28 Aprile ieri e oggi. Quirra e Sarda Rivoluzione

di Andria Pili

 

Da diversi anni la Giunta Regionale esprime la volontà inequivocabile di esorcizzare Sa Die de sa Sardigna dal ricordo e dalla riflessione sul triennio rivoluzionario sardo di fine Settecento. Prodotti alimentari (2014), migranti (2015), persino la Brigata Sassari (2004) e l’Unità d’Italia (2011) sono state oggetto delle celebrazioni istituzionali del 28 Aprile. Per fortuna, la nostra società sta maturando una coscienza nazionale sempre più forte e non ha bisogno dei suoi indegni rappresentanti formali per ricordare degnamente la festa nazionale dei sardi. Come? Rendendo omaggio alla frangia più avanzata del movimento riformatore del 1794-96, notando i suoi legami con il presente e traendone l’ispirazione per l’attuale lotta di emancipazione nazionale.

In particolare, Scida Assòtziu Indipendentista nel suo convegno – con l’aiuto dello storico Omar Onnis e richiamandosi a lavori storici di importanza capitale, come quelli di Girolamo Sotgiu, e ai più moderni approcci istituzionali alla storia economica – ha evidenziato come il fallimento della Sarda Rivoluzione sia stata una delle cause del sottosviluppo della Sardegna, annientando la parte più innovatrice e aperta alle idee democratiche rivoluzionarie della borghesia sarda (raggruppata intorno alla figura di Angioy) e consegnando l’isola all’egemonia di una borghesia subalterna, dipendente dal potere politico ed economico esterno, quindi ad una modernizzazione passiva e al colonialismo interno. Tutti aspetti che ancora gravano come un macigno sui sardi del 2017.

Sempre Scida, nella sua relazione, ha affermato – alla luce del 1794-96 – l’importanza di leggere l’oppressione della Sardegna anche tramite le dinamiche interne alla società sarda: la fazione più reazionaria del movimento riformatore – impaurita per la crescita del protagonismo popolare sia a Cagliari che entro l’isola, con i moti antifeudali cui la fazione radicale angioiana voleva collegarsi – in difesa dei propri interessi ripiegò sulle rivendicazioni iniziali, quelle cinque domande che per qualche storico (Salice) avrebbero un carattere addirittura di «restaurazione aristocratica», tradendo il popolo sardo e provocando l’aborto di quella rivoluzione nazionale, con le conseguenze su dette; l’attuale autoproclamato «indipendentismo di governo» o «sovranismo» non sembra tanto diverso, dal momento in cui relega a mera utopia l’emancipazione reale e ritiene che soltanto tramite il mantenimento delle medesime relazioni di potere – pensiamo al modus operandi con cui il Partito dei Sardi è «cresciuto», tramite la cooptazione nel campo «indipendentista» di esponenti storici della classe politica sarda, specie a livello locale – si possa creare uno Stato sardo, senza toccare il potere del ceto politico locale e i suoi metodi, levandogli solo il tricolore in cambio di un fiocco verde o dei Quattro Mori. Come nel 1796, tra il popolo sardo e i propri privilegi sceglierebbero questi ultimi, contro il primo.

Il movimento contro l’occupazione militare della Sardegna, invece, ha scelto di celebrare il 28 Aprile con una grande azione di «impegno civile»: una manifestazione al Poligono Interforze Salto di Quirra, legata a Sa Die dall’intento di farne una «giornata di liberazione», per rivendicare il «diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione». Libertà per la Sardegna e tutti i popoli oppressi, prendendo come bersaglio il simbolo dell’imperialismo occidentale e dell’oppressione italiana nell’isola. Nei comunicati ufficiali di A Foras e del collettivo Furia Rossa si descrive bene come le forze dell’ordine e i rappresentanti dello Stato abbiano represso questa dimostrazione, andando ben oltre le proprie prerogative che invece legittimano il divieto di manifestare soltanto qualora sussistano «gravi pregiudizi per l’ordine pubblico».

Le (non) reazioni della classe politica sarda – specialmente di quella che si dichiara “sovranista”, “sardista”, “indipendentista” – di fronte ai gravissimi fatti di Quirra, come di quelli li hanno preceduti, come le dichiarazioni del questore Gagliardi sugli arresti in differita, è una dimostrazione ulteriore della continuità tra questo ceto politico e la fazione più reazionaria del movimento riformatore che tradì la Sarda Rivoluzione. Sono accomunati dalla volontà di portare avanti delle rivendicazioni “nazionali” – pensiamo al ventilato, in realtà falso, conflitto con lo Stato sulla questione fiscale – rifiutando e ostacolando la crescita di un movimento popolare, le cui posizioni radicali sono in netto contrasto con i propri interessi. Le reazioni degli alti esponenti delle istituzioni della Corsica – il presidente della Collettività Territoriale Gilles Simeoni e il presidente dell’Assemblea Jean-Guy Talamoni – di fronte alle azioni repressive dello Stato francese contro la gioventù indipendentista sono esemplari per comprendere la differenza tra dei politici che difendono seriamente le ragioni della propria nazione e chi, al contrario, pensa unicamente al proprio tornaconto.

Per questi ultimi, tutto ciò che non si può strumentalizzare non esiste; uno dei grandi meriti del movimento, dal 2014 ad oggi, credo sia stato proprio quello di essersi sempre mantenuto su un’impostazione che non si presta ai tentacoli di chi opera per mantenere l’esistente, dei falsi amici interessati. Nell’ultimo comunicato di A Foras, giustamente, si scrive: “è stato negato il diritto di rivendicare l’autodeterminazione del popolo sardo che per noi non può prescindere dalla chiusura delle basi”. La questione dell’occupazione militare è, oggi, dal punto di vista dei nostri diritti democratici la più importante: mostra chiaramente tutte le contraddizioni di chi, a parole, sostiene di stare dalla parte della nostra nazione e di rappresentarla degnamente nelle istituzioni; rivela tutti gli altri aspetti della questione sarda, coinvolgendo la sensibilità delle persone comuni non militanti e facendo evolvere la coscienza nazionale di chi già opera nei movimenti più radicali.

La lotta di massa contro l’occupazione militare è un tassello fondamentale per la rivoluzione democratica e nazionale di cui la Sardegna ha bisogno, per sostituire l’attuale classe dirigente e crei delle nuove istituzioni politiche ed economiche – espressioni degli interessi della maggioranza, per il popolo lavoratore sardo – quindi un modello socioeconomico egalitario e democratico, nella gestione delle risorse e nei rapporti di produzione.

Polìtica

A Foras: facciamo autocritica per rilanciare

Foto di Enedina Sanna
di Celeste Brandis

Ieri Sa die de sa Sardigna è stata repressa dallo stato italiano, quello stesso stato che occupa la nostra terra- non solo con sovrastrutture invisibili imposteci nel corso di quasi due secoli di colonizzazione- ma anche istituzionalmente e quindi militarmente, senza che i sardi (ovviamente) lo abbiano mai chiesto.

