La lotta contro la “tortura bianca” dell’anarchico sardo Davide Delogu

Intervista rilasciata dal Collettivo sassarese S’Idea Libera

– Chi è Davide Delogu, perché si trova in carcere e dove è recluso?

Davide è un prigioniero anarchico sardo condannato a 15 anni per alcuni reati avvenuti in Sardegna e qui giudicato. Dopo numerosi trasferimenti nelle carceri italiane, tutti finalizzati a isolarlo e punirlo per le lotte portate avanti, ora è rinchiuso nel carcere di Augusta in Sicilia.

  • Delogu è sottoposto al regime di 14 bis. Puoi spiegarci in cosa consiste?

Il regime 14bis è definito un “regime di sorveglianza particolare” che prevede una carcerazione più dura e caratterizzata da numerose restrizioni. Le motivazioni per le quali un prigioniero può essere sottoposto a 14bis sono diverse e a discrezione dell’amministrazione penitenziaria. In generale il 14bis è previsto per i prigionieri il cui comportamento viene ritenuto una “minaccia per la sicurezza del carcere”. Nella realtà, il 14bis è uno strumento a cui le amministrazioni penitenziarie ricorrono per isolare e punire quei prigionieri che vengono ritenuti una minaccia all’ordine imposto dentro il carcere. Davide è solo un esempio di una lunga lista di prigionieri che, protagonisti di scioperi dentro le carceri, ad esempio, sono stati sottoposti a questo regime. Cosa prevede? Il 14bis prevede restrizioni in tutti gli ambiti: sul vestiario, sul vitto, sul possesso, acquisto o ricezione di oggetti normalmente permessi, sui libri, sulla corrispondenza, sull’uso di radio o TV, sull’ora d’aria, sui colloqui. Nel caso di Davide, come di altri prigionieri, si viene privati della socialità interna (quindi nessun contatto con nessun detenuto), isolamento totale e continuativo, detenzione in una cella liscia, cioè priva di radio, televisione, armadio e fornelli (l’unica cosa concessa sono il letto, tavolo e sgabello). Le due ore d’aria si svolgono in un’ulteriore cella un po’ più grande di quella dove si è rinchiusi per tutto il giorno. Di fatto senza mai vedere il sole. Non si ricevono le normali visite mediche, obbligatorie in questo genere di regime. Non si riceve posta, né viene inviata la propria. Non si possono avere né libri né giornali. L’unico colloquio è quello con l’avvocato. Questa è la realtà del 14bis perché, ricordiamoci, oltre la carta, il carcere non è fatto di applicazione della cosiddetta legge, ma di totale discrezionalità del regime carcerario.

Il regime 14bis può essere, per legge, applicato per un periodo non superiore ai 6 mesi, prorogabile più volte, e ogni volta in misura non superiore ai 3 mesi. Nel caso di Davide il 14bis è un trattamento che gli è stato riservato diverse volte e, così come per altri prigionieri, la totale discrezionalità di poter rinnovare il regime garantisce all’istituzione carceraria la possibilità di tenere isolamento un prigioniero per periodi lunghi e reiterati.

Oltre il 14bis, è importante ricordare come, sin dal primo giorno di trasferimento nel carcere di Augusta,  siano state negate a Davide tutte le attività normalmente garantite per legge, come la partecipazione a corsi scolastici, professionali, sportivi e ricreativi. Le restrizioni relative alla socialità, dunque, sono iniziate ben prima dell’applicazione del 14bis e senza nessuna motivazione.

  • Da tempo Delogu conduce una battaglia perché i diritti umani e la dignità dei detenuti vengano rispettati. Puoi sintetizzarci il percorso delle lotte messe in pratica?

Quella che Davide porta avanti è una lotta contro il carcere, una prospettiva quindi che parte dalla rivendicazione dei diritti dei prigionieri, ma che è parte di una lotta ben più ampia. Questo è un aspetto da tenere bene a mente, perché per questa dimensione politica di lotta Davide è stato individuato come un soggetto pericoloso per il carcere. La lotta portata avanti da Davide ha un piano di lotta individuale e quotidiana che lo ha portato a opporsi e denunciare sempre gli abusi che si vivono in carcere, fino alla rivendicazione di una pratica di autoliberazione come è stato il tentativo di evasione avvenuto il 1° Maggio dal carcere di Augusta (comunicato consultabile al link  https://www.autistici.org/cna/2017/05/24/comunicato-dellanarchico-sardo-prigioniero-davide-delogu-sul-tentativo-di-evasione/).

Ma Davide è stato protagonista, insieme a numerosi altri prigionieri, di proteste collettive dietro le sbarre. Detenuto nel carcere di Buoncammino a Cagliari, nell’estate del 2013, partecipò alle proteste messe in atto da numerosi detenuti nel carcere cagliaritano che denunciavano le condizioni detentive al limite dell’umano a cui venivano sottoposti.
È noto come il carcere di Buoncammino (ormai trasferito nella nuova sede-fortezza di Uta) si sia distinto per le condizioni oppressive dei carcerati che, in un comunicato dell’epoca delle proteste, riferivano del “sovraffollamento intollerabile con detenuti ammassati in celle lager in condizioni igieniche e strutturali al limite dell’indecenza, speculazione sui prezzi della merce, trattamenti inumani, abusi di qualsiasi genere e troppo, troppo altro ancora”.

