Il Donbass sbarca in Sardegna

Nelle giornate del 4, 5 e 6 luglio si terranno nelle sedi del partito indipendentista di sinistra Libe.r.u. di Cagliari, Nuoro e Sassari degli incontri informativi sulla complessa situazione politica delle repubbliche di Lugansk e Donetsk ad est dell’Ucraina.

Queste repubbliche, resesi indipendenti dall’Ucraina, portano avanti la resistenza contro l’avanzata del governo neonazista di Kiev sostenuto dall’Unione Europea.

Gli incontri saranno tenuti da Marco Santopadre, giornalista di Contropiano, di rientro dopo un periodo di permanenza nella regione, che farà un resoconto sulla situazione interna e sulle pesanti ingerenze straniere nell’area.

Tempio: recita di fine anno militarizzata

Scatto dalla mostra documentaria “Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento“, a cura di Gianluca Gabrielli.

Lunedì 26 a Tempio Pausania, in occasione della recita di fine anno nella Scuola dell’infanzia “Maria Assunta”, comunemente nota “da Vico”, i bambini hanno intonato “Dimonios”, l’inno della Brigata Sassari.

Nel corso delle ultime settimane, le educatrici hanno fatto preparare ai bambini e bambine dell’istituto gestito dalle Missionarie Figlie di di Gesù Crocifisso la consueta recita di fine anno nella quale è stato appunto incluso l’inno. La Congregazione in questione è stata fondata da Mons. Salvatore Vico l’8 dicembre 1925.

Questo non è l’unico episodio di indottrinamento militare sui bambini avvenuto di recente a Tempio. In occasione dell’inaugurazione del Palazzetto dello Sport, lo scorso 9 aprile, dopo i saluti dell’amministrazione e la benedizione del vescovo Sanguinetti, le majorettes hanno marciato sulle note di “Dimonios” in versione remix.

A questo link è possibile reperire l’audio della recita in questione.

Fonte

Tempio, Scuola dell’infanzia: recita di fine anno militarizzata con “Dimonios” (audio)

Dalla “scuola” alla “iscola”: il fronte dell’autodeterminazione trova la sintesi!

Ieri domenica 25 giugno 2017 a Sassari il cartello di organizzazioni indipendentiste e civiche che fa capo a Sa Mesa pro s’Alternativa Natzionale (Fronte Indipendentista Unidu, Sardigna Libera, Sardigna Natzione, Progres, Gentes) ha organizzato a Sassari un’importante giornata di lavoro sulla scuola sarda. La Mesa aveva già lanciato l’idea di un manifesto “pro s’iscola sarda”. La bozza del manifesto, presentata in conferenza stampa ad Oristano a fine marzo scorso, lanciava un appello a tutta la società sarda e in particolare ai lavoratori della scuola per un vero diritto allo studio che «in Sardegna, non può essere affidato ad una istituzione scolastica che ha come obiettivo la destrutturazione culturale dei sardi». La Mesa Natzionale ha continuato a lavorare in questi mesi di fine anno scolastico, arrivando a tracciare un percorso politico e culturale preciso che ieri ha iniziato a dare i suoi primi frutti.

La giornata di lavoro è stata aperta da un vibrante intervento dell’antropologo Bachisio Bandinu che ha riflettuto sul rapporto tra la scuola “propria” (cioè quella istituzionale e centralista controllata dallo stato) e la scuola “impropria” (cioè quella delle comunità e del territorio) e ha proposto una riforma culturale che portasse a capovolgere la concezione del sapere: non più dai concetti generali all’esperienza, ma dall’esperienza viva delle comunità ai concetti. Subito dopo si sono formati i tavoli di lavoro con la formazione di workshop tematici introdotti da facilitatori esperti: Marina Spinetti (insegnante), Maurizio Onnis (autore di testi scolastici), Ninni Tedesco (insegnante), Alessandra Ruggiu (pedagogista), Alessia Etzi (Provincia del Medio Campidano), Alessandro Mongili (docente universitario), Davide Pinna (studente).

Le idee di facilatori e partecipanti ai gruppi di lavoro sono state raccolte dall’organizzazione e serviranno per pasare alla prossima fase che inizierà dopo la pausa estiva: quella della scrittura di una proposta di legge sulla scuola sarda che tenga conto delle linee politiche della giornata di ieri e delle tante proposte avanzate.

In sintesi dai lavori di ieri è emersa non solo l’esigenza di inserire la storia e la lignua sarda nel curricolo scolastico, ma anche di dare un’adeguata formazione alla classe docente di ogni ordine e grado, di preparare i materiali didattici in sardo e di lavorare con le mense a filiera corta puntando sulla cultura alimentare che è insieme cultura economica, nutrizionale e linguistica). In sala erano presenti anche esponenti dell’associazione Sardos che recentemente hanno avanzato una proposta di legge per inserire la storia sarda nella scuola, individuando fondi già prevista per il triennio che altrimenti resterebbero inutilizzati.

Si va dunque verso una convergenza di tutte le organizzazioni indipendentiste e sardiste sul tema “scuola sarda”. Ripartirà dunque da qui il “fronte unito dell’autodeterminazione della Sardegna”?

Intervento dell’antropologo Bachis Bandinu

https://www.youtube.com/watch?v=vqoQPbgCjJA&feature=youtu.be

Il Fronte dell’autodeterminazione riparte dalla scuola sarda

Il manifesto dell’iniziativa prevista il prossimo 25 giugno a Sassari di Sa Mesa

Domenica 25 giugno 2017 a Sassari, il cartello di organizzazioni indipendentiste e civiche che fa capo a Sa Mesa pro s’Alternativa Natzionale organizzerà a Sassari un’importante giornata di lavoro sulla scuola sarda. La Mesa aveva già lanciato l’idea di un manifesto “pro s’iscola sarda”. La bozza del manifesto, presentata in conferenza stampa ad Oristano a fine marzo scorso, lanciava un appello a tutta la società sarda e in particolare ai lavoratori della scuola per un vero diritto allo studio che «in Sardegna, non può essere affidato ad una istituzione scolastica che ha come obiettivo la destrutturazione culturale dei sardi». La Mesa Natzionale individuava alcune priorità strategiche su cui lavorava e, su questo solco, ha continuato a lavorare in questi mesi di fine anno scolastico arrivando a tracciare un percorso politico e culturale preciso. In particolare nel manifesto ci si appellava alla necessità di scrivere una legge regionale capace di garantire il sardo come lingua ufficiale al pari dell’italiano, si proponevano corsi gratuiti di lingua sarda rivolti a tutti i docenti, l’istituzione di graduatorie per gli insegnanti bilingue, l’inserimento della storia sarda nel curricolo scolastico e l’applicazione dell’articolo 5 dello statuto autonomistico che prevede la possibilità per la RAS di «adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: “istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi”».

