Il socialismo bolivariano contro oligarchi e USA – di Marco Piccinelli

*di Marco Piccinelli

Un murale in ricordo del presidente Ugo Chavez, fondatore del bolivarismo moderno

Caracas, venerdì 28 Luglio ore 14:00 locali, 20:00 ora italiana: il giorno dopo il comizio conclusivo del Presidente Nicolàs Maduro, raggiungiamo telefonicamente Geraldina Colotti, giornalista che si trova in Venezuela per testimoniare quanto sta accadendo prima del voto della Costituente previsto per domani, domenica 30.

Di seguito, dunque, l’intervista esclusiva che la redazione di La Riscossa ha realizzato.

  • Si sono viste manifestazioni pro-Costituente e i media occidentali, come sappiamo, trasmettono quotidianamente notizie di “guerriglia”. Qual è il clima che si respira in Venezuela?

«Sembra di vedere due paesi diversi, se teniamo anche conto dell’immagine che viene fornita dai media occidentali, completamente distorta, ad uso e consumo di un processo che vuole screditare da moltissimo tempo la legittimità del Governo Bolivariano del Venezuela. Questa delegittimazione, ovviamente, ha un fine: dire che il Socialismo, foss’anche quello di matrice umanista, cristiana come si definisce quello Bolivariano, ha fallito ed è portatore di miseria, povertà e insicurezza per le masse popolari. Dunque avallando, in buona sostanza, le pratiche eversive che sta portando avanti l’opposizione venezuelana: la “guerriglia”, sostanzialmente, s’è intensificata da 3 mesi a questa parte, ha provocato oltre 300 morti, ed è, sempre per i media occidentali, “la reazione legittima contro una dittatura che non lascia spazio neanche al dissenso”. Dissenso, insomma, che ne avrebbe ben donde per le ragioni che ho espresso prima. Questa è la versione generale da propaganda di guerra che si sta diffondendo in questa fase.

Ci sono, effettivamente, delle zone popolate da classi medie e medio-alte che sono da sempre teatro di queste violenze a partire dal colpo di Stato del 2002 contro Chavez, proseguendo con la serrata petrolifera, fino alle ‘guarimbas’ di qualche anno fa. Le questione che è rimbalzata ancor di più sui giornali occidentali è stata, poi, la vicenda di un altro tipo di rivolta, quella militare (tecnicamente nda) di quel gruppo di ufficiali golpisti dell’esercito, in Plaza Altamira, la stessa piazza epicentro dove abbiamo visto ricomparire il poliziotto (che aveva rubato l’elicottero da cui aveva lanciato granate sugli edifici pubblici) il quale ha inneggiato al golpe. Tuttavia, stavolta, lo Stato Maggiore dell’Esercito Bolivariano, Vladimir Padrino Lopez, ha risposto a tono ribadendo più volte ciò che ha detto Chavez per rigettare l’arroganza delle sanzioni nordamericane, le quali hanno colpito 13 funzionari del Governo. La pratica delle sanzioni, c’è da dire, è stata ‘inaugurata’ da Obama, portando come motivazione quella del “Venezuela come minaccia nei confronti degli Stati Uniti”. Padrino Lopez ha rigettato, per l’appunto, questa arroganza rispondendo alla comunità internazionale che “non si costruisce una comunità internazionale con le bombe ma con il rispetto della dignità dei popoli e del popolo venezuelano in particolare”.

  • Che è anche quello che ha risposto il Presidente Maduro alle affermazioni della Mogherini.

«Sì, esattamente».

  • Le proteste che vengono propagate da tutti i media occidentali e statunitensi sono concentrate a Caracas, così com’è stato per gli episodi di tre anni fa, oppure l’estensione è maggiore?

Una delle tanti manifestazioni in sostegno al bolivarismo, contro le violente opposizioni delle destre filo USA

«È bene precisare questo: mentre a Caracas avviene quanto sopra menzionato, tutto il resto del Paese produce, lavora tranquillamente in serenità, come se ci fossero ‘due paesi’ , come ho detto prima. Gli scontri, in ogni caso, si verificano tanto nei quartieri medio-alti di Caracas quanto in alcuni altri di determinate Regioni governate dall’opposizione. Anzi, sarebbe più corretto dire “di municipalità governate dall’opposizione”, soprattutto nel Tàchira (al confine con la Colombia nda) in cui c’è un Governatore ‘chavista’  ma si verifica un ‘traffico’ con la Colombia, grazie a gruppi paramilitari, in termini di mercato nero, alimentare, del petrolio che sfruttano in funzione antibolivariana».

  • Prima di tornare sulla questione della guerra alimentare, però, è bene parlare del voto della Costituyente di domenica 30 (oggi. n.d.R.). Tecnicamente, come si voterà e su cos’è il voto di dopodomani?

«È un’esperienza straordinaria vivere questa fase politica e storica. Intanto per la passione che ci mettono i compagni venezuelani che militano e partecipano in favore della Costituyente e, anche per chi ha poca dimestichezza con le pratiche democratiche come la sottoscritta, ci si rende conto che l’esercizio democratico non è un feticcio e viene preso molto sul serio perché è la forma attraverso cui si esprime ripetutamente la democrazia partecipata e protagonista, che è l’asse centrale della Costituzione Bolivariana. C’è, quindi, una marea di giovani e di persone molto preparate che lavorano a questo sistema elettorale che è stato considerato da tutti gli osservatori internazionali quasi perfetto, “a prova di frodi”, uno dei migliori al mondo. Il che, tra l’altro, illumina meglio quale sia la strategia dell’opposizione che quando vince, e lo fa attraverso questo sistema elettorale, se ne guarda bene dal protestare; quando, al contrario perde, comincia a gridare alla frode. Addirittura Capriles Radonski, leader dell’opposizione chiese il riconteggio manuale dei voti: una cosa completamente demenziale, dato che è un sistema totalmente elettronico e informatizzato. Sarebbe lunghissimo da spiegare, dico solo un paio di cose significative a riguardo: in primis, per garantire l’effettiva veridicità e validità del voto, il Governo venezuelano s’è dotato di sofisticati software di riscontro interno del voto e, a differenza degli USA, dove pure vige un sistema automatizzato del voto, qui c’è un doppio riscontro, tanto con ricevuta cartacea del voto effettuato quanto con l’impronta digitale dopo aver votato.

Dunque il conteggio del voto procede in maniera molto rapida. Questa, inoltre, non è una tornata elettorale tradizionale: durante le elezioni presidenziali, ad esempio, ci sono giorni e giorni di prove del sistema e di verifiche meccaniche (e ‘umane’) incrociate con tutti i partiti, per far sì che non ci possano essere falle nel sistema di voto.

Con questo sistema i risultati si conoscono prestissimo, tuttavia per le elezioni della costituente le urne rimarranno aperte fino a quando c’è gente ai seggi, diciamo, anche se di norma c’è un’orario di chiusura (16:00 o 18:00). Ovviamente, questa non è una elezione tradizionale, come dicevo prima, è un’elezione di cittadini, ci sono persone che si iscrivono come rappresentanti di un comune, o dei pensionati, ad esempio, dunque possono esserci anche rappresentanti dell’opposizione, qualora dovessero venir eletti. Non a caso a monte di tutto questo c’è il Poder Popular, che nel senso più ampio e più forte del termine, è l’istanza che presiede non solo alla Costituzione Bolivariana ma è l’essenza originaria della stessa. Un po’ come successe nella Comune di Parigi e i presupposti sono simili: non già quello di azzerare l’avanzatissima costituzione Bolivariana bensì ampliarne lo spettro dei diritti, che nel corso di questi anni sono stati acquisiti ma che non potevano essere contemplati nel testo originario, dato che è stato frutto di una mediazione in cui le parti in causa erano molte, come la chiesa cattolica. Proprio la chiesa cattolica venezuelana sta facendo ‘il diavolo a 4’ e rappresentano un vero e proprio partito di guerra, sceso pesantemente in campo contro lo Stato, disobbedendo agli ordini di Papa Bergoglio che aveva chiesto di disinnescare le violenze ai tremendi vescovi che furono insediati da Wojtila. Il voto, comunque, è un sistema che mette in moto un processo lungo, quello della Costituente, che poi dovrà essere votato tramite referendum popolare».

  • Questa, insomma, non è e non sarà l’unica elezione per la Costituente, dunque? Spiegaci un po’ qual è ‘l’oggetto del contendere’ e com’è strutturato il voto per la Costituente.

«Intanto ci sono 543 candidati per liste, individuali (pensionati, operai, etc). Dopodiché ogni comune, a seconda della grandezza, ha la possibilità di eleggere un certo numero di candidati. Tutti questi candidati verranno votati in questo voto di domani, uno di lista e l’altro individuale, e saranno quelli che faranno parte dei 543 costituenti che metteranno in moto tale meccanismo. Questo ‘motore’ che si mette in moto, ovviamente, non si sa quanto potrà durare: può anche darsi che ci vogliano 6 mesi e inizierà un dibattito per ambiti (ad es. la terra, la pesca, la questione di genere, la diversificazione dell’economia e così via) portando nei dibattiti tutte le esperienze di autogoverno che ci  sono state nel corso degli anni e che hanno rappresentato il vero anticorpo alla guerra economica. Il Venezuela, insomma, vuole intraprendere quello che non ha compiuto precedentemente, ovvero, il ribaltamento dei rapporti di produzione. L’architrave dello stato borghese nel corso del tempo non è stato modificato, nei fatti, dal Venezuela: è stata appena intaccata da un processo interno di sviluppo e contro potere che ha innescato il chavismo, il quale a sua volta ha messo in moto diverse politiche che hanno drenato risorse attraverso le ‘misiones sociales’ direttamente dall’esecutivo socialista ai consigli comunali, molti dei quali si sono federati in ‘comunas’. Gli eletti che dovranno dibattere dei temi sopra citati, ovviamente, dovranno riportare la discussione nel Paese, come se fosse una ‘grande Agorà’, come s’è sempre fatto in Venezuela».

