Il sacco coloniale de La Maddalena

di Paolo Mugoni

Tutto iniziò con la chiusura della base americana. Una serie di coincidenze favorevoli portò alla dismissione della base e l’allora presidente RAS Renato Soru con facilità si intestò quel successo. L’economia era allora basata, oltre che sul turismo, anche sugli impieghi civili nella base americana, sul florido indotto generato dalla presenza di centinaia di famiglie americane e sulla presenza massiccia della marina militare italiana. Partiti gli americani i maddalenini, liberati da questa enorme zavorra, avrebbero dovuto finalmente diventare un Eldorado del turismo mondiale, viste le bellezze che l’arcipelago custodisce. Evidentemente decenni di economia basata sugli impieghi militari e civili, legati alla presenza di basi militari (americana ed italiane) aveva ingenerato poca capacità di iniziativa sul versante dell’economia. Si fece allora presente, nelle forze politiche in maggioranza al governo regionale, il “mito” del risarcimento. I maddalenini, persi i posti di lavoro alla base americana dovevano essere risarciti con nuova occupazione derivata da investimenti statali e/o regionali.

Era il 2007 e da lì a due anni si sarebbe tenuto in Italia il G8, quale migliore occasione per progettare il recupero delle strutture militari dismesse, bonificare le aree demaniali militari e la darsena antistante? Prodi accolse le richieste di Soru (allora presidente della RAS) e decise di investire cifre notevoli in questa operazione ma il governo cadde e a gestire il tutto subentrò il governo Berlusconi che inorgoglito di avere una ribalta internazionale di prestigio, si buttò a capofitto sull’impresa. Naturalmente, come avviene molto spesso in Sardegna, si fece finta di finanziare queste opere con fondi governativi ma si ricorse a fondi destinati alla RAS per altri capitoli di spesa, fondi che vennero dirottati per il finanziamento delle opere legate al G8.

La gestione commissariale dei lavori, che avrebbe dovuto permettere la celerità dei lavori, venne affidata alla struttura della protezione civile con a capo Guido Bertolaso. Le cronache giudiziarie hanno riportato le aberrazioni dei lavori e gli interessi illegittimi scesi in campo e non occorre ripetere in questo contesto il verminaio generato dagli appetiti di “prenditori”, perlopiù romani, che fecero letteralmente “carne di porco” dei soldi pubblici stanziati per l’occasione. Normalità tutta italiana si potrebbe dire, ma qua i fatti stanno a dimostrare che si è superata qualsiasi previsione e si è passati nell’ambito di scenari da possedimento coloniale. Sembra un film di fantascienza da quanto quello che accadde è incredibile: un presunto risarcimento per i danni arrecati per mancati introiti al commercio e al mercato immobiliare, per i licenziamenti del personale civile della base che, venne pagato con i soldi dei danneggiati. Non solo, a chi andarono i soldi per i lavori da eseguire? Semplice, le gare d’appalto gestite dalla protezione civile in regime di emergenza fecero sì che le imprese che poterono partecipare fossero quelle iscritte nell’elenco della protezione civile, che, ça va san dire, erano tutte italiane. Alle imprese sarde, se si accontentavano, vennero dati i subappalti ai costi ed alle condizioni decise dall’impresa aggiudicatrice.

A lavori quasi conclusi, come riportano le cronache di quegli anni, Berlusconi, sempre intenzionato a risarcire qualcuno, sposta il G8 all’Aquila, allora da poco colpito dal sisma che distrusse buona parte delle costruzioni e portò a numerose vittime. La Maddalena? Nel volgere di qualche tempo passata nel dimenticatoio, i lavori dati per conclusi in realtà non vennero mai terminati. Nel frattempo la protezione civile, con la sua struttura sulle emergenze bandì un concorso per la gestione dell’ex Arsenale, caratterizzato dal famoso cubo “water front” dell’archistar Stefano Boeri. La MITA Resort, della ex presidentessa di Confindustria Emma Marcegaglia, si aggiudicò l’assegnazione dell’ex Arsenale con un contratto vantaggiosissimo: 60.000 euro per 40 anni (fonte la Nuova Sardegna). Ma, come spesso accade in Italia, non si erano fatti pienamente i conti con i “prenditori” italiani: l’opera di bonifica della darsena non era avvenuta e quindi la MITA Resort risultò impossibilitata ad avviare l’attività in quanto l’interdizione della darsena pregiudicava il core business dell’impresa, i mega yacht ed i loro proprietari. Immediatamente, sentendosi defraudata di un diritto la MITA fece causa alla Protezione Civile e chiese un risarcimento di 200 milioni di euro.

Il contenzioso si è chiuso in questi giorni con una transazione a favore della MITA di 21 milioni di euro. L’attività delle strutture un tempo della Marina Militare Italiana ancora non è partita. Numero dei maddalenini occupati? nessuno! Risarcimento per la “perdita” della base militare americana? Zero risarcimento! Non solo: alla gara per la gestione dell’ex ospedale militare, ristrutturato in questa occasione, non si presentò nessuno ed oggi risulta abbandonato.

Riassumiamo: 327 milioni per ristrutturare tutti gli edifici in questione, 21 milioni per la transazione con la Mita, 475.000 euro annui per il pagamento dell’IMU, ulteriori 20 milioni di euro per l’ennesima ristrutturazione dell’Arsenale, 30 milioni per la bonifica della darsena, 10 milioni per gli arredi. Mancano sicuramente altre voci di costo ma quanto riportato è già sufficiente! Cosa potrebbe incassare la Regione per la locazione quarantennale alla MITA Spa del gruppo Marcegaglia se si rimettesse in moto tutta l’operazione? Una persona sana di mente direbbe: almeno 1 milione di euro annui. No la MITA spende 60.000 euro annui. Siamo in Sardegna, colonia italiana!

Le parole però che mi risuonano nella testa e che più mi fanno male sono quelle rilasciate nel gennaio 2010 dall’ex presidente Soru al quotidiano La Repubblica: “Volevamo rilanciare quest’isola, farla decollare come una Davos mediterranea e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città”.

E se invece andasse male, – chiede il giornalista – visto che l’aria non sembra delle più elettrizzanti?

“Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire”.

Che dire? Le parole sembrano esaurite!