MOBILITAZIONE ANTIFASCISTA SARDA

Manifesto provvisorio della manifestazione

Dopo i fatti di sabato scorso, 11 marzo 2017, il Cullettivu S’Idea Libera lancia una manifestazione antifascista (vedi data provvisoria in fondo).

La cronaca

Nel comunicato lanciato ieri mattina, che riportiamo integralmente, S’Idea Libera afferma:
“Per prima cosa vogliamo sottolineare che sabato notte non sono stati attaccati solo i militanti del collettivo, ma tutte le persone che sabato sera, come tante altre volte, frequentano le nostre iniziative; sabato notte sono state attaccate sia le attività politiche sia la socialità che quotidianamente si svolge all’interno dello spazio sociale, coinvolgendo bambini e persone del quartiere. Sabato notte è stato attaccato un modo di essere, di vivere, di pensare e di agire che va ben al dì là dello spazio sociale e delle attività del collettivo. Questa volta è stato attaccato il collettivo, riconosciuto come gruppo sociale e politico da sempre antifascista, ma domani potrebbe essere colpito chiunque esprima un modo di essere o di vivere in contrasto con le idee destroidi, xenofobe e sessiste.

Quello che ci interessa sottolineare è che una semplice presa di posizione contro una qualche organizzazione neo-fascista è fondamentale ma non basta. Accorgersi di loro solo nel momento in cui passano all’attacco fisico è un errore che non deve più ripetersi. Questo è possibile solo attraverso una pratica politica che metta queste persone e i loro gesti in un angolo, che le identifichi come generatori d’odio e speculatori politici di professione. Un movimento che sia in grado di proporre un altro modo di convivere, affrontando i problemi (che le istituzioni gestiscono con la paura e il ricatto economico) con la condivisione e l’accoglienza.

A ognuno i suoi mezzi: non vogliamo predeterminare nessuna strada, possiamo solo fare alcune proposte a chi crede che un percorso del genere sia da mettere in atto ora, senza aspettare momenti peggiori.
Crediamo che oggi l’antifascismo militante, per essere più efficace, abbia bisogno di venir compreso da una più ampia fetta della popolazione che in questo modo lo sostenga, per evitare che questa lotta venga liquidata come una questione di balordi o di opposti estremismi.

È dall’esperienza della lotta partigiana che nasce l’antifascismo a cui ci vogliamo rifare, non quello delle commemorazioni, dei palchi e dell’opportunismo politico utile solo al consenso elettorale.
Da qui la proposta di una giornata di manifestazione antifascista a Sassari capace di raccogliere tutte le realtà e individualità antifasciste isolane, con l’obiettivo di riprendere una pratica di antifascismo radicata nel territorio e di reale contrasto, una pratica che si riconosca nell’azione diretta e non nella delega istituzionale.”

Cosa è accaduto nella notte di sabato scorso?

A Sassari, nella notte tra sabato 11 e domenica 12, in Via Casaggia (quartiere Sant’Apollinare) la sede del Collettivo S’IdeaLìbera è stata assaltata con spranghe e cinghie da parte di un gruppo di 5-6 persone, alcune travisate mentre altre erano a volto scoperto e ben riconoscibili. L’aggressione è avvenuta dopo la mezzanotte, mentre nella sede del Collettivo era in corso di conclusione una serata a sostegno del Coordinamento per il Donbass Antifascista e della resistenza delle Repubbliche di Donestk e Lugansk (qui). La maggior parte dei partecipanti avevano lasciato da poco l’evento antifascista e internazionalista, compresi – fortunatamente – numerosi bambini che frequentano la sede nel quartiere popolare, realtà da alcuni anni molto attiva con iniziative di socialità, dibattito e formazione politica, oltre a diverse attività riguardo le condizioni dei detenuti.

La porta della sede era chiusa e, dopo aver sentito rumori nella piazzetta antistante, un militante ha aperto la porta ma è stato subito raggiunto maldestramente da una bastonata. I ragazzi all’interno si sono subito resi conto di cosa stesse accadendo e sono riusciti a respingere gli aggressori difendendo la sede che ospita, tra l’altro, una preziosa biblioteca. I militanti del Collettivo hanno ingaggiato uno scontro all’esterno disperdendo alla fine gli assalitori per le vie del centro storico di Sassari.

Sono quattro i militanti antifascisti e indipendentisti feriti, oggetto di medicazioni e alcuni punti di sutura al pronto soccorso fino a tarda notte.

Una foto del corteo antifascista dopo l’assemblea pubblica di domenica (Sassari)

Nella prima mattinata di domenica, S’IdeaLìbera ha pubblicato un comunicato per denunciare il fatto e convocare un’assemblea pubblica alle ore 16:00 nella sede del Collettivo. L’appello è stato rilanciato, con solidarietà, attraverso i comunicati dal Fronte Indipendentista Unidu e da realtà antifasciste presenti sul territorio, nonché da singoli. Un centinaio di antifascisti e indipendentisti provenienti da tutta la Sardegna si sono così ritrovati nella piazzetta di Sant’Apollinare esponendo uno striscione che attribuiva la responsabilità dell’assalto: CasaPound = Violenza Fascista.

Nel comunicato di S’IdeaLìbera si fanno chiari riferimenti all’organizzazione ultranazionalista italiana CasaPound:
“I fascisti di stanotte sono gli stessi che durante il giorno mascherano la loro vera natura dietro raccolte alimentari, pulizia di spazi pubblici, palestre di boxe e finte mobilitazioni per il centro storico, l’acqua pubblica e l’emergenza abitativa, studiate appositamente per apparire bravi ragazzi impegnati nel sociale”.
CasaPound Italia, come noto, non ha formalmente una denominazione partitica, ma si presenta come “associazione di promozione sociale” che secondo la Polizia di prevenzione italiana mira a “sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio” e – altrettanto bonariamente – la Direzione generale afferma anche che il radicamento di CP venga “conseguito anche attraverso l’organizzazione di innumerevoli convegni e dibattiti cui sono frequentemente intervenuti esponenti politici, della cultura e del giornalismo anche di diverso orientamento politico”. La versione non è stata successivamente censurata dal Viminale, il quale che ha riparato affermando che la relazione firmata da Mario Papa “non costituisce un documento di analisi o di valutazione sul movimento”.

Al termine della discussione, l’assemblea ha percorso le vie del centro storico, risalendo il Corso e ritornando alla sede del Collettivo da in Via Turritana, intonando cori antifascisti e volantinando diffusamente per informare e allarmare la popolazione. Il corteo ha raccolto un certo consenso da parte dei residenti.

Sono almeno trent’anni, difatti, che non si verificava a Sassari un simile episodio, con un vero e proprio assalto armato ad una sede politica
.

Nel 2015, venne assaltato Il Pangea di Porto Torres (2 feriti) durante lo svolgimento del presidio antifascista proprio contro CasaPound Italia a Monte d’Accoddi.

Anche in quell’occasione, come oggi, l’organizzazione italiana di estrema destra declinò ogni responsabilità, anche se nel caso di Porto Torres un post piuttosto eloquente comparì sulla pagina Facebook del Coordinatore Regionale di CasaPound Italia, Andrea Farris, rappresentante sindacale degli infermieri del Nord Sardegna e in servizio al SS Annuziata di Sassari. Post che, in tal modo, era tanto uno “sberleffo”, quanto una implicita assunzione di responsabilità sui fatti di Porto Torres – “Il pesce rosso ha abboccato”.

Anche in quel caso, risposta immediata di alcune decine di antifascisti che sfilarono sotto la sede di CasaPound a Sassari imbrattandone la serranda e richiamando l’attenzione della popolazione sulla presenza fascista nel quartiere e in città. L’azione attirò l’attenzione della Digos e di numerosi agenti fino a pochi minuti prima a Monte d’Accoddi per garantire la sicurezza dei neofascisti durante un evento al sito prenuragico. Pomeriggio teso, con i militanti antifascisti che da Monte d’Accoddi si spostavano e distribuivano nelle varie sedi e circoli per presidiare, mentre un gruppo circondava la sede di CasaPound, sulla quale sono convogliate a folle velocità per le strade di Sassari diverse volanti delle forze dell’ordine.

Un articolo apparso su SardegnaReporter.it la mattina del 17 ottobre 2015, proprio a firma di Farris, riportava la sintesi giornalistica di un comunicato della stessa sezione di CasaPound che denunciava l’intimidazione ricevuta dagli antifascisti.
“L’atto vandalico arriva in concomitanza dell’apertura di Mediterranea, la tre giorni di arte, cultura e sport che abbiamo promosso per far conoscere ai nostri aderenti le risorse culturali del territorio; appare chiaro l’intento di minare la riuscita della nostra iniziativa con metodi anacronistici e patetici, che speriamo trovino unanime biasimo da parte delle forze politiche locali e della cittadinanza tutta”.