A partire da maggio del 2013 decine di detenuti iniziarono lo sciopero del carrello in segno di protesta contro le barbarie che erano costretti a subire. Come previsto il loro grido non fu ascoltato dall’orecchio sordo dell’apparato carcerario e la protesta si infiammò.

Conseguenza di queste rivolte, oltre le perquisizioni, le minacce e le intimidazioni (e risulta anche un pestaggio), fu il trasferimento di una parte dei “ribelli”, tra cui Davide che venne spostato al Pagliarelli di Palermo e accusato di tentata evasione. La presunta intenzione di evadere, il fatto che fosse parte attiva nelle proteste e la sua “contiguità agli ambienti anarchici” gli sono costati il regime 14-bis.

  • Lo scorso 28 luglio 2017 si è svolto un presidio di solidarietà a Cagliari. Chi l’ha organizzato e quali sono le richieste di tale mobilitazione?

Il presidio è stato organizzato da amici/amiche, compagni/compagne di Davide che da tempo sono al suo fianco e organizzano presidi anche in concomitanza con le udienze che si svolgono al tribunale di Cagliari (udienze alle quali si vuole negare la partecipazione dal vivo di Davide attraverso l’uso della videoconferenza, pratica questa che segna un ulteriore meccanismo di isolamento).  Il presidio è stato parte di una campagna più vasta lanciata in solidarietà a Davide dopo la notizia dell’inizio dello sciopero della fame. Davide in un lungo reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Cagliari chiede, infatti, la sospensione del regime, la possibilità di avere la TV, un tavolo e l’uso del fornellino. Tra le “pericolosissime” richieste, anche quella  di ricevere la foto di un caro amico morto da poco, richiesta negata. La campagna, che si è svolta in tutto lo stato italiano, con scritte, striscioni, invio di lettere e cartoline, ha l’obiettivo di esprimere solidarietà e vicinanza a chi, come Davide, lotta dentro il carcere, e di fare pressione affinché le richieste di Davide vengano accolte.

Ad oggi è importante dire come la lotta portata avanti da Davide, e la solidarietà avuta, abbia in parte portato al raggiungimento di alcuni obiettivi: ora può fare l’ora d’aria con altri prigionieri, ha ricevuto la foto dell’amico scomparso e la corrispondenza è stata sbloccata.

  • Negli scorsi anni si è avuta una mobilitazione per la territorialità della pena in occasione della campagna per la liberazione dell’indipendentista Bruno Bellomonte. Credete che questa tematica sia ancora attuale e che la vicenda di Delogu possa essere un volano per un rilancio da parte del movimento anticolonialista?

Crediamo che ogni lotta, come quella della territorialità della pena, debba avere sempre chiaro il fatto che, al di là delle richieste specifiche e legittime, vi sia il rifiuto totale e incondizionato verso la logica del carcere e la sua stessa esistenza. Detto ciò, è fondamentale supportare ogni lotta, dentro e fuori, che rivendichi i diritti dei detenuti, non perché crediamo che sia possibile avere un carcere più umano ma perché, come per le lotte che avvengono fuori dalle sbarre, crediamo che attraverso una pratica di lotta si cresca nel proprio percorso di autodeterminazione, individuale e collettivo.

La lotta per il rispetto di una legge prevista dall’ordinamento stesso, quello della territorialità, è una di queste: non è forse indicativo che, a fronte di tanti posti creati nelle nuove galere sarde, si siano trasferiti tantissimi detenuti da fuori (che per di più non volevano ovviamente stare qui perché lontani dai propri cari), e invece ai prigionieri sardi che chiedono l’avvicinamento, questo viene negato? Questo rende evidente come l’obiettivo del carcere non sia la cosiddetta riabilitazione o il rispetto dei diritti, ma quello dell’isolamento e della punizione. Questo aspetto è quindi purtroppo ancora attuale e riguarda tanto i prigionieri sardi, quanto quelli non sardi che qui vengono deportati. Rispetto a questo, pensiamo che la vicenda di Davide sia esemplificativa ancora una volta di cosa sia il carcere e che questa debba diventare una lotta non solo “per Davide”, ma in solidarietà a tutti i prigionieri e le prigioniere che, come lui, subiscono ma non si arrendono. Il discorso è quanto noi ci arrendiamo a questo stato di cose e accettiamo che ancora avvengano. Se ne siamo consapevoli, se lottiamo per l’autodeterminazione di un popolo, non possiamo allora non lottare per rompere le prime e più pesanti catene che ci legano a questo Stato di oppressione: il carcere.

Bisogna quindi chiedere al movimento anticolonialista e agli individui che in questa lotta si riconoscono se siamo ancora in grado di lottare contro il carcere e lottare affianco dei prigionieri.

La risposta, pensiamo, ognuna debba darla da sé e magari anche in momenti collettivi di confronto.

 

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