  • Sentendoti parlare cade pezzo dopo pezzo la tesi occidentale di Maduro “dittatore”…

«Ma quale “dittatore” rimanderebbe nelle mani del popolo ogni tipo di decisione rispetto a quanto costruito fino ad oggi? Ma quale dittatura, poi, permetterebbe a queste destre di continuare impunemente come stanno facendo, fino al punto da ardere vivi essere umani perché chavisti, sono oltre trenta le persone bruciate a la Ku Klux Klan. Quale “dittatura” avrebbe permesso una consultazione, fatta passare per plebiscito, che si è svolta in modo illegale e arbitrario dalle destre?»

  • Che ha visto, documentate, prove di falsificazione della consultazione stessa come i voti multipli…

«Esattamente! Un voto con le solite truffe della solita opposizione, ecco, la quale ha provveduto subito, ancora prima che si chiudessero i seggi, a comunicare di aver raggiunto la cifra di sette milioni di voti».

  • Meno di quelli che ha preso Capriles alle elezioni Presidenziali, in ogni caso.

«Si, tra l’altro. Oltretutto, quello che hanno fatto, dopo aver comunicato i ‘risultati’ alla stampa internazionale, hanno bruciato tutte le schede. C’è di più: i calcoli, tra l’altro, hanno mostrato che neanche se ogni elettore fosse stato ‘un fulmine’ e si fosse precipitato da un “seggio” all’altro e avesse votato “alla velocità della luce” si sarebbero raggiunti quei numeri. La consultazione convocata dalla MUD è stata, in sostanza, abbastanza demenziale».

  • Certo è che un “sistema dittatoriale” non concede elezioni così frequentemente, né le perde, per altro.

«Sì, ed è proprio questo il punto: 18 anni di Venezuela Bolivariano non sono molti, nell’arco della Storia di un Paese, per far sì che si stabilizzi uno Stato, calcolando anche che l’inflazione indotta dalla guerra economica, etc. Per tutta una prima fase del chavismo i soldi derivanti dalla nazionalizzazione e statalizzazione del petrolio sono stati usati soprattutto per saldare l’enorme e centenario “debito sociale” nei confronti degli indigeni, delle categorie che non avevano nulla da mangiare né tanto meno un documento di identità, per dire. Poi, ovviamente, s’è verificato il colpo di Stato contro Chavez nel 2000 e l’economia era stata ridotta allo zero assoluto dopo la serrata petrolifera. Tutti i tentativi di diversificazione dell’economia da parte del chavismo hanno prodotto dei risultati: sono andati avanti, pur con mille storture, perché un processo come quello bolivariano sperimenta senza avere il controllo totale dei mezzi di produzione, e quello che s’è fatto è stato tantissimo. Quando uno Stato, poi, ha una percentuale di persone che si triplica, rispetto ai bisogni e che può accedere a qualsiasi tipo di consumi, che prima non riusciva a consumare neanche un pasto e ora ne riesce a sostenerne tre e in cui le case popolari costruite grazie alla ‘mision vivenda’ sono state addirittura 1.700.000…»

  • Dunque in sostanza dici che sono cambiati i parametri del Paese?

«Certamente: sono cambiati i parametri rispetto ad un Paese che sta cominciando a rimettere in piedi un’economia ma su altri terreni e, costantemente, con un sabotaggio mostruoso incrementato a dismisura negli ultimi anni. Tale sabotaggio ha colpito, come prima dicevo, il settore alimentare, ovvero i bisogni primari delle masse».

  • In Italia s’era arrivati al punto che qualsiasi media, sia stato un sito internet o un quotidiano, come ben sai, parlava di Venezuela nel caos perché i beni di prima necessità erano irreperibili, com’è avvenuta la guerra economica e su quali basi si poggiava?

«Innanzitutto il sistema di distribuzione non è nelle mani statali ma private. O meglio, la piccola produzione agricola, quella che fa mettere insieme più agricoltori formando una cooperativa ha una sua distribuzione, facendo vendere ai mercati la propria merce, quando questo non può avvenire per un motivo o per un altro, si deve ricorrere alle grandi compagnie di distribuzione. Ne esistono di statali ma sono la minor parte rispetto alla quasi totalità che è in mani di privati. Si è verificato di tutto, come si può ben immaginare, dalle tangenti agli “accaparramenti”: per anni i grandi trafficanti andavano a rifornirsi dai produttori, compravano tutto l’acquistabile e vendevano i prodotti al mercato nero a prezzi maggiorati. Un po’ come è accaduto in passato col petrolio al confine con la Colombia, nel Tàchira: fare il pieno per un SUV in Venezuela costa quanto comprare una bottiglietta d’acqua, per dire, dunque immagina quanto poco ci si mette ad andare avanti e indietro alla frontiera per svuotare i distributori venezuelani, dato che in Colombia il prezzo del carburante è molto alto quasi come in Italia, e rivendere quel carburante al mercato parallelo. Lo stesso discorso è stato fatto con il cambio dollaro/bolivar: c’è un sistema parallelo, basato su un sito che si chiama dolartoday.com, tremendissimo, che perverte l’economia. Tale sito, basato a Miami, fornisce dei falsi parametri per il cambio dollaro/bolivar, tant’è che nel sito c’è espressamente scritto “Càmbio y valor de el dolar paralelo” che perverte e deprime l’economia, come ho detto. C’è anche poi, connesso, il “rischio paese” calcolato dalle Agenzie di Rating, connesso a questo sistema, che viene affibbiato ai Paesi per cui quando vai a chiedere un prestito pretendono, se il tuo rischio è elevato, i soldi tutti in contanti oppure un interesse maggiorato perché non sei considerato ‘solvente’. Questo sistema di sabotaggio vige da anni e il Governo Bolivariano sta prendendo contromisure, ancora una volta, rivolgendosi al Poder Popular: esiste un sistema di autorganizzazione diretta (i CLAP, comitati di rifornimento e produzione) in cui si produce, l’ho visto coi miei occhi, anche sfruttando gli orti urbani, per far fronte alla tremenda guerra economica. C’è stato uno straordinario processo di ripresa e di mantenimento: calcoliamo, per un momento, il prezzo del petrolio, che scende vertiginosamente a giorni alterni. Il Venezuela, deve far fronte ai prezzi del mercato ma non per questo fa pagare questa crisi indotta dai mercati alla popolazione: il 70% degli introiti derivanti dal petrolio lo si investe in ‘misiones’ sociali. Ecco perché le coperture, per lo studio, la cultura e i diritti elementari, non sono mai venuti meno.

Qui si capisce quanto sia strumentale la protesta di questi che si dicono ‘studenti’, ma sono ricchi figli di persone delle classi medio-alte, sia una bufala: i bambini delle elementari hanno in dotazione un computer, oltre ai libri e all’istruzione gratuita; gli universitari ricevono un iPad, ad esempio, ma così come ci sono anche le borse di studio all’estero… Si capisce facilmente perché il Venezuela viene considerata una minaccia per il Mondo: è in completa controtendenza e anche se non è presente il socialismo e alcune grandi imprese fanno buoni affari, togliendo anche solo un po’ di questi ‘buoni affari’ stanno bene tutti. Anche questo progetto bolivariano, umanista, cristiano e riformista non va bene al potere.

In Italia abbiamo inserito il pareggio di bilancio in Costituzione che mette fuorilegge non solo le riforme strutturali, ma anche il keynesismo. La natura rapace e guerrafondaia del capitalismo non può consentire il benessere della popolazione perché ha bisogno di distruggere».

Articolo originale: http://www.lariscossa.com/2017/07/29/vi-racconto-cosa-sta-accadendo-venezuela-intervista-esclusiva-geraldina-colotti/

CSU: «la Maggioranza in Regione sta smantellando la lingua sarda ufficiale»

Il Coordinamento pro su Sardu Ufitziale è categorico: «la Giunta Pigliaru sta smantellando pezzo per pezzo quel poco di politica linguistica realizzata dalle precedenti giunte». Dopo i tagli ai fondi e agli sportelli linguistici la mazzata finale – secondo gli attivisti del CSU – è la proposta di legge sulla lingua sarda propugnata dal consigliere Paolo Zedda (ex Rossomori). Il cuore della critica mossa alla giunta Pigliaru è che con questa legge si abbandona il sardo nella sua veste ufficiale e si introducono norme che lo fanno arretrare verso uno «status folkloristico dialettale».

Vediamo le critiche mosse dal CSU punto per punto:

Folklorizzazione della lingua: Il testo è una copia non aggiornata della fallimentare legge 26/97, che mescola il problema della politica linguistica con la necessità di sostenere alcuni settori culturali e folkloristici: «perché si deve ghettizzare la questione linguistica in forme folkloristiche tradizionali come is mutetus o sa repentina, invece di puntare su forme innovative della lingua come il rap, il pop o il rock in sardo che invece sono esclusi dalla legge? Completamente ignorato poi qualsiasi settore innovativo dell’informatica o dello smart web. Si propone insomma il contrario di ciò che indicano tutte le moderne esperienze europee delle minoranze linguistiche: interpretare la contemporaneità per rivalutare la lingua di minoranza».

Esclusione del gallurese, del sassarese e del tabarchino: Le varianti galluresi, sassaresi e tabarchine sono escluse dalla legge. Il testo infatti non si discosta dalla legge statale 482 che non riconosce ai tre idiomi pari dignità. La nuova legge non risolve il problema escludendo dalle altre tre lingue che sono patrimonio della Sardegna. Per il CSU questo è inaccettabile anche perché fomenterebbe una conflittualità linguistica che invece la legge avrebbe dovuto comporre.

Demolizione della lingua sarda ufficiale. Paradossale, paternalistico e clientelare l’intervento sulla questione della lingua sarda standard unitaria. E’ chiara la volontà di cancellare l’esperienza della LSC e rimandare alla Giunta il compito di riprendere la questione neutralizzandola nonostante le positive esperienze di sperimentazione degli ultimi anni. Ma, non basta. Giusto per non scontentare nessuno, la legge propone, a fianco alla vecchia LSC, l’approvazione di nuove norme ortografiche che consentono la creazione di nuove lingue comuni in molti territori. Si avranno insomma un campidanese, logudorese e barbaricino comuni (e forse anche altre lsc locali chiamate dagli esperti “lingue complementari”) che, se da un lato cercano di accontentare ogni campanile e ogni singolo linguista, dall’altro faranno lievitare le spese per traduttori, dizionari, esperti e pubblicazioni in diverse lingue.