Oltre agli adesivi di CasaPound rinvenuti nel luogo della colluttazione, diversi sono stati notati negli ultimi giorni nelle vie del centro storico. Gli antifascisti aggrediti dichiarano di aver riconosciuto chiaramente tre soggetti. Oltretutto, durante i duri scontri uno degli aggressori ha perso un cappellino che è stato recuperato dagli aggrediti. Si nota la presenza di uno dei tanti simboli runici utilizzati dalle SS naziste, in particolare si tratta del ᛏ (teiwaz), simbolo che indica il dio Týr e rappresenta per i nazisti la leadership in battaglia e la vittoria eroica.

A Cagliari, inoltre, di recente si segnala il danneggiamento ed imbrattamento del portone della sede di Scida Giovunus Indipendentistas al termine dell’incontro “Italiani Brava Gente – I crimini dell’imperialismo italiano”, da parte di una fantomatica Cagliari Fascist Crew.

La manifestazione è prevista per SABATO 25 MARZOH 15:30 – SASSARI
PRESTO NUOVI AGGIORNAMENTI.

http://www.zinzula.it/sassari-aggressione-a-sidealibera-il-collettivo-e-casa-pound/#more-5262

https://sidealibera.noblogs.org/post/2017/03/15/799/

https://www.facebook.com/sidealiberass/photos/a.1538433119815290.1073741826.1537880529870549/1823502844641648/?type=3&theater

 

Il dibattito NO BASI approda a scuola

Locandina dell’evento

Venerdì 17 marzo, dalle ore 11:30 alle ore 13:30, il liceo scientifico “Lorenzo Mossa” di Olbia organizza un incontro riservato ai ragazzi e alle ragazze della scuola sul tema della presenza di basi e poligoni militari nella nostra isola.

L’evento “Sardigna terra de bombas e cannones” è inserito nel progetto della scuola “Sa die de sa Sardigna” ed è il primo dei tre appuntamenti in programma.

Al termine di una breve introduzione è previsto un dibattito aperto con i ragazzi.

L’incontro sarà moderato dal prof. Cristiano Sabino che spiegherà l’idea del progetto “Sa die de sa Sardigna” e le ragioni che hanno portato all’individuazione del tema.

All’incontro parteciperanno i seguenti relatori:

  • Gianfranco Sollai – Avvocato Penalista, parte civile al processo noto come “I veleni di Quirra”;
  • Enrico Puddu – Comitato sardo contro l’occupazione militare della Sardegna “A Foras”;
  • On. Giampiero Scanu, membro della commissione del Senato sull’uranio impoverito.

I prossimi appuntamenti riguarderanno temi legati alla storia della Sardegna e in particolare la presentazione di materiali didattici prodotti dall’associazione di docenti “La storia sarda nella scuola italiana” e la presentazione del memoriale di Giovanni Maria Angioy da parte del saggista Omar Onnis.

Crisi ucraina: lotta anti imperialista per l’indipendenza dei popoli

di Riccardo Sotgia
In vista della terza carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti e della raccolta di risorse, alimentari e non, a sostegno della stessa, che si terrà stasera (11 marzo, alle ore 19:00) nella sede del Collettivu S’Idea Libera a Sassari, il compagno Riccardo Sotgia scrive un’analisi geopolitica sulla situazione in cui versa oggi l’Ucraina, ripercorrendo le varie tappe storiche.

La crisi ucraina, esplosa nel 2014 con il sanguinoso golpe di Majdan, dopo un lungo periodo di stallo politico si sta evolvendo verso un definitivo distacco delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, proclamate dalla popolazione locale dopo l’indizione di apposite consultazioni.

In Ucraina, colpita da una paralisi produttiva generale e sempre più impoverita dalle “riforme”, ispirate al liberismo più fanatico, dettate dalla UE, imperversa una lotta senza quartiere fra le diverse fazioni di capitalisti, e le rispettive bande armate vessano e terrorizzano la popolazione.
Al contrario, le repubbliche sorte in Donbass dopo i referendum del 2014 che ne hanno sancito l’autodeterminazione e l’insurrezione contro l’aggressione delle truppe della giunta, nonostante la recente intensificazione della guerra, procedono nella loro strada verso la piena indipendenza e la ricostruzione economica e sociale. In risposta al blocco totale della frontiera improvvisato nelle scorse settimane da gruppi di nazionalisti per fermare l’unica importazione ancora attiva dal Donbass –quella di carbone, in sfida alla stessa autorità di Poroshenko –che obtorto collo ha dovuto accondiscendere, le autorità delle repubbliche hanno nazionalizzato tutte le attività produttive di proprietà dei capitalisti ucraini insistenti sul proprio territorio. Fra esse, soprattutto imprese di importanza strategica, come miniere e stabilimenti siderurgici. Simultaneamente è stato dichiarato, per rappresaglia, il blocco commerciale verso l’Ucraina. Di fronte a questo climax sul piano bellico ed economico, la presidenza della Federazione Russa ha approvato un decreto, provvisorio (ma senza scadenza) e motivato con ragioni umanitarie, con cui finalmente si dà riconoscimento ai documenti rilasciati dalle autorità delle repubbliche.

Sul fronte militare, in totale spregio degli ormai defunti accordi di Minsk, le ostilità da parte delle forze armate ucraine, e con esse dei famigerati “battaglioni punitivi” fascisti, non cessano di colpire il territorio delle repubbliche. A partire dalla recrudescenza a cavallo dell’inizio dell’anno, continuano a essere bersagliati incessantemente ed esclusivamente obbiettivi civili, a scopo terroristico. La settimana scorsa è stata occupata dagli ucraini, per essere poi liberata 48 ore dopo, la stazione di pompaggio e potabilizzazione dell’acqua di Donetsk, interrompendo l’approvvigionamento ed anche approfittando subdolamente della presenza di un ingente deposito di cloro, per tirare con l’artiglieria senza temere contrattacchi. Sotto il tiro dei cannoni, dei mortai e di batterie missilistiche (fra le quali sono state sconsideratamente impiegate quelle di micidiali Točka-U) si trova principalmente tutta la conurbazione di Donetsk (fino al centro della città), specie Adveevka, Yasinovataja, e la zona di Spartak. In ultimo, unità navali ucraine hanno aperto il fuoco dal mar d’Azov verso la zona costiera di Marijupol (la città, adiacente alla linea di contatto, è occupata dai nazisti). Nella LNR, l’attacco si concentra nella zona di Pervomajsk e Stachanov, dopo il fallimento del tentativo di offensiva, a dicembre, lungo l’ansa di Svetlodarsk, presso l’importante nodo ferroviario di Debaltsevo. Il presidente della repubblica di Donetsk, A. Zacharchenko, ha emesso un ultimatum agli aggressori, minacciando di ricorrere ad un’offensiva se non cesseranno i bombardamenti. Tale circostanza, che pare prossima, potrebbe aggravare sensibilmente la situazione, dando appiglio per un intervento diretto alle potenze che osservano il conflitto (o lo manovrano, nel caso statunitense). Nello scorso periodo, i sabotatori della giunta, addestrati da personale NATO, hanno portato a termine vari attacchi terroristici contro alcuni celebri comandanti delle milizie insorte, al fine di colpire e disarticolare le strutture istituzionali e militari delle repubbliche e seminare il panico e la demoralizzazione in vista di un’offensiva su larga scala. Sono stati così vigliaccamente assassinati in attentati i comandanti Arsen Pavlov detto “Motorola”, e Mikhail Tolstych detto “Givi” nella DNR, nonché il capo della milizia della LNR Oleg Anashenko. Le reazioni, tuttavia, sono state diametralmente opposta all’effetto desiderato. Di fronte a questi barbari omicidi, popolo ed esercito hanno fatto quadrato, consolidando lo spirito combattivo e manifestando una crescente insofferenza verso la passività bellica e l’indifferenza dell’ingombrante vicino russo.

