Condaghes distribuirà in Italia

La nota casa editrice sarda “Condaghes” ha firmato un contratto di distribuzione su tutto il territorio dello Stato con la DirectBook Metadistribuzione libraria e da alcuni giorni i suoi libri sono ufficialmente disponibili od ordinabili nei maggiori circuiti librari dello Stato.

Per una piccola realtà editoriale indipendente, quale la Condaghes, si tratta di un traguardo importante ma allo stesso tempo arduo da gestire.

Come si può ben capire lanciare le pubblicazioni di un marchio editoriale poco conosciuto in un mercato così competitivo non è un’operazione facile, ma Condaghes – si sostiene in una nota inviata anche ai suoi autori – pone fiducia nel valore e nella qualità dei suoi libri e ritiene che “presto la casa editrice riuscirà a ritagliarsi uno spazio dignitoso nel mare magnum dell’editoria italiana e straniera”.

Condaghes pertanto chiede ai suoi autori e ai suoi lettori un piccolo supporto sui social:

ci piacerebbe che collaborassi alla promozione dell’azienda attraverso i social network. Saranno sufficienti poche mosse: clicca sul pulsante “mi piace” presente nella home della pagina Facebook Condaghes e invita tutti i tuoi amici a fare altrettanto.

https://www.facebook.com/Condaghes-735969199840737/

Se invece hai un account Instagram premi sul tasto “segui”, diventa follower della casa editrice e suggerisci il profilo anche ai tuoi contatti.

https://www.instagram.com/condaghes/

 

Muroni: «ecco il mio pensiero politico per una Sardegna mai più subalterna»

Nella foto Anthony Muroni, ex direttore dell’Unione Sarda e attivista dell’associazione culturale Sardos

 

  1. Che cos’è e quali progetti ha l’associazione “Sardos”?

È un’associazione culturale che nasce proponendosi di favorire una forte animazione del dibattito pubblico. È anche un’aggregazione naturale per diversi settori della società sarda. Non per nulla può contare su piccoli imprenditori, professionisti, lavoratori, studenti, agenti culturali, esponenti di associazioni e amministratori pubblici.
Ognuno di loro si sente chiamato a partecipare all’elaborazione di proposte e alla promozione di confronti e analisi che possano coinvolgere un pubblico sempre più ampio.

2. Sardos possiede una strategia per costruire una alleanza organica alla nazione sarda? Se si ci soo paletti irrinunciabili?

Sardos non è un partito e se dipenderà dalla mia opinione, quella di uno dei soci fondatori, mai lo diventerà. Focalizzare la sua esistenza sul momento elettorale potrebbe distrarre l’associazione da quelli che sono i suoi scopi dichiarati. 
Credo, invece, ma questa è un’opinione personale e non una posizione ufficiale di Sardos, che dovrebbe agire come cinghia di trasmissione e momento di incontro tra tutti i soggetti indipendenti dalla partitocrazia italiana e intenzionati a riunirsi sotto un’unica bandiera e un programma di 10/12 punti, sostenibile, moderno e non dipendente.

3. Hai scritto sui social che “Sardos è un nome e un progetto”. Non pensi che ritenersi sardi non sia abbastanza per elaborare un progetto all’altezza dei tempi e della crisi del sistema politico e statuale che stiamo vivendo?

Sardos è un nome bellissimo. Vuol dire “Sardi”, uomini e donne, indica una nazionalità. Partire dalla presa di coscienza che programmi, strategie e gestione dei dossier devono avere base in Sardegna, impersonificati da una collegiale maggioranza di governo e da un presidente della Regione che abbia testa, cuore, gambe e anima in Sardegna. Caratteristiche che non potrà mai avere un governatore che deve rispondere non ai sardi ma a Berlusconi, Renzi o Grillo.

4. Quali sono le priorità programmatiche che mettete sul piatto?

Sardos non è un partito, come detto. Elaborerà, attraverso gruppi di studio territoriali, proposte che metterà a disposizione di chiunque si candiderà ad amministrare la cosa pubblica. Partiremo con Agrindustria, Turismo, Trasporti, Politiche europee, edilizia 3.0, Scuola, Federalismo interno, Mondo delle campagne, burocrazia, cultura, sanità, Politiche sociali, mobilità interna, gestione del paesaggio e lingua sarda.

5. Perché escludete un dialogo con i partiti italiani?

Per le questioni legate all’autonomia dalle segreterie e dalle lobby romane, anzitutto.
Non si può pensare – come hanno dimostrato prima Cappellacci e poi Pigliaru – al bene della Sardegna se si governa con le mani legate da rapporti di dipendenza.
Il problema – in astratto – non è quello di allearsi con partiti italiani, quanto di farlo in condizioni di evidente subalternità. È quello che ho sempre rimproverato a PDS e Irs: hanno accettato una coalizione come questo centrosinistra e un presidente come Pigliaru (i meno autonomisti della storia) pur di stare al governo, richiamandosi sempre a un’indipendenza dichiarata ma mai praticata. Altro discorso sarebbe stato se, nei fatti, la coalizione – pur comprendendo partiti italiani – fosse stata a trazione sardista e identitaria, con un forte antagonismo con Roma e la proposta di un solido patto generazionale di rinascita della Sardegna, partorito nell’Isola, condiviso con i cittadini e portato avanti senza nessuna subalternità rispetto allo Stato e al governo di turno.