Così domenica 25 giugno 2017, a Sassari, per tutta la giornata, la Mesa Natzionale chiama docenti, studenti, intellettuali e cittadini a lavorare per costruire insieme la scuola sarda .

foto d’epoca di una scolaresca sarda

I lavori si svolgeranno in questo modo: non sarà un convegno ma un susseguirsi di gruppi di lavoro e ognuno avrà un facilitatore (un tutor con il compito di fare una breve relazione iniziale sul tema a lui affidato e recepire tutti i contributi dal pubblico). Alla fine si formeranno gruppi di lavoro per emendare e integrare la bozza del manifesto presentato a Oristano in conferenza stampa lo scorso 31 marzo). Non ci saranno sovrapposizione di gruppi di lavoro per cui chi sarà interessato potrà partecipare a tutti i gruppi che desidererà e per ogni partecipazione riceverà un attestato di partecipazione da parte dell’organizzazione.

Ecco il programma completo dei lavori:

Ore
– 9:00, Saluti e breve presentazione del Manifesto da parte della Mesa Natzionale.
– 9:10, Apertura di Bachisiu Bandinu “Dae s’imparare a su ischire”
– 9:30, L’inserimento della storia e della civiltà sarda nell’intero curricolo verticale (facilita Ninni Tedesco)
– 11:00, La scuola dell’autogoverno: proposte operative di una legge quadro (facilita Marina Spinetti)
– 12:30, Storia sarda nei libri di testo (facilita Maurizio Onnis)

– Pausa pranzo –
– 15:00, Dimensionamento scolastico e mense a chilometro zero (facilita Alessia Etzi)
– 16:15, L’inserimento della lingua sarda nel sistema di formazione della Sardegna (Alessandro Mongili)
– 17:30, I giovani sardi e la loro scuola e università (facilita Davide Pinna)
– 18:45, Una nuova concezione pedagogica per i sardi. Prospettive (Lisandra Ruggiu)

A dibattito completato seguirà la sottoscrizione dei presenti della bozza del Manifesto e la formazione dei gruppi di lavoro sui temi affrontati.

Il logo dell’associazione culturale Sardos

Intanto, su un piano parallelo ma compatibile e complementare, anche la neonata associazione Sardos ha pensato di puntare sulla scuola sarda e di formulare una proposta di legge sul tema. «L’assenza dell’insegnamento delle vicende storiche della Sardegna – si legge nell’introduzione della proposta –  è un vulnus capitale per la costruzione di una coscienza identitaria dei Sardi». La proposta nasce quindi da qui: dall’insegnamento della Storia nella scuola perché  «la negazione di questo processo si è manifestata in Sardegna con l’assenza quasi totale dell’insegnamento delle vicende storiche sarde e quindi con l’ignoranza da parte di larghi strati della popolazione di ciò che nei secoli ha costituito l’elemento fondante del concetto stesso di popolo sardo, così come richiamato anche dallo Statuto Speciale del 1948. Senza conoscenza della storia non ci può essere coscienza comunitaria collettiva, per cui qualsiasi tipo di opzione di autodeterminazione (sia essa declinata nella forma dell’indipendentismo, sovranismo, federalismo o autonomia speciale) non può compiutamente realizzarsi».

Il problema – sostengono gli attivisti di Sardos – si annida anche nella mancanza statutaria di competenze specifiche in questa materia dal momento che «lo Statuto Speciale del 1948 non prevede competenze primarie in materia di insegnamento scolastico» e quindi generazioni di sardi si sono formate senza coscienza di sé e della propria specificità storica e culturale. Ciò ha provocato «un corto circuito totale della gestione dell’Autonomia che è apparsa fallimentare fin dalla fine degli anni ’60 e, nella mancanza assoluta di una conoscenza profonda delle strutture sociali sarde, ha provocato anche le grandi catastrofi economiche politiche legate a: assitenzialismo, industrializzazione catapultata dall’esterno, consumo del territorio, cementificazione delle coste, abbandono della lingua, emigrazione, spopolamento delle zone interne».

Insomma, secondo gli attivisti di Sardos, l’assenza della Storia, della lingua e più in generale della cultura dei sardi dal sistema di formazione isolano è stato il basamento su cui si è potuto costruire un sistema di dipendenza e subalternità che i cittadini sardi hanno accettato non possedendo gli strumenti critici idonei per potersene liberare. È chiaro dunque che «ogni governo regionale che si proponga di favorire l’autodeterminazione deve ripartire dal recupero dell’insegnamento della lingua e della storia nelle giovani generazioni». Veniamo quindi alle proposte di Sardos che sono state studiate all’interno del vigente sistema giuridico scolastico italiano descritto come un «mastodonte che chiude le porte a qualsiasi insegnamento storico che possa essere deviante rispetto agli interessi nazionali e all’identità italiana».

Siccome lo Stato nega alla Regione di poter intervenire direttamente in materia – scrivono gli attivisti di Sardos – «la Regione può e deve semplicemente mettere a disposizione di istituzioni scolastiche autonome e volontarie delle risorse per sostenere progetti di insegnamento della storia della Sardegna in orario curricolare dopo aver ovviamente sensibilizzato dirigenti, docenti , allievi e famiglie alla presentazione o formulazione degli stessi. In questo modo le scuole possono utilizzare le disposizioni della riforma Moratti per ciò che attiene la cosiddetta “quota di flessibilità regionale”, per l’inserimento di altre discipline nei curricula della scuola primaria e secondaria, confermando dunque il tradizionale “esercizio dell’autonomia scolastica”, per l’insegnamento della Storia sarda. In questo modo il sistema ipocrita che nega autonomia ad una Regione a Statuto speciale ma la conferisce demagogicamente a un singolo istituto comincia ad essere scardinato in attesa di una riforma più seria delle competenze dello Statuto Speciale.