Dall’inizio della guerra, la giunta di Kiev ha provocato in Donbass la morte di migliaia di civili, fra cui più di 200 bambini. Solo nella DNR, dall’inizio dell’anno sono stati uccise 60 persone, e 110 sono rimasti feriti. Nonostante ciò, sia gli Stati Uniti (e la NATO) che l’Unione europea continuano a sostenere attivamente l’Ucraina golpista, insistendo nella diffusione della menzogna su un’invasione russa nell’oriente del paese, del tutto priva di fondamento. Proprio la UE, mentre promuove il massacro dei diritti sociali all’interno del proprio spazio politico e nella stessa Ucraina, ha regalato di recente alla giunta di Poroshenko e Groysman una nuova tranche di “aiuti” di 600 milioni di euro, per supportare sfacciatamente lo sforzo bellico fascista contro il Donbass insorto. I parassiti dell’OSCE, inviati come osservatori in zona di operazioni, non vedono e non sentono nulla di ciò che accade, ad iniziare dalla provenienza dei tiri, al carattere civile degli obbiettivi, alla costante violazione degli accordi di Minsk sull’uso dell’artiglieria pesante e dei carri armati. In alcune occasioni, le poche in cui non gozzovigliano in albergo o si accompagnano con prostitute, sono stati addirittura colti a trasmettere le coordinate di obbiettivi sul territorio delle repubbliche all’artiglieria ucraina.

La popolazione è stremata dalle temperature bassissime, dalla mancanza di acqua e di elettricità, e il numero delle vittime civili cresce di giorno in giorno. Sono vittime due volte, la prima per mano ucraina, la seconda per il silenzio colluso della stampa europea. Ciò nonostante, ciascun abitante del Donbass ha chiaro che la resistenza è l’unica contromisura all’annientamento totale.

Di fronte a questo quadro, se è “naturale” vedere i fascisti europei, compresi gli italiani, schierati apertamente con le forze golpiste (di recente Casapound ha incassato la solidarietà dei nazisti di Praviy Sektor per l’attacco subito a Firenze), la natura interclassista, per quanto “socialmente orientata”, che attualmente caratterizza il potere repubblicano a Donetsk e Lugansk, attira da tempo le attenzioni repellenti di settori opportunisti della destra, interessati ai rapporti con la Russia putiniana e a eventuali possibilità di speculazioni imprenditoriali e realizzazioni di profitti. Sotto quest’ottica è possibile leggere le prese di posizione di personaggi vicina alla Lega Nord e Fratelli d’Italia a favore della causa del Donbass, compresa l’apertura di un informale “ufficio di rappresentanza” della DNR, a Torino, da parte del consigliere regionale piemontese di FdI Marrone (lo stesso che ai tempi del golpe, appena 3 anni fa, dichiarò di “schierarsi al fianco di Kiev minacciata dai carri armati russi, per rivendicare che il cuore di Torino batte con quello di Piazza Majdan”). I tentativi di infiltrazione fascista in Donbass, già sventati varie volte riguardo alle milizie, possono essere contrastati efficacemente, quanto all’influenza sociale in un prossimo e auspicabile periodo di pace, solo con il sostegno fattivo all’avanzata e alla conquista dell’egemonia politica delle forze progressiste e realmente antifasciste delle repubbliche, a cominciare dai PC di Donetsk e Lugansk e da altre formazioni come Borotba. L’Ucraina, pur proseguendo la sua politica genocida, non ha alcuna chance di sconfiggere militarmente il Donbass. Ma chi, dall’altra parte del fronte, ha combattuto fin dall’inizio, non solo contro l’aggressione fascista alla propria gente, ma per una società nuova, senza oligarchi e sfruttatori, dopo la guerra ha bisogno di “vincere la pace”.
In occidente, va ancora infranto il muro di disinformazione sul golpe, sulla guerra e sul carattere della lotta del Donbass: di fatto, e senza negarne le contraddizioni, l’unica lotta armata e vittoriosa in Europa contro un regime fascista al potere, direttamente sostenuto dalla NATO. Solo questa assunzione di responsabilità a sinistra può fare piazza pulita di ambiguità e tentativi di manipolazione.

D’altronde, la politica atlantista, che in Sardegna si manifesta con l’irrigidimento, anche repressivo, della militarizzazione del territorio, come enorme poligono e struttura indispensabile nelle retrovie, si sta imponendo in modo sempre più minaccioso e aggressivo. Il rafforzamento dell’arsenale militare statunitense a ridosso dei confini russi e la cooperazione degli stati della UE con la Nato aprono la strada a nuovi drammatici scenari di guerra in Europa.

Cullettivu S’Idea Libera, via Casaggia n. 12, stasera, ORE 19
Link all’evento:
https://www.facebook.com/events/378629039162226/

Coordinamento Ucraina Antifascista:
https://www.facebook.com/CoordinamentoUcrainaAntifascista/?fref=ts

Internatzionalismu

Ananti de sa ziminera: la cultura per resistere allo spopolamento

Intervista ad Anna Pintus
(Consulta Giovani Bauladu e Associazione di Promozione Sociale Jannaberta)

  1. Che cos’è il festival Ananti de sa Ziminera e da chi è organizzato?

Il Festival Ananti De Sa Ziminera è un festival letterario che si propone di rievocare il tempo del racconto attorno al focolare, facendo sedere davanti ad un ideale camino scrittori, poeti, cantautori, esperti di letteratura, giornalisti, politici, uomini e donne impegnati nel sociale e persone comuni, per confrontarsi su tematiche legate al territorio e alla società contemporanea, attraverso presentazioni di libri, letture, dibattiti, incontri musicali.
Il festival letterario diffuso – giunto all’ottava edizione – è organizzato dalla Consulta Giovani Bauladu e dall’Associazione di promozione sociale Jannaberta, con il contributo del Comune di Bauladu e dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna.

2. Qual è il programma del festival?

Tanti gli ospiti in programma. Venerdì 10 e Sabato 11 Marzo, ecco i nomi: Matteo Lecis Cocco-Ortu, Giannella Demuro (Time in Jazz), Emiliano Deiana, Frantziscu Sanna, Luca Mercalli, Marcella Piccinini, Vito Biolchini, un rappresentante di Corse Matin e Salvatore Cusimano, Paola Bonesu, Anthony Muroni, Carlo Pala e Joan Adell (Generalitat de Catalunya), Antoine Marie Graziani, Giampaolo Salice e Omar Onnis, Marilisa Piga e Nicoletta Senes, Maria Antonietta Farina Coscioni (Istituto Luca Coscioni), Irene Testa e Stefano Mele, Paolo Mastino, e, per il Dopofestival d’autore due eventi speciali in musica con i rapper Stokka & Madbuddy + Dj Shocca e il duo di Emidio Clementi (Massimo Volume) e Corrado Nuccini (Giardini di Mirò), Daniele Celona.

Verranno affrontati argomenti di strettissima attualità: dallo Spopolamento in Sardegna, alla crisi climatica, all’autodeterminazione: sia dal punto di vista politico, con l’analisi dal referendum scozzese a quello catalano, passando per la Brexit, con uno sguardo sempre presente sulla Sardegna; che dal punto di vista personale e del fine vita, delicato e più che mai attuale tema.

il primo appuntamento (Venerdì 10, alle 17) tratterà proprio proprio il tema dello Spopolamento in Sardegna, un incontro basato sull’omonima pubblicazione curata da Sardarch (LetteraVentidue Edizioni). Ne parleranno l’esperto di urbanistica e pianificazione territoriale Matteo Lecis Cocco-Ortu, consigliere comunale di Cagliari e fondatore di Sardarch, Giannella Demuro, coordinatrice del festival Internazionale Time in Jazz di Berchidda, Emiliano Deiana, sindaco di Bortigiadas e presidente dell’ANCI Sardegna e il sociologo Frantziscu Sanna (SSEO – Sardinian Socio-Economic Observatory). A seguire, alle 18.30, Luca Mercalli, noto climatologo e presidente della Società Meteorologica Italiana, importante studioso divulgatore delle tematiche ambientali e climatiche su scala internazionale, sarà protagonista dell’incontro “Come raccontare la crisi climatica e ambientale”. Alle 21.30 la proiezione del documentario “La mia casa e i miei coinquilini. Il lungo viaggio di Joyce Lussu”, seguita dall’incontro con l’autrice e regista Marcella Piccinini. A concludere la serata, alle 23, il concerto dei rapper palermitani Stokka & MadBuddy, tra i massimi esponenti del genere in Italia, con la straordinaria presenza ai controlli di Roc Beats aka Dj Shocca.