Festival di Gavoi? Sena limba sarda e duncas sena Sardigna

Nella foto Francesco Casula
di Francesco Casula

Festival di Gavoi? Sena limba sarda. E, duncas, sena Sardigna.

Anche quest’anno, il Festival di Gavoi, sarà senza Limba: parlerà tutte le lingue del mondo ma non quella sarda. Così come in quelli precedenti infatti è stata rigorosamente esclusa la letteratura in Sardo. Ed è spiegabile solo dentro un’ottica biecamente italocentrica ed esterofila.
Vanno bene gli scrittori “stranieri” e italiani e anche quelli sardi in lingua italiana: peraltro, sempre i soliti noti.

Ma perché escludere la letteratura in limba?
Perché ha prodotto poco? Ma anche dato e non concesso che la lingua sarda abbia prodotto poco, si poteva pensare che un cavallo per troppo tempo tenuto a freno, legato imbrigliato e impastoiato potesse correre e correre velocemente? E non dice niente a Fois e agli organizzatori del festival di Gavoi la produzione in sardo degli ultimi trent’anni ma segnatamente degli ultimi dieci? Eccola: nei primi dieci anni (1980-1989) le pubblicazioni sono state 22, fra cui 11 romanzi; nei secondi dieci anni (1990-1999) le pubblicazioni sono più che raddoppiate: dalle 22 del primo decennio passano a 57; nei terzi dieci anni (2000-2007) le opere narrative in sardo sono ben 107. E parlo solo di quelle censite. Molte delle quali di gran vaglia. Certo, la lingua sarda, deve crescere. Ma sta crescendo: ha soltanto bisogno che le vengano riconosciuti i suoi diritti, che le venga riconosciuto il suo “status” di lingua, e dunque le opportunità concrete per potersi esprimere, oralmente e per iscritto, come avviene per la lingua italiana. E per poter essere conosciuta e apprezzata: il festival di Gavoi poteva essere una formidabile occasione in tal senso.

È stata brutalmente censurata. Perché?
Probabilmente perché Fois e gli altri organizzatori del festival non credono a una produzione letteraria in limba che esprima una specifica e particolare sensibilità locale, ovvero “una appartenenza totale alla cultura sarda, separata e distinta da quella italiana” diversa dunque e “irrimediabilmente altra”, come autorevolmente è stato scritto. E dunque non credono ad Autori che –ha sostenuto il compianto Antonello Satta- “sappiano andare per il mondo con pistoccu in bertula, perché proprio in questo andare per il mondo, mostrano le stimmate dei sardi e, quale che sia lo scenario delle loro opere, vedono la vita alla sarda”. Dimenticandosi, fra l’altro, che a riconoscere una Letteratura in limba è persino “uno straniero”: un viaggiatore francese dell’800, il barone e deputato Eugene Roissard De Bellet che dopo un viaggio nell’Isola, in “La Sardaigne à vol d’oiseau” nel 1882 scriverà: “Si è diffusa una letteratura sarda, esattamente come è avvenuto in Francia del provenzale, che si è conservato con una propria tradizione linguistica”
Bene. Marcello Fois e gli altri sodali sono liberi di pensarla così. Ma almeno dovrebbero sapere e convenire che l’idea di una letteratura italiana che comprenda esclusivamente le opere scritte in italiano può considerarsi ormai tramontata. Il concetto stesso di letteratura italiana si è dilatato sino a comprendere l’insieme delle opere scritte in tutto il territorio dello Stato italiano, indipendentemente dal codice linguistico utilizzato. Pertanto le letterature “regionali”, un tempo considerate minori, sono diventate le diverse componenti di un quadro “nazionale” più vasto. Ciò che sostanzialmente deve essere riconsiderato è il rapporto fra il “centro” e le “periferie”, dal momento che – come scrive in “Geografia e storia della letteratura italiana”, Carlo Dionisetti, il principale teorico di questi studi,- “La storia della marginalità reca un contributo essenziale alla storia totale in costruzione, perché si manda lo storico, senza tregua, dal centro alla periferia e dalla periferia al centro”. In tal modo, finalmente i fenomeni letterari possono essere considerati per il loro valore artistico, estetico, storico e culturale e non in base a un sistema linguistico. Oltretutto la furia italiota, italocentrica e cosmopolita gioca brutti scherzi: le star letterarie straniere vanno bene, ma escludere gli scrittori sardi in limba è segno di becero provincialismo non di apertura al mondo. 
Ma del resto, non sono forse stati scienziati come Einstein e scrittori come Honorè de Balzac e Tolstoj – per non parlare dei nostri Giuseppe Dessì e Cicitu Masala- ad affermare “Descrivi il tuo paese e sarai universale”?

Lìmba sarda