Di seguito pubblichiamo la proposta di testo di legge sul sostegno all’insegnamento della Storia della Sardegna negli istituti scolastici in orario curricolare avanzata da Sardos:

  1. La Regione assume quale priorità per lo sviluppo dell’identità del popolo sardo la diffusione della conoscenza delle vicende storiche dell’isola attraverso l’insegnamento scolastico.
  2. Nel rispetto della autonomia scolastica e delle rispettive competenze tra Stato e Regione, si sostengono iniziative didattiche volte a far acquisire la consapevolezza del percorso storico che ha forgiato il comune patrimonio di valori su cui si fonda la specialità della Regione Autonoma della Sardegna .
  3. Pertanto è autorizzata la spesa di Euro 200.000 per l’annualità 2018, 400.000 per l’annualità 2019, 600.000 per l’annualità 2020, per il sostegno di progetti di insegnamento della Storia della Sardegna in orario curricolare, nelle scuole di ogni ordine e grado presenti nel territorio regionale.
  4. All’interno degli stanziamenti previsti la Regione si fa carico di produrre e diffondere materiali didattici necessari e di affidare a organismi qualificati la formazione degli insenganti.
  5. Sarà cura della Giunta Regionale, su proposta dell’Assessore della Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport, predisporre i criteri di assegnazione delle risorse di finanziamento ai progetti che dovranno essere presentati su impulso delle singole autonomie scolastiche previo accordo e informazione della Direzione Scolastica Regionale.
    Per il primo triennio si dovrà riconoscere priorità di sostegno ai progetti che useranno la lingua sarda o le altre lingue minoritarie, quale lingua veicolare dell’insegnamento.

“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”

Abbiamo intervistato Joan Elies Adell Pitarch (nella foto), Direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia sul Referendum per l’Indipendenza annunciato dal capo del governo catalano Carles Puigdemont. (trad. dal catalano di Carlo Manca)

  1. Il presidente catalano Puigdemont ha dichiarato che ad ottobre si terrà il referendum per l’indipendenza della Catalogna. Come si è arrivati a questa storica decisione.   

Efettivamente, venerdì passato [9 giugno 2017, ndt] il Presidente del Governo Catalano ha comunicato il quesito e la data del Referendum per l’independenza della Catalogna dallo Stato Spagnolo, che sarà: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?” e che sarà il prossimo 1° di ottobre [2017, ndt].

Come ci siamo arrivati? Evidentemente la Catalogna ha sempre voluto sentirsi a proprio agio, lungo la Storia, all’interno dello Stato Spagnolo, in modo che si riconoscesse la nostra identità storica, linguistica e culturale. Però questo non è mai stato possibile. Dal 1714, quando la Catalogna ha perso la sua sovranità politica, è stato molto difficile incastrare la nazione catalana all’interno della Spagna. Dobbiamo ricordare, per esempio, che un grande poeta catalano come fu Joan Maragall, scrisse nell’anno 1898 un poema intitolato “Oda a Espanya” in cui già si alludeva alla insensibilità della Spagna centralista rispetto alle diverse nazionalità presenti nello Stato spagnolo e le sue lingue:

Escolta, Espanya -la veu d’un fill
que parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra.
En aquesta llengua – pocs t’han parlat;
en altra, massa.

E finisce domandando – se per què aquella Espanya centralista prefereix no escoltar la veu d’un dels seus pobles, com és el català, perquè margina i desantèn a un dels seus fills, com és Catalunya:

On ets, Espanya? – No et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!

Più di un secolo dopo, noi catalani abbiamo la sensazione che la Spagna continui a non volerci ascoltare. Senza sentire la nostra voce né sapere cosa ne pensiamo né come ci sentiamo. E il divieto a fare il referendum per l’autodeterminazione della Catalogna è un buon esempio. Sembra che il Governo spagnolo preferisca ignorare cosa pensa la cittadinanza catalana sopra la relazione politica fra Catalogna e Spagna. Cosa che mi sembra preocupante.

Nella storia recente, il movimento si attiva quando nel 2010 una sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo contro lo Statuto d’Autonomia della Catalogna del 2005, a causa di un ricorso del Partido Popular, pone le condizioni per un momento chiave senza precedenti e determina un punto di non ritorno nella nostra relazione con lo Stato spagnolo. È triste, e non sarebbe mai dovuto succedere. Lo Statuto fu elaborato e votato dal Parlamento catalano, dopo essere stato ritoccato e molto ridotto nel Congresso dei Deputati spagnolo (fatto che ci dispiacque profondamente in Catalogna) e dopo ratificato in un referendum dal popolo catalano, malgrado che per molti di noi fosse il male minore. Così come già era successo in passato, uno Statuto d’Autonomia approvato dal popolo di Catalogna viene decurtato da Madrid, attraverso un Tribunale molto politicizzato e controllato dal Governo spagnolo. Questa sentenza ha tolto la parola ai cittadini della Catalogna, e fece intendere ai catalani che l’unica maniera di essere una nazione è avere un proprio Stato, perché dentro lo Stato spagnolo ci siamo accorti che non è possibile.

  1. Lo stato spagnolo è arroccato sul principio che il referendum sull’indipendenza non si può fare perché non previsto dalla Costituzione. Cosa accadrà?

Questo non è proprio così. Il Governo spagnolo usa la Costituzione spagnola come una scusa per evitare di conoscere l’opinione dei catalani sopra la loro relazione politica con lo stato spagnolo. Recentemente più di 600 giuristi catalani hanno firmato un manifesto che sostiene che nel solco costituzionale vigente e “nel solco del principio democratico”, è legittima la possibilità che la cittadinanza “proponga alternative espresse attraverso un processo democratico”, come è il referendum sull’independenza della Catalogna e che l’applicazione del suo risultato si possa negoziare coi rappresentanti dello Stato. Ciò che ci vuole è la volontà politica, però lo Stato spagnolo non ha la volontà politica di sapere cosa ne pensano i cittadini catalani, probabilmente perché teme la loro la risposta. Forse si dovrebbe chiedere perché la stragrande maggioranza dei catalani non si sente a suo agio dentro la Spagna, e invece di sedurci, di convincerci a rimanere, che è bene continuare dentro la Spagna, non smette di dirci che non possiamo chiederlo, che la legge non lo permette, che è illegale sapere cosa opina il popolo di Catalogna. Questo è profondamente antidemocratico, giacché noi catalani pensiamo che la democrazia deve stare sopra la legalità, e lo Stato di diritto ha gli strumenti sufficienti per dimostrare la legalità del referendum convocato dal presidente Puigdemont e che è avallato dalla maggioranza assoluta del parlamento della Catalogna.