Mancanza di copertura finanziaria. Il testo poi non ha una relazione tecnico scientifica di appoggio come in genere si fa per le normative linguistiche. Chi sono i linguisti che hanno indicato le scelte? E i giuristi consultati? Inolte non è dichiarata la copertura finanziaria che, secondo valutazioni obiettive, visto il numero di organismi e interventi previsti dovrà essere al meno di 20 milioni all’anno. Una cifra inferiore sarebbe ridicola e trasformerebbe l’intervento in un esercizio teorico del diritto.

In conclusione il CSU denuncia che questa operazione avrà come unico risultato quello di screditare definitivamente la lingua sarda a livello internazionale e l’idea stessa di «lingua sarda moderna e normale» a tutto beneficio del campanilismo linguistico e della riduzione del sardo a dialetto.

Ciò che invece è urgente fare viene lasciato ancora una volta da una parte:

«l’alternativa- conclude il CSU – sono pochi atti amministrativi e tecnico-giuridici che può proporre la Giunta e, finalmente, una proposta di riforma dello Statuto che dia alla Regione competenze ragionevoli sulla materia».

Ecco di seguito il testo argomentato.

L’art 1 e 2 risultano abbastanza corretti nell’enunciazione dei principi di legge e distiguono la lingua sarda dalle altre varietà idiomatiche presenti in Sardegna cosi come si faceva nella legge regionale 26/97 senza nulla togliere e aggiungere.

L’art. 3 introduce il concetto di “cultura” e “arti” “proprie” della Sardegna immettendo nella legislazione un concetto controverso, già pernicioso per la politica linguistica, ma anche difficile da individuare.

Intanto, la commistione “lingua” e “cultura”, a nostro parere, è quella che da sempre fa fallire la politica linguistica ed è stata una delle criticità che ha fatto invecchiare precocemente già la legge regionale 26\97. Perché riproporre un dualismo cosi dannoso? Cosa si intende infatti per “cultura”? Ciò non è esplicitato, ma dal contesto si evincerebbe che si tratta di una sorta di “cultura sarda regionale”. Ma quali sono i confini della cultura sarda regionale? Gli argomenti, gli spazi geografici? Le lingue? Gli autori? Mistero inintelligibile della proposta di legge. Manca un definizione chiara. Anzi, così come per la legge regionale 26 ci sarebbe lo spazio per un’interpretazione estensiva e cioè che la “cultura sarda” sia tutta quella prodotta in Sardegna e quindi anche quella prodotta in italiano, inglese o altre lingue. E pertanto, come già successo nella legge 26/97, le risorse finirebbero lì in larga parte.

Il concetto poi di “arti proprie” è alquanto misterioso perché non viene esplicitato, ma ci si riferisce senza dubbio ad attività artistiche musicali, poetiche o di canto tradizionali o folkloristiche. Sorgono diversi dubbi su cui torneremo più avanti quando se ne parla in dettaglio: il più importante soprattutto perché vengono scelte alcune “arti” proprie e non “altre”.

Il concetto di cultura “propria”, così come di lingua, per quanto condivisibile, è a rischio impugnazione da parte del Governo. Si tratta di un concetto presente nella giurisprudenza iberica e significa sostanzialmente lingua e cultura storica del luogo, nell’accezione di lingua e cultura nazionale. Pertanto pensiamo che per lo Stato Italiano sia difficilissimo accettare questo concetto ed è da evitare in un testo che vuole essere pragmatico. Non riteniamo che, nel quadro legislativo italiano vigente, che è enucleato infatti nei tre commi dell’articolo 2, questo concetto possa essere accettato. E’ necessario allora rifarsi al concetto di lingua di minoranza storica cosi come espresso nella legge 482/99 o concetti simili in rispetto all’articolo 2.

La confusione tra queste terminologie è evidentissima nell’articolo 3 laddove si definiscono “lingue delle minoranze storiche” la lingua sarda e la lingua catalana di Alghero, mentre per “lingue proprie della Sardegna”, l’insieme delle lingue delle minoranze storiche e del gallurese, sassarese e tabarchino. Si tratta di una forzatura evidente foriera di cattive interpretazioni e a rischio di impugnativa da parte del governo. Stando ai fatti purtroppo la legge 482/99 non riconosce le varietà gallurese, sassarese e tabarchino e tutti i tentativi di introdurre nuove varietà, come per esempio il veneto e il piemontese sono stati rigettati, perché la Corte costituzionale ha sostenuto che spetta allo Stato individuare le lingue ammesse a tutela e non alle Regioni. In occasione di queste nuove definizioni (da evitare) il potenziale legislatore non solo riconosce tre nuove “lingue” al di fuori del quadro della 482, ma addirittura concede loro lo status di “lingue proprie” arbitrariamente e abusivamente, secondo i parametri dello Stato Italiano. Pertanto l’impugnativa è quasi certa e la norma da riscrivere.

La proposta legislativa non risolve il problema del gallurese, tabarchino e sassarese, anzi li espone a bocciatura sicura da parte del Governo e della Corte Costituzionale e a cancellazione di qualsiasi forma di tutela anche quella residuale della legge 26/97 se questa venisse sostituita dalla nuova legge. La soluzione è a portata di mano, gli estensori di questo testo l’hanno individuata, ma sarà comunicata a tempo debito.

Vi è poi una lunga definizione di concetti ed espressioni inerenti alla produzione culturale, cinematografica, teatrale e folkloristica che a nostro avviso dovrebbero essere valorizzati meglio in questa legge o anche espulsi in quanto concetti estranei. Del resto, per fare un esempio, se il cinema, il teatro “propri della Sardegna” vengono definiti da questa legge solo quelli in lingua sarda e simili, si innescherebbe in aula e nella società sarda una polemica senza fine a difesa del cinema e teatro in italiano, ma prodotto in Sardegna. In questo caso la legge si presenterebbe come estremistica e perdente e finirebbe per danneggiare il sardo quale espressione di una minoranza giacobina. Il concetto insomma va espresso meglio dal legislatore e va risolta la contrapposizione tra la cultura propria “in sardo” e la cultura “non propria” in italiano, proprio per tutelare la lingua sarda da interventi velleitari che poi alla fine la danneggerebbero.

Va da se che ogni articolo che contiene il principio dell’arte e cultura “propria” va rivisto.

Sempre nell’articolo 3 sono molto confuse le definizioni di una “norma ortografica” quale insieme di regole, convenzionalmente definite, attraverso cui i suoni della lingua sarda vengono riprodotti graficamente e una “norma linguistica” quale insieme di regole sintattiche, morfologiche e lessicali che definiscono uno standard della lingua sarda. Sostanzialmente non si capisce la necessità di introdurre due norme invece che una. Si intuisce che la prima dovrebbe servire a trascrivere ogni singolo dialetto, idioletto o geoletto, rispettando in qualche modo la variazione, mentre il secondo sarebbe una classica lingua standard come la LSC.

E’ a nostro avviso una soluzione sbagliata in quanto si legittima l’uso (attraverso la definizione mimetica e ambigua) in questo modo di standard competitivi alla lingua standard ufficiale. Il fatto di poter usare degli standard “ortografici” faciliterebbe l’adozione per esempio di uno standard locale campidanese o logudorese o nuorese (almeno nelle intenzioni dei localisti) non dichiarato, ma di fatto. Tali standard ortografici competerebbero (anche nelle spese) con la lingua ufficiale standard e si creerebbe una babele ortografica e politica senza rimedio con grave danno al prestigio internazionale e locale del sardo. E’ una soluzione paternalistica, clientelare (nel senso che cerca di accontentare tutto e tutti per far stare tutti buoni) e che farà raddoppiare o triplicare le spese o le burocrazie traduttive che si applicheranno a ogni lingua.

Del resto la resistenza all’uso dello standard unitario è data, in buona parte, dalla voglia di anarchia scrittoria per una varietà che si considera un dialetto locale o personale e non una lingua. O anche perché si ritiene di dover scrivere in italiano e dunque lo standard sardo per la scrittura non è utile. Meglio sarebbe il realismo da parte del Consiglio Regionale. Non è credibile che chi rifiuta le regole della lingua standard accetti poi un sistema ortografico per rendere la varietà locale in maniera più aderente alle abitudini accademiche. Dove si vuole fare questo, si fa già come ad esempio nei premi letterari oppure sui social o nei laboratori universitari. In realtà questa cosiddetta norma ortografica è stata concepita per riproporre l’uso competitivo anti norma unitaria delle varietà locali come il cosiddetto “campidanese”, o altre a piacere, che competerà con la norma di riferimento regionale impedendo però al sardo, non più unitario, di essere visto e legittimato, anche dallo Stato Italiano, come lingua vera e propria.

L’art. 4 si limita a delineare competenze generali senza entrare troppo nel merito.

L’art. 5, in coordinamento con l’articolo 12, riscrive ciò che si fa già nella Regione almeno dal 2002 e cioè il finanziamento agli sportelli linguistici e alla toponomastica. Si introduce però al comma 3 la possibilità di presentare progetti folkloristici invece che linguistici, dirottando le risorse dagli operatori della politica linguistica ad altri operatori del settore folk tradizionale. Ciò, a nostro avviso, contro la lettera e lo spirito della legge 482/99. Ciò deriva sempre dal fatto che si mischiano politica linguistica e cultura popolare, quando la direttrice di massima dovrebbe essere quella, se si vuole salvare la lingua, di promuoverla invece in ambiti diversi da quelli tradizionali dove la lingua è gia presente costituzionalmente.

E’ chiaro che si utilizza la questione linguistica per finanziare invece gli ambiti folkloristici, azione, a nostro avviso, scorretta. Sarebbe più corretto creare una proposta di legge per questi ambiti.