Il concentramento era previsto per le 11 davanti al bar Quirra, ma in tanti hanno tardato e non certo per la mancanza di voglia di svegliarsi presto al mattino, bensì per i numerosi posti di blocco e per le strade alternative costretti ad imboccare per evitare fermi: pullman e auto provenienti da ogni angolo della Sardegna, eppure l’affluenza aspettata non ha avuto l’esito previsto. Questo è il primo punto che dovremmo analizzare per fare autocritica e per migliorare il movimento A Foras, che mira a divenire catalizzatore di massa.
Dopo la massiccia campagna muraria, i continui tour del comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna, l’interrogazione parlamentare da parte dei senatori di Forza Italia Alicata, Gasparri e Floris nei confronti del collegio docenti del Liceo scientifico “Lorenzo Mossa”, poiché aveva approvato un progetto che prevedeva un incontro sul tema delle basi in Sardegna “senza contradditorio” (vedi qui), perché solo poche centinaia di persone hanno aderito alla manifestazione a Quirra? La scarsa mobilitazione può essere una risposta alla violenza psicologica dello stato italiano, attraverso la Questura di Cagliari, quando ad una settimana dalla manifestazione annuncia 54 denunce per il corteo dello scorso novembre al poligono di Capo Frasca e rincara la dose minacciando una “applicazione puntuale e chirurgica” del decreto Minniti sul daspo urbano- che prevede arresti preventivi senza denuncia e, quindi, senza processo, nonché il divieto di manifestazione la notte prima della stessa. Ma la paura non può essere l’unica motivazione. Un’altra può essere, infatti, che ancora una volta la manifestazione viene convocata in un giorno lavorativo per tanti sardi e se A Foras vuole rendere complici quanti più cittadini possibile deve trovare una nuova strategia di comunicazione e coinvolgimento.

Un altro punto da cui partire può essere l’organizzazione della manifestazione, che non prevedeva un piano B per far fronte ad un dispiegamento di forze dell’ordine tale da rendere impossibile il corteo. Difatti il concentramento era localizzato in un budello, un incrocio da cui i manifestanti non hanno potuto divincolarsi poiché murati vivi su tutti i fronti. Reparti celere di polizia e carabinieri, camionette e posti di blocco in ogni dove, DIGOS a seguito dei pullman, antisommossa tra gli alberi- ove i manifestanti cercavano privacy per il bagno- e, infine, cani antisommossa dei carabinieri. È chiaro che lo stato italiano ha voluto lanciare un forte segnale al movimento contro l’occupazione militare della Sardegna, dopo diverse battaglie positive incassate da A Foras, ha voluto mostrare i muscoli. È necessario analizzare a fondo lo scenario che si è presentato ieri, preparandoci meglio alle prossime battaglie per essere pronti ad affrontare ogni evenienza.

La manifestazione del 28 aprile non è stata un totale fallimento, come qualcuno ha dichiarato, anzi, non lo è stata neanche per metà: la forte immagine del solco che separa immiscibili realtà, quali la Sardegna e l’Italia, rappresentata da una parte dal cospetto di centinaia di bandiere dei quattro mori, che stavano a sottolineare la natura nazionale e rivoluzionaria  del comitato A Foras e la commemorazione attiva di un giorno importante per la patria, Sa die de Sa Sardigna, giorno in cui i funzionari piemontesi furono imbarcati dai nostri connazionali, e dall’altra l’allineamento del braccio armato italiano, invitto, ma solo per questa volta.

Anticolonialismu

 

28 Aprile 2017: Sa die in Quirra

di Daniela Piras

Fino ad oggi avevo pensato che partecipare a manifestazioni per contestare qualcosa fosse una questione di volontà: la volontà di voler provare a fare qualcosa per cambiare ciò che non crediamo vada bene, per contestare un sistema, una imposizione, per ribadire un diritto. Negli ultimi anni ho preso parte a varie manifestazioni e a vari cortei, più di una volta mi sono chiesta se ne fosse valsa la pena, e mi sono sempre risposta che per cercare di rendere migliore questo mondo, bisogna partecipare, parlare, discutere; mi sono detta che stando “alla finestra” non si ha nessuna possibilità, e che i cambiamenti, nella storia, sono sempre avvenuti grazie a chi si è mosso. Fino ad oggi pensavo occorresse la voglia di fare, per partecipare alle manifestazioni.
Oggi qualcosa è cambiato, ho constatato che questo non basta. Ci vogliono i nervi saldi, per uscire di casa. Ci vuole l’autocontrollo. Ci vuole la capacità di analizzare una situazione, capirla, valutare l’opportunità di ogni singola parola che si sente l’esigenza di far uscire dalla propria bocca. Ci vuole intelligenza e stabilità emotiva. Non importa quanto sia grande il dissenso e la contrarietà verso quello che vogliamo combattere, bisogna fare in modo di tenere i nervi saldi perché basta poco per passare dalla parte dell’attivista a quello di facinoroso, e questo grazie a coloro che per lavoro si dovrebbero occupare della nostra sicurezza, della sicurezza di tutti: contestatori e contestati. I tutori dell’ordine pubblico, con divisa e tenuta antisommossa, non mi erano mai apparsi dei nemici, li avevo sempre visti come uomini, come lavoratori. Erano una mia garanzia, in ogni corteo, erano i supervisori che si accertavano che non ci fossero intoppi di nessun genere: un violento mascherato da manifestante, per esempio. Oggi invece, con mio grande rammarico, mi sono trovata al centro di una situazione totalmente inverosimile. Dopo un viaggio di oltre tre ore per raggiungere il sito del poligono, dopo una manifestazione “in attesa”, dove non si è avuta nemmeno la possibilità di avvicinarci al luogo simbolo del potere militare, dopo la stanchezza, lo sconforto e il senso di inutilità che pareva tagliarsi a fette, decido di andare via, insieme alle persone con le quali ero arrivata. Avevamo parcheggiato l’auto in una stradina di campagna, in una sorta di parcheggio spontaneo a pochi metri dal luogo di ritrovo. La strada dove sostavano i manifestanti era stata chiusa da ambo i lati dalle forze dell’ordine, oltre che dalla parte della via di accesso al poligono. Mentre ci rechiamo verso l’uscita assistiamo a qualcosa di assurdo e totalmente illogico. Il cordone di poliziotti, tutti in tenuta antisommossa, non si accinge a sfaldarsi di una virgola. Un motociclista viene bloccato, notiamo che parla con il caposquadra. Spegne il motore per qualche minuto, dice che non lo fanno passare. “Deve esserci qualche problema” – penso – “Un problema con il motociclista”. Dopo qualche metro, invece, mi accorgo che il problema è per chiunque voglia attraversare il cordone, per chiunque voglia PASSARE, per chiunque voglia andare via, dato che la manifestazione era conclusa. Il caposquadra ci dice che non si può, che dobbiamo avere pazienza, che quando si partecipa a una manifestazione si suppone che ci sia “una unione di intenti”. «Certo – penso – l’unione di intenti è quella che non siamo d’accordo sul sistema di produzione di bombe, su uno sfruttamento del territorio che ha fatto sì che la zona di Quirra, invece che alle sue splendide spiagge, sia stata associata alle malattie, ai tumori, alle malformazioni di neonati. Ecco, quella è la nostra “unione di intenti”». Il caposquadra continua a bloccarci la via dicendo che dobbiamo avere pazienza e che, per questioni di democrazia (?) dobbiamo aspettare di vedere cosa fanno gli altri partecipanti, che dovremo andare via tutti insieme (?!). La stanchezza e il senso di impotenza cominciano a farsi sentire, comincio a scocciarmi di un simile atteggiamento, di cui davvero non riesco a seguire la logica. Chiedo al poliziotto-capo il motivo per il quale non possiamo uscire, sottolineo che non capisco perché e cosa devo aspettare, dico che i partecipanti alla manifestazione fanno parte di tanti gruppi provenienti da diverse parti della Sardegna, e che non posso aspettare che decine di persone che non conosco decidano di rientrare a casa. Il poliziotto graduato mi ribatte che, se fossi stata più serena, sarei già potuta andare via, sarei già potuta passare. Succede che mi innervosisco ancora di più, faccio appello al mio autocontrollo, mi impongo di stare calma e inizio a passeggiare per stemperare i nervi. Incontro una manifestante che mi chiede cosa stia succedendo, le spiego che l’uscita è chiusa, mi accorgo che tutto intorno nascono discussioni su quanto sta accadendo poiché la gente si sente bloccata tra due varchi, in ostaggio, senza una qualsiasi motivazione logica. Continuo a camminare nei pochi metri liberi della strada: da una parte il plotone super accessoriato e chiuso, dall’altro i manifestanti scocciati e insofferenti. Credo di essere vicino ad uno scontro. Causato non da facinorosi ma da colui che dovrebbe tutelare tutti noi, che dovrebbe essere garante del mantenimento di una situazione di calma. Continuo a camminare e provo ad appoggiarmi ad una macchina, ma la tensione non scende. Chiedo nuovamente di poter passare, faccio notare al graduato che il suo atteggiamento non è appropriato, che così facendo sta creando solo nervosismo, ribadisco che voglio andare via. Mi sento in trappola, colpevole solo di voler andare a casa. Dopo ancora qualche minuto di “purgatorio” ci lasciano passare. Mi chiedo cosa sarebbe successo se al mio posto ci fosse stata un’altra persona, magari più irruenta, più immatura, sicuramente avrebbe reagito in maniera più decisa, per tutelare il sacrosanto diritto alla libera circolazione. Volevo sottolineare che, in uno Stato dove non c’è la certezza della pena, dove i delinquenti e gli assassini sono liberi dopo pochi mesi, dove tantissime persone si sono trovate, per pura coincidenza e senza avere nessuna colpa, a vivere l’esperienza carceraria, non è esattamente “rassicurante” trovarsi davanti persone che, invece di mettere in pratica i loro compiti, fanno di tutto per ottenere l’effetto contrario. Quando questo accade in una condizione di evidente disparità, poi, è ancora più grave.