  1. Neppure la Costituzione italiana prevede il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Però il diritto internazionale prevede l’esercizio di tale diritto. Come è possibile risolvere questo nodo di alcune costituzioni che non garantiscono un esercizio democratico fondamentale ai propri cittadini?

Come ho già detto, se c’è volontà politica, perfino nelle costituzioni che non prevedono in maniera esplicita il diritto all’autodeterminazione dei popoli, si può arrivare a un accordo, come dimostra il caso del Quebec. Nelle costituzioni statali c’è una contraddizione palese rispetto della pratica politica degli Stati: non si riconosce il diritto all’autodeterminazione dentro il proprio Stato però lo si riconosce fuori. Questa è una pratica politica abituale. Il Congresso spagnolo, ad esempio, nel 2014 riconobbe lo Stato della Palestina. Riconosceva, quindi, in forma implicita il diritto  dell’autodeterminazione nello stesso tempo in cui negava il diritto all’autodeterminazione nei casi interni. In forma indiretta il diritto all’autodeterminazione lo riconoscono tutti gli Stati che incorporano nella legislazione il rispetto delle norme del diritto internazionale —ossia l’immensa maggioranza. In forma diretta, riconoscere il diritto di autodeterminazione alle minoranze interne di uno Stato è una pratica solita per ragioni ovvie, però molti Stati, quando devono spiegare perché sono indipendenti, basano la loro esistenza nell’invocazione legale del diritto di autodeterminazione stesso. Ci sono svariati Stati che riconoscono il diritto all’auto determinazione in forma esplicita nelle leggi nonostante che non lo facciano per Costituzione, come ad esempio: il Canada (che riconosce il diritto del Quebec), Danimarca (che lo riconosce per le isole Fær Øer e Groenlandia), la stessa Italia (che se non mi sbaglio riconosce all’Austria un ruolo di tutela rispetto al Sud Tirolo), Finlandia (che lo riconosce per le isole Aland) il Regno Unito (che lo riconosce a molti territori uniti dalla corona), Svizzera (che riconosce il diritto dei cantoni) o gli Stati Uniti (che hanno riconosciuto in alcune sentenze il diritto alla secessione). Pertanto siamo convinti che la comunità internazionale, se vince il sì nel nostro referendum per l’autodeterminazione, finirà per riconoscere l’indipendenza della Catalogna, giacché il diritto all’autodeterminazione dei popoli si considera giuridicamente come una norma imperativa, proprio come è stato ribadito in alcune sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e così come è rispecchiato nella carta delle Nazioni Unite.


Intervista originale in lingua catalana

  1.  Efectivament, el passat divendres el President del Govern de Catalunya va comunicar la pregunta i la data del Referèndum per la independència de Catalunya de l’Estat Espanyol, que serà: “Voleu que Catalunya sigui un Estat independent en forma de república?” (“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”) i que se celebrarà el proper 1 d’octubre.

Com hem arribat fins aquí? Evidentment Catalunya sempre ha volgut sentir-se còmoda, al llarg de la història, a l’intern de l’Estat Espanyol, de manera que es reconegués la nostra identitat històrica,lingüística i cultural. Però això mai no ha estat possible. Des de 1714, quan Catalunya va perdre la seva sobirania política, ha estat molt difícil l’encaix de la nació catalana a l’interior de l’Espanya. Hem de recordar, per exemple, que un gran poeta català com va ser Joan Maragall, va escriure l’any 1898 un poema titulat “Oda Espanya” en què ja es feia al·lusió a la insensibilitat de l’Espanya centralista respecte a les diferents nacionalitats presents a l’Estat Espanyol i les seves llengües:

Escolta, Espanya -la veu d’un fill
que parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra.
En aquesta llengua – pocs t’han parlat;
en altra, massa.

I acaba preguntant-se per què aquella Espanya centralista prefereix no escoltar la veu d’un dels seus pobles, com és el català, perquè margina i desantèn a un dels seus fills, com és Catalunya:

On ets, Espanya? – No et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!

Més d’un segle després, els catalans tenim la sensació que Espanya segueix sense voler-nos escoltar. Sense sentir la nostra veu i saber què en pensem i com ens sentim. I la negativa a fer el referèndum d’autodeterminació de Catalunya és un bon exemple. Sembla que el Govern espanyol no prefereixi ignorar què pensa la ciutadania de Catalunya sobre la relació política entre Catalunya i Espanya. Cosa que em sembla preocupant.

En la història recent, el moviment s’activa quan l’any 2010, una sentència del Tribunal Constitucional espanyol contra l’Estatut d’Autonomia de Catalunya de 2005, arran d’un recurs del Partido Popular, suposa una inflexió sense precedents i determina un punt de no retorn en la nostra relació amb l’Estat Espanyol. És trist, i mai no hagués hagut de succeir. L’Estatut fou elaborat i votat pel Parlament de Catalunya, després retocat i força rebaixat en el Congrés de Diputats Espanyol (fet que ens va doldre profundament a Catalunya) i després ratificat en referèndum pel poble de Catalunya, malgrat que per a molts de nosaltres era un mal menor. Així, com ja havia succeït en el passat, un Estatut d’Autonomia aprovat pel poble de Catalunya és retallat per Madrid, a través d’un Tribunal molt polititzat i controlat pel Govern espanyol.  Aquesta sentència va treure la paraula al ciutadans de Catalunya, i ens va fer entendre als catalans que l’única manera de ser una nació és tenir un estat propi, perquè dintre de l’Estat Espanyol ens hem adonat que no és possible.