Sabato 11 Marzo gli incontri prenderanno il via dalla mattina. Alle ore 10 con la trasposizione dal vivo dell’affascinante progetto radiofonico Mediterradio, che unisce attraverso un ponte vocale la Sardegna, la Corsica e la Sicilia, creando un racconto comune e condiviso tra le tre principali isole del Mediterraneo occidentale, trasmettendo dalle due sedi Rai di Cagliari e Palermo, e dalla sede di Bastia di Radio Corse Frequenza Mora. A dare voce alle tre isole, al festival come in radio, Vito Biolchini per la Sardegna e Salvatore Cusimano per la Sicilia, mentre per la Corsica, a fare le veci di Petru Mari, e un giornalista della testata Corse Matin. L’evento sarà registrato e poi trasmesso in differita su Radio Uno Rai.
Il secondo appuntamento della mattina, alle 11.30, vedrà la giornalista esperta di marketing politico Paola Bonesu dialogare con il politologo Carlo Pala e con il giornalista Anthony Muroni in uno stimolante e attuale momento di riflessione dal titolo “Diritto di decidere: dal referendum scozzese a quello catalano, passando per la Brexit (con uno sguardo sulla Sardegna)”. All’incontro prenderà parte anche Joan Adell, rappresentante del governo Catalano (Generalitat de Catalunya) in Italia.

Dopo una breve pausa, il festival torna nel pomeriggio, alle 17, con l’incontro “Sardegna e Corsica: due isole nell’immaginario Europeo e Mediterraneo”, un altro momento di dialogo, stavolta di matrice storico-culturale, che vedrà confrontarsi uno degli studiosi più autorevoli della Corsica, Antoine Marie Graziani, con il collega storico Giampaolo Salice e lo scrittore Omar Onnis. A seguire, alle 18.30, Ananti de Sa Ziminera si collega al delicato, e più che mai attuale, tema delle scelte di fine vita, nell’incontro “Per il diritto alla vita e la vita del Diritto”: ospite Maria Antonietta Farina Coscioni, moglie di Luca Coscioni, politico ed economista malato di SLA che si è battuto nelle file del Partito Radicale per promuovere la libertà di cura e di ricerca scientifica, l’assistenza personale autogestita e affermare i diritti umani, civili e politici delle persone malate e disabili anche nelle scelte di fine vita. Dialogherà su questi temi con Stefano Mele, docente di bioetica Pontificia Facoltà di Teologia della Sardegna. All’incontro parteciperà anche Irene Testa, membro della presidenza del Partito Radicale. Modera l’incontro Paolo Mastino, giornalista Rai.
Alle 21.30 il docufilm “Lunàdigas” e le sue autrici Marilisa Piga e Nicoletta Nesler, che incontreranno il pubblico per parlare della nascita ed evoluzione del progetto. Lunàdigas racconta storie di donne di diversa estrazione sociale, economica e culturale, nate in diversi momenti storici, accomunate dalla scelta di non voler avere figli.
A calare il sipario sul festival, torna la musica: l’ apertura della serata sarà affidata al cantautore Daniele Celona. Spazio poi a Quattro Quartetti, il nuovo spettacolo di Emidio Clementi (frontman dei Massimo Volume) e Corrado Nuccini (chitarrista dei Giardini di Mirò), che unisce musica e poesia.
Qui il programma completo con orari e località precise:

http://www.anantidesaziminera.com/programma-2017/

3. I paesi della Sardegna si stanno spopolando velocemente. La cultura è uno strumento per contrastare questo fenomeno?

Per citare il Sindaco di Bauladu Davide Corrigacon nel libro “Spop” che indaga sul fenomeno dello spopolamento: “le Consulte Giovani sono un punto di forza nella battaglia contro lo spopolamento” [Istantanea dello spopolamento in Sardegna” a cura di Sardarch, collettivo di architetti composto da Francesco Cocco, Nicolò Fenu e Matteo Lecis Cocco-Ortu”]
La Consulta Giovani Bauladu nei suoi 9 anni di attività ha avuto un ruolo fondamentale all’interno della propria comunità quale principale promotrice di eventi a carattere culturale. Investire in cultura rappresenta uno dei modi più concreti ed efficaci per favorire la crescita sociale ed economica di un territorio. Da alcuni anni le iniziative culturali a Bauladu rivestono un ruolo di straordinaria importanza per la comunità: favoriscono la crescita economica, migliorano le relazioni sociali e diventano un’occasione per abitare in modo intelligente le strade e le piazze del paese.
Il festival Ananti de Sa Ziminera ne è un esempio, ha avuto un impatto sociale rilevante nel paese: ha portato ad un arricchimento delle competenze di tutti i soggetti coinvolti attivamente nell’organizzazione, rappresentando una straordinaria esperienza per i volontari, e più in generale, ha contribuito a rafforzare l’immagine e l’identità culturale di Bauladu.
Non va trascurato anche il ritorno economico generato: in occasione delle manifestazioni tutti i posti letto delle strutture ricettive del Comune di Bauladu e di alcuni paesi limitrofi, vengono occupati dai visitatori del festival, e questo genera, soprattutto in occasione di Ananti de Sa Ziminera che si svolge a fine inverno, periodo difficile per le imprese turistiche, una destagionalizzazione dell’offerta turistica. Un altro risultato importante raggiunto con la manifestazione è la valorizzazione delle risorse agroalimentari locali con gli aperitivi letterari a base di prodotti a “chilometro zero”, oggi più che mai fondamentale in questo periodo di crisi per il comparto agroalimentare sardo.
Tuttavia abbiamo sempre ritenuto che il ritorno economico non costituisce né l’unica e né la più importante ricaduta del festival sul paese. Gli effetti di un evento culturale possono accelerare o innescare processi di cambiamento di un territorio. Il nostro gruppo ne è l’esempio, da due anni con l’Associazione di Promozione Sociale Jannaberta abbiamo preso in gestione l’Area archeologica di Santa Barbara di Bauladu in cui è presente, oltre alle testimonianze storiche, anche un uliveto. Per questo abbiamo ideato delle azioni di valorizzazione e fruizione dell’area che mettono in risalto le diverse competenze possedute dai soggetti dell’associazione: da quelle agrotecniche per la cura degli ulivi: è stata ideata l’iniziativa Adotta un ulivo che ci ha permesso con la produzione dell’olio di autofinanziare il festival, a quelle di marketing con un adeguato piano di comunicazione delle azioni, a quelle archeologiche, turistiche e letterarie che abbiamo messo a disposizione durante l’organizzazione di laboratori estivi di archeologia, lingua sarda e fattoria didattica per ragazzi. Insomma piccole iniziative culturali che se supportate in modo adeguato potrebbero trasformare il lavoro volontario in un’occupazione stabile e dunque contrastare il fenomeno dello spopolamento dei piccoli centri.

“Carlo Felice e i Tiranni sabaudi” di Francesco Casula: presentazioni a Sassari

Locandina dell’evento

La redazione del blog “Pesa Sardigna” con la gentile collaborazione della Biblioteca Comunale di Sassari, presenta “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di Francesco Casula.

Domani, giovedì 9 marzo, verrà presentato a Sassari (ore 17:00, Biblioteca comunale, Piazza Tola) il nuovo libro di Francesco Casula: “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”. Introdurrà e presiederà Ninni Tedesco. Presenteranno l’opera Federico Francioni e Cristiano Sabino. Concluderà l’autore.

Il libro documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del Regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946). La loro politica, con le funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiutamente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della Sardegna sabauda, lo storico Girolamo Sotgiu. Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi, spesso sono filo-monarchici e filo-sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy), ma tutti in ogni modo convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, segnatamente nei confronti del feroce Carlo Felice (prima come viceré in seguito come Re).
Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti, ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta, anche perché è assente e/o mistificata dalla Storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando o sminuendo i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più che mai presente.

La mattina seguente il Prof. Casula incontrerà gli studenti di alcune classi  dell’ITI G.M. Angioy per presentare la sua opera “Letteratura e Civiltà della Sardegna” edita in due volumi, opera che presenta una vasta antologia di opere di poesia, letteratura e saggistica di alcuni fra i più significativi rappresentanti della cultura sarda, scritte sia in sardo che in italiano.

Donne unite per ottenere la Breast-Unit a Sassari

Uno scatto alla sala Mimosa durante la conferenza stampa delle Donne.

A Sassari, il 4 marzo 2017, si è tenuta presso l’Hotel Vittorio Emanuele, in una gremita sala Mimosa, la conferenza dibattito che ha visto le donne impegnate nella lotta per ottenere un Ce.Se.Mu (Centro di senologia multidisciplinare), confrontarsi con rappresentanti della Giunta Regionale e alcuni autorevoli esperti.

La giornata si è aperta con la proiezione di un video che spiega cosa è la Breast-Unit. Un complesso organigramma che parte dalla prevenzione per arrivare, passo per passo, all’assistenza nei confronti della paziente oncologica. Questo è ciò che chiedono tutti coloro i quali hanno preso a cuore la vicenda, i cui risvolti sono ancora nebulosi, soprattutto per quanto concerne l’aspetto strutturale.