Anticolonialismu

Sa die de sa Sardigna in Quirra

articolo gentilmente concesso dal blog Zinzula http://www.zinzula.it/pisq-a-foras-presenta-il-dossier-sul-pisq-verso-sa-die-presentazioni-in-tutta-la-sardigna/

Nel pomeriggio dello scorso 19 aprile è stato presentato nella Facoltà di Scienze Economiche, Politiche e Giuridiche dell’Università di Cagliari il 1° Dossier a cura di A Foras, riguardante il Poligono Interforze del Salto di Quirra. Nell’incontro è stato presentato e discusso il lavoro che ha impegnato negli ultimi mesi decine di militanti ed è stata illustrata la giornata del 28 aprile e il corteo in programma. Dopo Teulada e Capo Frasca, è la volta del Poligono più grande d’Europa in una giornata simbolo per la Natzione Sarda. Il Dossier e l’elenco delle presentazioni specifiche si possono trovare all’indirizzo  https://aforas.noblogs.org/dossier-pisq-a-foras-aforas-contra-a-s-ocupatzione-militare/ mentre per il comunicato stampa di A Foras per Sa Die de sa Sardigna contra a s’ocupatzione militare – http://bit.ly/2p1oKgc

Nei giorni scorsi ha fatto discutere la notizia dei 54 manifestanti contro l’occupazione militare denunciati da parte della Digos riguardo i fatti di Capo Frasca dello scorso novembre.

Chiuse le indagini, denunce e moniti da parte della questura cagliaritana giungono proprio il giorno successivo alla conferenza stampa di presentazione della manifestazione indetta da A Foras. Il Questore Gagliardi in vista del 28/4 ricorda la nuova normativa per l’ordine pubblico, in particolare l’arresto in differita che “verrà applicato in modo puntuale e chirurgico”. La maggior parte degli organi d’informazione in Sardegna parlano in questi giorni di un gruppo che a Capo Frasca si è staccato dal corteo principale e pacifico, andando ad attaccare le reti con tronchesine. In realtà, l’obiettivo della violazione dell’area militare è un elemento divenuto ormai prassi del movimento contro l’occupazione militare, unico mezzo per interrompere le attività belliche e causare, con uno sforzo minimo e un rischio relativamente contenuto, ingenti danni economici al sistema bellico, diretti e d’immagine. La violazione del limite militare e il danneggiamento di recinzioni vengono considerate e sono storicamente metodologie pacifiche, in quanto colpiscono oggetti inanimati e normative di legge, rientranti a pieno titolo nella disobbedienza civile. Proprio questo elemento è stato richiamato in un secondo comunicato nel quale A Foras ha replicato alle dichiarazioni della Questura di Cagliari osservando, tra le altre cose, come quest’ultima  “proprio nel momento in cui il movimento si riorganizza in maniera forte e coesa per continuare la sua lotta contro le basi, fa di tutto per intimorire e scoraggiare la partecipazione al corteo del 28, e soprattutto dividere (come sempre) i manifestanti in buoni e cattivi“.

Il Fronte Indipendentista Unidu – soggetto attivo in più tavoli di lavoro di A Foras – nei giorni scorsi ha aderito ufficialmente e rilanciato la chiamata per il 28/4. Il comunicato integrale è stato pubblicato nei giorni scorsi http://www.zinzula.it/pisq-f-i-u-occupazione-militare-volto-piu-devastante-del-colonialismo/

L’organizzazione indipendentista si sta occupando, inoltre, di mettere a disposizione del corteo numerose bandiere sarde: la lotta contro l’occupazione militare è difatti un elemento cruciale nella più ampia lotta di liberazione nazionale sarda. La manifestazione del 28/4 denota ed esalta la prassi anticoloniale della lotta contro la militarizzazione della Sardegna. Successivamente, dopo le dichiarazioni di Gagliardi e la notizia delle ennesime denunce, sempre il Fiu – oltre a richiamare la partecipazione attiva nel Sarrabus il 28 aprile – ha lanciato un’iniziativa comunicativa sui social caratterizzata dall’hastag principale –  #DeoNoBosTimo – 

Il Fronte Indipendentista Unidu opererà nei prossimi giorni per fare in modo che la manifestazione diventi una grande festa di popolo e che la lotta contro l’occupazione militare non venga ridotta a questione privata di una avanguardia, come invece le forze politiche e securitarie dello Stato Italiano cercano in ogni maniera di fare” – ha dichiarato l’organizzazione in una nota.

In avvicinamento alla manifestazione del 28/4 il Dossier sul PISQ è stato presentato in numerose città della Sardegna, dai centri maggiori come Cagliari e Sassari ad Alghero, Tempio Pausania, Escalaplano, Tertenia e molte altre. Oltre all’elenco completo delle presentazioni specifiche sul Dossier PISQ si segnalano altri eventi di particolare rilievo.

Lo scorso venerdì 21, si è tenuto un nuovo appuntamento nell’ambito del progetto Sa Die de sa Sardigna – Sardigna terras de bombas e cannones e l’incontro-dibattito con gli studenti dell’istituto tecnico industriale G.M. Angioy di Sassari, a partire dalle ore 11:15. Nello stesso giorno, nel pomeriggio (ore 18:30), al circolo Me-Ti di Cagliari in Via Mandrolisai, è stato presentato il lavoro di ricerca coordinato dal Prof. Giovanni Sistu “Analisi controfattuale e valutazione del rischio sull’area interessata dal Poligono Interforze del Salto di Quirra”, progetto al quale hanno lavorato numerosi docenti e ricercatori sardi, alcuni tra l’altro ex insegnanti, conoscenti e compagni degli stessi militanti di A Foras.