L’art 6, sulla realizzazione di un piano di sviluppo linguistico-culturale, in particolare per i comuni e le realtà diffuse nel territorio, non sarebbe di per se interessante né da sottolineare se non per la frase contenuta al comma 5, e cioè che “la concessione dei contributi è subordinata all’utilizzo della norma ortografica di riferimento di cui all’articolo 9” e dunque non la norma standard di riferimento regionale standard, ma qualsiasi “lingua locale” scritta secondo un’ortografia dialettale che propone la regione e che quindi consentirebbe di sostenere tutte le versioni di lingua sarda locale. Ciò rivela la visione che sottende alla scrittura della legge che il CSU non condivide e cioè una visione nella quale il sardo unitario come lingua normale non esiste, ma esistono una miriade di lingue locali, cantonali e individuali che ognuno declina secondo il suo piacimento.

In realtà l’obiettivo nascosto della legge è proprio questo, a nostro avviso.

In sostanza la domanda retorica “Quale sardo?” non trova risposta in questa legge che anzi riporta il sardo indietro alla situazione antecedente il 2001. Se non anche agli Anni Settanta del secolo scorso.

Va segnalato che il Piano Triennale esiste già nella legge 26, ma negli ultimi tre anni non è stato mai redatto con problemi di legittimità che andrebbero segnalati.

L’articolo 7 non porta niente di nuovo se non razionalizzare la Conferenza Annuale della lingua che era gia prevista dall’ordinamento dalla legge 26/97, ma che negli ultimi 3 anni non è stata mai svolta. Pertanto non si capisce quale urgenza di legiferare di nuovo.

L’art. 8 non propone niente di imperdibile se non introdurre la possibilità di scambi e contatti con altre minoranze linguistiche riproponendo però l’enunciazione di gallurese, sassarese e tabarchino con i problemi di impugnativa che abbiamo già elencato.

L’art. 9 è forse l’articolo più controverso della legge e che rivela la sua propensione a scardinare, neutralizzare e indebolire l’esperienza di una norma regionale standard di riferimento che avrebbe fatto del sardo una lingua vera, e la riporta a uno stato semi-dialettale nel cui a farla da padrone sarà la babele dei dialetti e delle ortografie locali e personali (ora legittimate dalla Regione se la legge dovesse essere approvata).

Se infatti ci fosse stata una volontà di chiudere l’annosa questione della standardizzazione unitaria si sarebbe ratificata in legge la scelta fatta con deliberazione di giunta nell’aprile del 2006 e si sarebbe incaricato l’organo esecutivo di apportare minimi correttivi se ritenuti necessari. Invece, si segue un tortuoso processo che ha come obiettivo l’eliminazione della LSC (attraverso al sua messa in discussione) e di qualsiasi norma unitaria di riferimento, che però viene nascosto attraverso una norma ambigua, bizantina e foriera di interpretazioni molteplici.

Infatti si scrive che “La Regione promuove la standardizzazione della lingua sarda,” e, si badi bene, non si aggiunge l’aggettivo “unitaria” per cui sarebbe legittimo interpretare a posteriori che la standardizzazione potrebbe anche non essere unitaria, come di fatto è. Dipenderà insomma da chi gestirà la cosa dopo l’approvazione della legge visto che la formulazione è ambigua e bizantina. “A tal fine la Giunta regionale, su proposta dell’Assessore competente per materia – si continua – adotta, entro novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, una deliberazione con la quale definisce una norma ortografica di riferimento della lingua sarda”.

Attenzione, per quest’ultima, non si tratta di una lingua standard, ma di una norma convenzionale di simboli e lettere per trascrivere ogni singolo dialetto, però è indicata come “di riferimento”. Cioè in sostanza sarà possibile interpretare per chiunque che le indicazioni legislative che la Regione da sulla sua lingua sono che la norma di riferimento principale è una semplice trascrizione convenzionale di ogni dialetto. Niente lingua standard, o di comunità, o di riferimento. Non lingue complementari, come qualche ingenuo giuridico ha già interpretato, ma “ di riferimento”.

Questa è la priorità che indica il legislatore che infatti in precedenza ha scritto all’articolo 6 la volontà di sostenere finanziariamente i progetti “in dialetto” e non in lingua. Insomma la legge istituzionalizza una semplice grafia di dialetti che confermerà lo stereotipo per cui la lingua sarda non sia una vera lingua, ma un gruppo di dialetti, chiamati varianti, senza una sua unità. E quindi una sub lingua dialettale che non merita tutela. Che senso ha dal punto di vista giuridico e politico? A quel punto, se la commissione e il Consiglio condividono questo punto, meglio lasciare le cose come stanno invece che legiferare.

Solo successivamente nel testo, si parla, quasi di passaggio che “Nella medesima delibera è definita, inoltre, limitatamente alla scrittura, una norma linguistica di riferimento per l’utilizzo nella comunicazione istituzionale e per la redazione degli atti e documenti in uscita dal sistema Regione, secondo le modalità previste dall’articolo 18, fermo restando il valore legale esclusivo degli atti nel testo in lingua italiana”, riproponendo lo schema sperimentale del 2006, che invece andava esteso come è stato esteso di fatto in questi anni, diminuito del fatto che le esperienze di uso della LSC in questi anni sono state positive in quanto superiori a ogni altra norma e che le altre scritture dialettali-ortografiche (separatiste e centrifughe rispetto al sardo ufficiale centripeto) saranno adesso legittimate dalla legge.

Insomma un sistema ingegnoso per neutralizzare la LSC dentro una Regione che non la userà (in questi ultimi anni infatti lo standard è stato quasi congelato), mentre invece si darà spazio alla Babele dei dialetti – idioletti – geoletti per far morire definitivamente l’idea di standard unitario solo simbolico. Un sistema raffinato che apparentemente, per i non addetti ai lavori, sembra favorire la standardizzazione e in realtà invece la soffoca. Tutto si gioca intorno al non uso dell’aggettivo “unitaria”, e al concetto della norma “ortografica” libera (ma di riferimento) contrapposta a quella “standard” che si vuole rinchiudere dentro un assessorato per non essere mai utilizzata e quindi dichiarare che è inutile e fallimentare. E concludere cosi il processo di dialettizzazione della lingua sarda.

La Commissione e il Consiglio Regionale sappiano che se viene approvata questa norma, la massima assemblea regionale dirà al mondo che la Sardegna, pur affermando in via di principio il contrario, non ha una lingua sua, ma un coacervo di dialetti e se ne prenderà la sua responsabilità storica e politica.

Dall’art 10 all’art 17 si parla di organismi vari che, se pur utili, non possono essere utilizzati in assenza di una visione moderna ed europea della lingua sarda, ma piuttosto risultano ridondanti, senza un piano di razionalizzazione della spesa e quindi esorbitanti nelle loro funzioni e potrebbero esporre la questione linguistica a polemiche dannose e strumentali, da parte dei difensori del monolinguismo, sullo spreco di risorse pubbliche. Tale pericolo andrebbe evitato con una semplificazione e rimodulazione che si ritiene urgente e prioritaria.

L’art. 18 registra ciò che già potrebbe fare la Regione dal 1999 e non ha fatto, o ha fatto parzialmente, in materia di utilizzo della lingua negli uffici regionali. C’è poco coraggio nella traduzione degli atti, mentre l’investimento sul sardo giuridico dovrebbe essere massimo. Non si mettono limiti al web che in teoria, secondo le norme proposte, potrebbe essere tradotto tutto. Ma non si indicano le risorse finanziarie per ottemperare a tale opera quasi sovrumana e che richiederebbe un esercito di traduttrici e traduttori.

Si parla di diritto assicurato alle “minoranze linguistiche storiche” quindi sembra di capire, al solo sardo e catalano. Quindi le scritture in lingua del web ufficiale saranno anche in catalano? Questo è un punto da chiarire perché altrove si dice che il catalano si valorizza solo nel suo territorio di riferimento e non nella Regione intesa come istituzione centrale. Non si specifica con chiarezza quale norma di scrittura si devono utilizzare.

Sembra di capire invece che che il gallurese, tabarchino e sassarese, definite “lingue proprie”, ma non di “minoranza storica”, cioè escluse dalla legge 482/99, non siano ricomprese in questo articolo.

Cosi anche per il comma 8 dell’articolo 18 che, nonostante si noti poco è una delle norme più “forti” della legge, perché prevede per l’accesso tramite concorso alla Regione l’obbligatorietà della conoscenza “delle lingue delle minoranze storiche” quindi con accesso garantito per chi conosce sardo e catalano (non è chiaro se entrambe o solo una a seconda della provenienza da Alghero o da altra località della minoranza sarda e quindi con difficoltà interpretative notevoli della norma che andava scritta meglio e con più evidenza e trasparenza), ma sempre secondo le linee interpretative del preambolo non sarebbe garantita ai parlanti sassarese, gallurese e tabarchino. Si tratta di una norma, per quanto condivisibile, a rischio di impugnativa da parte del governo per mancanza di copertura giuridica di rango sovraordinato.

Con l’articolo numero 19 non si apportano sostanziali novità all’attuale sistema giuridico già normato dalla legge regionale 26 e l’intero oggetto dell’articolo potrebbe essere devoluto a semplici atti amministrativi e delibere di Giunta.

Con gli articoli 20 e 21 non si introduce nessuna sostanziale novità a quanto già regolamentato dalla legge statale 482/99 e dalla legge 3 sul sardo veicolare in orario curricolare del 2009 (e relativi atti amministrativi) in merito alla possibilità di insegnare il sardo a scuole. Le disposizioni riguardano le “lingue di minoranza storica” quindi sono esclusi il gallurese, il sassarese e il tabarchino.