  1. Això no és ben bé així. El Govern espanyol utilitza la Constitució Espanyola com una excusa per evitar conèixer l’opinió dels catalans sobre la seva relació política amb l’estat espanyol. Recentment més de 600 juristes catalans han signat un manifest que defensa que en el marc constitucional vigent i “en el marc del principi democràtic”, hi cap la possibilitat que la ciutadania “proposi alternatives expressades a través d’un procés democràtic”, com és el referèndum sobre la independència de Catalunya i que l’aplicació del seu resultat es pugui negociar amb els representants de l’estat. Allò que cal és voluntat política, però l’Estat Espanyol no té la voluntat política de saber què en pensen els ciutadans de Catalunya, possiblement perquè no li agrada la resposta. Potser s’hauria de preguntar perquè una gran majoria de catalans no se senten còmodes dintre d’Espanya, i en lloc de seduir-nos, de convencer-nos a quedar-no, que és bo continuar dintre d’Espanya, no deixa de dir-nos que no ens podem preguntar això, que la llei no ho permet, que és il·legal saaber què opina el poble de Catalunya. Això és profundament antidemocràtic, ja que els catalans pensem que la democràcia ha d’estar per sobre de la legalitat, i l’estat de dret té instruments suficients per demostrar la legalitat del referendum convocat pel president Puigdemont i que és avalat per la majoria absoluta del Parlament de Catalunya.

3. Com t’he dit, si hi ha voluntat política, fins i tot en les constitucions que no preveuen de manera explícita el dret d’autodeterminació dels pobles, es pot arribar a un acord, com demostra el cas del Quebec.  A les constitucions estatals hi ha una contradicció flagrant respecte de la pràctica política dels estats: no es reconeix el dret d’autodeterminació dins el propi estat però sí que es reconeix fora. Aquesta és una pràctica política habitual. El congrés espanyol, per exemple, el 2014 va reconèixer l’estat de Palestina. Reconeixia, per tant, de forma implícita el dret de l’autodeterminació al mateix temps que negava el dret d’autodeterminació per als casos interns. De forma indirecta el dret d’autodeterminació el reconeixen tots els estats que incorporen a la legislació el respecte de les normes del dret internacional —o sigui la immensa majoria. De forma directa, reconèixer el dret d’autodeterminació a les minories internes d’un estat no és una pràctica habitual per raons òbvies, però molts estats a l’hora d’explicar perquè són independents basen la seva existència en la invocació legal al dret d’autodeterminació mateix. Hi ha més estats que reconeixen el dret d’autodeterminació de forma explícita a les lleis encara que no ho facin a la constitució, com ara: el Canadà (que reconeix el dret del Quebec), Dinamarca (que el reconeix per a les illes Fèroe i Grenlàndia), la mateixa Itàlia (que si no estic equivocat reconeix a Àustria un paper de tutela respecte del Tirol del Sud), Finlàndia (que el reconeix per a les illes Aland), el Regne Unit (que reconeix el dret d’autodeterminació a molts dels territoris units per la corona), Suïssa (que reconeix el dret d’autodeterminació dels cantons) o els Estats Units (que ha reconegut en unes quantes sentències el dret de secessió). Per tant, estem convençuts que la comunitat internacional, i guanya el Sí en el nostre referèndum d’autodeterminació, acabarà reconeixent la independència de Catalunya, ja que El dret d’autodeterminació dels pobles es considera jurídicament una norma imperativa, tal com ha estat remarcat a unes quantes sentències de la Cort Internacional de Justícia i tal com és reflectit a la carta de les Nacions Unides.

 

 

G7 trasporti in Sardegna. Non è uno scherzo!

Il vertice G7 dei trasporti in Sardegna? No, non è un titolo di Lercio e non è nemmeno uno scherzo o una bufala, bensì una notizia  ufficiale. I sette paesi più industrializzati del mondo (o almeno così si autoproclamano) si incontreranno in Sardegna per discutere di trasporti. Sì, proprio la Sardegna che «vanta il primato di inefficienza nei trasporti avrà ‘l’onore’ di ospitare a Cagliari il 21 e 22 giugno i ministri G7 dei trasporti e i loro accompagnatori! Il governo italiano, mentre rinvia ancora “il piano nazionale contro la povertà”, spenderà per gli “aspetti logistici-protocollari” e per “aspetti di sicurezza”circa 50 milioni di euro! Quanto sperpero di denaro pubblico! Quanti nuovi posti di lavoro andati in fumo! Intanto le maggiori compagnie aeree italiane, Alitalia e Meridiana, diventano un buon bocconcino per Arabia Saudita e Qatar».

A lanciare il grido d’allarme e di indignazione è il Cagliari Social Forum che ha organizzato anche un comitato d’accoglienza megafono in pugno per opporsi a quella che ritiene una provocazione a tutti gli effetti:

«Una beffa crudele per noi sardi (…) – proseguono gli attivisti – ma di che trasporto avveniristico e sostenibile parliamo? Restiamo con i piedi per terra: in Sardegna non c’è una rete di collegamento ferroviario, se si esclude in parte la linea Cagliari-Sassari. Per il resto non vengono neanche garantite le corse quotidiane per i pendolari. I trasporti ferrati interni sono totalmente inesistenti. Le strade principali di comunicazione, 130, 131, 554,etc. sono diventate pericolosissime e sono un cantiere perenne. I paesi dell’interno, dove mancano quasi tutti i servizi indispensabili, sono collegati malissimo con gli altri centri; viene così negato ai suoi abitanti l’accesso a servizi fondamentali, come scuole, ospedali, farmacia, uffici, etc.. Si realizza in questo modo l’esclusione sociale soprattutto delle figure più deboli, come invalidi, bambini, malati e anziani e, mancando anche il lavoro, si determina lo spopolamento di tali ‘esotici’ piccoli centri».

Ma le motivazioni della protesta travalicano i confini dell’isola e guardano anche a tematiche più generali: «E quanto le politiche dei trasporti decise dai “grandi” influiranno sul clima? Potrebbero creare nuovi disastri ambientali che costringeranno centinaia di migliaia di persone ad emigrare. Si risponderà ancora ai loro bisogni con politiche di deportazione e di respingimento?  Che ruolo avranno in tutto questo i nostri governanti locali? Spereranno anche loro nelle briciole?
I gravi problemi del mondo non si risolvono con dei proclami e delle parole d’ordine ( green economy.. e sostenibilità) o degli specchietti e perline per gli indigeni

Il concentramento è previsto martedì 20 a Cagliari in piazza Garibaldi alle ore 18.30

Tempio: presentazione del dossier sul PISQ

Oggi nell’Aula Magna della Biblioteca G.M. Dettori di Tempio Pausania, il Fronte Indipendentista Unidu ha presentato il 1° Dossier sul Poligono d’Addestramento Interforze del Salto di Quirra (PISQ). Il documento è stato realizzato dal Tavolo di lavoro “Economia, salute, ambiente, territorio” del movimento A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna.