Pubblichiamo di seguito la chiamata di A Foras per la manifestazione del 28 aprile a Quirra (Sa die de sa Sardigna in Quirra) e l’evento facebook con tutte le indicazioni necessarie anche per raggiungere Quirra con i diversi Bus organizzati da tutta la Sardegna: https://www.facebook.com/events/188341175005060/

A FORAS – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna – in s’ùrtima assemblea de Bauladu at detzisu de torrare a manifestare in unu polìgonu militare a pustis de sa manifestatzione manna de su 23 de santandria in Cabu Frasca.
Custa borta amus seberadu unu sìmbolu: su 28 de abrile.
Bolimus dare a custa die unu caràtere diferente dae sa festa fata de ritos, ammentos e folklore. Lu cherimus fàghere diventare unu momentu de protagonismu ativu, una die de lota chi siat de a beru una die de liberatzione.
Pro ammentare s’autodeterminatzione de unu pòpulu in su tempus passadu, ite diat èssere mègius de detzìdere oe su destinu nostru fintzas in contu de ocupatzione militare?

Una terra chi est sufrende dae deghinas de annos s’opressione de sa NATO, de sos Istados Unidos, de s’Istadu Italianu cun is militares e is belenos issoro, no at bisòngiu de momentos culturales ebbia.


Pro custas resones manifestamus su 28 de abrile e seberamus de lu fàghere in su Poligono Interforze del Salto di Quirra cun chentinas de banderas de is 4 moros, ca s’autodeterminatzione nostra, comente cussa de totu is pòpulos, depet colare fintzas dae sa liberatzione dae s’ocupatzione militare.


In antis de cussa die de importu, amus a girare is biddas sarrabesas e ogiastrinas pro presentare su dossier nostru a pitzus de su PISQ e de is dannos chi at giutu a cussos territòrios. Amus a sighire a fàghere fintzas is initziativas de informatzione a pitzus de su protzessu de Lanusè, in ue sunt imputados 8 ex generales pro dannos a s’ambiente, a is animales e a is persones chi bivent in cussu territòriu e chi ant su deretu de ddu bìvere in manera lìbera.

Cando iscrient Quirra leghimus esercitatziones militares, isperimentatzione de tecnologias mortales, impositziones e minitzas contra a su territòriu. Cras non depet èssere prus de aici.
No amus a permìtere chi nos leent in giru cun una riconversione frassa chi lasset is terras e s’economia de su logu in manos de is militares, tzerriende-dda “chirca iscientìfica e tecnològica”.
Amus a gherrare totu paris pro chi no nche siant prus tumores, pipieddos deformes, angiones-polifemu. Dd’amus a fàghere ca bolimus chi sa gente potzat torrare in cussas terras oe, in antis chi sa presèntzia militare ddas ruinet pro semper. Amus a agatare in pare is manera pro ddas limpiare e ddas pòdere impreare torra. Amus a gherrare contra a sa dipendèntzia e is ricatos de s’economia militare.


Ischimus chi si no ddu faghimus, nemos dd’at a fàghere in parte nostra.
Nos atobiamus su 28 de abrile a is 11 de mangianu in su Bar Quirra, in su caminu betzu S.S. 125.

Il progetto “Sardigna terra de bombas e cannones” sbarca all’ITI Angioy di Sassari

Un momento dell’incontro didattico sul demanio militare all’ITI Angioy di Sassari con il giornalista Luigi Piga

Si è tenuto lo scorso venerdì 21 aprile, all’Istituto Tecnico Industriale G.M. Angioy di Sassari, il nuovo incontro con gli studenti delle scuole superiori nell’ambito del progetto Sa Die de sa SardignaSardigna terra de bombas e cannones.

L’incontro ha fatto seguito a quello del mese scorso al Liceo Mossa di Olbia. Come noto, nei giorni seguenti un’interrogazione parlamentare di Forza Italia, a firma dei senatori di Gasparri, Alicata e Floris, aveva suscitato forti polemiche. Duro l’attacco al professor Cristiano Sabino, citato espressamente nell‘interrogazione, nonché la richiesta di divieto per i successivi incontri e sanzioni per gli organizzatori di Olbia.

Inoltre, a scaldare il clima politico, interviene la manifestazione lanciata il prossimo 28 aprile (in occasione di Sa die de sa Sardigna) proprio al PISQ, indetta dal movimento A Foras che, in questi stessi giorni, sta presentando in diversi punti della Sardegna un Dossier molto accurato sul tema.

Nonostante questo, l’incontro di Sassari è stato calendarizzato seguendo il normale iter dato l’inserimento del progetto Sa Die de sa Sardigna all’interno di una programmazione triennale, approvato regolarmente nei rispettivi collegi docenti. Oltretutto, proprio mercoledì scorso si è appreso della risposta della Ministra all’Istruzione, Valeria Fedeli, che replicava alle rimostranze dei senatori forzisti e dichiarava come pienamente legittimo informare e dibattere negli istituti riguardo argomenti come la presenza del demanio militare in Sardegna.

L’incontro di Sassari si è svolto alla presenza di diverse classi, dalle II° alle V°, con la partecipazione anche di alcuni insegnanti. Ha introdotto e presentato la docente di Lettere responsabile per il progetto, Ninni Tedesco, mentre la relazione è stata affidata a Luigi Piga, giornalista ed economista. Dopo i saluti ai presenti e i ringraziamenti al dirigente scolastico Luciano Sanna e al collegio docenti, l’incontro si è aperto con il ricordo del lavoro e dell’esempio di Vincenzo Migaleddu, scomparso tragicamente pochi giorni fa.

Come nel primo incontro, si è presentato un quadro generale dell’occupazione militare, la sua incidenza assoluta e relativa, e i diversi tipi di insediamento militari, con particolare attenzione ai tre poligoni permanenti.

Oltre ad un po’ di storia della presenza del demanio militare, si è messo in evidenza l’attuale peso sul territorio in termini di ettari e chilometri di litorale e gli andamenti demografici ed economici che vedono i maggiori centri oberati da servitù militari in Sardegna, nettamente penalizzati rispetto ad aree simili, limitrofe e non, che non condividono lo stesso gravame.

Un impatto negativo che viene corroborato dalla stessa legislazione italiana che infatti riconosce a queste aree dei meccanismi di indennizzo a beneficio di Comuni maggiormente oberati e categorie produttive colpite da fermi pesca, sgomberi e danni economici di vario genere. Più ampiamente questi flussi economici prendono il nome di meccanismi di compensazione, strumenti che già nel nome richiamano il fatto che, in linea di principio, l’economia bellica nei luoghi non genera certo effetti positivi, bensì enormi profitti per le industrie belliche e per il Ministero della Difesa che dal PISQ incassa ingenti risorse da eserciti del blocco NATO e alleati, al costo di un impatto ambientale e sanitario estremo (Area Delta di Teulada, inquinamento La Maddalena-Santo Stefano, frazione di Quirra, Escalaplano). Questo processo in economia prende il nome di esternalizzazione e la portata dell’effetto negativo viene, in misura solo infinitesimale, bilanciato con indennità e sussidi.

Le spese belliche in genere sono state poi poste a confronto con quanto viene investito in ricerca scientifica, diritto allo studio di base e universitario, politiche socio-assistenziali e messa in sicurezza del territorio. Proprio riguardo la sicurezza del territorio e lo sviluppo sostenibile, è stato  sottolineata la contraddizione che vede molte aree militari coincidere in parte con la classificazione Parco Naturale o zona SIC.

