A S. Cristina il primo passo di una “Caminera noa”

Giornata rovente, non solo politicamente parlando, lo scorso 23 luglio 2017 nella sala conferenze del complesso nuragico di S. Cristina di Paùlle (Paulilatino secondo il toponimo italiano). Per tutta la giornata diverse realtà che praticano il conflitto sociale e nazionale in Sardegna si sono confrontate serratamente su valori, obiettivi, temi strategici e metodi organizzativi.

La mattina ci si è confrontati sui valori unificanti, partendo dalla cruciale e preoccupante ondata di razzismo endemico che sta contaminando non solo il pensiero comune, ma anche diverse sensibilità storicamente orientate all’indipendentismo. Non è un caso che all’ingresso della sala fosse presente un banchetto per la raccolta firme “Io ero straniero”, iniziativa per l’abolizione della legge razzista Bossi-Fini. Nello stesso banchetto anche la storica rivista della sinistra anticolonialista sarda “Camineras”, il cui ultimo numero è fresco di stampa.

Il contrasto alle narrazioni (e alle bufale) razziste è stato uno dei temi ricorrenti in tutti gli interventi che si sono avvicendati nel corso della mattina. Altra trait d’union è stata sicuramente la battaglia per l’autodeterminazione del popolo sardo.

Non tutti nella sala hanno ancora maturato una posizione schiettamente indipendentista, ma tutti gli interventi sono stati concordi nel riconoscere la necessità di avviare un processo di emancipazione della natzione sarda dal centralismo e dal colonialismo sempre più opprimente dello Stato italiano.

È significativo che molti esponenti di spicco della sinistra italiana di un tempo siano giunti a tali convinzioni e che abbiano pubblicamente dichiarato la propria disponibilità a impegnarsi in un processo aggregativo basato sul riconoscimento della natzione sarda e sulla necessità di rafforzare tutte le battaglie dell’autodeterminazione.

E naturalmente è stata cruciale la questione della lotta al capitalismo, in tutte le sue forme. Molti interventi hanno denunciato la complicità delle Giunte di centro sinistra nelle politiche di ipersfruttamento del lavoro, di austerity imposte dalla UE e di smantellamento dei basilari servizi pubblici, a partire dalla lettura di una lettera di un militante portatore di handicap che denunciava l’impossibilità di essere presente al dibattito proprio a causa dell’assoluta mancanza di assistenza nei servizi pubblici sardi.

Bersaglio costante di molte analisi è stato anche il cosiddetto “sovranismo” o “indipendentismo di governo” propugnato da alcuni ex dirigenti indipendentisti che svolgono oggi una funzione ancillare e subalterna della Giunta Pigliaru: «nostro compito è quello di contrastare il “sovranismo” di stampo coloniale che si nutre della narrazione di riformare la Regione dall’alto e dalle élite di potere» – è stato detto da uno degli interventi – «attraverso la costruzione di un movimento di sovranità popolare dei sardi e delle sarde che dal basso praticano il conflitto sociale, la resistenza alla rapina del territorio, il contrasto all’occupazione militare, la disobbedienza civile, la riorganizzazione di una rete civica e civile».

Dopo la pausa pranzo, il dibattito è proseguito con l’analisi di alcuni temi ritenuti cruciali. Diversi compagni e compagne sono intervenuti in maniera analitica e documentata in difesa della sanità pubblica e contro le politiche di privatizzazione volute dalla Giunta regionale, sulla grave emergenza abitativa che affligge molte regioni della Sardegna, sulla necessità di invertire la rotta in merito alle politiche di istruzione e ricerca, sulla gravissima condizione che attanaglia il comparto dell’edilizia e sulla necessità di investire in una agenzia regionale che ristrutturi edifici e stabili ormai fatiscenti, sulla piaga della grande distribuzione e sulla necessità di organizzare i lavoratori contro l’ipersfruttamento e l’apertura nei gironi festivi, sulla questione contadina e sulla necessità di politiche che valorizzino il settore dando spazio ai giovani disoccupati “aspiranti contadini”, sulle politiche migratorie e sulla necessità di smontare le narrazioni xenofobe, sulle nuove tipologie di contratti precari su cui con tutta probabilità avrà parere definitivo la RAS, sulla campagna dei comitati sardi per la democrazia per una legge elettorale statutaria che superi il presidenzialismo e su tanti altri temi di carattere sociale, politico e culturale.

