La Sardegna ricorda la “Giornata della terra” palestinese

di Alessia F.

Il 30 marzo i palestinesi celebrano la “Giornata della terra”, in arabo Yawm al-ard, per ricordare l’imponente protesta con cui nel 1976 il popolo palestinese si oppose alla decisione israeliana di espropriare venti ettari di terra appartenenti a diversi villaggi della Galilea, per destinarli a usi militari e alla costruzione di colonie. Quello straordinario esempio di resistenza popolare ebbe un alto tributo di sangue: sei furono i giovani uccisi dalla polizia israeliana, centinai i feriti e altrettanti gli arresti. Sono passati 41 anni da quel giorno, ma è da un secolo che i palestinesi devono fare i conti con il progetto sionista di colonizzazione della Palestina, portato avanti mediante eccidi, espulsioni e confische.

A Cagliari l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina ha voluto commemorare la Giornata della terra con un evento che si è tenuto all’ex Liceo Artistico, all’interno della mostra “Grido di colore” dell’artista palestinese Latifa Yousef. La pittrice non ha potuto partecipare all’inaugurazione a causa di un visto negato dalle autorità israeliane, perché Israele è consapevole che la resistenza può essere portata avanti in un’infinità di modi, e fa paura anche quando assume la forma di una tela grigia come il cielo di Gaza dopo i bombardamenti o sgargiante come l’Intifada.
L’evento si è aperto con un collegamento Skype con Hussam Kana’na, attivista palestinese che a causa della sua attività politica ha passato dieci anni recluso nelle carceri israeliane. Kana’na era poco più di un ragazzino nel ’76, ma di quella giornata ricorda benissimo gli spari che illuminavano il cielo notturno, le notizie di morte che passavano di bocca in bocca, la rabbia e la determinazione della sua gente. L’ex prigioniero politico ha però sottolineato che il suo popolo combatte ogni giorno contro il furto della propria terra e la negazione dei propri diritti. I palestinesi che come lui vivono all’interno di Israele oggi devono difendere con le unghie quel 2% di terra rimasta in loro possesso, e ancora peggiore è la situazione di coloro che vivono nei Territori Occupati della Cisgiordania, sottoposti a un vero e proprio regime di apartheid, situazione che le Nazioni Unite hanno recentemente tentato di nascondere al mondo imponendo il ritiro di un dettagliato rapporto pubblicato da Rima Khalaf, ormai ex direttrice dell’Escwa, che con coraggio ha preferito rassegnare le proprie dimissioni piuttosto che “occultare i palesi crimini israeliani”. Kana’na ha fatto alcuni esempi delle discriminazioni razziali a cui devono sottostare i cittadini palestinesi in Israele, ad esempio se un palestinese cittadino israeliano decidesse di sposare una palestinese della Cisgiordania, quest’ultima non otterrebbe mai la cittadinanza, senza contare che ogni qual volta decidesse di uscire dallo Stato di Israele dovrebbe farlo con la consapevolezza di non avere la certezza di ottenere il visto per rientrare nella propria casa. Diversamente, se un cittadino ebreo israeliano decidesse di unirsi con una cittadina di un altro paese, questa otterrebbe senza problemi la cittadinanza israeliana. Inoltre, per scoraggiare i cittadini palestinesi ad avere figli, la legislazione concede esclusivamente agli ebrei gli aiuti economici previsti per le famiglie numerose. Un altro problema con cui i palestinesi devono raffrontarsi è quello dei permessi per la costruzione delle proprie abitazioni: se un ebreo possiede un terreno e vuole costruire una casa per la propria famiglia, può farlo tranquillamente, al contrario un palestinese deve chiedere un permesso, che di fatto viene negato a più del 60% dei palestinesi. Molti di loro si vedono quindi costretti a costruire senza l’autorizzazione delle autorità israeliane, che poi possono legalmente disporre la demolizione delle case palestinesi. È stato stimato che all’interno di Israele ci siano 100.000 case palestinesi prive di permesso israeliano, è evidente che la pratica della demolizione fa parte della strategia israeliana volta a scoraggiare la presenza palestinese all’interno dello Stato ebraico. Dopo questa importante testimonianza, Daniela Spada, Rana Jammoul, Laura Salaris e Alice Agus, accompagnate dalle dolci note della musica di Marco Ammar, hanno concluso l’evento con le letture di bellissime poesie palestinesi in lingua originale e in italiano.

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