Oltre ai danni ambientali più evidenti, il raffronto tra borse di studio e alloggi scolastici con gli stanziamenti statali in guerre, armamenti ed esperimenti, sono gli aspetti che più hanno stimolato l’attenzione e la curiosità degli studenti. D’altronde, tra le contraddizioni della Sardegna spicca quella che vede l’Isola come area più militarizzata d’Europa e, al contempo, con il più alto indice di dispersione scolastica.

Uno sguardo, inevitabilmente, alle conseguenze che la militarizzazione della Sardegna genera negli scenari internazionali, sempre più belligeranti. Dall’RWM di Domusnovas che produce bombe che mietono vittime nello Yemen, alla collaborazione tra le università isolane e lo stato di Israele (tramite l’istituto Technion) assai discusso per le politiche segregazioniste e violatrici dei diritti umani di questo stesso stato.

Gli studenti si sono mostrati particolarmente interessati e alcuni hanno manifestato l’intenzione di approfondire ulteriormente diverse tematiche specifiche, richiedendo le slides della presentazione e altri documenti da poter studiare e rielaborare.

È ufficiale: a scuola si può parlare di BASI MILITARI

L’interrogazione parlamentare da parte dei senatori di Forza Italia Alicata, Floris e Gasparri lanciata il mese scorso nei confronti del collegio docenti del liceo scientifico Mossa in seguito all’incontro intitolato “Sardigna terra de bombas e de cannones”, ha scatenato una bufera. L’interrogazione era rivolta ai Ministri dell’istruzione, dell’università e della ricerca e della difesa e recitava così:<<Premesso che: venerdì 17 marzo 2017, alle ore 11.30, nel liceo scientifico di Olbia “Lorenzo Massa” si è svolto un incontro sulla presenza delle basi e poligoni militari in Sardegna; l’evento, denominato “Sardigna terra de bombas e cannones”, è inserito in un progetto della scuola che prevede altri tre eventi; l’incontro è stato moderato da Cristiano Sabino, noto esponente dell’indipendentismo sardo; a quanto risulta agli interroganti tra i relatori non compaiono figure tecniche, politiche o militari che possano sostenere le ragioni della presenza di queste basi e poligoni sul territorio della Sardegna, si chiede di sapere: se i Ministro in indirizzo non ritengano inconcepibile che, all’interno di istituti statali, vengano diffusi messaggi contro le istituzioni, con tesi sostenute da comitati spontanei, separatisti o antimilitaristi, peraltro senza alcun contraddittorio; se non ritengano opportuna la sospensione degli altri appuntamenti previsti su questi temi; se e quali provvedimenti di propria competenza intendano adottare nei confronti degli organizzatori o di coloro che, comunque, hanno permesso questo tipo di manifestazione all’interno dell’istituto.>> (4-07200) (21 marzo 2017)

Il 7 aprile è finalmente pervenuta la risposta da parte del MIUR:<<Sulla vicenda è stata acquisita, tramite il competente Ufficio scolastico regionale per la Sardegna, un’ampia relazione da parte del dirigente scolastico del liceo scientifico statale “Lorenzo Mossa” di cui si riportano, in sintesi, i contenuti. L’evento, svoltosi il 17 marzo 2017 presso l’istituzione scolastica, rientra nell’ambito del progetto denominato “Sa die de sa Sardigna”, approvato dal collegio dei docenti per l’anno scolastico 2016/2017 in coerenza con il piano triennale dell’offerta formativa. Il progetto si propone, in particolare, di sviluppare le competenze di cittadinanza e la promozione della partecipazione studentesca, garantendo coerenza e continuità fra la didattica ordinaria e le attività e i progetti di ampliamento dell’offerta formativa, nonché di consolidare e potenziare i rapporti di collaborazione con il territorio e con le scuole in rete. Gli obiettivi generali individuati dal progetto sono i seguenti:
1) ricollocazione della Sardegna e del suo patrimonio demo-socioantropologico nel solco della storia;
2) informazione e confronto su alcuni temi di attualità che riguardano la vita di tutti i cittadini sardi e il futuro stesso dell’isola;
3) valorizzazione del patrimonio linguistico, storiografico e culturale in quanto elementi fondamentali da un punto di vista della formazione di una cittadinanza attiva e consapevole e anche come retroterra per opportunità lavorative e rinascita economica dell’isola.

Il progetto è, a sua volta, strettamente integrato con un altro di più ampio respiro denominato: “Cittadinanza e Costituzione – L’uomo e il cittadino: pensiero, informazione e azione consapevoli”, che si articola, per tutto il corso dell’anno scolastico, su due assi complementari:
a) percorsi curricolari di approfondimento della conoscenza della Carta costituzionale;
b) organizzazione e partecipazione a incontri e dibattiti su temi di attualità.

In virtù dei lavori svolti, il liceo “Mossa” è stato selezionato tra i finalisti del concorso ministeriale “Dalle aule parlamentari alle aule di scuola: lezioni di Costituzione”. Con particolare riferimento all’evento, si rappresenta che l’incontro del 17 marzo si è svolto nell’aula magna della scuola dalle ore 11.30 alle ore 13.30 ed ha coinvolto gli studenti di 4 classi, due quarte e due quinte, con i rispettivi docenti dell’area storico-filosofica. Sono intervenuti, quali relatori, il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’utilizzo dell’uranio impoverito, un componente del comitato “Aforas” ed un avvocato penalista che rappresenta la parte civile al processo noto come “I veleni di Quirra”. All’evento ha partecipato anche il professor Cristiano Sabino, docente titolare sul sostegno. Agli interventi dei relatori, della durata di circa 15 minuti cadauno, è seguito un dibattito, con diverse domande e contributi da parte di studenti e docenti. L’incontro, secondo quanto riferito, si è svolto in un clima di sereno, equilibrato e costruttivo confronto fra idee e posizioni diverse. In nessun frangente sono stati espressi, né nei toni né nei contenuti né tantomeno a livello di comunicazione iconica (non sono state adoperate bandiere, né distintivi, né volantini, né altro simile materiale), giudizi, slogan o espressioni contro le forze armate o di propaganda separatista. Il corretto confronto tra i relatori ed i partecipanti all’incontro è stato garantito nel rispetto della natura squisitamente formativa ed educativa dell’iniziativa e condiviso prima e durante i lavori. In conclusione della sua relazione, il dirigente scolastico ha sottolineato il senso formativo ed educativo del percorso progettuale, che trova la sua piena espressione negli indirizzi generali dell’offerta formativa della scuola, nella prospettiva di promuovere momenti di libero confronto delle idee all’interno della comunità scolastica, comunque rispettosi dei valori e dei principi costituzionali, attraverso i quali favorire la crescita di studenti cittadini consapevoli e responsabili. Il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca FEDELI>> (7 aprile 2017)

Vedi altri articoli sul tema:

http://lnx.pesasardignablog.info/2017/03/30/linterrogazione-parlamentare-non-ferma-sa-die/

http://lnx.pesasardignablog.info/2017/03/27/la-lezione-sulle-basi-a-scuola-diventa-un-virus/

http://lnx.pesasardignablog.info/2017/03/23/interrogazione-parlamentare-contro-sabino-a-scuola-non-si-deve-parlare-di-basi-militari/

 

Alternativa Natzionale: la posizione di Collu

Con la conferenza stampa dello scorso 15 ottobre al T-Hotel di Cagliari si cambia rotta annunciando un “nuovo percorso politico basato sulla costruzione di una innovativa comunità politica civico-indipendentista”. La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di dare mandato alla scrittrice  Daniela Piras di realizzare una serie di interviste ai portavoce di tutti i movimenti politici che si dichiarano favorevoli all’indipendenza, per meglio capire le ragioni di chi ha aderito e di chi non ha aderito al progetto dell’ “Alternativa Nazionale”, cioè a quello che attualmente è l’unico progetto alternativo al sistema politico coloniale italiano. Ecco la quarta intervista al segretario di ProgRes (Progetu Repùblica de Sardigna), Gianluca Collu.