L’ultima parte della giornata è stata dedicata alla questione organizzativa e metodologica. Appurato che esiste la volontà politica di proseguire nel percorso di una “Caminera noa” iniziato il 23 luglio 2017 a S. Cristina, ora un comitato volontario si occuperà di raccogliere i materiali del dibattito e di organizzare una nuova assemblea che verterà su un unico punto all’ordine del giorno: individuare una forma organizzativa capace di garantire la massima partecipazione di tutti, l’efficienza della mobilitazione e sventare ogni tendenza al leaderismo, al personalismo, al verticismo.
Insomma dopo aver tracciato la strada politica che si vuole percorrere “Pro una caminera noa”, passata l’estate, ci si troverà a discutere sul come iniziare a percorrere questa nuova strada.

Vedi altro:

http://www.pesasardignablog.info/2017/07/17/dal-23-luglio-una-caminera-noa-alternativa-alla-subalternita/

Sulla querelle “festival letterari” in Sardegna – di Daniela Piras

Ho seguito con attenzione la discussione relativa ai festival letterari e alla letteratura in sardo assente nell’ambito di alcuni importanti eventi. Il dibattito riveste oggi una grande importanza, a mio avviso, dovuta al particolare momento culturale che la cultura sarda sta vivendo, attorno alla questione della lingua sarda si sviscerano temi legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra identità, la quale è permeata da esperienze collettive e da scambi culturali, tutto ciò ci rende protagonisti del nostro tempo e della nostra storia e ci aiuta a costruire gli strumenti su cui impiantare il nostro presente e il nostro futuro, tutta la costruzione dell’identità si basa su una sommatoria di esperienze che chiamiamo cultura, quando questa ci rappresenta, ed è questo il punto: cosa ci rappresenta davvero, oggi?

Ho letto i diversi interventi e li ho trovati tutti molto stimolanti, mi hanno fatto pensare e mi hanno fatto interrogare su alcune questioni. Mi sono chiesta se io posso considerarmi, a pieno merito, una esponente della letteratura sarda o se, mio malgrado, devo ritenermi esclusa d’ufficio, per via dell’utilizzo esclusivo della lingua italiana nei miei scritti, se il raccontare la Sardegna mi dia una collocazione di scrittrice sarda o se, a prescindere dai temi, devo essere classificata come scrittrice italiana avente la sola residenza in Sardegna.

Credo che la questione centrale sia quella dell’insegnamento scolastico della lingua sarda. Finché le persone come me, madrelingua italiane, utilizzeranno solo saltuariamente la lingua sarda, nelle sue espressioni più caratteristiche spesso sintetizzate in poche battute, è normale che la lingua, quella con cui scrivere e, di conseguenza, quella da leggere, sarà l’italiano. La questione principale è che con la lingua, con qualsiasi lingua, bisogna familiarizzare e, nel nostro contesto quotidiano, nel quale la lingua sarda è relegata ad aneddoti della tradizione, all’oralità, a specifici contesti culturali, è praticamente impossibile restarne contaminati. Qualcuno potrebbe sostenere che “basta studiarla, come tutte le altre lingue”, ma io credo che questo, in Sardegna, non basti. Ho partecipato al programma Erasmus e ho vissuto per quasi un anno in Francia. Studiavo il francese, seguivo le lezioni universitarie in francese e, quando camminavo per strada, leggevo e sentivo parlare il francese ovunque. Ero circondata e allo stesso tempo immersa in quella lingua e, dopo qualche mese, quando mi sono ritrovata a pensare in francese, ne sono rimasta molto scossa. Qui in Sardegna, a casa nostra, è diverso. Il sardo non si trova in ogni angolo, non basta studiarlo a casa, quello che manca è un luogo fisico dove poterlo sperimentare e vivere a pieno. Il paradosso è proprio questo: il sardo, in Sardegna, è considerato non essenziale, spesso inutile e facilmente sostituibile con l’italiano.

La nostra lingua, una delle nostre ricchezze principali, ha bisogno di trovare gli strumenti, attraverso la volontà politica, per non estinguersi; strumenti come gli uffici linguistici, i quali dovrebbero trovare posto in tutti gli uffici dei piccoli centri, come le manifestazioni di interesse storico – linguistico che dovrebbero essere legate al territorio ma anche aperte a un confronto non solo con l’esterno dell’isola ma anche all’interno, con il fine di placare le polemiche legate alle diverse parlate e ai diversi costumi che altro non fanno che creare ostacoli strumentali e politici che paiono insormontabili. Se ne parla troppo, di lingua sarda, e si parla troppo poco il sardo.

