaria ed economica, quindi il Tev Dem iniziò la costruzione delle comuni popolari in ogni villaggio e in ogni quartiere urbano, per avviare parziali sperimentazioni di autogoverno da parte della popolazione.
Ad oggi le comuni della Siria del Nord sono oltre 4.000.
Si tratta di un evento rivoluzionario eccezionale per il mondo di oggi.

Le comuni sono il nerbo della rivoluzione. Costituiscono commissioni sanitarie, finanziarie, giudiziarie, educative, di autodifesa; si coordinano con centinaia di cooperative costituite in base a principi egualitari. La loro base è l’assemblea popolare volontaria della zona, che elegge un consiglio di delegati a sua rappresentanza e costituisce le commissioni. Non bisogna immaginare le comuni come un luogo di ritrovo o discussione infinita, come talvolta sono le assemblee della sinistra altermondialista europea. Sono realtà pratiche e concrete, che risolvono i problemi collettivi e si danno un gran da fare per i bisogni di tutti. Le comuni operano a pieno ritmo e ciononostante ogni mese avviene una discussione plenaria.

Il 17 marzo 2016 l’autonomia democratica dei tre cantoni ha dichiarato ufficialmente la propria autonomia dal governo siriano, pur riconoscendo l’integrità territoriale dello stato siriano, ed è nata la Confederazione Democratica della Siria del Nord – Rojava. Questa istituzione ha deciso a fine 2016 di eliminare il termine “Rojava” per sottolineare che non è un’autonomia dei curdi, ma una confederazione effettiva di popolazioni di diversa lingua e identità. Sebbene si continui colloquialmente a parlare di Rojava, anche a causa del ruolo propulsivo innegabile che il PYD curdo ha avuto ed ha tuttora in questo processo, oggi dobbiamo prendere sul serio il progetto confederale, e parlare di Confederazione della Siria del Nord: solo così saremo all’altezza del processo politico che si sviluppa in Siria non più nel 2014, ma nel 2017.

I media che formano l’opinione pubblica europea distinguono l’opposizione siriana dell’ “Esercito Libero Siriano” dall’ISIS. Cosa ne pensi?

Il 20 luglio 2011 un manipolo di ex ufficiali dell’esercito di Assad, guidati da Riad Al-Asaad (che non ha vincoli di parentela con il presidente) ha dichiarato la costituzione dell’Esercito Libero Siriano (FSA) per “proteggere i manifestanti” in Siria. Come? Con quali soldi? Con quali armi? I soldi e le armi vennero da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Per questo migliaia di famiglie povere mandarono i propri figli a combattere con l’FSA per uno stipendio doppio rispetto a quello dei soldati regolari, e la guerra civile potè iniziare sovrapponendosi alla rivoluzione. In verità, da allora soltanto chi era armato, come l’FSA o le YPG, poteva partecipare al corso degli eventi. Quasi tutti i gruppi indipendenti non armati furono spazzati via, tranne in Rojava, dove poterono esprimersi nel Tev Dem.

Il problema dell’FSA è che non riuscì a mettere in piedi un comando unificato. Privo di qualsiasi visione politica o strategia, o ideologia effettiva, i suoi battaglioni furono bande di mercenari e predoni che inflissero violenze e saccheggi alla popolazione, finendo per essere considerati semplicemente dei gangster e dei ladri. Questo favorì Jabat Al-Nusra che aveva un’ideologia e un codice morale ben definiti, per quanto raccapriccianti, essendo improntati alla restaurazione della società islamica del VII sec. dc. Già nel 2012 Al-Nusra era più forte dell’FSA e si appropriava di denaro e armi destinati all’FSA. Quest’ultimo era diviso tra unità sostanzialmente impolitiche e unità che sempre più vedevano nell’idea salafita di instaurazione di uno stato islamico l’unica vera prospettiva politica in campo, alternativa al regime e alla rivoluzione in atto nel Nord, vista come eccessivamente rivoluzionaria, ossia in contrasto con la tradizione islamica.