Terminato il video, è intervenuta Sonia Pippia, Commissaria alle Pari Opportunità di Sassari e paziente oncologica che, con una breve introduzione, ha dato inizio al dibattito vero e proprio. “Di Breast-Unit – dice Sonia Pippia – se n’è già parlato dal 2013 e come commissario delle pari opportunità ho posto delle domande. Nel 2014 è iniziata la raccolta firme sul gruppo Facebook, che ha visto 50.000 adesioni, più 7000 in formato cartaceo. Firme d’opinione, che però son servite per prendere coscienza dell’importanza di una Breast – Unit a Sassari”. Nel 2015 presso la Camera di Commercio di Sassari, la Commissaria per le Pari Opportunità, ha anche partecipato a una “tavola rotonda”, dove tutti gli esperti del caso sono stati chiamati a raccolta, ma, conclude Pippia, “non è servita”. In soldoni, sono rimaste solo parole. Lo stesso quesito lo pone Luana Farina, moderatrice della conferenza che, assieme a un cospicuo gruppo di donne, si sta impegnando in questa lotta. Luana Farina dopo una breve premessa di carattere generale conclude sottolineando l’importanza dell’educazione alimentare nel processo di guarigione o nei casi di recidiva, specie durante il periodo della menopausa.

In relazione a ciò, è intervenuto l’assessore regionale dell’Igiene e Sanità e dell’Assistenza Sociale Luigi Arru che, per dare risposta ad alcuni quesiti, è partito dalla presa in esame della delibera dal Direttore Generale dall’AOU di Sassari, Antonio D’urso, firmata il 17 febbraio, dove viene indicato l’avvio di un percorso sperimentale di diagnosi e cura del tumore mammario. “Al di là della delibera della rete ospedaliera nella quale si parla di tre Breast Unit – sostiene Arru –  che necessita dell’approvazione del Consiglio Regionale, dobbiamo imparare a lavorare insieme, non ci vuole una delibera per iniziare il percorso, esistono atti di legge ma, al di là di questi, è importante sedersi e iniziare il percorso di presa in carico delle donne, e questo si può fare già da oggi” e conclude “il documento, secondo le leggi della Sardegna, passa al Consiglio che ha la potestà di cambiarlo, con i tempi decisi in agenda”. A ciò si ricollega il Presidente del Consiglio Regionale Ganau, che prosegue “Vorrei scindere due momenti, uno è quello che si sta facendo adesso che riguarda la delibera del Direttore dell’AOU, che di fatto definisce la Breast-Unit. La delibera contiene quelli che sono gli atti che servono affinché le cose viste nel video siano attuate. Ciò che interessa è che quei percorsi come sono descritti, siano praticati a Sassari, ed è questo che per adesso ci interessa. Solo dopo l’approvazione della riorganizzazione della rete ospedaliera ci saranno tre Breast – Unit, a Sassari, Cagliari e Nuoro”.
In relazione alla domanda posta da una componente del pubblico nei riguardi dei tempi di attivazione, Ganau risponde che “Questa approvazione verrà fatta prima dell’estate perché c’è un’approvazione del consiglio. La Breast non ha ancora trovato attuazione perché ci sono cose dentro la riorganizzazione complessiva della rete ospedaliera che sono in discussione, anche da parte dei sindaci stessi dei territori interessati”. Dopo questa precisazione, Luana Farina espone un problema importante, l’insufficienza dei trasporti per le pazienti oncologiche presso i vari centri ospedalieri. Nel progetto della Breast è necessario predisporre dei mezzi gratuiti che agevolino il raggiungimento dei centri preposti da parte dei pazienti. La risposta di Ganau, che ci sono già mezzi di trasporto le cui spese sono a carico dell’azienda sanitaria locale, ha suscitato non poco disappunto e polemiche, in un’atmosfera già di per sé tesa.

Per sedare gli animi è intervenuto il Dott. D’Urso, che ha cercato subito di rassicurare tutti dicendo che “La Breast – Unit non è assolutamente in discussione”. Infatti, secondo quanto riportato da D’Urso, c’è la volontà di mettere in piedi un percorso organizzato, con personale adeguatamente formato in base alle diverse esigenze delle pazienti, definito da lui stesso come “pilastro di questa organizzazione”. A conclusione del discorso, D’Urso si è detto “disposto a modificare il percorso in base ai suggerimenti e alle vostre indicazioni – riferendosi alle persone interessate alla vicenda – in un’azione di co-progettazione”. Il consigliere regionale Demontis, interviene per chiarire che “pare ci sia il timore che la Breast – Unit sia aperta a Olbia piuttosto che a Sassari. Io sono intervenuto sulla stampa in base a questo ragionamento. Non c’è un’azienda sanitaria locale che possa attivare una Breast in contrasto con l’ordinamento regionale, altrimenti sarebbe il caos”. Secondo Demontis, la scadenza posta per il 31-12-2016, è stata una pura formalità di carattere ordinatorio.

Un breve intervento della presidente dell’associazione “Progetto disabili della Sardegna”, che si è mostrata molto scettica rispetto alle promesse e alle parole dette dai politici presenti, spiana la strada all’interessante intervento del Dott. Vincenzo Migaleddu, che ha posto in risalto il problema dell’inquinamento ambientale e delle attività agricole “che nei loro prodotti, soprattutto nel latte, hanno la diossina e il piombo. La Giunta Regionale non si è posta il problema di evitare che questi prodotti avessero tali sostanze nocive, non è possibile che una giunta possa affrontare i problemi sanitari, se ha approvato per il 2017 l’aumento di metri quadri di una discarica e una centrale a Carbone nel Sulcis. È inutile quindi tentare di risolvere i complessi problemi della sanità, se questi derivano in prima istanza dalla cattiva gestione del territorio”. Un atteggiamento quest’ultimo, in sintonia con la condizione di subalternità della Sardegna, che i politici sardi portano avanti da sempre.

La conferenza è stata molto partecipata, il dibattito è stato vivo e sono emerse non poche perplessità da parte di chi ha seguito passo passo ogni singolo intervento. Ciò che si augurano tutti, soprattutto le donne che sono coinvolte in prima persona in questa battaglia, è che alle parole seguano i fatti.

Stridente è stata la mancata partecipazione del sindaco Nicola Sanna, responsabile della salute pubblica della città e di Francesco Pigliaru, primo garante della salute del Popolo Sardo, che dimostrano ancora una volta, nel caso ce ne fosse bisogno, la loro totale inadeguatezza a ricoprire ruoli di cosí forte responsabilità.

Frantza: unu candidadu pro s’indipendèntzia de sa Polinèsia

In foto Oscar Manutahi Temaru

Oscar Manutahi Temaru, ex presidente de sa Polinèsia, est unu rapresentante istòricu de s’indipendentismu polinesianu, e ocannu intentat sa presidèntzia de sa Frantza.

A pustis de prus de trinta annos de cuntierra polìtica cun s’istòricu rivale polinesianu Gaston Flosse, polìticu autonomista ligadu a su tzentru de ispiratzione cristiana europeu, Manutahi detzidit de batire sa cumbata de s’indipendèntzia polinesiana a sa presidèntzia de s’Istadu coloniale.

Già collidas sas firmas chi li permitent de si presentare a sas eletziones presidentziales frantzesas, sa punna sua est bastante simple e crara: sa de cunvèrtere sa bìnchida sua eventuale in unu referendum pro s’indipendèntzia de sa Polinèsia.

Manutahi tenet una carrera de militàntzia polìtica chi cumintzat in su 1977, annu in su cale fundat Tavini Huiraatira, partidu indipendentista polinesianu de tzentru-manca.

Est sìndagu de Faaa (Tahiti) in s’annu 1983, e in sas eletziones legislativas dae su 1986 a su 2001 balàngiat semper prus cunsensu. In su 1995 at batagliadu contra a sos esperimentos nucleares frantzesos in Mururoa.

In su 2005 est presidente de sas Ìsulas de su Bentu (in tahitianu “te fenua Ni’a Mata’i mā”), in su 2008 presidente de s’Assemblea de sa Polinèsia Frantzesa e in su 2009 galu de sa Polinèsia.

Su 23 de abrile 2017 istamus a bìdere.

Il razzismo delle autorità italiane per la subalternità della Sardegna. Di Ruberto è solo lo strumento

di Luigi Piga

Dalle prescrizioni di pubblica sicurezza ad un nuovo episodio di razzismo istituzionale in Sardegna. A far parlare è il caso della Sartiglia e il questore, Francesco Di Ruberto, che per la sicurezza cittadina ha blindato il centro storico del capoluogo oristanese. In particolare, ha fatto discutere la chiusura della piazzetta antistante la Cattedrale di Santa Maria Assunta.