Se tutti i difensori della lingua sarda si impegnassero a parlare in sardo il più delle volte, con la maggior parte delle persone, invece di preoccuparsi, troppo spesso, di tradurre di continuo anche parole la cui interpretazione non lascia spazio ad equivoci (cosa che purtroppo vediamo troppe volte anche nella stampa locale), sarebbe un gran passo avanti. Se chi si sforza di parlare in sardo non ricevesse smorfie ed espressioni di disappunto da parte degli “esperti conoscitori” che ascoltano e che accusano i caparbi parlatori di “storpiare” la lingua, sarebbe certamente più motivato e più propenso nel continuare a provare a parlarlo e, di conseguenza, ad impararlo. Se si riuscisse ad attivare un processo politico, culturale e sociale che portasse ad ottenere una scolarizzazione in sardo, che portasse ad insegnare la lingua sarda nelle scuole, tra qualche anno ci sarebbero moltissimi sardi fieramente bilingue, effettivamente padroni di entrambi gli idiomi. Non è un percorso impossibile, basterebbe mettere in atto delle politiche che non avessero come unico scopo quello di “salvaguardare” il sardo ma quello di mettere in circolo le parole e di farle entrare nella vita di tutti i giorni. A quel punto il passo successivo, e naturale, sarebbe quello che permetterebbe, ad ognuno di noi, di avere la possibilità di scegliere se scrivere in sardo o in italiano, se parlare di Sardegna in italiano, o se parlare di paesi orientali in sardo. Il punto centrale è creare sardi padroni della propria lingua, che siano in grado perfettamente di leggere, e capire, il sardo quanto l’italiano e per cui la decisione di leggere un libro in una lingua o nell’altra, e di conseguenza di scrivere, diverrebbe semplicemente una questione di scelte.

Tornando ai festival, non c’è da stupirsi se spesso la Sardegna, e i libri in sardo, non trovino spazio. Finché non sentiremo vicina la nostra lingua e i nostri autori, è normale che sia così. I festival si chiameranno “sardi” solo perché si svolgeranno in comuni sardi, ma per avere un vero festival della letteratura sarda dobbiamo far in modo di sentire la lingua sarda davvero come “la nostra lingua” e non come qualcosa da tutelare, non come se fosse una specie protetta. Quando questo avverrà sarà naturale vedere autori sardi che presentano i loro libri in lingua italiana, e che secondo me rientrano a pieno titolo nella letteratura sarda, e autori sardi che parlano dei loro libri in lingua sarda.

Occorre ripartire da noi, vedere attentamente chi siamo e cosa abbiamo da dire, e da raccontare, in quanto sardi, perché a volte ciò che sfugge è proprio questo, io credo che prima di pensare a nomi altisonanti da invitare, da salotto televisivo, ci si dovrebbe domandare chi ha effettivamente qualcosa da raccontare, che possa farci viaggiare con la fantasia, divertirci, farci pensare, altrimenti un festival letterario si riduce ad uno spettacolo che ha il solo scopo di attirare il maggior numero di persone possibili, né più né meno come una sagra.

È cruciale capire cosa vogliamo essere, prima di tutto, se sardi o se italiani abitanti in un’isola per solo caso. Dovremmo iniziare a sentirci coinvolti in prima persona, perché la lingua sarda è un patrimonio comune di tutti, e non solo di chi scrive o di chi ama leggere, e a tutti dovrebbe interessare la sua tutela e la sua valorizzazione. Dovremo interrogarci su quanto sia normale che la letteratura in sardo resti esclusa da uno dei maggiori festival organizzati in Sardegna. Il fatto che se ne parli è positivo, in ogni caso. Io ho la speranza di vedere, negli anni a venire, un’apertura maggiore verso gli autori sardi nei festival storici, e anche di vedere nascere altri festival, ai quali possano partecipare ospiti internazionali e italiani ma che abbiano il cuore e i testi con le radici in Sardegna.

Sardos: oltre il bipolarismo per l’autodeterminazione dei sardi

 

La neonata associazione “Sardos” a cui ha aderito il giornalista e blogger Anthony Muroni terrà domani mattina  una conferenza stampa a Cagliari. L’obiettivo è chiaro: «superare il bipolarismo fra centrodestra e centrosinistra e a tracciare “una via nuova all’autodeterminazione». L’obiettivo sono evidentemente le elezioni Regionali del 2019 e la linea è quella di rivolgersi alla vasta area sardista e indipendentista che finora non ha saputo trovare un accordo e che anzi si è presentata ripartita negli schieramenti colonialisti o persino divisa al di fuori di essi. Ciò non dovrà accadere – scrivono gli animatori dell’associazione – e come primo passo per «rianimare il dibattito politico, mettendo assieme partiti, associazioni, singoli che intendano creare un’alternativa politica per le elezioni regionali del 2019 fuori dai due poli italiani» verranno organizzati sette laboratori  diffusi nell’isola per raccogliere proposte operative concrete che funzioneranno da collante. L’area di riferimento politico individuata – continuano gli esponenti di Sardos  –  è «quella dell’astensionismo diffuso, delle formazioni civiche e regionali, dei partiti dell’autodeterminazione dal psd’az agli indipendentisti». I laboratori individuati sono Turismo, Trasporti interni e continuità, agroindustria, Ambiente, Cultura-istruzione-lingua, Zootecnia e ricerca, Spopolamento e federalismo interno, Zona Franca e fiscalità di vantaggio.