Con l’articolo 22 sul coordinamento della programmazione scolastica si prevede la costituzione di un organismo pletorico, visto che altrove si prevede la nascita di un’Agenzia specializzata, nel quale non si indica l’obbligo di conoscenza delle lingua sarda per i componenti. Si ha quindi il rischio che entrino in un settore strategico personaggi completamente estranei alle tematiche. Laddove si esplica la programmazione (comma 4 punto f) si pone l’obbligo di uso della “norma ortografica di riferimento” che è una criticità sotto due punti di vista. Il primo perché la Regione non può programmare o imporre nell’ambito scolastico e deve essere il singolo istituto (nell’autonomia italiana) a decidere, il secondo perché in questo modo sarà possibile a scuola insegnare ogni singolo dialetto e non la lingua standard. O perlomeno questo è l’orientamento velleitario che noi non condividiamo.

L’articolo 23 sulla produzione di materiale didattico non porta nessuna novità giuridica ma conferma l’esclusione di gallurese, tabarchino e sassarese dal sostegno regionale.

Nell’articolo 24 sul sostegno alle istituzioni scolastiche il comma 4 che interviene sulla programmazione scolastica delle ore di didattica in lingua minoritaria è a rischio di impugnativa da parte del Governo

Relativamente agli articoli 26 e 27 noi siamo profondamente contrari a dare alle due università sarde qualsiasi competenza in merito a certificazione e formazione operativa. Gli atenei sardi, a quanto risulta dalle esperienze degli ultimi decenni, o sono contrari a una politica linguistica operativa unitaria, o propagandano una visione della lingua divisa per varianti e dialetti che ne impedisce una valorizzazione di tipo politico e sociale moderno. La visione universitaria coincide con quella folkloristica. Pertanto, coinvolgere gli atenei è, a nostro modesto avviso, un vulnus capitale che farà fallire ogni politica di questa legge così come è già successo per la legge 26/97.

L’articolo 28 è troppo generico e confonde gli organismi che si occupano di politica linguistica con quelli che si occupano di folklore con la preoccupazione di indirizzare i finanziamenti.

Per quel che riguarda gli articoli 29 e 30, Interventi a favore delle arti proprie e Catalogo Multimediale, ciò che pensiamo è che siano una materia intrusa alla legge e che non si possa limitare il focus della politica linguistica alle arti tradizionali di origine popolare che meriterebbero una ben più ampia valorizzazione con una legge ad hoc. Per esempio, se l’ottica è centrata sulla diffusione della lingua, sono ugualmente utili alla diffusione e all’acquisizione di prestigio le arti contemporanee come il pop, il rock o il rap che usano la lingua sarda, o le traduzioni dei classici o qualsiasi espressione della cultura internazionale “voltata” in sardo.

E’ completamente assente dalla legge qualsiasi sostegno alle produzioni informatiche o robotiche per esempio, che sarebbero invece fondamentali.

In termini formali generali si può anche sottolineare che la proposta manca di una adeguata relazione tecnico-scientifica che individui a quali esperti si è rivolta la Regione per la stesura del testo e a quali bibliografie scientifiche si fa riferimento.

Manca inoltre una proposta di copertura finanziaria obbligatoria.

Per terminare, la proposta di legge è profondamente legata a una visione “etnico-antropologica” regressiva dell’identità sarda che vede in una “cultura sarda” di forte impronta tradizionale rurale il futuro della lingua. Sarebbe necessario invece l’esatto contrario: una lingua normale che veicoli una cultura contemporanea internazionale e urbana. Per noi l’identità dei sardi è questa, veicolata da una lingua che conferisca gli stessi caratteri e confini dell’identità.

Per questo suggeriamo alla Commissione di non avere fretta a portare il testo in aula e di regalarsi un ulteriore approfondimento e siamo disponibili a collaborare alla stesura di un testo più adatto anche alle prescrizioni quadro della Carta Europea delle Lingue per evitare che sia il Consiglio Regionale della Sardegna ad affossare la sua stessa lingua relegandola ad ambiti e a una visione gretta di carattere folkloristico-dialettale. Scatenando delle polemiche culturali e sociali di cui certamente la nostra lingua non ha bisogno.

FIRMATO
Assemblea Direttiva del CSU
Giagu Ledda, Paolo Mugoni, Gianni Garbati, Salavatore Mele, Giuseppe Corronca, Martine Faedda, Sarvadore Serra, Nicola Merche, Pietro Solinas, Giommaria Fadda, Roberto Carta, Mario Sanna,

(questo dossier è stato inviato alla commissione competente del Consiglio Regionale il giorno 5luglio 2017)

 

Cosa ci unisce “pro una Caminera noa”

di Giovanni Fara

Un momento dell’affollata riunione “Pro una caminera noa” nella sala congressi del Parco Archeologico Naturalistico di S. Cristina di Paulilatino.

Chentu Concas e Chentu Ideas pro una “Caminera noa”. Questo lo slogan scelto per proporre l’incontro svoltosi domenica 23 luglio presso la Sala Congressi del Parco Archeologico Naturalistico di Santa Cristina di Paulilatino (OR). Chentu Ideas da mettere a confronto per iniziare un nuovo percorso politico. 

Tante le domande sollevate nel corso dell’assemblea rispetto al cammino proposto, all’eterogeneità dei partecipanti, alle varie sensibilità emerse nel corso del dibattito. Iniziare un nuovo percorso politico non è mai una cosa semplice e necessita di una propensione al confronto da parte di chi proviene da differenti esperienze e intende perseguire un fine di emancipazione collettiva comune. Mi piace in tal senso pensare che questo incontro non fosse che una tappa di un processo politico ben più lungo e complesso, un tassello di un puzzle più grande che riguarda questa terra e il suo popolo. Non esattamente un nuovo inizio dunque, quanto piuttosto una occasione di confronto attorno a temi e a valori comuni e condivisi in una prospettiva di reale emancipazione sociale e nazionale.

Oggi che la crisi del sistema economico porta alla disgregazione della nostra società e dei suoi valori più saldi, fino a poco tempo fa considerati punti di riferimento incrollabili della cultura sarda, quali l’accoglienza e la solidarietà, per fare due esempi, diventa sempre più difficile contrastare l’onda di razzismo che va diffondendosi a macchia d’olio in Sardegna. Un razzismo strumentale ad una politica priva di idee e propesa a sfruttare il clima di incertezza e di confusione creata ad hoc dai media piuttosto che proporre soluzioni capaci di portare la Sardegna fuori dal baratro nel quale è rovinosamente precipitata. Diventa quindi necessario arginare una tendenza che rischia di divenire maggioritaria e che tende a dipingere l’immigrato, anziché lo Stato Italiano, il nemico da contrastare e combattere. L’immigrato sbarcato sulla nostra terra per inseguire il miraggio di una vita migliore e più dignitosa invece di una classe politica parassitaria che ha costruito i propri privilegi su una fitta rete di clientele, di distribuzione di favori e di privilegi, sottraendo diritti alla collettività e ai singoli e creando sacche di miseria e povertà sempre più ampie ed evidenti.

Il nemico è dunque l’immigrato o il sistema di sfruttamento coloniale della nostra terra e delle sue risorse?

Si è posta questa domanda fra i primi punti all’ordine del giorno, poiché la risposta rappresenta un punto cardine. Ciò che crea maggiore preoccupazione è che i dati esaminati dall’Istat ci dicono che gli immigrati rappresentano appena il 3% dell’intera posizione residente (poco più di 50mila immigrati su circa un milione e seicentomila abitanti), mentre i soggetti che spingono l’odio verso gli immigrati parlano di invasione, fino ad arrivare a tirare in ballo il pericolo di una “sostituzione di popolo”, creando così allarmismo verso un pericolo immaginario che non ha alcun riscontro nella realtà. Queste paure, però, vengono alimentate anche dalla martellante campagna di disinformazione prodotta sull’argomento dai media italiani, oltre che dai numerosissimi siti di bufale presenti in rete.

Queste tendenze che avanzano nella politica sarda rappresentano il grimaldello utile a mantenere diviso l’indipendentismo, a relegarlo ai margini della politica sarda, rendendolo una nota di colore folkloristica, del tutto inoffensiva e incapace di incidere sui processi decisionali che riguardano le nostre vite e il futuro di questa terra.

In Sardegna cominciano ad apparire movimenti che, richiamandosi ad un’area genericamente “identitaria”, mutuano gli slogan della Lega di Matteo Salvini e Casa Pound con tutto il loro bagaglio di intolleranza e razzismo. Queste organizzazioni, ancora minoritarie, utilizzano una strategia che, se incontrastata, condurrà ad una inevitabile frantumazione dell’indipendentismo, facilitando l’ascesa di una destra xenofoba e per vocazione scollegata dagli interessi dell’isola e, al contrario, interessata a salvaguardare l’unità dello Stato italiano e i suoi affari sul nostro territorio, a cominciare dalla presenza dei poligoni militari e della fabbrica di armi di Domusnovas, funzionali alla difesa dello Stato dalla fantasiosa invasione islamica.

Il ragionamento si completa nel momento in cui assistiamo ad una preoccupante sequela di dichiarazioni che arrivano da destra a da sinistra, dai sindacati e persino dai tanti sindaci che, invece di presidiare il territorio, si abbandonano ad una difesa incondizionata dei poligoni militari, della fabbrica di mine antiuomo così come, negli anni sessanta, si difendeva l’industrializzazione selvaggia della nostra isola in funzione dei posti lavoro che questa avrebbe creato, nonché della molto meno nobile causa della creazione di un bacino elettorale ad uso e consumo dell’allora sinistra italiana. Contraddizioni infami, finalizzate a tenere in piedi il sistema di dipendenza politica ed economica ad appannaggio di una borghesia compradora che negli ultimi venticinque anni ha letteralmente ridotto in ginocchio questa terra, contribuendo al rafforzamento del complesso apparato di potere coloniale italiano.

Ecco, dunque, cosa ci unisce per intraprendere un percorso comune: la critica alla globalizzazione, ai modelli dell’austerità imposti dall’Unione Europea che rendono la Sardegna una periferia marginale oggetto di sfruttamento economico e militare.

Ci unisce l’idea di una società dove la giustizia sociale, i diritti civili individuali e collettivi, il diritto ad una vita dignitosa, devono essere messi davanti a quelli del profitto e dell’egoismo del turbo capitalismo.