In seguito, anonimi hanno contestato pacificamente la linea di Di Ruberto con uno striscione  che recitava “Cattedrale chiusa, gioventù esclusa“. Di Ruberto non ha gradito, la Digos ha rimosso e il questore ha rilanciato esprimendo il suo personalissimo quadro sociale dell’oristanese parlando di “cultura del coltello” con la quale fare i conti.

Di Ruberto ha dichiarato e specificato che “le misure di sicurezza sono rapportate alla presenza di persone, su un determinato scenario, e legate a quella che è una certa cultura anche del territorio. È  naturale che se io mi trovassi lì dove fanno la guerra delle arance, a Ivrea, non potrei vietare il “porto” di sacchetto di arance, perchè le usano per tirarsele dietro; ma qui dove c’è una cultura del coltello, ed è innegabile, da bambini, tutti quanti; io penso, anche lei da bambino avrà avuto il suo coltellino per tagliarsi la merendina a scuola. Qui dove c’è una cultura del coltello, e il coltello è ovviamente un’arma che può essere utilizzata per offendere, in un certo modo bisogna coniugare le esigenze della sicurezza con questa cultura”.

Il questore siracusano fu al centro del dibattito per la denuncia penale a carico di ignoti a causa di un articolo su un imponente blitz di due anni fa, il noto sfratto della famiglia Spanu.  “Sfratti e sgomberi. È ora di organizzarsi”, infatti, non è più fruibile perché sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria. Opinare sul questore ed altri dirigenti di pubblica sicurezza ha costituito ragione di denuncia penale (diffamazione); alcuni militanti del collettivo Furia Rossa sono stati sentiti come persone informate sui fatti, anche al di fuori della Sardigna, in quanto alcuni per ragioni di studio nel frattempo si sono trasferiti in Italia. Le risate della Questura bolognese l’hanno detta piuttosto lunga: un breve documento che indicava i dirigenti che avevano guidato le operazioni, citava dati statistici sugli sfratti nell’oristanese, proponeva alcune riflessioni di carattere sociologico e, chiaramente, rilanciava la lotta.

Per allargare la visione sul fenomeno, va detto che Di Ruberto è in buona compagnia e, ciclicamente, affermazioni tanto gravi quanto improvvisate sulla società sarda ricorrono nelle pagine e nei servizi giornalistici, come il noto caso Saieva e l’istinto predatorio citato persino in occasione dell’apertura dell’Anno giudiziario 2016.

Un’opinione pubblica sarda così schiacciata, da un lato, da bufale razziste e fascistoidi finalizzate ad un po’ di denaro con pubblicità facile e, dall’altro, falsità istituzionali, veline e stereotipi sui sardi propagandati come analisi sociologiche da soggetti qualificati. Materia seria, mica scivoloni: così seria che qualcuno di altrettanto qualificato si sente in dovere di, quantomeno, contestualizzare tali affermazioni, come la sindaca di Fonni che a suo tempo subalternamente si chiedeva le ragioni del perché Saieva “ci vede così“. Situazione così seria che nel caso di Saieva passa in secondo piano ciò che dovrebbe contare maggiormente, ad esempio le infiltrazioni della criminalità organizzata italiana, ritenute superficialmente non preoccupanti per via del peculiare “carattere individualista dei sardi“.

Contraddizioni ed ambiguità che ricorsivamente aumentano il grado di confusione e disinformazione e questo non può certo far stare tranquilli gli indipendentisti, dal momento che in ogni generazione si è verificata un’ondata repressiva, momento culminante di un grado di “attenzioni” costante. L’ultima, Arcadia, è ancora in corso e dopo oltre 10 anni il processo infinito prosegue e con esso l’impianto accusatorio di De Angelis che si caratterizza per le misteriose intercettazioni che – secondo l’accusa – proverebbero l’eversione e le finalità terroristiche. Dunque, la questione è non tanto se l’atteggiamento delle due questure citate indichi la possibilità di una nuova fase repressiva in grande stile. La domanda riguarda solo quando questo accadrà e dove potrebbe colpire più duramente.

Esternazioni come quelle di Di Ruberto sono altrettanto gravi perché proprio l’oristanese è una delle regioni sarde, e parti della statualità italiana, meno “delinquenziali” in assoluto. Emblematico un dato di alcuni anni fa dove Oristano veniva persino considerata la città più sicura “d’Italia” e questo, va detto, si riscontrava già prima che Di Ruberto si insediasse.

Quindi, oltre la mistificazione della realtà, l’atteggiamento di fondo è sempre quello del predominio culturale. Al punto che Di Ruberto per corroborare la sua “idea” cita una festa italiana d’origine medioevale, da lui percepita in modo “culturale” nel senso più positivo del termine. Gli italiani fanno festa con innocue arance, in Sardegna i barbari si lanciano coltelli. Per rimanere sul piano della pubblica sicurezza e della cronaca, l’ultima edizione del Carnevale di Isernia segnala diversi arti e volti fratturati per un totale di 70 feriti e l’impiego nella manifestazione persino di gazebo di pronto soccorso allestiti per i contusi. Nulla da dire ai molisani, ma quale dovrebbe essere il “giudizio” da parte dei sardi se questi li considerassero con la stessa mentalità che Di Ruberto mostra nei confronti delle popolazioni dove  presta servizio allo Stato italiano?

Affermazioni molto gravi che, se non fossero appunto così perniciose, farebbero sorridere per l’ignoranza che esprimono. Mentre il nazionalismo in Sardegna ha il compito di ricomporsi e filtrare al contempo derive da guerre tra poveri e intolleranza diffusa, le istituzioni italiane – dotate di maggiore potere e visibilità, e quindi di altrettanta responsabilità rispetto all’uomo della strada – si lasciano andare a razzismo e provocazioni che offrono uno spaccato della considerazione della società sarda da parte del Ministero competente che forma e qui trasferisce dirigenti e sottoposti. Spesso e volentieri, sappiamo bene, con l’intento punitivo di chi non ha fatto bene il proprio lavoro “in continente” e viene sbattuto in Sardegna per qualche anno.

Ad ogni modo, l’esigenza di coniugare sicurezza e obiettivi dello Stato con la cultura degenere dei sardi è un’espressione vecchia: già ai primi anni ’60, la Commissione Medici sul banditismo parlava delle esigenze del mondo moderno ed industrializzato da conciliare con quelle della cultura agropastorale, freno a mano dello sviluppo. I risultati si sono visti. Anche la Commissione Medici parlava di una risoluzione pacifica del contrasto economico e sociale, ma questo non impediva certo ad opinionisti di varia estrazione di invocare armi chimiche sui sardi in battute di caccia naziste sul Supramonte, rastrellare cuiles e con processi lampo affibbiare decine di ergastoli o giustiziare pastori e contadini. Come, del resto, è accaduto.

Di Ruberto è in buona compagnia. Negli ultimi tempi sicuramente emerge l’atteggiamento dei sindacati dei militari, con la figura di Antonsergio Belfiori e il suo sardo in berritta che non può far altro che vedere “lo sviluppo” da dietro una rete. Che siano resorts, poligoni da riconvertire e bonificare, o altre attività, quelle terre vedranno l’esclusione costante degli indigeni e con questo dato incontrovertibile i sardi devono fare i conti. Non fece molto discutere la vignetta di Belfiori, tant’è che in nessuna trasmissione televisiva o radio, o sulla carta stampata, si è criticato il “Belfiori-pensiero”. D’altronde, perché mai chiedere? Il problema non viene in larga parte percepito perché la cultura dominante italiana ha plasmato e continua a farlo l’opinione pubblica sarda. Se così non fosse, ad esempio, il caso di Di Ruberto non si sarebbe verificato. Intendiamoci, sicuramente avrebbe pensato ciò che pensa dei sardi allo stesso modo, questo nessuno può impedirglielo, ma si sarebbe ben guardato dall’esternarlo. Lo fa non perché sia vero che i bambini sardi ricevano il coltello in dotazione per la ricreazione, ma perché se lo può, semplicemente, permettere.

Eppure, la “merendina e il coltello” per Di Ruberto e il resort “Il Milanese” per Belfiori sono sfoggi carichi di razzismo e scherno manifesto, veri e propri atteggiamenti coloniali. Spesso non viene neanche percepita la necessità di indignarsi su episodi così gravi, perché in fondo la mentalità coloniale ha attecchito così bene che molti sardi condividono l’idea che – in un modo o nell’altro – essi saranno sempre succubi e questo è un dato non storico ma divino. Ineluttabile. Questo, ovviamente, non è un punto a sfavore della lotta di liberazione nazionale, o un arrendevole “se molti sardi lo permettono, lo meritano tutti“, ma indica, al contrario, l’urgenza dello sviluppo futuro dell’indipendentismo ed un enorme lavoro politico e sociale da portare avanti.