Nel 2013 Riad Al-Asaad fu sostituito da Salim Idriss alla guida dell’FSA. Nel comando militare supremo dell’FSA faceva già parte un grande esercito salafita, Ahrar al-Sham. Era chiaro che l’FSA era ormai usato dai gruppi salafiti per sfruttare la propaganda positiva accordata dai media e dai governi occidentali a questo presunto esercito “libero”, che con la libertà non aveva mai avuto, e tanto meno aveva adesso nulla a che fare. Lo stesso Ahrar al-Sham ha intrapreso iniziative sempre più autonome, pur continuando a usare lo stemma dell’FSA quando poteva essere utile a scopi di propaganda; ad esempio, nel maggio 2015 ha stabilito un sodalizio stabile con Al-Nusra e altri gruppi salafiti costituendo Jaish al-Fatah, “l’esercito della conquista”; ma quando ha partecipato all’invasione turca di Jarablus, l’agosto scorso, ha usato nuovamente le bandiere FSA.

Ciò che contribuì alla fine dell’FSA fu anche la scelta dell’ISIS di creare uno stato islamico e attaccare tutti gli altri gruppi armati, a partire da Al-Nusra e Ahrar al-Sham. In questa fase, nel 2014, molti battaglioni FSA che non avevano aderito alla prospettiva islamista e salafita e che, essendo rimasti isolati, non riuscivano a fronteggiare l’ISIS, si coalizzarono con l’unico attore laico in grado di contrapporvisi, le YPG-YPJ. Le SDF nate nel 2015 hanno poi assorbito tutti i gruppi FSA che non sono entrati nell’orbita del coordinamento creato dai salafiti.

Che senso ha quindi, oggi, parlare di “esercito libero siriano”? Nessuno. Questa formazione ha avuto una breve vita nel 2011, poi si è sciolta di fatto nelle diverse fazioni e nelle due correnti politiche della rivoluzione, quella teocratica e quella confederale. Il nome e la bandiera sono serviti da allora ai salafiti per presentarsi in modo positivo all’opinione pubblica occidentale. Gruppi come Al-Nusra, che ha cambiato nome nel 2016 in Fatah al-Sham (“Conquista del Levante”), o Ahrar al-Sham, differiscono infatti dall’ISIS nell’aver rimandato la costituzione dello stato islamico a un momento successivo (per Arhar al-Sham, al momento del rovesciamento del regime di Assad), ed anche nel non aver alcun interesse ad attaccare in questo momento i governi occidentali, da cui ottengono supporto e appoggio. Per questo è necessario che il nome e il logo FSA restino in vita: per impedire alle popolazioni europee e nordamericane di sapere che genere di gruppi appoggiano i loro governi.

C’è ancora da chiedersi che rapporto esista tra il logo dell’FSA e la presunta “opposizione siriana” di cui parlano i nostri media. I nostri giornalisti, che sulla Siria fanno sfoggio di un’ipocrisia criminale, si riferiscono alla Coalizione Nazionale Siriana (CNS), creata in Qatar, nel 2012, sotto gli auspici di Stati Uniti e Turchia. Si tratta di un insieme di transfughi e notabili ostili al regime che non ha mai preso parte alla rivoluzione e tanto meno ai combattimenti, trattandosi per lo più di persone abbienti e residenti all’estero. Tra l’altro un terzo dei rappresentanti della CNS sono appartenenti al movimento dei Fratelli Musulmani, e desiderano a loro volta la trasformazione della Siria in uno stato islamico. Quanta propaganda occidentale è stata messa in atto contro il movimento palestinese Hamas, perché è legato alla Fratellanza Musulmana? Ebbene, la CNS creata da USA, Francia, Inghilterra e Turchia è legata allo stesso movimento mondiale ma, in questo caso, per i nostri ineffabili giornalisti è “opposizione siriana moderata” (sic).