Ci uniscono le tante lotte che molti di noi hanno combattuto fianco a fianco contro lo sfruttamento del territorio e il furto delle risorse, contro l’idea dello Stato di rendere la Sardegna una discarica ad uso e consumo delle multinazionali italiane ed europee, un luogo dove smaltire rifiuti di ogni genere, dove installare impianti di stoccaggio di scorie radioattive e persino basi nucleari.

Ci unisce l’idea che questa terra non debba più essere considerata una terra di conquista. Ci unisce l’idea di affermare un principio di sovranità e autodeterminazione dei territori, sulla base delle loro reali necessità. Ci unisce il rifiuto della guerra, dell’occupazione militare. Il rifiuto che il nostro territorio sia luogo di sperimentazione di armi poi impiegate nei conflitti bellici (si pensi alla guerra in Iraq, in Siria, in Palestina o nello Jemen, per fare alcuni esempi concreti).

Ci uniscono lotte e valori che ci portano ad avere consapevolezza che le battaglie nelle quali siamo stati spesso fianco a fianco fanno parte di uno scontro che vede contrapposti gli interessi della Nazione Sarda, gli interessi di questo Popolo e quelli dello Stato italiano, che mai potranno trovarsi su uno stesso piano.

Ciò che dovrebbe costituire la piattaforma di partenza di un percorso politico comune è la consapevolezza che la giustizia sociale e l’idea della costruzione di una società più equa e più giusta passa attraverso l’affrancamento del Popolo sardo dal colonialismo italiano.

È ad un progetto plurale, progressista e democratico che dovremmo guardare con la consapevolezza della complessità di una sfida che ci deve portare a guidare il processo di cambiamento della nostra società. Questo specialmente oggi che tutti i partiti, da destra a sinistra, cercano di appropriarsi di termini quali sovranità, autodeterminazione e persino indipendenza.

In un momento storico nel quale tutto il dibattito politico è caratterizzato dalle tematiche e dalle battaglie storiche dell’indipendentismo, o noi ci rendiamo capaci di guidare il processo di cambiamento, o i partiti italiani riusciranno a ricondurre il malcontento popolare nell’alveo dell’autonomismo. Mutano pelle perché fiutano l’aria del cambiamento popolare per imbrigliarlo e imbavagliarlo e trarne il massimo vantaggio elettorale.

Il nostro deve essere un progetto politico capace di guardare oltre le scadenze elettorali, che parta dai territori, che scaturisca dalle esigenze delle nostre 377 comunità, che scaturisca dalle lotte reali e che sappia andare oltre l’idea di un semplice spazio di dibattito politico per costruire invece una campagna di lotte comuni necessarie ad affrontare la sfida del cambiamento. Non bisogna avere paura delle scadenze elettorali ma occorre saper costruire l’alternativa politica di governo di quest’Isola, se davvero si intende guidare un reale processo di emancipazione e di liberazione di questo Popolo.

I capisaldi di questo percorso comune non possono che essere il diritto di decidere della Nazione Sarda, il suo diritto all’autodeterminazione e la volontà di creare i presupposti per una vita migliore, per ridare dignità a ciascun individuo, dove sovranità, autodeterminazione e indipendenza non siano parole astratte sulle quali sacrificare il diritto ad una vera giustizia sociale ma principi attraverso cui affermare l’inscindibilità della lotta per l’emancipazione sociale dalla lotta di liberazione nazionale.

A S. Cristina il primo passo di una “Caminera noa”

Giornata rovente, non solo politicamente parlando, lo scorso 23 luglio 2017 nella sala conferenze del complesso nuragico di S. Cristina di Paùlle (Paulilatino secondo il toponimo italiano). Per tutta la giornata diverse realtà che praticano il conflitto sociale e nazionale in Sardegna si sono confrontate serratamente su valori, obiettivi, temi strategici e metodi organizzativi.

La mattina ci si è confrontati sui valori unificanti, partendo dalla cruciale e preoccupante ondata di razzismo endemico che sta contaminando non solo il pensiero comune, ma anche diverse sensibilità storicamente orientate all’indipendentismo. Non è un caso che all’ingresso della sala fosse presente un banchetto per la raccolta firme “Io ero straniero”, iniziativa per l’abolizione della legge razzista Bossi-Fini. Nello stesso banchetto anche la storica rivista della sinistra anticolonialista sarda “Camineras”, il cui ultimo numero è fresco di stampa.

Il contrasto alle narrazioni (e alle bufale) razziste è stato uno dei temi ricorrenti in tutti gli interventi che si sono avvicendati nel corso della mattina. Altra trait d’union è stata sicuramente la battaglia per l’autodeterminazione del popolo sardo.

Non tutti nella sala hanno ancora maturato una posizione schiettamente indipendentista, ma tutti gli interventi sono stati concordi nel riconoscere la necessità di avviare un processo di emancipazione della natzione sarda dal centralismo e dal colonialismo sempre più opprimente dello Stato italiano.

È significativo che molti esponenti di spicco della sinistra italiana di un tempo siano giunti a tali convinzioni e che abbiano pubblicamente dichiarato la propria disponibilità a impegnarsi in un processo aggregativo basato sul riconoscimento della natzione sarda e sulla necessità di rafforzare tutte le battaglie dell’autodeterminazione.

E naturalmente è stata cruciale la questione della lotta al capitalismo, in tutte le sue forme. Molti interventi hanno denunciato la complicità delle Giunte di centro sinistra nelle politiche di ipersfruttamento del lavoro, di austerity imposte dalla UE e di smantellamento dei basilari servizi pubblici, a partire dalla lettura di una lettera di un militante portatore di handicap che denunciava l’impossibilità di essere presente al dibattito proprio a causa dell’assoluta mancanza di assistenza nei servizi pubblici sardi.

Bersaglio costante di molte analisi è stato anche il cosiddetto “sovranismo” o “indipendentismo di governo” propugnato da alcuni ex dirigenti indipendentisti che svolgono oggi una funzione ancillare e subalterna della Giunta Pigliaru: «nostro compito è quello di contrastare il “sovranismo” di stampo coloniale che si nutre della narrazione di riformare la Regione dall’alto e dalle élite di potere» – è stato detto da uno degli interventi – «attraverso la costruzione di un movimento di sovranità popolare dei sardi e delle sarde che dal basso praticano il conflitto sociale, la resistenza alla rapina del territorio, il contrasto all’occupazione militare, la disobbedienza civile, la riorganizzazione di una rete civica e civile».

Dopo la pausa pranzo, il dibattito è proseguito con l’analisi di alcuni temi ritenuti cruciali. Diversi compagni e compagne sono intervenuti in maniera analitica e documentata in difesa della sanità pubblica e contro le politiche di privatizzazione volute dalla Giunta regionale, sulla grave emergenza abitativa che affligge molte regioni della Sardegna, sulla necessità di invertire la rotta in merito alle politiche di istruzione e ricerca, sulla gravissima condizione che attanaglia il comparto dell’edilizia e sulla necessità di investire in una agenzia regionale che ristrutturi edifici e stabili ormai fatiscenti, sulla piaga della grande distribuzione e sulla necessità di organizzare i lavoratori contro l’ipersfruttamento e l’apertura nei gironi festivi, sulla questione contadina e sulla necessità di politiche che valorizzino il settore dando spazio ai giovani disoccupati “aspiranti contadini”, sulle politiche migratorie e sulla necessità di smontare le narrazioni xenofobe, sulle nuove tipologie di contratti precari su cui con tutta probabilità avrà parere definitivo la RAS, sulla campagna dei comitati sardi per la democrazia per una legge elettorale statutaria che superi il presidenzialismo e su tanti altri temi di carattere sociale, politico e culturale.

L’ultima parte della giornata è stata dedicata alla questione organizzativa e metodologica. Appurato che esiste la volontà politica di proseguire nel percorso di una “Caminera noa” iniziato il 23 luglio 2017 a S. Cristina, ora un comitato volontario si occuperà di raccogliere i materiali del dibattito e di organizzare una nuova assemblea che verterà su un unico punto all’ordine del giorno: individuare una forma organizzativa capace di garantire la massima partecipazione di tutti, l’efficienza della mobilitazione e sventare ogni tendenza al leaderismo, al personalismo, al verticismo.
Insomma dopo aver tracciato la strada politica che si vuole percorrere “Pro una caminera noa”, passata l’estate, ci si troverà a discutere sul come iniziare a percorrere questa nuova strada.

Vedi altro:

http://www.pesasardignablog.info/2017/07/17/dal-23-luglio-una-caminera-noa-alternativa-alla-subalternita/

Sulla querelle “festival letterari” in Sardegna

di Daniela Piras

Ho seguito con attenzione la discussione relativa ai festival letterari e alla letteratura in sardo assente nell’ambito di alcuni importanti eventi. Il dibattito riveste oggi una grande importanza, a mio avviso, dovuta al particolare momento culturale che la cultura sarda sta vivendo, attorno alla questione della lingua sarda si sviscerano temi legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra identità, la quale è permeata da esperienze collettive e da scambi culturali, tutto ciò ci rende protagonisti del nostro tempo e della nostra storia e ci aiuta a costruire gli strumenti su cui impiantare il nostro presente e il nostro futuro, tutta la costruzione dell’identità si basa su una sommatoria di esperienze che chiamiamo cultura, quando questa ci rappresenta, ed è questo il punto: cosa ci rappresenta davvero, oggi?

Ho letto i diversi interventi e li ho trovati tutti molto stimolanti, mi hanno fatto pensare e mi hanno fatto interrogare su alcune questioni. Mi sono chiesta se io posso considerarmi, a pieno merito, una esponente della letteratura sarda o se, mio malgrado, devo ritenermi esclusa d’ufficio, per via dell’utilizzo esclusivo della lingua italiana nei miei scritti, se il raccontare la Sardegna mi dia una collocazione di scrittrice sarda o se, a prescindere dai temi, devo essere classificata come scrittrice italiana avente la sola residenza in Sardegna.