Se è vero che la Storia in seconda battuta ha il volto della farsa, sicuramente la tragedia ha preceduto Belfiori: cos’è cambiato da quando i sardi ospitavano “orgogliosamente” la Capo Canaveral dei poveretti e la Sardegna veniva definita Buzzurronia? Non molto, tanto più che oggi ad esempio il leitmotiv sulle basi militari, repressione compresa, è lo stesso: la Sardegna nello Spazio, la Sardegna scientifica, la Sardegna sulla Luna, la Sardegna sul tetto dell’Universo. Due facce della stessa subalternità: il fatalismo e il servilismo più sfrenati, da un lato, e la megalomania più patetica e illusa, dall’altro. Due poli psicologici della stessa cultura della subalternità, rispettivamente tramite repressione e adulazione a seconda delle necessità contingenti del dominus.

Insomma, in prospettiva, il problema principale è che i sardi pensino e si organizzino, più che l’abuso di alcol – grave piaga giovanile in Sardegna utilizzata spesso strumentalmente, dal momento che dopo la Sartiglia abuso di alcol e risse potranno proseguire tranquillamente, a piazza Cattedrale chiusa o meno. Insieme alle sale slot che proliferano ovunque intorno alle scuole, s’intende.

I Belfiori, Saieva e Di Ruberto di oggi mostrano come non ci siano valide ragioni per ritenere mutata quella cultura italiana dominante, e che quindi con essa e per mano della stessa siano mutati gli interessi strutturali perseguiti, laddove – come lo definì il SISDE – “un alto tasso di cultura politica” potrebbe metterli nel corso del tempo a rischio. E questi, ieri come oggi, andranno difesi ad ogni costo. In questo quadro di riattualizzazione del controllo economico e politico, più che nell’emergenza alcol o violenze, vanno rintracciate le ragioni dello scherno del questore e di tutte quelle deprecabili esternazioni che caratterizzano la classe dirigente italiana.

Il razzismo delle autorità italiane per la subalternità della Sardegna. Di Ruberto è solo lo strumento

Anticolonialismu

A Bisu Meu

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Alternativa Natzionale: le posizioni di Ruggiu e Sabino

Nella foto Alessandra Ruggiu e Cristiano Sabino, i delegati del Fronte Indipendentista Unidu per la Mesa Natzionale.

Con la conferenza stampa dello scorso 15 ottobre al T-Hotel di Cagliari si cambia rotta annunciando un “nuovo percorso politico basato sulla costruzione di una innovativa comunità politica civico-indipendentista”. La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di dare mandato alla scrittrice  Daniela Piras di realizzare una serie di interviste ai portavoce di tutti i movimenti politici che si dichiarano favorevoli all’indipendenza, per meglio capire le ragioni di chi ha aderito e di chi non ha aderito al progetto dell’ “Alternativa Nazionale”, cioè a quello che attualmente è l’unico progetto alternativo al sistema politico coloniale italiano. Ecco la terza intervista ai delegati FIU alla Mesa Natzionale, Alessandra Ruggiu e Cristiano Sabino.

  1. Come Fronte Indipendentista Unidu siete tra i promotori del progetto presentato a Cagliari questo ottobre, puoi spiegare in cosa è consistito il processo che vi ha portato a proporlo?
(Cristiano Sabino):

Il Fronte è nato per garantire una presenza indipendentista coerente alle scorse elezioni regionali. Tutto è iniziato dalla chiamata di A Manca pro s’Indipendentzia, che ha avuto il merito di dare spazio all’indipendentismo diffuso dimostrando che il bisogno di un indipendentismo combattivo, coerente e unitario è più vitale di quanto le segreterie dei movimenti indipendentisti non erano disposte ad ammettere.
Dopo le Regionali una parte di chi aveva contribuito a costruire l’esperienza del Fronte ha preferito percorrere altre strade con altri intenti, dichiarando fallita quell’esperienza.
Ma la necessità unitaria che l’aveva fatto nascere restava ed è per questo che il Fronte è rimasto in piedi e ha proseguito nei lavori e nel dialogo con le altre realtà. Infatti nel frattempo anche altri soggetti politici avevano maturato esigenze affini e così sono iniziati i contatti. Per esempio il partito indipendentista ProgReS aveva elaborato una linea politica congressuale affine a quella del Fronte e cioè favorevole ad un processo di riaggregazione delle forze fondate sull’autodeterminazione. È stata questa mutata condizione della scena politica che ci ha portato a chiedere di entrare nella coalizione Sardegna Possibile che, secondo le nostre valutazioni di allora, poteva rappresentare un contesto democratico e plurale utile al rilancio di una piattaforma di alternativa nazionale comune. Sardegna Possibile non ha continuato il suo cammino, ma in compenso diverse forze che la componevano hanno dato vita ad un progetto inclusivo e democratico e soprattutto nato con lo scopo dichiarato di avviare un processo politico nuovo, non meramente elettorale. Siamo ancora agli inizi ma le iniziative congiunte e sinergiche sulla sanità, sulla riforma dello statuto e le pratiche democratiche e partecipative condivise, hanno dimostrato che c’è buona sostanza nel cuore di questo progetto. La necessità fondamentale del progetto “Pro s’alternativa nazionale” è aprire un dibattito a 360° per trovare linee comuni d’intervento, intercettando la partecipazione di quanti più sardi e sarde vogliano costruire un’alternativa politica per questa nazione.

  1. Voi siete due dei protagonisti della Convergenza indipendentista proposta nel 2011 da A Manca pro s’Indipendentzia. In cosa si differenzia rispetto all’attuale progetto?
(Alessandra Ruggiu):

Il processo della Convergenza è stato straordinariamente importante. Prima di essa il movimento indipendentista non si era mai seduto ad un tavolo cercando i punti, i paletti fondamentali dell’essenza della politica indipendentista. Non si era sino a quel momento mai cercato l’orizzonte in comune, ma solo elementi di divisione. Per definire la propria purezza ci si divideva su questioni a carattere puramente ideologico o personalistiche. Con il progetto della “Convergenza” per un anno le organizzazioni indipendentiste, che avevano ritenuto necessario un ragionamento nazionale comune, si sono confrontate sino al raggiungimento della stesura congiunta della Carta di Convergenza.
Questa esperienza ha rappresentato un giro di boa importantissimo che ha permesso all’indipendentismo di maturare. Delimitare il campo nazionale d’azione comune ha permesso a tutto il movimento organizzato e non organizzato di affinare le categorie d’analisi per procedere nella definizione sia delle tattiche di soggetti individuali, sia nella pratica congiunta tra indipendentisti che da quel momento in poi è cresciuta.
Ha permesso di comprendere che la strada per l’unità nazionale era ormai tracciata e che i personalismi e i carrierismi individuali andavano arginati con la forza di un progetto e di un orizzonte comune ed in nome di obiettivi collettivi fondamentali. Ha chiarito e sancito che gli interessi nazionali dei sardi non possono essere difesi o propugnati dalle forze italiane e italianiste e tantomeno dai collaborazionisti ed unionisti sardi.

Si è compreso che senza unità nazionale non si può competere con le forze colonialiste, o si trova un’intesa o si soccombe. La nostra unica forza è l’unità. Se siamo uniti possiamo conquistare terreno, far valere le nostre ragioni, conquistare la fiducia delle persone e un domani costruire davvero il nostro libero stato. Altrimenti saremo solo perline da infilare nella collana dell’invasore. La Convergenza all’epoca si è arenata perché alla fine prevalsero le forze centrifughe e l’avvicinarsi delle elezioni, prima amministrative e poi regionali, favorì una nuova pazza corsa all’egemonismo. Intanto però la strada era tracciata e come spesso accade le idee nuove faticano prima di affermarsi come tendenze dominanti della storia. Idee che per essere riconosciute devono prima essere disconosciute, ma al vaglio della loro necessità pratica quelle idee hanno trovato forza per emergere da diversi percorsi, determinandosi come esigenza e tendenza trasversale al movimento indipendentista e nazionalista coerente, cercando un’attualizzazione e una sua concretizzazione.