Il popolo siriano non ha mai accettato la CNS come suo rappresentante. Questa “opposizione siriana” è una piccola casta di avventurieri politici sostenuta da interessi extra-siriani; in Siria, in questi anni di guerra, la popolazione si fida esclusivamente di chi agisce sul campo, di chi si conosce e si fa riconoscere. Per questo Al-Nusra, Ahar al-Sham o lo Stato Islamico da un lato, e le YPG-YPJ-SDF dall’altro competono per il reale supporto tra la popolazione. Le uniche rivoluzioni reali in Siria sono quella teocratica, sia o meno delegata all’ISIS, e quella confederale della Siria del Nord. Non esiste nient’altro. Va anche detto che gli uffici stampa della CNS, privati di reale supporto sul campo, appoggiano di fatto tutti i gruppi islamisti quando combattono contro il regime o contro le SDF. Per questo, oltre a non essere un’opposizione reale, la CNS, come del resto chi ancora usa strumentalmente la bandiera FSA, non è neanche una opposizione “moderata”.

Qual è stato e qual è oggi il ruolo della Turchia nella crisi Siriana?

La Turchia, come stato militarista membro della NATO, ha sempre avuto interessi antagonisti con la Siria, altro stato militarista legato invece, in passato, all’Unione Sovietica e oggi alla Russia e all’Iran. Con la vittoria dell’Akp, il partito islamista di Erdogan, alle elezioni del 2002, si è insinuata nelle istituzioni un tempo laiche della Turchia la nuova ideologia islamista “neo-ottomana”, ispirata da mire imperiali sul medio oriente.
Lo scoppio della rivoluzione siriana ha visto Erdogan passare subito all’azione, costituendo l’FSA, armandolo e finanziandolo, e contribuendo, con USA e Qatar, alla costituzione della CNS come governo-ombra che avrebbe dovuto sostituire il regime una volta caduto.

Questa strategia era comune a Turchia, USA e Unione Europea. Tuttavia, nulla andò per il verso prospettato. Anzitutto, la Russia non rimase immobile come nel caso libico, ma fornì potenti protezioni antiaeree al regime di Assad, scongiurando nei fatti la possibilità di un attacco aereo dei paesi NATO. In secondo luogo, l’FSA perse terreno nel giro di un anno nei confronti dell’esercito formato da Al-Qaeda. In terzo luogo, come detto, l’unica entità politica con cui i vertici dell’FSA cercarono di connettersi, cioè la CNS, non ottenne alcuna simpatia nel movimento rivoluzionario reale.

Di fronte a questo stato di cose, Erdogan decise nel 2012 di appoggiare e rafforzare Ahrar al-Sham, accanto ad altri gruppi islamisti come la brigata turcomanna Sultan Murad. Se la CNS non trovava l’appoggio dell’insurrezione e della popolazione siriana, il governo turco era pronto ad appoggiare direttamente i salafiti e i propugnatori di uno Stato islamico in Siria. Per questo si può dire che Ahrar al-Sham è stato usato dalla Turchia come “suo” gruppo salafita in Siria, anche per bilanciare Al-Nusra; non perchè Al-Nusra fosse più radicale (i due gruppi sono ideologicamente identici), ma perchè essendo Al-Qaeda un network clandestino globale è molto meno controllabile e non si legherebbe eccessivamente a uno Stato. Lo stesso vale per l’Arabia Saudita, che per bilanciare Al-Nusra ha rafforzato e finanziato il gruppo salafita Jaish al-Islam, peraltro (fino a tutto il 2016) alleato sul terreno tanto di Al-Nusra quanto di Ahrar al-Sham.

La nascita dello stato islamico, di fatto da una costola siriana di Al-Nusra (benchè le origini di questa “costola” fossero più complesse e avessero origine in Iraq), ha sottratto la maggior parte dei territori a Nusra e Ahrar al-Sham e ha rappresentato un nuovo problema per la politica della Turchia in Siria nel 2014. Erdogan ha allora voluto  stringere un patto con l’ISIS, che ha avuto campo libero logistico in Turchia al pari degli altri gruppi salafiti, benchè ufficialmente fosse la costola imprevedibile e meno controllabile della rivoluzione siriana. L’obiettivo di Erdogan era convogliare l’ISIS contro le YPG, cosa che infatti è avvenuta, ma solo per portare altri problemi a Erdogan. Non solo le YPG hanno resistito a Kobane e hanno iniziato a distruggere pezzo per pezzo lo Stato Islamico, ottenendo supporto in Siria e nel mondo, ma gli stessi USA hanno ritenuto che la politica siriana di Erdogan avesse passato il segno: Obama era disposto ad appoggiare i salafiti contro Assad, come Carter e Reagan li avevano appoggiati contro l’URSS in Afghanistan, ma non secondo logiche che sfuggivano del tutto o in parte al controllo della Casa Bianca.