Credo che la questione centrale sia quella dell’insegnamento scolastico della lingua sarda. Finché le persone come me, madrelingua italiane, utilizzeranno solo saltuariamente la lingua sarda, nelle sue espressioni più caratteristiche spesso sintetizzate in poche battute, è normale che la lingua, quella con cui scrivere e, di conseguenza, quella da leggere, sarà l’italiano. La questione principale è che con la lingua, con qualsiasi lingua, bisogna familiarizzare e, nel nostro contesto quotidiano, nel quale la lingua sarda è relegata ad aneddoti della tradizione, all’oralità, a specifici contesti culturali, è praticamente impossibile restarne contaminati. Qualcuno potrebbe sostenere che “basta studiarla, come tutte le altre lingue”, ma io credo che questo, in Sardegna, non basti. Ho partecipato al programma Erasmus e ho vissuto per quasi un anno in Francia. Studiavo il francese, seguivo le lezioni universitarie in francese e, quando camminavo per strada, leggevo e sentivo parlare il francese ovunque. Ero circondata e allo stesso tempo immersa in quella lingua e, dopo qualche mese, quando mi sono ritrovata a pensare in francese, ne sono rimasta molto scossa. Qui in Sardegna, a casa nostra, è diverso. Il sardo non si trova in ogni angolo, non basta studiarlo a casa, quello che manca è un luogo fisico dove poterlo sperimentare e vivere a pieno. Il paradosso è proprio questo: il sardo, in Sardegna, è considerato non essenziale, spesso inutile e facilmente sostituibile con l’italiano.

La nostra lingua, una delle nostre ricchezze principali, ha bisogno di trovare gli strumenti, attraverso la volontà politica, per non estinguersi; strumenti come gli uffici linguistici, i quali dovrebbero trovare posto in tutti gli uffici dei piccoli centri, come le manifestazioni di interesse storico – linguistico che dovrebbero essere legate al territorio ma anche aperte a un confronto non solo con l’esterno dell’isola ma anche all’interno, con il fine di placare le polemiche legate alle diverse parlate e ai diversi costumi che altro non fanno che creare ostacoli strumentali e politici che paiono insormontabili. Se ne parla troppo, di lingua sarda, e si parla troppo poco il sardo.

Se tutti i difensori della lingua sarda si impegnassero a parlare in sardo il più delle volte, con la maggior parte delle persone, invece di preoccuparsi, troppo spesso, di tradurre di continuo anche parole la cui interpretazione non lascia spazio ad equivoci (cosa che purtroppo vediamo troppe volte anche nella stampa locale), sarebbe un gran passo avanti. Se chi si sforza di parlare in sardo non ricevesse smorfie ed espressioni di disappunto da parte degli “esperti conoscitori” che ascoltano e che accusano i caparbi parlatori di “storpiare” la lingua, sarebbe certamente più motivato e più propenso nel continuare a provare a parlarlo e, di conseguenza, ad impararlo. Se si riuscisse ad attivare un processo politico, culturale e sociale che portasse ad ottenere una scolarizzazione in sardo, che portasse ad insegnare la lingua sarda nelle scuole, tra qualche anno ci sarebbero moltissimi sardi fieramente bilingue, effettivamente padroni di entrambi gli idiomi. Non è un percorso impossibile, basterebbe mettere in atto delle politiche che non avessero come unico scopo quello di “salvaguardare” il sardo ma quello di mettere in circolo le parole e di farle entrare nella vita di tutti i giorni. A quel punto il passo successivo, e naturale, sarebbe quello che permetterebbe, ad ognuno di noi, di avere la possibilità di scegliere se scrivere in sardo o in italiano, se parlare di Sardegna in italiano, o se parlare di paesi orientali in sardo. Il punto centrale è creare sardi padroni della propria lingua, che siano in grado perfettamente di leggere, e capire, il sardo quanto l’italiano e per cui la decisione di leggere un libro in una lingua o nell’altra, e di conseguenza di scrivere, diverrebbe semplicemente una questione di scelte.

Tornando ai festival, non c’è da stupirsi se spesso la Sardegna, e i libri in sardo, non trovino spazio. Finché non sentiremo vicina la nostra lingua e i nostri autori, è normale che sia così. I festival si chiameranno “sardi” solo perché si svolgeranno in comuni sardi, ma per avere un vero festival della letteratura sarda dobbiamo far in modo di sentire la lingua sarda davvero come “la nostra lingua” e non come qualcosa da tutelare, non come se fosse una specie protetta. Quando questo avverrà sarà naturale vedere autori sardi che presentano i loro libri in lingua italiana, e che secondo me rientrano a pieno titolo nella letteratura sarda, e autori sardi che parlano dei loro libri in lingua sarda.

Occorre ripartire da noi, vedere attentamente chi siamo e cosa abbiamo da dire, e da raccontare, in quanto sardi, perché a volte ciò che sfugge è proprio questo, io credo che prima di pensare a nomi altisonanti da invitare, da salotto televisivo, ci si dovrebbe domandare chi ha effettivamente qualcosa da raccontare, che possa farci viaggiare con la fantasia, divertirci, farci pensare, altrimenti un festival letterario si riduce ad uno spettacolo che ha il solo scopo di attirare il maggior numero di persone possibili, né più né meno come una sagra.

È cruciale capire cosa vogliamo essere, prima di tutto, se sardi o se italiani abitanti in un’isola per solo caso. Dovremmo iniziare a sentirci coinvolti in prima persona, perché la lingua sarda è un patrimonio comune di tutti, e non solo di chi scrive o di chi ama leggere, e a tutti dovrebbe interessare la sua tutela e la sua valorizzazione. Dovremo interrogarci su quanto sia normale che la letteratura in sardo resti esclusa da uno dei maggiori festival organizzati in Sardegna. Il fatto che se ne parli è positivo, in ogni caso. Io ho la speranza di vedere, negli anni a venire, un’apertura maggiore verso gli autori sardi nei festival storici, e anche di vedere nascere altri festival, ai quali possano partecipare ospiti internazionali e italiani ma che abbiano il cuore e i testi con le radici in Sardegna.

Sardos: oltre il bipolarismo per l’autodeterminazione dei sardi

 

La neonata associazione “Sardos” a cui ha aderito il giornalista e blogger Anthony Muroni terrà domani mattina  una conferenza stampa a Cagliari. L’obiettivo è chiaro: «superare il bipolarismo fra centrodestra e centrosinistra e a tracciare “una via nuova all’autodeterminazione». L’obiettivo sono evidentemente le elezioni Regionali del 2019 e la linea è quella di rivolgersi alla vasta area sardista e indipendentista che finora non ha saputo trovare un accordo e che anzi si è presentata ripartita negli schieramenti colonialisti o persino divisa al di fuori di essi. Ciò non dovrà accadere – scrivono gli animatori dell’associazione – e come primo passo per «rianimare il dibattito politico, mettendo assieme partiti, associazioni, singoli che intendano creare un’alternativa politica per le elezioni regionali del 2019 fuori dai due poli italiani» verranno organizzati sette laboratori  diffusi nell’isola per raccogliere proposte operative concrete che funzioneranno da collante. L’area di riferimento politico individuata – continuano gli esponenti di Sardos  –  è «quella dell’astensionismo diffuso, delle formazioni civiche e regionali, dei partiti dell’autodeterminazione dal psd’az agli indipendentisti». I laboratori individuati sono Turismo, Trasporti interni e continuità, agroindustria, Ambiente, Cultura-istruzione-lingua, Zootecnia e ricerca, Spopolamento e federalismo interno, Zona Franca e fiscalità di vantaggio.

A presentare il progetto in una conferenza stampa convocata per domani alle ore 10.30 nella saletta del locale Le plus Bon a Cagliari, in via Giolitti (lato comune via Sonnino), saranno il presidente dell’associazione Alberto Filippini, avvocato cagliaritano, e Antonio Cardin, dirigente sassarese e vice-presidente.

Intanto Filippini anticipa sui social il succo della conferenza stampa: « La scellerata politica bipolare di questi ultimi venticinque anni ha dolosamente convinto i sardi che sia impossibile fare qualcosa per modificare lo stato delle cose e che sia quasi inutile impegnarsi per cambiare radicalmente le prospettive in materia di inquinamento, giochi di guerra e clientelismo. Fatto calare l’oblio su questi temi, l’innegabile orgoglio dei sardi per la propria terra finisce sterilmente per riversarsi contro i provocatori di professione e troll vari. Serve quanto prima un canale dove far confluire queste grandi dimostrazioni di amore per la Sardegna e indirizzarle positivamente verso azioni di cambiamento efficaci e durature».

 

Dal 23 luglio una “Caminera Noa” alternativa alla subalternità

Il complesso nuragico di S. Cristina di Paùlle (Paulilatino). nella sala conferenze adiacente si terrà l’assemblea di discussione “Pro una caminera noa”

Nella sala conferenze adiacente al complesso nuragico di S. Cristina di Paùlle (Paulilatino) il  prossimo 23 luglio, a partire dalle dieci del mattino, è stata convocata una assemblea generale a cui sono invitati tutti i movimenti e le forze che praticano conflitto sociale in Sardegna.

Il programma della giornata è aperto alla discussione libera sui valori e gli obiettivi condivisi, sui temi riteuti strategici e sui metodi di decisione democratica, ma gli organizzatori dell’evento hanno diffuso in rete un appello alla discussione che, pur rimanendo sul piano della bozza generale, pone alcuni interrogativi di fondo e anche alcuni imprescindibili paletti: «È urgente» – si legge nella nota «uscire fuori dal processo di “periferizzazione” a cui la Sardegna è stata condannata da decenni di politiche subalterne.  Esiste l’esigenza di una Sardegna autodeterminata e sovrana in un contesto di relazioni e scambi internazionali solidali e giusti all’interno del conteso Europeo e Mediterraneo. Per arrivare a ciò occorre lavorare a scelte strategiche fondamentali e, conseguentemente, occorre lavorare all’elaborazione di un apposito progetto culturale, politico, economico, sociale». Al fine di rilanciare la discussione e di aggregare a tal fine tutte le forze utili si propone di «ripartire dalle esperienze di opposizione sociale e di conflitto presenti in Sardegna contro gli effetti nefasti di capitalismo, centralismo, clientelismo e colonialismo per fare finalmente fronte comune e per la costruzione di un modello sociale ed economico alternativo a quello liberista incentrato sulla logica del profitto, della spoliazione del territorio e delle sue risorse e sull’iper sfruttamento del lavoro».