A presentare il progetto in una conferenza stampa convocata per domani alle ore 10.30 nella saletta del locale Le plus Bon a Cagliari, in via Giolitti (lato comune via Sonnino), saranno il presidente dell’associazione Alberto Filippini, avvocato cagliaritano, e Antonio Cardin, dirigente sassarese e vice-presidente.

Intanto Filippini anticipa sui social il succo della conferenza stampa: « La scellerata politica bipolare di questi ultimi venticinque anni ha dolosamente convinto i sardi che sia impossibile fare qualcosa per modificare lo stato delle cose e che sia quasi inutile impegnarsi per cambiare radicalmente le prospettive in materia di inquinamento, giochi di guerra e clientelismo. Fatto calare l’oblio su questi temi, l’innegabile orgoglio dei sardi per la propria terra finisce sterilmente per riversarsi contro i provocatori di professione e troll vari. Serve quanto prima un canale dove far confluire queste grandi dimostrazioni di amore per la Sardegna e indirizzarle positivamente verso azioni di cambiamento efficaci e durature».

 

Dal 23 luglio una “Caminera Noa” alternativa alla subalternità

Il complesso nuragico di S. Cristina di Paùlle (Paulilatino). nella sala conferenze adiacente si terrà l’assemblea di discussione “Pro una caminera noa”

Nella sala conferenze adiacente al complesso nuragico di S. Cristina di Paùlle (Paulilatino) il  prossimo 23 luglio, a partire dalle dieci del mattino, è stata convocata una assemblea generale a cui sono invitati tutti i movimenti e le forze che praticano conflitto sociale in Sardegna.

Il programma della giornata è aperto alla discussione libera sui valori e gli obiettivi condivisi, sui temi riteuti strategici e sui metodi di decisione democratica, ma gli organizzatori dell’evento hanno diffuso in rete un appello alla discussione che, pur rimanendo sul piano della bozza generale, pone alcuni interrogativi di fondo e anche alcuni imprescindibili paletti: «È urgente» – si legge nella nota «uscire fuori dal processo di “periferizzazione” a cui la Sardegna è stata condannata da decenni di politiche subalterne.  Esiste l’esigenza di una Sardegna autodeterminata e sovrana in un contesto di relazioni e scambi internazionali solidali e giusti all’interno del conteso Europeo e Mediterraneo. Per arrivare a ciò occorre lavorare a scelte strategiche fondamentali e, conseguentemente, occorre lavorare all’elaborazione di un apposito progetto culturale, politico, economico, sociale». Al fine di rilanciare la discussione e di aggregare a tal fine tutte le forze utili si propone di «ripartire dalle esperienze di opposizione sociale e di conflitto presenti in Sardegna contro gli effetti nefasti di capitalismo, centralismo, clientelismo e colonialismo per fare finalmente fronte comune e per la costruzione di un modello sociale ed economico alternativo a quello liberista incentrato sulla logica del profitto, della spoliazione del territorio e delle sue risorse e sull’iper sfruttamento del lavoro».

Non tutti sono invitati a questa giornata di discussione perché i paletti etici e politici che ci sono alla base vengono posti in maniera molto chiara: «Vogliamo da subito sgombrare il campo da ambiguità e rendere manifesti i nostri valori e obbiettivi fondanti individuandoli e sottoscrivendoli in maniera pubblica. Siamo tutti concordi nel partire dalla discussione su tre punti:• Diritto ed esercizio del diritto all’Autodeterminazione nazionale; • Sostenibilità ambientale; • Diritti civili, politici e sociali per tutti, compresi i migranti».

Anche sul piano della metodologia gli organizzatori non fanno sconti e chiariscono la loro posizione: «la Piattaforma promuoverà il processo democratico, adottando una posizione chiara e inequivocabile di azione per vie esclusivamente politiche e democratiche. Gli strumenti di azione politica riconosciuti dalla Piattaforma sono l’adesione popolare, la mobilitazione democratica e la partecipazione politico-istituzionale».

L’appello  «a tutte le forze dell’opposizione sociale e di classe, ai comitati, ai singoli e a tutti i soggetti interessati a condividere questo percorso (…) per fare un bilancio della situazione e iniziare a stabilire un programma di azione comune finalizzato a riscattare i lavoratori e tutti i cittadini della terra di Sardegna» si conclude con la pubblicazione del programma della giornata che riportiamo integralmente.