Dal 2015 la Turchia ha visto quindi incrinarsi i suoi rapporti con gli USA e, di fronte all’appoggio dato dagli USA alle SDF, in particolare l’estate scorsa a nord di Aleppo (Menbij), ha invaso la Siria occupando Jarablus, Marea, Dabiq e Bab. Nel caso di quest’ultima città, l’esercito turco ha dovuto anche confrontarsi direttamente con l’ISIS, con notevoli difficoltà, cosa che ha condotto questo gruppo a mettere in atto la terribile strage di Istanbul a capodanno. Inoltre gran parte dell’elettorato di Erdogan non comprende perché l’esercito di un Paese musulmano sunnita dovrebbe combattere uno stato islamico sunnita. Lo zoccolo duro dei militanti dell’AKP ha profonde simpatie per l’ISIS. Infine, mentre Ahrar al-Sham e Al-Qaeda venivano sconfitte dal regime e dalla Russia ad Aleppo, lo scorso autunno, Erdogan ha intavolato trattative con Putin, cosa che ha scatenato molta rabbia nel suo elettorato, che ha visto i salafiti di Aleppo est come partigiani della sunna contro i russi cristiani e gli apostati sciiti del governo siriano.

Oggi la Turchia cerca di stabilizzare la sua occupazione delle campagne a nord di Aleppo per impedire l’unificazione dei cantoni di Kobane e Afrin e creare un’area in cui far convogliare tutti gli islamisti che sono stati sconfitti ad Aleppo e saranno sconfitti a Idlib, per poi scatenarli contro la Confederazione della Siria del Nord. A sei anni dall’inizio dell’intervento turco in Siria, infatti, non soltanto il regime nemico è ancora in piedi, ma lungo il confine della Turchia si è formata una confederazione rivoluzionaria che sostiene i rivoluzionari (turchi e curdi) di Turchia ed è appoggiata, sebbene soltanto parzialmente e in forme diverse, tanto dalla Russia quanto dagli Stati Uniti. La politica estera di Erdogan in Siria è quindi stata piuttosto fallimentare, ma ha prodotto centinaia di migliaia di morti e moltissimi ne produrrà ancora. Quello turco è ad oggi uno dei governi più criminali e pericolosi al mondo.

Che responsabilità hanno lo stato italiano e la UE in questa crisi?

Immense. Se vi ricordate, nel 2011, i media diedero molto spazio alla rivoluzione siriana. Tuttavia, dal 2012 al 2014, i riflettori sulla crisi siriana sono stati spenti dai nostri media. Questo perchè era evidente che le popolazioni europee non avrebbero mai supportato le politiche estere dei nostri governi sulla Siria, se solo le avessero comprese e conosciute. Supportare gruppi armati di fanatici salafiti e islamisti in Siria non solo è stato un crimine nei confronti della popolazione civile siriana, perché ha condotto alla violenza settaria sciiti-sunniti e all’oppressione di gran parte della popolazione secondo concezioni folli che sono persino peggiori di quelle di Assad, ma ha anche messo in pericolo noi e le nostre città.

Non a caso quando l’ISIS ha iniziato a decapitare giornalisti occidentali o ha attaccato Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino è sempre stato presentato come un gruppo, di fatto, sorto dal nulla. L’interesse per la Siria dei nostri media è risorto nel 2014 a causa dell’ISIS, ma non è mai stato spiegato che esso è sorto nell’ambito di quella galassia di gruppi armati ad orientamento teocratico sostenuti e finanziati da Francia, Inghilterra e USA dal 2011, pur di avere qualcuno in Siria che combattesse Assad. Per questo oggi nessuno capisce niente della Siria: l’informazione ha cancellato dei pezzi, quelli imbarazzanti per i nostri governi, e si sente soltanto parlare di “Assad”, “ISIS”, “ribelli” o “curdi”. Un modo di fare informazione apparentemente demenziale, ma in realtà scientificamente orientato a limitare la comprensione della guerra, come sempre avviene in questi casi; con la differenza che, se prima del 2014 non se ne parlava, ora se ne parla in un modo abbastanza superficiale perchè non se ne capisca niente.