  1. Perché avete deciso di aprire un tavolo di dibattito con altre organizzazioni indipendentiste e in cosa consiste esattamente questo processo di convergenza nazionale intrapreso? Perché proprio oggi affrontare un processo di riunificazione nazionale, dopo anni di divisioni e di dispersioni di forze, secondo voi può avere un indice di successo?     

Partiamo da una premessa di base: l’epopea minimalista delle organizzazioni indipendentiste sarde, che singolarmente non sono mai andate oltre il 4%, ha fatto il suo tempo. L’eccessiva balcanizzazione ha portato i soggetti politici sardi divisi ad attuare da un lato strategie di alleanza con i partiti italiani di centrodestra e centrosinistra – i quali, nonostante fossero nella maggioranza di governo, non hanno prodotto alcun passo in avanti nella emancipazione politica, economica e sociale della nostra nazione – dall’altra ad avanzare delle proposte che seppur interessanti, innovative e giuste, nell’ottica di non collaborazione con i blocchi italiani, non sono riuscite comunque ad ottenere un risultato soddisfacente che permettesse a tali soggetti di entrare nel Parlamento sardo.

Tuttavia il progetto indipendentista e civico che, alle scorse elezioni nazionali, ProgReS – Progetu Repùblica ha proposto ai cittadini sardi, malgrado una legge elettorale indegna ci abbia tenuto fuori dalle istituzioni, ci ha permesso di conseguire un risultato storico e la consapevolezza della giusta strada da percorrere. Per questo motivo riteniamo necessario coinvolgere il maggior numero di organizzazioni sarde così da ottenere maggiore forza ed entusiasmo alla realizzazione di una concreta alternativa di governo; una volontà che abbiamo espresso in tempi non sospetti, già da Dies de Festa 2014 – la festa nazionale del nostro partito – a Cagliari, appena dopo le elezioni, in cui invitammo al dibattito quei soggetti politici che, non alleandosi con gli schieramenti italiani come noi, erano rimasti esclusi dal Consiglio sardo. Il confronto da allora è andato avanti, un confronto al quale abbiamo invitato ripetutamente i responsabili politici dei partiti per far sì di creare una piattaforma politica plurale che mettesse al centro dei propri interessi la Sardegna. Il lavoro comune ci ha permesso lo scorso ottobre a Cagliari, assieme a Gentes, Sardigna Libera, Sardigna Natzione e al Fronte indipendentista Unidu, di ufficializzare l’apertura di uno spazio politico attualmente denominato “Pro s’Alternativa Natzionale”, che ritengo sia una valida prospettiva di sintesi e ricomposizione delle forze nazionali sarde.

  1. Pensi che questo progetto di convergenza possa dare delle speranze di ripresa a quest’isola, anche considerando i dati allarmanti pubblicati sul sito SSEO che avete presentato nell’incontro realizzato a Bauladu il 13 novembre 2016?

Me lo auguro vivamente. Gli open data elaborati dal nostro responsabile della formazione Frantziscu Sanna, nonché direttore scientifico di SSEO, tracciano uno scenario a tinte decisamente fosche per il futuro della nostra Isola. Senza un radicale e immediato cambio di prospettiva, senza la messa in atto di politiche strutturali, assisteremo nei prossimi anni a un disastro senza precedenti. Abbiamo una disoccupazione del (50%) ai livelli della Grecia in default; abbiamo il tasso di spopolamento più alto tra le isole europee: mentre la Corsica nei prossimi decenni aumenterà la sua popolazione del 50%, noi perderemo il 34% degli abitanti. Abbiamo il più basso indice di fertilità al mondo; tra le regioni europee abbiamo il maggior numero di giovani che non studiano, non si formano e non cercano un lavoro, i cosiddetti NEET; subiamo una forte emigrazione di persone altamente formate.

Servono risposte urgenti e progetti non estemporanei che in primis ridiano fiducia al nostro popolo e speranza per un futuro migliore in questa terra. Siamo consci che dovremo affrontare dei problemi complessi e di non facile soluzione ma proprio per questo è fondamentale unire le forze e le competenze per un progetto di governo credibile che nel medio-lungo periodo possa far risorgere il nostro Paese.

  1. Rispetto all’esperienza affrontata nel 2014 in Sardegna Possibile, in cosa pensi sia differente il processo presentato a Cagliari questo ottobre, considerando che, come SP, è aperto sia agli indipendentisti, sia ai civici?

Sicuramente il processo di sintesi politica intrapreso assieme alle componenti che attualmente siedono nella mesa natzionale, a livello concettuale, è in linea con la proposta che a suo tempo facemmo con la coalizione per le nazionali del 2014.

L’attuale spazio politico tuttavia si differenzia per una maggiore inclusività tesa al coinvolgimento di tutte le forze politiche dell’arco nazionale sardo, oltre che per aver avuto la lungimiranza di iniziare la costruzione di un’alternativa politica lontano dal periodo elettorale, solitamente più complicato per la messa in atto di progetti ad ampio respiro come questo.

Un progetto che ha l’ambizione di andare oltre la mera contingenza della campagna elettorale per favorire una stabile piattaforma politica che nel prossimo futuro sarà capace di offrire alle sarde e ai sardi una forte e credibile alternativa indipendentista di governo nazionale.

  1. Avete espresso una posizione chiara per la riscrittura dello statuto. Pensate possa essere uno dei temi in grado di avvicinare gli indipendentisti che ad oggi non hanno aderito alla Mesa Natzionale?

Abbiamo un’idea precisa sulla necessità di ampliare i margini di sovranità per la nostra nazione, per uscire dalla condizione di subalternità ed innescare immediatamente quei processi economici, culturali e sociali capaci di invertire la deriva verso l’estinzione che attualmente stiamo vivendo, sentiamo l’esigenza politica di una profonda riforma dello Statuto sardo che, salvo qualche marginale modifica, risale al lontanissimo 1948.

Per questo pensiamo che la riscrittura dello Statuto, più che avvicinare gli indipendentisti, debba avvicinare i cittadini sardi tutti; perché parliamo della salvaguardia dei nostri diritti, della difesa dei nostri interessi, perché parliamo del futuro della nostra terra e del suo popolo.

Dovremo essere coscienti di questo quando in maniera partecipata riscriveremo la Carta fondamentale dei sardi e del fatto che i problemi della nostra isola sono strettamente correlati al paradosso politico di una “autonomia” che ci tiene con le mani e i piedi legati. Basterebbe leggere i primi quattro articoli dello statuto per capire come ogni nostra possibile scelta su quelle che sono le nostre competenze sono subordinate al rispetto degli interessi nazionali italiani.

È tempo che si avvii una fase costituente per una riforma partecipata e condivisa dello Statuto sardo, che impegni le forze nazionali, una volta al governo, all’approvazione del documento e all’immediata apertura del confronto con lo Stato italiano, consapevoli che di fronte a noi non avremo un amico dei sardi: lo Stato ha sempre difeso i propri interessi, i quali non hanno mai collimato con gli interessi nazionali sardi.