Il percorso attuale di costruzione di alternativa nazionale ha ripreso il capitale politico maturato con la convergenza e l’ha ampliato aprendo le porte ai civici e alla società civile, facendo del dibattito e della diffusione di quei principi uno dei punti focali della sua azione. Senza l’esperienza della Convergenza non sarebbe stata possibile l’esperienza del Fronte alle scorse regionali e non sarebbe possibile oggi la costruzione di una comunità possibile civico-indipendentista nazionale alternativa al blocco dei partiti italiani e dei loro portatori di borsa sardi.

  1. Il FIU è nato come un progetto che auspicava di unire i movimenti indipendentisti che volevano presentarsi alle elezioni regionali del 2014 fuori dalle coalizioni italianiste. A distanza di due anni, credi che lo scopo del FIU sia stato raggiunto, almeno in parte?
(Cristiano Sabino):

Lo scopo del Fronte è sempre stato quello di salvare l’indipendentismo da due minacce gravissime apparentemente antitetiche ma in realtà complementari: il “collaborazionismo” e l’“isolazionismo”. Nonostante le apparenze si tratta infatti di due deviazioni legate a filo doppio tra loro, in buona sostanza di due facce della stessa medaglia. Facciamo un esempio. All’inizio del Duemila il movimento indipendentista iRS ha avuto una linea chiara sulla non alleanza con i partiti italiani (quindi una linea non collaborazionista). Il loro slogan preferito era: “i partiti italiani? Lasciamoli perdere”. iRS si proponeva come alternativa totale al sistema centralista e incarnava un modello positivo di indipendentismo attivo, attento alle questioni economiche, ambientali e al mondo della cultura. iRS però ha sempre rifiutato qualunque confronto con il resto dell’indipendentismo perché aveva mire egemoniche e sognava di “fare come in Scozia” dove uno dei tanti partiti dell’area indipendentista ha prevalso e rappresentato tutte le istanze di emancipazione nazionale (quindi una linea isolazionista). Questa pia illusione si è infranta con la realtà, iRS alla fine si è spaccata praticamente in tre tronconi, due dei quali sono finiti a fare comunella con il PD. In estrema sintesi il “non collaborazionismo isolazionista” di iRS si è trasformato ben presto in “collaborazionismo” portando all’eutanasia lo stesso movimento. Il Fronte nasce per proporre una linea esattamente opposta a quella di IRS, vale a dire unificare tutte le forze dell’autodeterminazione in un fronte comune da contrapporre al sistema dei partiti e dei movimenti italiani, compresi i cosiddetti movimenti “antisistema”. Il Fronte per ora è riuscito a realizzare due importanti tappe di questo percorso: garantire una presenza indipendentista coerente alle scorse elezioni regionali e contribuire ad avviare, nel dopo elezioni, un percorso centripeto di aggregazione degli indipendentisti in un progetto politico comune.

Ma ancora il nostro lavoro non è finito. Lo scopo del Fronte sarà raggiunto quando saranno sconfitti i principali avversari di questa strategia. È necessario liquidare la linea politica sia di chi continua a pensare di poter fare da solo e di mettere il proprio cappello egemonico sull’indipendentismo, rendendo la lotta nazionale una lotta personale e personalistica, sia di chi ancora oggi, dopo tutti i disastri accumulati negli anni, continua a credere che alleandosi con i partiti italiani si possano ottenere risultati importanti. La storia insegna che gli “isolazionisti” prima o dopo diventano “collaborazionisti” perché cercano uno sbocco politico. Per il bene della libertà del nostro popolo queste due posizioni vanno smantellate senza falsi moralismi. Si può discutere, confrontarsi e aspettare che le cose maturino, ma alla fine i nemici dell’unità e della convergenza sono e saranno anche i nemici della liberazione nazionale e come tali andranno trattati! Solo quando queste due posizioni saranno state liquidate definitivamente il compito del Fronte potrà dirsi esaurito.

  1. Il Fronte Indipendentista Unidu ha espresso una posizione chiara a favore del NO nel Referendum Costituzionale del 4 dicembre, il risultato ottenuto in Sardegna, che valenza ha avuto per gli indipendentisti? Pensi che il tema della riscrittura dello statuto, anche a fronte della vittoria del No, possa oggi rappresentare un elemento valido a creare una base di convergenza nazionale?
(Alessandra Ruggiu):

Una decina di anni fa tutti parlavano della necessità di riformare lo Statuto Autonomistico. Addirittura si era aperto un dibattito sulla “fine dell’autonomia” e sull’inizio della fase “sovranista”. A questo dibattito avevano preso parte in molti, compresi diversi esponenti del centrosinistra e del centrodestra italiano. Questo è stato uno dei fattori che ha portato una parte dell’indipendentismo a pensare che il campo italianista fosse stato contaminato positivamente dal dibattito politico indipendentista, portando la classe dirigente dei partiti italiani sul nostro terreno, sull’affermazione dei nostri interessi. Il risultato è stato chiaramente un altro. Di quel dibattito e di tutte quelle belle proposte non è rimasto nulla, perché i vari riformatori “sovranisti” – a partire dal signor Soru, corteggiatissimo nel mondo indipendentista – appena hanno squillato le trombe delle proprie segreterie romane, sono rientrati nei ranghi a testa china e coda fra le gambe, abbandonando di fatto l’argomento.

La riforma della Statuto deve essere una grande battaglia di una coalizione fondata su un’idea forte di autodeterminazione la quale non può che essere diretta dalle forze indipendentiste. È il terreno di scontro dove si chiariscono le posizioni opportuniste che hanno come obiettivo quello di gettare fumo negli occhi ai sardi, vantando la difesa di una specificità non meglio definita e non della nostra nazionalità. È la difesa dall’attacco centralizzatore dello stato che nega la possibilità di decidere in qualsivoglia materia, riducendo così le possibilità di una pratica virtuosa di determinazione della nostra nazione.

Ed è sempre in questo senso che bisogna considerare la battaglia per il no al referendum costituzionale e la dichiarazione di voto dei sardi. Il no degli indipendentisti è stato un no al neocentralismo in difesa dello Statuto, non perché esso sia efficace realmente, bensì perché nel sentire diffuso del popolo sardo si tratta di un diritto fondamentale.
Per questo il “No” portava in sé stesso un sì all’apertura del dibattito, ed è con questo spirito che come Fronte abbiamo partecipato di buon grado al convegno dello scorso 11 febbraio a Sassari.
Dibattere sul rapporto fra la Sardegna e l’Italia significa analizzare il rapporto fondato sullo scontro di interessi fra queste due entità. A noi interessa un percorso che faccia emergere le ragioni profonde di questo scontro e il terreno dove ciò deve svolgersi è appunto lo Statuto che altro non è che una sorta di trattato di pace tra due campi potenzialmente ostili e nemici: lo stato italiano e il popolo sardo. Ecco perché dobbiamo fare saltare quel tavolo e dobbiamo alzare la posta su cui intendiamo rinegoziare il nostro “stare in Italia”, a partire dal fatto che appunto “stare in Italia” è frutto di una mediazione e non il corso naturale degli eventi storici, come gli storiografi italiani hanno cercato di farci credere. Sappiamo benissimo che né l’Italia né le forze politiche che in Sardegna ne fanno le veci e ne rappresentano gli interessi, avranno alcuna intenzione di mettere in discussione la subalternità della Sardegna.

In qualunque percorso di ricerca di emancipazione si parte dalla negazione e dalla necessità che questa negazione venga superata. Discutere di quali siano oggi i diritti dei sardi dà l’opportunità di poter comprendere sia la condizione di assoggettamento reale in cui viviamo, sia di prendere coscienza della necessità storica che i nostri diritti siano fatti valere. Serve a far prendere coscienza sia del fatto che i diritti presenti nello Statuto non sono mai stati fatti valere, sia che nello Statuto mancano molti diritti fondamentali che vanno conquistati con un’ampia mobilitazione di popolo. Questo dibattito è volto quindi all’affermazione dei diritti che una volta acquisiti, non enunciati, saranno la base della futura carta costituzionale sarda. È per questo che bisogna mobilitare la coscienza dei sardi, perché essa sia in futuro la base della costruzione dello stato sardo.

La posizione di chi teme di impugnare questa “nulla carta”, che è lo statuto, frena lo sviluppo del movimento di liberazione nazionale. Dallo scontro dialettico sullo statuto sarà possibile far emergere la capacità propositiva e decisionale dell’area nazionale. È questo il nucleo del dibattito politico futuro. Ed è questo anche il nucleo di una grande alleanza che avrà il suo pilastro fondamentale nelle idee dell’autodeterminazione, dell’autogoverno e dell’autodecisione che sono i diritti inalienabili di ogni popolo libero nel mondo.

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Intervista a Bustianu Cumpostu:
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Intervista a Claudia Zuncheddu:
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Intervista a Gianluca Collu:
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