Chi, tra gli italiani, sa che nel 2012 l’Italia ha riconosciuto la CNS come “Legittimo rappresentante delle aspirazioni del popolo siriano”? Eppure è un’organizzazione legata ai Fratelli Musulmani, che sostiene i salafiti in Siria e li copre politicamente, mentre attacca politicamente a tutto spiano la Siria del Nord e la sua confederazione perché mettono al centro una nozione rinnovata di democrazia e soprattutto le donne. L’Italia sostiene il peggio in Siria, e l’endorsement per la CNS non è mai stato ritirato – tanto la gente non lo sa. Ma quando queste realtà diffondono in società come quella siriana l’idea che l’Islam è una religione superiore al cristianesimo, che chi non crede in Dio merita il peggio, che l’Europa è il luogo della perdizione e che in fondo sgozzare un infedele è un atto in linea con la parola di Dio, chiediamoci quali sono le conseguenze per il futuro della Siria come dell’Europa, e per i rapporti tra i popoli del medio oriente e i popoli dell’Europa.

L’Italia non ha mai supportato la rivoluzione confederale, Renzi ha semmai armato i peshmerga del PDK iracheno di Massud Barzani, despota autoritario che perseguita le opposizioni e proprio in questi giorni commette crimini contro la minoranza ezida in Iraq. L’Italia ha dato il suo indiretto appoggio ai folli gruppi che hanno condotto la Siria alla catastrofe. Questo è possibile grazie alla disinformazione. Basti pensare agli eventi di Aleppo: chi ci ha capito qualcosa? Sappiamo che sono morti dei civili, ma non ci è stato detto che erano anche Ahrar al-Sham e Al-Qaeda ad ucciderli se solo provavano ad abbandonare i loro quartieri, cosa che avrebbero fatto volentieri per mettersi in salvo; per i salafiti non si possono lasciare soli a resistere i “guerrieri di Dio”. Sono le stesse cose che ho visto fare con i miei occhi all’ISIS durante la liberazione di Menbij. Gli italiani (e ancor più le italiane) dovrebbero sapere queste cose.

Lo scorso dicembre Laura Boldrini ha fatto spegnere le luci di Montecitorio “per Aleppo”; ma quale Aleppo? Quella delle donne combattenti curde del nord della città, gasate con armi chimiche dai salafiti appoggiati dalla CNS e quindi dall’Italia nell’aprile 2016? Proprio in quei mesi Mohamed Alloush, capo di Jaish al-Islam responsabile di quei crimini, calcava assieme ai rappresentanti della CNS gli stessi tappeti di Cristina Mogherini e Staffan De Mistura a Ginevra come “legittimo” rappresentante della presunta “opposizione siriana”. Dovremmo chiederci se Laura Boldrini ha spento le luci per l’Aleppo di questi salafiti, che sette mesi dopo (finalmente) venivano cacciati dalla città, dove avevano ridotto in schiavitù per anni migliaia di donne nei loro quartieri. Occorre riconoscere e demistificare la realtà. Occorre vedere ciò che è davanti a noi, ma non possiamo aspettare che sia il nostro stato o governo a dircelo, perchè gli Stati e i governi mentono sempre sulle guerre. Informarci autonomamente su ciò che accade in Siria, in Iraq, in Yemen, in Libia o in Palestina, oggi, non è semplice “internazionalismo”, come ieri. È qualcosa di più radicale e urgente se possibile. Oggi il mondo è la nostra città. Informarsi su Raqqa o Aleppo significa informarsi sul quartiere accanto al nostro nella metropoli globale, in cui vengono uccise delle persone e, forse, viene concepita la nostra stessa uccisione. Si tratta di una necessità di autodifesa per tutte e tutti noi, ed è presupposto necessario per chiunque voglia tentare di cambiare le cose.