E’ stata ospitata a Tempio la presentazione del lavoro svolto negli ultimi mesi, anche in vista del successivo appuntamento che si è svolto a Cagliari il 2 giugno 2017: una lunga giornata di sensibilizzazione e partecipazione popolare con A Foras Fest.

Il Dossier sul PISQ è stato realizzato per la manifestazione del 28 aprile 2017, “Sa Die de sa Sardigna contra s’ocupatzione militare”, lanciata da A Foras proprio a Quirra. Il lavoro è il frutto dell’impegno di decine di militanti attivi in A Foras che hanno partecipato nel corso dei mesi al Tavolo di lavoro citato, uno dei vari ambiti di studio e approfondimento.

Sono sei in tutto i Tavoli di lavoro che si occupano a 360° del tema della militarizzazione della Sardegna. Dal Tavolo Scuola e Università a quello dedicato al DASS – Distretto Aerospaziale della Sardegna, passando per l’RWM, la fabbrica di armamenti di Domusnovas nota per rifornire prevalentemente l’Arabia Saudita impegnata nell’aggressione allo Yemen.

Il Dossier PISQ è stato illustrato da Michele Salis, militante di A Foras che ha curato la parte riguardante le ricadute economiche, oltre alla revisione complessiva dell’intero Dossier, e da Luigi Piga, del Fronte Indipendentista Unidu, che si è occupato della parte storica e demografica.

Inoltre, sono stati presentati e dibattuti anche gli altri capitoli del Dossier PISQ: il procedimento penale in corso a Lanusei “Veleni di Quirra” e il richiamato progetto DASS.

La presentazione è stata ripresa a  cura di Radio Tele Gallura ed è in programmazione su RTG per una settimana. Oggi a partire dalle ore 19:35.

Tempio, Dossier PISQ: video presentazione Biblioteca G.M. Dettori (22/05/2017)

Gli indipendentisti: “fuori il Qatar dalla Sardegna”!

La bandiera della petro-monarchia assolutistica del Qatar

Domani, martedì 13 giugno, alle ore 10 del mattino gli indipendentisti che aderiscono al progetto “Pro s’Alternativa Natzionale”, si daranno appuntamento in viale Trento a Cagliari, sotto la presidenza della Regione Autonoma della Sardegna. Il motivo della contestazione è la fitta rete di affari che lega la Regione governata dagli ultra centralisti del Partito Democratico, dai “sovranisti” del Partito dei sardi e da altre liste collaterali, alla Qatar foundation.

Il Qatar è al centro di una bagarre internazionale che verte sui suoi rapporti economici e politici con il terrorismo salafita e jihadista e gli indipendentisti – che da sempre hanno denunciato la cosa – domani hanno deciso di organizzare una mobilitazione:  ” in Sardegna – scrivono gli organizzatori in un documento stampa –  già da alcuni anni singoli intellettuali e movimenti democratici, indipendentisti e civici, denunciano l’ambigua politica di investimenti che alcuni emirati del Golfo e principalmente il Qatar portano avanti sul nostro territorio.
L’acquisizione del Mater Olbia e di Meridiana da parte della Qatar Foundation rappresentano solo la punta dell’iceberg di questo fenomeno.
Ci preoccupa l’accondiscendenza e il silenzio che le istituzioni locali sarde hanno dimostrato nei confronti di questi investimenti, creando addirittura un binario preferenziale per il Mater Olbia, e con ciò sottraendo risorse pubbliche e posti letto ai territori sardi.


È da tempo – continuano gli indipendentisti – che gli analisti e gli osservatori indipendenti della politica internazionale hanno messo in guardia l’opinione pubblica mondiale sugli strettissimi rapporti del Qatar, e non solo di questo emirato, con gli ambienti jihadisti che, ammantando di motivazioni religiose il proprio operato, portano a termine i più efferati atti di terrorismo con l’intento di gettare il mondo nel caos.
La destabilizzazione degli Stati e delle Regioni di rilevanza geopolitica a livello internazionale è strettamente legata all’azione che le multinazionali nell’era della globalizzazione stanno portando avanti per accaparrarsi ancora una volta le risorse ambientali ed energetiche strategiche e usando i popoli come manodopera a basso costo.
Queste politiche impediscono non solo la stabilità e la pace nel mondo, ma contribuiscono ad aggravare le disuguaglianze che sono alla base del reclutamento della manovalanza Jihadista.
C’è da chiederci fino a che punto la classe politica sarda, in modo trasversale, sia disinformata su questi processi internazionali. Se invece è informata e tace, chiediamo esplicitamente quali siano le motivazioni e gli interessi che hanno generato questa accondiscendenza.
Che non raccontino ai sardi ancora una volta che l’operazione Mater Olbia, finanziata dalle nostre casse, è stata fatta per creare occupazione in loco. Tutto ciò mentre gli ospedali pubblici dei nostri territori disagiati sono a rischio di chiusura.

Come espressioni politiche indipendentiste e civiche che fanno riferimento a Sa Mesa pro s’Alternativa Natzionale – concludono le organizzazioni compenti il cartello indipendentista – osserviamo le sempre maggiori tensioni nel Medio Oriente, soprattutto dopo l’annuncio del governo statunitense di creare una sorta di “NATO Araba”. Precisiamo che gli stessi Paesi che oggi accusano il Qatar sono artefici di grosse violazioni dei diritti umani e politiche estere aggressive, tra i quali spicca certamente l’Arabia Saudita.


Questo contesto ci inquieta e ci allarma: non possiamo permettere che la presenza del Qatar in Sardegna, sempre più massiccia e invadente, aggiunga pericolose dipendenze alla già disastrosa dipendenza italiana.
Al fine di dare un chiaro segnale di dissenso e discontinuità verso la politica doppiamente succursalista del governo Pigliaru e dei suoi sostenitori, chiamiano i cittadini sardi alla mobilitazione davanti la sede della Presidenza della Regione Sardegna in data 13/06/2017“.

Legge elettorale e sciovinismo italiano

di Andrìa Pili

Riguardo la legge elettorale il M5S si è rivelato ancora una volta come un populismo di Destra, riguardo i toni con cui ha discusso l’emendamento per estendere il proporzionale su base statale anche al Trentino Alto Adige, voluto dalla nota sciovinista italiana antitedesca Micaela Biancofiore (andatevi a leggere il resoconto stenografico del suo discorso parlamentare QUI, c’è da vomitare).