A fine dei lavori sarà possibile visitare a prezzo scontato il meraviglioso complesso nuragico di S. Cristina.

Programma di lavoro dell’assemblea “Pro una caminera noa”

Ore 10:00 – elezione comitato di gestione

Dalle ore 10:30 alle ore 12:00 – discussione libera: valori, obietivi, finalità.

Dalle ore 12:00 alle ore 13:30 – discussione libera: temi strategici per una Sardegna giusta socialmente, sostenibile, autodeterminata

Dalle ore 13:30 alle 15:00 – Pausa pranzo

Dalle ore 15:00 alle ore 17:00 – proseguo del libero dibattito sui temi strategici.

Dalle ore 17:00 alle ore 19:30 – discussione libera su metodi decisionali e selezione democratica

Ore 20:00 visita archeologica al complesso nuragico di S. Cristina

Giugghendi in Carrera

Giochi, arte e socialità il 15 Luglio in Piazza Sant’Apollinare
Il Centro storico di Sassari riprende vita. Il 15 Luglio dalle ore 17.00 si terrà una giornata dedicata alla socialità in strada e ai giochi tradizionali. Giugghendi in carrera, infatti, riporterà nella Piazza di Sant’Apollinare alcuni dei più famosi giochi di un tempo, autocostruiti da alcuni abitanti del quartiere: marrocura, lu cecciu, lu carruzzu, frairi, paradisu, ballocci.
Sarà possibile per tutti i bambini e le bambine cimentarsi nei giochi che saranno allestiti nella piazza. Durante la giornata writer di strada abbelliranno la piazza con murales a cui i bambini potranno dare il loro contributo con bombolette colorate.
In serata si terrà un’arrostita di carne e verdure aperta a tutti e per tutta la giornata zucchero filato gratis per i bimbi.
La giornata, organizzata dal Collettivo S’idelibera (con sede in Via Casaggia 12, dietro la Chiesa di Sant’Apollinare) e da alcuni abitanti del quartiere, vuole essere un momento di socialità e incontro in cui rivivere piazze e strade come luogo di scambio, gioco e confronto.
Tutte le info sul blog S’idea libera

Il Governo catalano in Sardegna per il Sì all’Indipendenza

Dal 14 al 24 luglio si terrà un ciclo di incontri per spiegare ai cittadini sardi cosa sta avvenendo in Catalogna e in che cosa consisterà il Referendum per l’indipendenza che il Presidente del Governo Catalano ha recentemente  convocato per il prossimo primo ottobre. I catalani saranno chiamati a rispondere al seguente quesito: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?“.

L’iniziativa è nata dal “Comitadu pro su Referendum de sa Catalunya” che è nato appunto per offrire notizie di prima mano e non filtrate politicamente e ideologicamente dagli organi di stampa italiani (che ovviamente hanno interesse a sminuire la cosa).

Il Comitato ha organizzato tre tappe: a Oristano, a SassariCagliari e a Nuoro per dare la possibilità a tutti di poter partecipare agli incontri e continuerà nel periodo estivo le attività in supporto alla causa catalana con lo slogan: “Oe in catalunya, cras in Sardigna” (parafrasando il vecchio motto antifascista di Giustizia e Libertà).

La locandina degli eventi promossi da comitato di sostegno al Referendum per l’indipendenza della Catalogna.

L’attenzione sulle vicende catalane è grande nel mondo indipendentista sardo, perché un successo del Sì potrebbe ovviamente scatenare un effetto domino in tutte le nazioni senza stato in cui esiste un conflitto nazionale e sociale, Sardegna compresa, anche dati i rapporti di vicinanza territoriale e culturale tra i due popoli.

Le iniziative sono di particolare interesse perché ad intervenire non sarà l’esponente di un qualsiasi partito o movimento, ma un responsabile diretto della Generalitat de Catalunya e quindi avremo la possibilità di conoscere con certezza la linea del Governo catalano e anche le nuove informazioni, visto che la situazione è in continuo mutamento.

Ad intervenire sarà Joan-Elies Adell, direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia.

Le vicende catalane ci riguardano molto da vicino e in particolare riguardano i cittadini di Alghero, visto che in caso di indipendenza della Catalogna dalla Spagna gli algheresi avranno diritto ad avere la cittadinanza catalana, dato che la bozza della Costituzione preparata da un vasto numero di saggi e giuristi catalani dichiara che “i cittadini di altri Stati che hanno legami culturali e linguistici comuni con la Catalogna potranno scegliere, senza rinunciare alla propria, di avere anche la nazionalità catalana, anche se il principio di reciprocità non è riconosciuto dal loro Stato”.