La lotta NO BASI va alla lavagna

Una foto del convegno

Venerdì 17 marzo presso il liceo scientifico Lorenzo Mossa si è tenuto un affollato incontro con i ragazzi della scuola sul tema della presenza delle basi e dei poligoni militari in Sardegna (qui).

Il Dirigente scolastico Luigi Antolini ha aperto i lavori sottolineando il carattere democratico della scuola e la necessità di portare i ragazzi «a dotarsi di tutti quegli strumenti utili per formarsi una propria opinione informata dei fatti e vivere così pienamente la propria cittadinanza in maniera attiva».

Il prof. Cristiano Sabino ha spiegato le ragioni del progetto ricordando che la scuola italiana in Sardegna non è purtroppo ancora attrezzata sul piano dello studio e della conoscenza della realtà relativa alla Sardegna e che «troppo spesso formiamo ragazzi e ragazze che vedono la loro terra come qualcosa di marginale, non interessante, lontano dal loro orizzonte culturale e di vita».

La prima relazione è stata curata da Enrico Puddu, giovane attivista del comitato sardo “A Foras” che, facendo scorrere delle slides, ha snocciolato i numeri di quella che egli stesso ha definito «occupazione militare»: più del 60% del demanio militare si trova in Sardegna e i tre più importanti poligoni di tiro di tutta Europa. Molto clamore ha suscitato l’esempio del poligono di Teulada, diviso in quattro settori, di cui uno chiamato zona “delta”, o anche “zona morta”, cioè un territorio reso inquinatissimo e pericoloso da decenni di bombardamenti a tappeto. Puddu ha insistito anche sui luoghi comuni pro-basi riportando alcuni dati che fanno pensare che le ricadute per le popolazioni che vivono in prossimità dei poligoni non siano poi così positive perché nei paesi limitrofi è elevatissimo il tasso di disoccupazione e di spopolamento. Ad Arbus i disoccupati sono il 32%, a Teulada il 20%, medie comunque al di sopra della media regionale. Sempre Teulada poi, dal 1961 ad oggi, ha perso ben il 41% degli abitanti. Insomma, dati tutt’altro che confortanti!

Puddu ha poi parlato del problema legato alla salute e all’inquinamento citando anche la mancanza del registro sardo dei tumori.

È poi intervenuto l’avvocato Gianfranco Sollai, parte civile al processo di Quirra, che ha ringraziato l’attività di comitati, indipendentisti e pacifisti che negli anni hanno focalizzato l’attenzione sul tema, permettendo che si aprisse l’inchiesta della Procura. Sollai ha letto il capo di imputazione contro i comandanti che si sono avvicendati alla guida del Poligono negli ultimi anni: «per aver cagionato un persistente e gravo disastro ambientale con enorme pericolo chimico e radioattivo per la salute di decine di migliaia di animali, di decine di pastori, del personale della base e di numerosi cittadini». Sollai ha poi parlato della relazione della ASL di Lanusei che ha accertato un numero altissimo di malformazioni degli animali di allevamento e che il 65% dei pastori frequentanti il poligono è deceduto per linfomi e tumori a causa del torio radioattivo il quale è capace di modificare il DNA. La stessa relazione rileva negli animali da allevamento tassi importanti di torio, uranio e piombo.

L’ultimo intervento è stato quello dell’on. Giampiero Scanu, della commissione sull’uranio impoverito. Scanu ha rimarcato la necessità di fare chiarezza su cosa si spara nei poligoni e anche su chi frequenta gli stessi per addestrarsi o sperimentare, cioè sulla tracciabilità di tutto ciò che vi accade all’interno. A proposito della zona “delta” del poligono di Teulada ha raccontato la sua esperienza da parlamentare in visita al poligono: «chiesi di visitare la penisola interdetta, la famosa zona delta, ma il comandante disse che era impossibile perché perfino i gabbiani avrebbero avuto problemi a posarsi su una zona morta per sempre. Com’è possibile» – ha concluso Scanu – «che in un paese civile e democratico si possa accettare che anche una sola zolla di terra sia “morta e interdetta per sempre”?».