A Foras: facciamo autocritica per rilanciare

Foto di Enedina Sanna
di Celeste Brandis

Ieri Sa die de sa Sardigna è stata repressa dallo stato italiano, quello stesso stato che occupa la nostra terra- non solo con sovrastrutture invisibili imposteci nel corso di quasi due secoli di colonizzazione- ma anche istituzionalmente e quindi militarmente, senza che i sardi (ovviamente) lo abbiano mai chiesto.

Il concentramento era previsto per le 11 davanti al bar Quirra, ma in tanti hanno tardato e non certo per la mancanza di voglia di svegliarsi presto al mattino, bensì per i numerosi posti di blocco e per le strade alternative costretti ad imboccare per evitare fermi: pullman e auto provenienti da ogni angolo della Sardegna, eppure l’affluenza aspettata non ha avuto l’esito previsto. Questo è il primo punto che dovremmo analizzare per fare autocritica e per migliorare il movimento A Foras, che mira a divenire catalizzatore di massa.
Dopo la massiccia campagna muraria, i continui tour del comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna, l’interrogazione parlamentare da parte dei senatori di Forza Italia Alicata, Gasparri e Floris nei confronti del collegio docenti del Liceo scientifico “Lorenzo Mossa”, poiché aveva approvato un progetto che prevedeva un incontro sul tema delle basi in Sardegna “senza contradditorio” (vedi qui), perché solo poche centinaia di persone hanno aderito alla manifestazione a Quirra? La scarsa mobilitazione può essere una risposta alla violenza psicologica dello stato italiano, attraverso la Questura di Cagliari, quando ad una settimana dalla manifestazione annuncia 54 denunce per il corteo dello scorso novembre al poligono di Capo Frasca e rincara la dose minacciando una “applicazione puntuale e chirurgica” del decreto Minniti sul daspo urbano- che prevede arresti preventivi senza denuncia e, quindi, senza processo, nonché il divieto di manifestazione la notte prima della stessa. Ma la paura non può essere l’unica motivazione. Un’altra può essere, infatti, che ancora una volta la manifestazione viene convocata in un giorno lavorativo per tanti sardi e se A Foras vuole rendere complici quanti più cittadini possibile deve trovare una nuova strategia di comunicazione e coinvolgimento.

Un altro punto da cui partire può essere l’organizzazione della manifestazione, che non prevedeva un piano B per far fronte ad un dispiegamento di forze dell’ordine tale da rendere impossibile il corteo. Difatti il concentramento era localizzato in un budello, un incrocio da cui i manifestanti non hanno potuto divincolarsi poiché murati vivi su tutti i fronti. Reparti celere di polizia e carabinieri, camionette e posti di blocco in ogni dove, DIGOS a seguito dei pullman, antisommossa tra gli alberi- ove i manifestanti cercavano privacy per il bagno- e, infine, cani antisommossa dei carabinieri. È chiaro che lo stato italiano ha voluto lanciare un forte segnale al movimento contro l’occupazione militare della Sardegna, dopo diverse battaglie positive incassate da A Foras, ha voluto mostrare i muscoli. È necessario analizzare a fondo lo scenario che si è presentato ieri, preparandoci meglio alle prossime battaglie per essere pronti ad affrontare ogni evenienza.

La manifestazione del 28 aprile non è stata un totale fallimento, come qualcuno ha dichiarato, anzi, non lo è stata neanche per metà: la forte immagine del solco che separa immiscibili realtà, quali la Sardegna e l’Italia, rappresentata da una parte dal cospetto di centinaia di bandiere dei quattro mori, che stavano a sottolineare la natura nazionale e rivoluzionaria  del comitato A Foras e la commemorazione attiva di un giorno importante per la patria, Sa die de Sa Sardigna, giorno in cui i funzionari piemontesi furono imbarcati dai nostri connazionali, e dall’altra l’allineamento del braccio armato italiano, invitto, ma solo per questa volta.

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