Ecco le date degli incontri:

14 luglio, Oristano, Teatro Martino, via Ciutadella de Minorca, ore 18:00

18 luglio, Sassari, Libreria Dessì, Largo cavallotti, ore 18:30

24 luglio, Cagliari, sede di Scida, via S. Giovanni 234, ore 18:00

25 luglio, Nuoro, Hotel f.lli Sacchi, Monte Ortobene, ore 19:00

Sanità: I sindacati italiani domani in piazza. Cumpostu: «ipocriti!»

Domani 6 luglio in Piazza del Carmine a Cagliari i sindacati italiani presenti in Sardegna manifesteranno «per i lavoratori e per i territori, contro i tagli e le riduzioni dei servizi sul territorio in una riforma sbagliata e pericolosa». Lo sciopero generale e unitario è stato indetto in occasione dell’approvazione delle linee guida per le Asl ed è stato indetto dalle seguenti sigle: Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl.

Alla manifestazione ha subito aderito la Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica che «di fronte alle imminenti e preoccupanti decisioni del Consiglio Regionale in materia di Riordino della rete ospedaliera sarda» ha deciso di organizzare «uno spazio di lotta autonomo e indipendente» aperto ai «nostri comitati, al Sindacato sardo, al mondo indipendentista, identitario, sardista e da quell’ampia realtà di ribellione nei confronti dei partiti al governo della Sardegna, responsabili del disastro nella Sanità pubblica».
Le scelte politiche in corso in Consiglio Regionale – si legge nella nota della Rete – «prevedono che i nostri ospedali vengano svuotati delle loro funzioni e dei servizi, per favorire la privatizzazione come unica soluzione. La privatizzazione attraverso le lobby delle Assicurazioni annienterà la solidarietà dell’universalismo della Riforma Sanitaria Pubblica (Legge 388 del 1978) tra le più grandi conquiste di diritti e di civiltà del ‘900. L’assistenza non sarà più uguale per tutti. Il diritto alla Salute sarà un privilegio di censo e di possibilità economica. Al Bilancio Sanitario Pubblico, con l’alibi di non farcela, va affiancandosi un Bilancio Privato rappresentato e gestito dalle Assicurazioni. I pacchetti assicurativi sanitari, che già iniziano a proporre i colossi delle Assicurazioni, a partire dalla Emilia Romagna con la UniSalute, organizzato ad hoc dal colosso Unipol, sono la “modernizzazione” che negli USA ha creato grandi disuguaglianze e il non accesso al diritto alla salute per tutti».

All’appello hanno subito aderito Sardigna Libera e Libe.R.U. Ma non tutto il mondo indipendentista è disponibile ad affiancare i sindacati confederali in una protesta che ha il sapore di una tardiva e ipocrita presa di posizione. Sardigna Natzione Indipendentzia, in un comunicato diffuso in versione bilingue, dichiara di non aderire alla manifestazione sindacale perché «sa manifestatzione est istada indita de sos matessi sindacados chi sunt favorende su QaterOlbia bene ischende chi at a causare su disacatu de medas de sos ispidales pùblicos chi declarant de tutelare cun sa manifestatzione de Casteddu».
Sardigna Natzione avverte anche il pericolo che «cun custa mutida sa trina sindacale tricolore si bolet ponnere a ghia, pro la firmare, de sa protesta ispontànea e lìbera chi at bìdidu sa Retze Sarda e sa Mesa Natzionale (de sa cale SNI est cumponente) impinnados in diversas initziativas in sas cales sos sindacados fiant de su totu ausentes».
Gli indipendentisti di SNI propongono infine una mobilitazione autonoma chiamata dalla Rete Sarda o da altre espressioni politiche e civiche sarde.

 

immagine tratta da http://lacittadiradio3.blog.rai.it/page/303/

Condaghes distribuirà in Italia

La nota casa editrice sarda “Condaghes” ha firmato un contratto di distribuzione su tutto il territorio dello Stato con la DirectBook Metadistribuzione libraria e da alcuni giorni i suoi libri sono ufficialmente disponibili od ordinabili nei maggiori circuiti librari dello Stato.

Per una piccola realtà editoriale indipendente, quale la Condaghes, si tratta di un traguardo importante ma allo stesso tempo arduo da gestire.

Come si può ben capire lanciare le pubblicazioni di un marchio editoriale poco conosciuto in un mercato così competitivo non è un’operazione facile, ma Condaghes – si sostiene in una nota inviata anche ai suoi autori – pone fiducia nel valore e nella qualità dei suoi libri e ritiene che “presto la casa editrice riuscirà a ritagliarsi uno spazio dignitoso nel mare magnum dell’editoria italiana e straniera”.