“Noi oggi stiamo discutendo, cercando di emendare e modificare, ma stiamo discutendo una legge elettorale proporzionale per l’Italia, per il Paese Italia (…) È come se il Trentino Alto Adige non fosse quasi Italia. Ora, io penso, anzi, sono orgoglioso del fatto che il Trentino Alto Adige sia Italia e, proprio per questo, penso che dovremmo capire come mai una legge elettorale che dà dei diritti agli italiani nell’esercizio del loro voto sia diversa per una piccola area del nostro territorio italiano (Riccardo Fraccaro).

“Far saltare tutto per il Trentino Alto Adige”
(Beppe Grillo);

“Da irresponsabili far cadere la legge elettorale per colpa del Trentino” (Roberto Fico).

Insomma, una questione seria – come la rappresentanza delle “minoranze linguistiche” in Parlamento, io direi il riconoscimento della presenza di nazionalità altre rispetto a quella italiana, è stato trattato o come un privilegio o come una piccola questione di cui si può fare a meno.

Anche MDP e Sinistra Italiana hanno votato l’emendamento Biancofiore, il quale ha fatto saltare l’accordo tra il PD e il M5S sull’approvazione di una legge elettorale condivisa. Chiaramente al PD interessa solo mantenere il rapporto di alleanza con il Sudtirol Volkspartei e la discussione pro o contro questo emendamento si è soffermato sui collegi uninominali che garantiscono a questo partito di fare incetta di deputati nella provincia di Bolzano (4 su 4 “per tradizione, e ora per diritto” secondo il deputato di SI Kronbichler, il quale fu eletto nel 2013 grazie alla coalizione con SVP e PD, malgrado SEL avesse preso solo il 3.8% in Trentino Alto Adige, mentre i nazionalisti di Die Freiheitlitchen non ebbero alcun deputato pur con l’8% dei voti… per dire, ogni legge elettorale è criticabile). Per quanto ciò possa essere discutibile, ritengo molto più grave “risolverlo” in negativo, cioè favorendo – nella provincia di Bolzano – un candidato il cui partito supera il 5% in tutto lo Stato contro uno, entro il partito riferimento principale della comunità tedesca, che nello stesso prende almeno il 45% dei voti.

Polìtica

DASS: A FENOSU CON IL RAMO MILITARE DELL’AIRBUS?

“Avevamo promesso che avremmo smentito Giacomo Cao e così è stato”.

Domenica 4 giugno il Comitato No Basi – Oristano ha presentato il dossier sul Distretto Aerospaziale della Sardegna elaborato dai ragazzi e le ragazze del Comitato Studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna, in cui vengono messi in luce i rapporti tra industria militare e DASS.

Riportiamo di seguito il succo delle argomentazioni svolte domenica e infine delle interessanti dichiarazioni dell’amministratore delegato di Nurjana Technologies su Fenosu dell’estate 2016.

Dire che il DASS non ha alcun rapporto con l’industria e la ricerca militare, come ha fatto Cao il 21 aprile sulle pagine di Oristano della Nuova Sardegna, è assurdo. Ecco le parole di Cao: “I nostri soci e i nostri progetti per 230milioni di euro si svolgono esclusivamente a fini civili”. Iniziamo dai soci: il dossier mette in evidenza come “Aermatica Spa, Avio Spa, Centro Sviluppo Materiali, Intecs Spa, Nurjana Technologies Srl, Poema Srl, Vitrociset Spa siano tutte a vario titolo coinvolte nell’industria dello sviluppo di sistemi d’arma, chi producendo componentistica il cui utilizzo finale può essere utilizzato indifferentemente in ambito civile e militare, chi mediante l’offerta di servizi informatici per la gestione delle complesse tecnologie elettroniche integrate nei sistemi d’arma stessi, chi direttamente mediante l’assemblaggio e la produzione di sistemi d’arma completi. Sebbene il DASS non sia attualmente direttamente coinvolto nei progetti legati al settore difesa di queste aziende, la contiguità e lo scambio di competenze rimangono ovvi, e l’utilizzo finale dei prodotti della ricerca, d’altra parte, rimane nemmeno troppo occulto, in particolare per quel che riguarda lo sviluppo dei droni e dei sistemi di tracciamento satellitare (le cui finalità militari sono di per sé evidenti)”.

Veniamo ora ai progetti di ricerca:

I razzi VEGA

Si tratta di un vettore europeo per il lancio di piccoli satelliti che ha avuto fondamentali momenti di sviluppo proprio nell’area del Poligono di Quirra. “In particolare al PISQ sono stati svolti i test a terra per il secondo e terzo stadio del lanciatore VEGA, nel 2005 e nel 2008. Il mancato utilizzo successivo delle rampe del PISQ nelle sperimentazioni del VEGA è dovuto al sequestro dell’area nel corso dell’inchiesta intentata dalla procura di Lanusei per disastro ambientale. Queste attività sono infatti fortemente impattanti dal punto di vista ambientale, come evidenziato dalla lettera aperta pubblicata il 15/09/2015 dal professore del Politecnico di Torino Massimo Zucchetti e firmata da diversi ricercatori e docenti universitari impegnati come consulenti scientifici sulla questione PISQ, in occasione della ventilata ipotesi di un trasferimento della sperimentazione del VEGA nell’area industriale di Porto Torres (la lettera è disponibile in internet e ne consigliamo la lettura al link: http://ilmanifesto.info/storia/non-riprovateci/)”.
I razzi VEGA sono stati utilizzati inoltre dalla Aeronautica Militare Turca per lanciare in orbita il satellite militare Gokturk-1 “equipaggiato con un sensore ottico in grado di generare immagini ad alta risoluzione da qualsiasi luogo della terra per usi sia militari che civili”. Non è difficile immaginare l’utilizzo di questo satellite nel contesto della guerra interna contro l’opposizione curda nel sud-est della Turchia e nel contesto del conflitto siriano. Siamo qui nel nocciolo dell’ipocrisia sottesa alla nozione di dual use, fingere che tutte le azioni di supporto logistico, produzione, sorveglianza, ricognizione, siano distinte dal contesto della distruzione bellica e delle vittime umane che produce”.