 

Per leggere le altre interviste clicca qua:

Intervista a Bustianu Cumpostu:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/01/08/alternativa-nazionale-la-posizione-di-compostu/

Intervista a Pier Franco Devias:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/01/11/alternativa-nazionale-la-posizione-di-devias/

Intervista a Claudia Zuncheddu:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/05/14/alternativa-natzionale-la-posizione-di-claudia-zuncheddu/

Intervista a Cristiano Sabino e Alessandra Ruggiu:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/03/01/alternativa-natzionale-le-posizioni-di-ruggiu-e-sabino/

 

 

 

 

Salviamo la scuola sarda

di Ninni Tedesco

La presentazione di un Manifesto per la scuola sarda, avvenuto ad opera della Alternativa Natzionale il 1 aprile a Oristano, è giunta pochi giorni prima di un evento che ha in via definitiva smascherato il progetto di distruzione della scuola pubblica italiana: l’approvazione, il 7 aprile, dei decreti attuativi della  107/2015, battezzata con non poca presa in giro dal peggior partito post fascista al governo, “Buona scuola”.

In queste deleghe, per farla breve, si conferma quanto era stato proposto all’origine del disegno politico unilaterale da parte del governo Renzi, nell’assoluto disprezzo di qualunque dialogo con le parti interessate, nel disinteresse delle richieste da parte dei lavoratori della scuola e degli studenti, nella violazione totale di quello che si raffigura come il mandato fondante l’esistenza stessa di ogni processo educativo: formare persone e cittadini consapevoli, capaci di fare scelte autonome, che possano fruire di pari condizioni di partenza e che siano messi in condizioni di raggiungere, tutti, gli stessi obiettivi. Si conferma invece, al contrario, la volontà di trasformare la scuola pubblica in un’azienda che sforna utilizzatori passivi e consumatori privi di strumenti intellettuali.

La 107 è dunque un inganno, una legge che torna indietro di decenni: che inserisce forzatamente l’alternanza scuola-lavoro togliendo ore alla formazione didattica ordinaria e lo fa in modo spregevole, talvolta addirittura nascondendo forme di sfruttamento minorile; che relega di nuovo i disabili a ruoli marginali togliendo risorse economiche e ore di sostegno; che rende gli esami di stato una passeggiata in cui una discutibile “prova invalsi”  e “l’alternanza scuola lavoro” (non le conoscenze, le capacità critiche, le competenze linguistiche, tecnologiche o relazionali, le qualità espressive e logiche, eccetera, ovvero tutto quello che una dimensione lavorativa globale e complessa richiedono) fanno punti credito per essere ammessi insieme a una “media” del 6 anche con insufficienze gravi; che riassegna la formazione professionale alle regioni togliendo un anno di studi ritornando alla scuola gentiliana che, giustamente, Gramsci definiva scuola classista.

Ma tutto questo non è incompetenza, questo è il passaggio conclusivo di un progetto iniziato con i governi Berlusconi e vergognosamente concluso il 7 aprile con quello Gentiloni, a dimostrazione, caso mai ce ne fosse bisogno, della perfetta collusione al vertice tra i partiti italiani e i loro orientamenti e disegni politici che vedono nella scuola il centro del sistema di controllo e gestione delle future generazioni.

A questo punto la Sardegna, utilizzando appieno i propri margini di autonomia (un giorno, forse, di indipendenza) deve necessariamente mettere in pratica, e con urgenza, i punti redatti nel Manifesto, attuando quanto l’art. dello Statuto sardo consente e che recita: “… la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi”

In caso contrario si rende ufficialmente complice del “genocidio culturale” messo in atto dal “padrone” italiano che tiene le redini del controllo decretando che la nostra terra, più di tutte le altre visti i dati della dispersione (ma questo merita un altro articolo), debba essere “un volgo disperso”, una colonia da svuotare di energie, privare di radici, e quindi liberamente devastare.

Al Manifesto deve seguire pertanto, a breve, un’agenda di lavoro fatta di incontri, di ulteriori proposte, di attività che mettano alle strette questa inerte e passiva (ma attiva nell’essere complice) amministrazione della Sardegna, in modo da salvare almeno quel poco che resta dei nostri saperi, insieme ai pochi ma coraggiosi insegnanti che lavorano in trincea per difendere lingua e cultura, alle associazioni, agli intellettuali, ai sindaci, alle singole persone.

Non abbiamo molto tempo.

Vedi anche:
http://lnx.pesasardignablog.info/2017/04/02/dibattiamo-per-scrivere-il-manifesto-della-scuola-sarda-pro-salternativa-natzionale/

Anticolonialismu

Intervista inedita a Vincenzo Migaleddu

In occasione dell’inaugurazione della sede della CSS a Sassari, Pesa Sardigna aveva intervistato Vincenzo Migaleddu sul progetto “Sardigna terra bia”.

Per motivi tecnici questa intervista non è stata pubblicata immediatamente e, passato qualche tempo, si è deciso con Migaleddu di rimandare il discorso ad analisi più fresche.

Riteniamo ora di dover pubblicare questa intervista inedita non solo per rendere omaggio alla memoria di Migaleddu, ma anche per restituire una immagine completa della sua attività, perché egli non era soltanto un grande medico e un grande ambientalista, ma anche un vero patriota sardo orientato con tutte le sue forze alla difesa della lingua sarda e alla battaglia per l’autodeterminazione della nazione sarda, a partire dalla protezione della nostra terra dalle grinfie della speculazione colonialista e del malaffare.

Liberazione nazionale sarda e rivoluzione – Intervista a Gianfranco Camboni

Gian Franco Camboni, storico comunista, insegnante di storia e filosofia, oggi militante del Partito Comunista dei Lavoratori.

Il mondo sta cambiando. Alcuni parlano di passaggio di fase dal nuovo ordine mondiale nord-americano al multipolarismo. Sei d’accordo?

Concetti quali multipolarismo, unilateralismo, isolazionismo etc., tratti dalla politologia e dalla geopolitica, non ci aiutano a comprendere le dinamiche politiche su scala mondiale. Tali definizioni prescindono dai concreti rapporti sociali e perciò sono astratte. Il concreto, al contrario, dell’astratto è tale perché sintesi di molteplici determinazioni (Marx), per cui la concretezza dell’analisi politica può essere solo quando la politica è considerata quale “sintesi dell’economia”, cioè della lotta fra le classi. Per essere chiari, dopo il crollo dell’URSS si parlò di multipolarità, mentre si procedeva all’allargamento della NATO a est; dopo l’elezione di Obama si parlò di un G2 USA-Cina e Obama sfoderava l’AIR-SEA-BATTLE, il piano di aggressione alla Cina.

Per comprendere la situazione attuale dobbiamo analizzarla come il risultato dei compiti che l’imperialismo si è dato dopo la vittoria dei soviet nell’ottobre del ’17. Furono sottratti all’imperialismo circa 24 709 825 km² e le immense ricchezze del suo sottosuolo, infatti la Russia era una semicolonia del capitalismo inglese e francese. La sua effettiva sovranità nazionale l’ottenne solo con lo repubblica dei soviet. La rivoluzione russa dette l’impulso alle rivoluzioni anticoloniali che aggravarono la condizione dell’imperialismo. Non c’è bisogno d’essere laureati alla Sorbona per capire che dall’ottobre del 1917 la direttrice di marcia dell’imperialismo fu quella di riprendersi ciò che gli era stato espropriato. Tutta la politica della classe dominante è determinata da questo imperativo. Roosevelt fece concessioni alla classe operaia americana, perché la combinazione della lotta di classe operaia negli USA dopo il crollo del ’29 con la presenza dell’URSS poteva essere fatale alla classe dominante USA. Lo “stato sociale” del secondo dopoguerra fu una concessione nei paesi dominanti per evitare la rivoluzione. Ma il destino dell’URSS non era eterno come sostenevano molti sovietologi sovietici. Il destino dell’URSS era legato alla vittoria della rivoluzione mondiale. Di ciò erano pienamente consapevoli Lenin e Trotsky e tutta la loro strategia e tattica era fondata su tale consapevolezza. Il destino dell’URSS era quello di una rivoluzione politica antiburocratica o la restaurazione.