Condaghes pertanto chiede ai suoi autori e ai suoi lettori un piccolo supporto sui social:

ci piacerebbe che collaborassi alla promozione dell’azienda attraverso i social network. Saranno sufficienti poche mosse: clicca sul pulsante “mi piace” presente nella home della pagina Facebook Condaghes e invita tutti i tuoi amici a fare altrettanto.

https://www.facebook.com/Condaghes-735969199840737/

Se invece hai un account Instagram premi sul tasto “segui”, diventa follower della casa editrice e suggerisci il profilo anche ai tuoi contatti.

https://www.instagram.com/condaghes/

 

Muroni: «ecco il mio pensiero politico per una Sardegna mai più subalterna»

Nella foto Anthony Muroni, ex direttore dell’Unione Sarda e attivista dell’associazione culturale Sardos

 

  1. Che cos’è e quali progetti ha l’associazione “Sardos”?

È un’associazione culturale che nasce proponendosi di favorire una forte animazione del dibattito pubblico. È anche un’aggregazione naturale per diversi settori della società sarda. Non per nulla può contare su piccoli imprenditori, professionisti, lavoratori, studenti, agenti culturali, esponenti di associazioni e amministratori pubblici.
Ognuno di loro si sente chiamato a partecipare all’elaborazione di proposte e alla promozione di confronti e analisi che possano coinvolgere un pubblico sempre più ampio.

2. Sardos possiede una strategia per costruire una alleanza organica alla nazione sarda? Se si ci soo paletti irrinunciabili?

Sardos non è un partito e se dipenderà dalla mia opinione, quella di uno dei soci fondatori, mai lo diventerà. Focalizzare la sua esistenza sul momento elettorale potrebbe distrarre l’associazione da quelli che sono i suoi scopi dichiarati. 
Credo, invece, ma questa è un’opinione personale e non una posizione ufficiale di Sardos, che dovrebbe agire come cinghia di trasmissione e momento di incontro tra tutti i soggetti indipendenti dalla partitocrazia italiana e intenzionati a riunirsi sotto un’unica bandiera e un programma di 10/12 punti, sostenibile, moderno e non dipendente.

3. Hai scritto sui social che “Sardos è un nome e un progetto”. Non pensi che ritenersi sardi non sia abbastanza per elaborare un progetto all’altezza dei tempi e della crisi del sistema politico e statuale che stiamo vivendo?

Sardos è un nome bellissimo. Vuol dire “Sardi”, uomini e donne, indica una nazionalità. Partire dalla presa di coscienza che programmi, strategie e gestione dei dossier devono avere base in Sardegna, impersonificati da una collegiale maggioranza di governo e da un presidente della Regione che abbia testa, cuore, gambe e anima in Sardegna. Caratteristiche che non potrà mai avere un governatore che deve rispondere non ai sardi ma a Berlusconi, Renzi o Grillo.

4. Quali sono le priorità programmatiche che mettete sul piatto?

Sardos non è un partito, come detto. Elaborerà, attraverso gruppi di studio territoriali, proposte che metterà a disposizione di chiunque si candiderà ad amministrare la cosa pubblica. Partiremo con Agrindustria, Turismo, Trasporti, Politiche europee, edilizia 3.0, Scuola, Federalismo interno, Mondo delle campagne, burocrazia, cultura, sanità, Politiche sociali, mobilità interna, gestione del paesaggio e lingua sarda.

5. Perché escludete un dialogo con i partiti italiani?

Per le questioni legate all’autonomia dalle segreterie e dalle lobby romane, anzitutto.
Non si può pensare – come hanno dimostrato prima Cappellacci e poi Pigliaru – al bene della Sardegna se si governa con le mani legate da rapporti di dipendenza.
Il problema – in astratto – non è quello di allearsi con partiti italiani, quanto di farlo in condizioni di evidente subalternità. È quello che ho sempre rimproverato a PDS e Irs: hanno accettato una coalizione come questo centrosinistra e un presidente come Pigliaru (i meno autonomisti della storia) pur di stare al governo, richiamandosi sempre a un’indipendenza dichiarata ma mai praticata. Altro discorso sarebbe stato se, nei fatti, la coalizione – pur comprendendo partiti italiani – fosse stata a trazione sardista e identitaria, con un forte antagonismo con Roma e la proposta di un solido patto generazionale di rinascita della Sardegna, partorito nell’Isola, condiviso con i cittadini e portato avanti senza nessuna subalternità rispetto allo Stato e al governo di turno.