Non tutti sono invitati a questa giornata di discussione perché i paletti etici e politici che ci sono alla base vengono posti in maniera molto chiara: «Vogliamo da subito sgombrare il campo da ambiguità e rendere manifesti i nostri valori e obbiettivi fondanti individuandoli e sottoscrivendoli in maniera pubblica. Siamo tutti concordi nel partire dalla discussione su tre punti:• Diritto ed esercizio del diritto all’Autodeterminazione nazionale; • Sostenibilità ambientale; • Diritti civili, politici e sociali per tutti, compresi i migranti».

Anche sul piano della metodologia gli organizzatori non fanno sconti e chiariscono la loro posizione: «la Piattaforma promuoverà il processo democratico, adottando una posizione chiara e inequivocabile di azione per vie esclusivamente politiche e democratiche. Gli strumenti di azione politica riconosciuti dalla Piattaforma sono l’adesione popolare, la mobilitazione democratica e la partecipazione politico-istituzionale».

L’appello  «a tutte le forze dell’opposizione sociale e di classe, ai comitati, ai singoli e a tutti i soggetti interessati a condividere questo percorso (…) per fare un bilancio della situazione e iniziare a stabilire un programma di azione comune finalizzato a riscattare i lavoratori e tutti i cittadini della terra di Sardegna» si conclude con la pubblicazione del programma della giornata che riportiamo integralmente.

A fine dei lavori sarà possibile visitare a prezzo scontato il meraviglioso complesso nuragico di S. Cristina.

Programma di lavoro dell’assemblea “Pro una caminera noa”

Ore 10:00 – elezione comitato di gestione

Dalle ore 10:30 alle ore 12:00 – discussione libera: valori, obietivi, finalità.

Dalle ore 12:00 alle ore 13:30 – discussione libera: temi strategici per una Sardegna giusta socialmente, sostenibile, autodeterminata

Dalle ore 13:30 alle 15:00 – Pausa pranzo

Dalle ore 15:00 alle ore 17:00 – proseguo del libero dibattito sui temi strategici.

Dalle ore 17:00 alle ore 19:30 – discussione libera su metodi decisionali e selezione democratica

Ore 20:00 visita archeologica al complesso nuragico di S. Cristina

Giugghendi in Carrera

Giochi, arte e socialità il 15 Luglio in Piazza Sant’Apollinare
Il Centro storico di Sassari riprende vita. Il 15 Luglio dalle ore 17.00 si terrà una giornata dedicata alla socialità in strada e ai giochi tradizionali. Giugghendi in carrera, infatti, riporterà nella Piazza di Sant’Apollinare alcuni dei più famosi giochi di un tempo, autocostruiti da alcuni abitanti del quartiere: marrocura, lu cecciu, lu carruzzu, frairi, paradisu, ballocci.
Sarà possibile per tutti i bambini e le bambine cimentarsi nei giochi che saranno allestiti nella piazza. Durante la giornata writer di strada abbelliranno la piazza con murales a cui i bambini potranno dare il loro contributo con bombolette colorate.
In serata si terrà un’arrostita di carne e verdure aperta a tutti e per tutta la giornata zucchero filato gratis per i bimbi.
La giornata, organizzata dal Collettivo S’idelibera (con sede in Via Casaggia 12, dietro la Chiesa di Sant’Apollinare) e da alcuni abitanti del quartiere, vuole essere un momento di socialità e incontro in cui rivivere piazze e strade come luogo di scambio, gioco e confronto.
Tutte le info sul blog S’idea libera

Il Governo catalano in Sardegna per il Sì all’Indipendenza

Dal 14 al 24 luglio si terrà un ciclo di incontri per spiegare ai cittadini sardi cosa sta avvenendo in Catalogna e in che cosa consisterà il Referendum per l’indipendenza che il Presidente del Governo Catalano ha recentemente  convocato per il prossimo primo ottobre. I catalani saranno chiamati a rispondere al seguente quesito: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?“.

L’iniziativa è nata dal “Comitadu pro su Referendum de sa Catalunya” che è nato appunto per offrire notizie di prima mano e non filtrate politicamente e ideologicamente dagli organi di stampa italiani (che ovviamente hanno interesse a sminuire la cosa).

Il Comitato ha organizzato tre tappe: a Oristano, a SassariCagliari e a Nuoro per dare la possibilità a tutti di poter partecipare agli incontri e continuerà nel periodo estivo le attività in supporto alla causa catalana con lo slogan: “Oe in catalunya, cras in Sardigna” (parafrasando il vecchio motto antifascista di Giustizia e Libertà).

La locandina degli eventi promossi da comitato di sostegno al Referendum per l’indipendenza della Catalogna.

L’attenzione sulle vicende catalane è grande nel mondo indipendentista sardo, perché un successo del Sì potrebbe ovviamente scatenare un effetto domino in tutte le nazioni senza stato in cui esiste un conflitto nazionale e sociale, Sardegna compresa, anche dati i rapporti di vicinanza territoriale e culturale tra i due popoli.

Le iniziative sono di particolare interesse perché ad intervenire non sarà l’esponente di un qualsiasi partito o movimento, ma un responsabile diretto della Generalitat de Catalunya e quindi avremo la possibilità di conoscere con certezza la linea del Governo catalano e anche le nuove informazioni, visto che la situazione è in continuo mutamento.

Ad intervenire sarà Joan-Elies Adell, direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia.

Le vicende catalane ci riguardano molto da vicino e in particolare riguardano i cittadini di Alghero, visto che in caso di indipendenza della Catalogna dalla Spagna gli algheresi avranno diritto ad avere la cittadinanza catalana, dato che la bozza della Costituzione preparata da un vasto numero di saggi e giuristi catalani dichiara che “i cittadini di altri Stati che hanno legami culturali e linguistici comuni con la Catalogna potranno scegliere, senza rinunciare alla propria, di avere anche la nazionalità catalana, anche se il principio di reciprocità non è riconosciuto dal loro Stato”.

Ecco le date degli incontri:

14 luglio, Oristano, Teatro Martino, via Ciutadella de Minorca, ore 18:00

18 luglio, Sassari, Libreria Dessì, Largo cavallotti, ore 18:30

24 luglio, Cagliari, sede di Scida, via S. Giovanni 234, ore 18:00

25 luglio, Nuoro, Hotel f.lli Sacchi, Monte Ortobene, ore 19:00

Sanità: I sindacati italiani domani in piazza. Cumpostu: «ipocriti!»

Domani 6 luglio in Piazza del Carmine a Cagliari i sindacati italiani presenti in Sardegna manifesteranno «per i lavoratori e per i territori, contro i tagli e le riduzioni dei servizi sul territorio in una riforma sbagliata e pericolosa». Lo sciopero generale e unitario è stato indetto in occasione dell’approvazione delle linee guida per le Asl ed è stato indetto dalle seguenti sigle: Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl.

Alla manifestazione ha subito aderito la Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica che «di fronte alle imminenti e preoccupanti decisioni del Consiglio Regionale in materia di Riordino della rete ospedaliera sarda» ha deciso di organizzare «uno spazio di lotta autonomo e indipendente» aperto ai «nostri comitati, al Sindacato sardo, al mondo indipendentista, identitario, sardista e da quell’ampia realtà di ribellione nei confronti dei partiti al governo della Sardegna, responsabili del disastro nella Sanità pubblica».
Le scelte politiche in corso in Consiglio Regionale – si legge nella nota della Rete – «prevedono che i nostri ospedali vengano svuotati delle loro funzioni e dei servizi, per favorire la privatizzazione come unica soluzione. La privatizzazione attraverso le lobby delle Assicurazioni annienterà la solidarietà dell’universalismo della Riforma Sanitaria Pubblica (Legge 388 del 1978) tra le più grandi conquiste di diritti e di civiltà del ‘900. L’assistenza non sarà più uguale per tutti. Il diritto alla Salute sarà un privilegio di censo e di possibilità economica. Al Bilancio Sanitario Pubblico, con l’alibi di non farcela, va affiancandosi un Bilancio Privato rappresentato e gestito dalle Assicurazioni. I pacchetti assicurativi sanitari, che già iniziano a proporre i colossi delle Assicurazioni, a partire dalla Emilia Romagna con la UniSalute, organizzato ad hoc dal colosso Unipol, sono la “modernizzazione” che negli USA ha creato grandi disuguaglianze e il non accesso al diritto alla salute per tutti».

All’appello hanno subito aderito Sardigna Libera e Libe.R.U. Ma non tutto il mondo indipendentista è disponibile ad affiancare i sindacati confederali in una protesta che ha il sapore di una tardiva e ipocrita presa di posizione. Sardigna Natzione Indipendentzia, in un comunicato diffuso in versione bilingue, dichiara di non aderire alla manifestazione sindacale perché «sa manifestatzione est istada indita de sos matessi sindacados chi sunt favorende su QaterOlbia bene ischende chi at a causare su disacatu de medas de sos ispidales pùblicos chi declarant de tutelare cun sa manifestatzione de Casteddu».
Sardigna Natzione avverte anche il pericolo che «cun custa mutida sa trina sindacale tricolore si bolet ponnere a ghia, pro la firmare, de sa protesta ispontànea e lìbera chi at bìdidu sa Retze Sarda e sa Mesa Natzionale (de sa cale SNI est cumponente) impinnados in diversas initziativas in sas cales sos sindacados fiant de su totu ausentes».
Gli indipendentisti di SNI propongono infine una mobilitazione autonoma chiamata dalla Rete Sarda o da altre espressioni politiche e civiche sarde.

 

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