Altro che Costituzioni farlocche, parliamo di conflitto sociale! – di Andrìa Pili

                        di Andrìa Pili

Un partito indipendentista serio, se volesse creare un dibattito serio sulla futura Repubblica di Sardegna, si occuperebbe di toccare il nodo del conflitto sociale interno. Ovviamente, una Costituzione rifletterà i rapporti di forza nella società sarda; dunque, ogni discorso rivolto “ai sardi” indistintamente, in cui si ribadisce ossessivamente che dobbiamo amarci tutti senza dubitare di alcuno o ci si lancia in vaneggi sulla ricerca della felicità, della verità e della giustizia o sul concetto di nazione (ignorando la scienza politica e la logica) … non ha nulla a che fare con un dibattito politico. Del resto, “elevare il dibattito” è tutto il contrario di ciò che il PdS ha fatto da quando esiste, diffondendo soltanto fesserie o robacce prepolitiche mutuate dal dibattito partitico italiano; sul piano della cultura politica sardista, un passo indietro enorme.
Sono un ammiratore delle recenti rivoluzioni latinoamericane. In Venezuela, Bolivia, Ecuador, la creazione di nuove Costituzioni democratiche e sociali avanzate è stata il risultato di una rivoluzione democratica popolare contro l’oligarchia neoliberale e filostatunitense. Per un movimento rivoluzionario democratico sardo l’ambizione dovrebbe essere la stessa. Non “virtù dell’amore” o un impianto massimo liberale da fine della storia e delle ideologie ma cultura del conflitto, lotta di classe, socialismo, anticolonialismo, nazionalismo rivoluzionario.
Che una retorica similsardista e autonomistica possa andare d’accordo con la dipendenza politica ed economica e l’oppressione della maggioranza è una cosa che sa bene chiunque conosca la storia della Sardegna, non solo quella degli ultimi 70 anni; un fenomeno come il “sovranismo/indipendentismo” di notabili e del ceto politico rappresentati nel PdS o il diffuso “sardismo” ostentato dai partiti italiani nell’isola (a parole, molti di questi sono per una maggiore autonomia) vanno letti secondo il periodo storico che stiamo vivendo dall’ultimo piano di Rinascita in poi. Disporre di maggiori poteri “regionali” può rientrare negli interessi del nostro ceto politico, in termini di maggiore potere di allocare soldi pubblici e posti di lavoro (e quindi legittimazione e consenso per sé stesso) in compensazione della perdita delle prebende dei decenni passati; “maggiore autonomia” o addirittura “indipendenza” non necessariamente rappresenterebbero una reale emancipazione per i sardi subalterni. Ecco perché, a mio parere, avremmo bisogno di tutto un altro dibattito sull’indipendentismo rispetto a quello comparso in questi ultimi due giorni sulla stampa sarda tra i vaneggi e l’infantilismo di alcuni autoproclamati padri costituenti, l’amore per la Costituzione italiana di altri, passando per la difesa della specificità e larghe forme di autonomia speciale da parte di esponenti di partiti che difendono l’occupazione militare della Sardegna.