Festival di Gavoi? Sena limba sarda e duncas sena Sardigna

Nella foto Francesco Casula
di Francesco Casula

Festival di Gavoi? Sena limba sarda. E, duncas, sena Sardigna.

Anche quest’anno, il Festival di Gavoi, sarà senza Limba: parlerà tutte le lingue del mondo ma non quella sarda. Così come in quelli precedenti infatti è stata rigorosamente esclusa la letteratura in Sardo. Ed è spiegabile solo dentro un’ottica biecamente italocentrica ed esterofila.
Vanno bene gli scrittori “stranieri” e italiani e anche quelli sardi in lingua italiana: peraltro, sempre i soliti noti.

Ma perché escludere la letteratura in limba?
Perché ha prodotto poco? Ma anche dato e non concesso che la lingua sarda abbia prodotto poco, si poteva pensare che un cavallo per troppo tempo tenuto a freno, legato imbrigliato e impastoiato potesse correre e correre velocemente? E non dice niente a Fois e agli organizzatori del festival di Gavoi la produzione in sardo degli ultimi trent’anni ma segnatamente degli ultimi dieci? Eccola: nei primi dieci anni (1980-1989) le pubblicazioni sono state 22, fra cui 11 romanzi; nei secondi dieci anni (1990-1999) le pubblicazioni sono più che raddoppiate: dalle 22 del primo decennio passano a 57; nei terzi dieci anni (2000-2007) le opere narrative in sardo sono ben 107. E parlo solo di quelle censite. Molte delle quali di gran vaglia. Certo, la lingua sarda, deve crescere. Ma sta crescendo: ha soltanto bisogno che le vengano riconosciuti i suoi diritti, che le venga riconosciuto il suo “status” di lingua, e dunque le opportunità concrete per potersi esprimere, oralmente e per iscritto, come avviene per la lingua italiana. E per poter essere conosciuta e apprezzata: il festival di Gavoi poteva essere una formidabile occasione in tal senso.

È stata brutalmente censurata. Perché?
Probabilmente perché Fois e gli altri organizzatori del festival non credono a una produzione letteraria in limba che esprima una specifica e particolare sensibilità locale, ovvero “una appartenenza totale alla cultura sarda, separata e distinta da quella italiana” diversa dunque e “irrimediabilmente altra”, come autorevolmente è stato scritto. E dunque non credono ad Autori che –ha sostenuto il compianto Antonello Satta- “sappiano andare per il mondo con pistoccu in bertula, perché proprio in questo andare per il mondo, mostrano le stimmate dei sardi e, quale che sia lo scenario delle loro opere, vedono la vita alla sarda”. Dimenticandosi, fra l’altro, che a riconoscere una Letteratura in limba è persino “uno straniero”: un viaggiatore francese dell’800, il barone e deputato Eugene Roissard De Bellet che dopo un viaggio nell’Isola, in “La Sardaigne à vol d’oiseau” nel 1882 scriverà: “Si è diffusa una letteratura sarda, esattamente come è avvenuto in Francia del provenzale, che si è conservato con una propria tradizione linguistica”
Bene. Marcello Fois e gli altri sodali sono liberi di pensarla così. Ma almeno dovrebbero sapere e convenire che l’idea di una letteratura italiana che comprenda esclusivamente le opere scritte in italiano può considerarsi ormai tramontata. Il concetto stesso di letteratura italiana si è dilatato sino a comprendere l’insieme delle opere scritte in tutto il territorio dello Stato italiano, indipendentemente dal codice linguistico utilizzato. Pertanto le letterature “regionali”, un tempo considerate minori, sono diventate le diverse componenti di un quadro “nazionale” più vasto. Ciò che sostanzialmente deve essere riconsiderato è il rapporto fra il “centro” e le “periferie”, dal momento che – come scrive in “Geografia e storia della letteratura italiana”, Carlo Dionisetti, il principale teorico di questi studi,- “La storia della marginalità reca un contributo essenziale alla storia totale in costruzione, perché si manda lo storico, senza tregua, dal centro alla periferia e dalla periferia al centro”. In tal modo, finalmente i fenomeni letterari possono essere considerati per il loro valore artistico, estetico, storico e culturale e non in base a un sistema linguistico. Oltretutto la furia italiota, italocentrica e cosmopolita gioca brutti scherzi: le star letterarie straniere vanno bene, ma escludere gli scrittori sardi in limba è segno di becero provincialismo non di apertura al mondo. 
Ma del resto, non sono forse stati scienziati come Einstein e scrittori come Honorè de Balzac e Tolstoj – per non parlare dei nostri Giuseppe Dessì e Cicitu Masala- ad affermare “Descrivi il tuo paese e sarai universale”?

Lìmba sarda