Droni

Recita il dossier a questo proposito: “Venendo alle operazioni in cui è già coinvolto direttamente il DASS, recentemente è stato stabilito un accordo con la Piaggio Aero Industries, per validare l’utilizzo del drone MALE Hammerhead P-1HH come veicolo postale. Questo drone è descritto così sul sito internet a lui dedicato dal costruttore: <<Il P1HH HammerHead è adatto per un vasto raggio di missioni ISR (Intelligence Surveillance Reconnaissance), di Difesa e Sicurezza, e definisce una flessibilità nei ruoli di missione insuperata e fissa una nuova frontiera di Concetto di Operazione per la Difesa>>; nelle intenzioni dell’azienda il P-1HH dovrebbe entrare in concorrenza con il Predator americano, comunemente usato nei teatri di guerra. Attualmente ne sono stati venduti 8 esemplari agli Emirati Arabi Uniti, paese attualmente impegnato in campagne belliche in Libia, Siria e Yemen (e in una vasta campagna di armamento), che dal 2014 controlla Piaggio Aero Industries mediante la sua società Mubadala Development Company. Questo drone è stato testato al PISQ per tutti gli ultimi mesi del 2016 in esercitazioni a fuoco, come è indicato molto chiaramente nel Programma addestrativo del PISQ fornito alle autorità regionali il 4 maggio del 2016, la validazione per uso postale è un puro e semplice specchietto per le allodole, al più servirà ad allargare il mercato per un prodotto la cui finalità prioritaria è chiaramente militare, ed è probabilmente solo un tentativo disperato di aiutare la Piaggio Aero Industries ad uscire dalla crisi nera in cui l’ha gettata proprio la svolta militarista sancita dallo sviluppo del P-1HH, con il risultato invidiabile di 132 dipendenti in cassa integrazione, un piano industriale che da mesi non si riesce ad approvare e bilanci in passivo, da anni, per decine di milioni di euro.”

Tante altre sono le questioni che affronta il dossier, ma questa è solo un’anticipazione che punta a dimostrare come le affermazioni di Cao siano completamente slegate dalla realtà, tutte le altre saranno disponibili quando avverrà la pubblicazione del dossier.

Il PISQ

Cao sulla Nuova del 21 aprile nega che il DASS punti ad acquisire la gestione del Poligono di Quirra ed in effetti qua va sottolineato che è la Regione, e non il DASS, a far trasparire in numerosi passaggi questa volontà. La strategia politica della RAS sulla questione dell’occupazione militare della Sardegna punta alla progressiva riduzione delle aree di Capo Frasca e di Capo Teulada e nell’utilizzo del PISQ come centro per lo sviluppo dell’industria aerospaziale. Ora, questo implica chiaramente il coinvolgimento da protagonista del DASS, di cui fra l’altro la Regione è socia attraverso la partecipazione di CRS4 e Sardegna Ricerche. Questo spiega anche perché Raffaele Paci abbia svolto assemblee in ogni paese del Sarrabus per promuovere il Distretto Aerospaziale. Ciò che noi contestiamo è che l’aerospaziale sia una vera riqualificazione per Quirra: in realtà viene presentato con una nuova etichetta ciò che si è sempre fatto nel PISQ.

FENOSU E AIRBUS DEFENCE AND SPACE

Infine il lavoro di ricerca dei ragazzi e delle ragazze del Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna ha permesso di trovare un documento del DASS dove si parla di Fenosu. Si tratta della brochure di presentazione del DASS (http://www.dassardegna.eu/wp-
content/uploads/2017/05/Brochure_DASS_29-05-2017.pdf). A pagina 26 viene riportato un articolo del 7 luglio 2016 dell’edizione cagliaritana della Nuova Sardegna, in cui viene presentato con grande clamore un accordo riguardo lo sviluppo di un sistema di localizzazione definito Sistema Inerziale, fra il Distretto Aerospaziale e la società Airbus Defence and Space, ossia il ramo militare di Airbus. Il Sistema Inerziale fondamentalmente serve a individuare con grande precisione la posizione di un velivolo in qualsiasi momento, laddove il GPS ha invece necessità della copertura satellitare: è qualcosa che già si applica alle navi e ai veicoli terrestri, ma che nel campo aeronautico ha bisogno di ulteriori studi. Sicuramente una volta sviluppato può essere applicato a tutti i tipi di velivoli, compresi quelli militari, nonché ai missili. E i dubbi sul rapporto tra questo progetto e l’industria militare diventano insostenibili quando appunto entra in gioco la Airbus Defence and Space che produce soprattutto aerei militari. Fenosu è citato non nelle dichiarazioni di Cao, ma in quelle di Pietro Andronico, amministratore delegato di Nurjana Technologies, (che insieme ad Aeronike e DASS costituisce il raggruppamento temporaneo di imprese che ha acquistato la SOGEAOR), con un passato in Vitrociset e con esperienza nel ramo della tecnologia e ricerca militare come facilmente visibile dal suo profilo Linkedn. Andronico dichiara: “l’ipotesi è quella di appoggiarsi agli aeroporti di Fenosu e di Tortolì. Questo Cao si è dimenticato di dirlo nelle dichiarazioni alla Nuova del 21 aprile scorso – non sappiamo perché – ma in ogni caso questo piccolo accenno è presente nella brochure del DASS aggiornata al 29 maggio scorso il che ci lascia pensare che il progetto sia ancora in piedi e che l’acquisto della SOGEAOR sia avvenuto in vista di questo obiettivo, vista anche la coincidenza temporale. Purtroppo cosa ci sia in questo accordo fra Airbus Defence and Space e DASS non possiamo saperlo, si tratta di una scrittura fra società di diritto privato, ma ci sia permesso di esprimere qualche dubbio. Se c’è di mezzo Airbus Defence and Space è evidente come la realizzazione di questo sistema inerziale verrà applicata anche agli aerei militari: perché altrimenti avrebbe dovuto investire il ramo militare di Airbus e non quello civile? E allora Cao, se vuole convincerci, deve mostrare l’accordo con Airbus e dimostrare che non ci sarà alcuna implicazione militare; inoltre continuiamo a chiederci quale sarà la ricaduta occupazione e in generale economica sul territorio oristanese con progetti di questo tipo e anche qua vorremmo vedere delle risposte da parte di Cao e degli enti pubblici coinvolti nella svendita della SOGEAOR.

Comitato No Basi – Oristano