L’illusione della burocrazia ex sovietica che la restaurazione capitalista, iniziata con Gorbaciov, si sarebbe tradotta in un nuovo ordine mondiale dove l’imperialismo gli avrebbe concesso un posto a tavola è stata solo un illusione. La prima guerra all’Iraq di Bush padre fu un modo di tastare la burocrazia prossima alla capitolazione definitiva.

La crisi inarrestabile iniziata nel 2007, dopo il fallimento delle politiche keynesiane e del “liberismo”, ha costretto l’imperialismo a concentrarsi sul modo classico con cui risolvere le sue crisi, il militarismo.
Dal 1991 viviamo in uno stato di guerra imperialista ininterrotta, ma dopo il 2007 il militarismo ha subito una accelerazione straordinaria. Si è completato l’accerchiamento della Russia e con il colpo di stato di Kiev nel 2014 è iniziata l’aggressione. Obama ai primi del 2012 decise di spostare il 60% della marina militare a Oriente, verso la Cina. Il Giappone ha iniziato il riarmo e la sua dottrina militare è in funzione anticinese. Questo è il risultato della direttrice storica.
Vedere nelle divisioni tattiche dell’imperialismo l’emergenza di “nuovi ordini mondiali” è fuorviante. Un esempio basta per tutti, il gen. J. Mattick è stato messo a segretario della difesa per tenere sotto controllo Trump, il sen. Mccain, grande sostenitore di Mattis, giovedì 30 marzo, ha chiesto una commisione d’inchiesta sui rapporti tra Trump e capitalisti russi. Ma le leggi della crisi capitalistica e quelle della guerra sono le stesse della rivoluzione. Questa è la ragione per cui il militarismo all’estero richiede all’interno una politica autoritaria che liquidi le libertà politiche e sindacali del proletariato e lo sguinzagliamento delle bande fasciste. Per questa ragione è necessario accelerare i tempi di costruzione dell’Internazionale, cioè del Partito della Rivoluzione socialista mondiale. Siamo entrati in un periodo di guerre civili, cioè di una forma specifica della lotta di classe.

Il movimento comunista ha subito “un arresto un pò ovunque, eppure riemergono con forza le ragioni che tra Ottocento e Novecento l’avevano fatto nascere. In che cosa sbagliano i comunisti del terzo millennio?

Ti risponderò in positivo, ma prima voglio svolgere una considerazione su un errore che bisogna superare al più presto. Gli esseri umani sono vittime di un feticcio che il filosofo rivoluzionario inglese, del XVII sec., Francis Bacon definì idola tribus, il feticcio strutturale della specie umana, cioè il considerare il proprio presente ed il proprio tempo come la normalità storica. Di fronte allo scoppio della crisi nel 2007 (l’ultimo anello della crisi iniziata alla fine degli anni ’60), molti rimasero attoniti perché erano convinti che il capitale avrebbe superato la crisi. Costoro erano convinti che il capitalismo dello “stato sociale” fosse la norma. Le cose invece non stanno così. Invece di vedere le implicazioni rivoluzionarie della crisi s’impegnarono a cercare quale carota il capitale avrebbe concesso invece di vedere il bastone che assestava un colpo dietro l’altro. Vediamo la fine miserabile di Syriza: invece di utilizzare il consenso e la mobilitazione delle masse elleniche per espropriare banche e industrie, per armare il popolo e far diventare la Grecia il punto di partenza della rivoluzione in Europa è diventata uno strumento del capitalismo greco ed europeo. Altri di fronte alla crisi hanno pensato che l’unico modo per rispondere alla crisi fosse il ripiegamento sullo stato nazionale, il cosìddetto sovranismo. Provate a pensare una linea di questo tipo in rapporto alla Sardegna.
La liberazione della Sardegna passa attraverso lo sfascio rivoluzionario dello stato italiano e dell’Unione europea.
Gramsci e i suoi compagni, fra questi Pietro Tresso “Blasco”, avendo ben chiara la natura dell’imperialismo italiano e la storia dello stato post-unitario lanciarono al III ed al IV Congresso del PCd’I, la linea della Repubblica sarda degli operai, la Repubblica siciliana, quella del Sud e del Nord. La svolta cominformista di Stalin, con la nascita del Partito Comunista Italiano, seppellì quei congressi: ecco come, per usare una espressione indipendentista, il PCI divenne un partito “italianista”.

Il ricompattamento dei comunisti deve avvenire proprio col riconoscimento che le leggi della crisi, della guerra e della rivoluzione sono ben attive. Il crollo dell’URSS ha segnato su scala internazionale un arretramento dei rapporti di forza per il proletariato, ma per dirla con Hegel “tutte le cose in sé sono contraddittorie”. Il dissolvimento dell’URSS ha avuto come effetto la fine della presa sulla classe operaia dei partiti di origine stalinista e di quelli della socialdemocrazia. Questo costituisce per noi un vantaggio. Ma sono ad ora non si è stati capaci di sfruttarlo sino in fondo. Pensiamo agli scioperi in Francia dello scorso anno dove le masse in tanti episodi hanno rotto la legalità. Invece di unificarsi in una direzione politica per quelle masse, con tale volontà di lotta, coloro che lo dovevano fare hanno preferito star dietro ai vertici burocratici della CGT. Abbiamo un patrimonio teorico-politico di due secoli, una storia di vittorie e di sconfitte, si tratta di applicarle.

La Sardegna versa in condizioni disastrose. Qual è la tua analisi sulla fase socio-politica della nostra isola?

In Sardegna, in maniera tale che solo gli apologeti più ottusi e ben pagati lo negano, c’è un vero e proprio regresso storico delle forze produttive. Come in tutte le crisi profonde precedenti le masse sarde rispondono con lotte senza avere il feticcio della legalità: i minatori che hanno difeso gli imbocchi delle miniere con la dinamite, che hanno fatto scappare ministri in elicottero, l’azione di difesa degli operai dell’Alcoa a Roma, i pastori che hanno affrontato la polizia a Cagliari, il movimento contro le basi militari, la Nato e la guerra imperialista.

Come in tutte le crisi profonde riemerge la coscienza nazionale che nello specifico della nostra storia significa rovesciamento della borghesia sarda e italiana e conquista del potere politico. Un’avanguardia di giovani proletari e studenti ha assimilato, per usare una formula della sinistra indipendentista, che la liberazione sociale e nazionale sono inseparabili. Riconosciamo al FIU il contributo decisivo che dà in questa direzione.  Quest’avanguardia ha dimostrato di saper rispondere immediatamente allo squadrismo con la giornata del 25 marzo ed è consapevole che solo lottando contro il colonialismo ed il capitalismo si batte il mostro. Perciò ciò che dobbiamo fare è costruire una politica sindacale che risponda con l’azione diretta al padrone, un esempio ci viene dal Sicobas, che pur essendo attivo nel continente, non è né italianista né italiota e lo prova il suo carattere multietnico, in particolare, i nostri coraggiosi fratelli arabi. In Sardegna va fatta unitariamente una campagna contro la burocrazia sindacale collaborazionista denunciandola quale agente del padrone e del colonialismo.

Molti sono i compiti, molte le difficoltà e molto breve è  il tempo per prepararci per le battaglie decisive, ma come i rivoluzionari e le rivoluzionarie hanno affrontato con successo le crisi rivoluzionarie così le affronteremo pure noi. Amus a binchere!