Il Referendum catalano manda in crisi Podemos

Il quesito referendario trilingue (spagnolo, catalano e occitano) presentato pochi giorni fa dal Governo Catalano
di Marco Santopadre

Nel giro di pochi giorni ha preso corpo la road map che dovrebbe portare alla convocazione di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Un referendum che sta incubando da molto tempo, fin da quando, tra la fine del decennio precedente e l’inizio di quello in corso, due fenomeni hanno turbato l’equilibrio raggiunto alla fine della lunga e feroce dittatura franchista. Un regime autoritario che si impose non solo contro la Spagna repubblicana e i movimenti socialisti e comunisti, ma anche per stroncare le rivendicazioni di indipendenza dei baschi e dei catalani.

La fine del franchismo non fu determinata da alcuna rottura, da alcuna frattura, ma il passaggio al nuovo regime – una Monarchia parlamentare – avvenne nel segno della continuità. Il tutto grazie all’autoriforma, accettata supinamente dalle opposizioni antifasciste statali, realizzata da un pezzo consistente del regime che pur di integrarsi nella costituenda Unione Europea e nella Nato accettò di disfarsi della ormai troppo ingombrante dittatura pur di garantire la continuazione del dominio dell’oligarchia che ne era stata il perno.

Se il Movimento di Liberazione Basco, da posizioni socialiste e rivoluzionarie, rifiutò e contestò una defranchizzazione limitata e superficiale, le componenti maggioritarie del movimento nazionalista catalano si integrarono volentieri all’interno del cosiddetto ‘Stato delle autonomie’ che in cambio della concessione di un certo grado di autogoverno evitava quella rottura della Spagna che era stato il maggior cruccio dei promotori del golpe fascista.

Grazie al nuovo regime, la grande e media borghesia catalana, ampiamente integrata sia a livello statale che internazionale, ha potuto gestire il potere economico e politico a livello locale attraverso le formazioni regionaliste e autonomiste – in particolare Convergència Democràtica – che hanno costituito un efficace argine contro i movimenti indipendentisti sostenendo in cambio i governi statali formati di volta in volta dai socialisti e dai popolari.

Come detto, l’equilibrio si è rotto negli ultimi dieci anni. La gestione autoritaria e liberista della crisi economica da parte dei governi spagnoli – sotto dettatura dell’Ue – e di quelli regionali ha provocato la politicizzazione di ampi strati della popolazione che fino ad allora si erano tenuti al margine o al di fuori della mobilitazione sociale e politica. A centinaia di migliaia i lavoratori, i giovani, le donne catalane si sono riversati nelle piazze e nelle strade, hanno partecipato agli scioperi, ai picchetti, alle assemblee.

Contemporaneamente un tiepido tentativo da parte dei regionalisti e di alcune forze di centrosinistra di riformare lo Statuto di Autonomia varato nel 1979 fu brutalmente frustrato dalle istituzioni statali. La mutilazione del testo, oltretutto approvato solo al termine di un lunghissimo iter, rese patente alla base sociale del catalanismo l’impossibilità di ottenere un aumento dell’autonomia grazie ad un negoziato con lo Stato e rispettando gli insormontabili vincoli imposti da una vera e propria gabbia costituzionale e istituzionale.

La confluenza dei due processi – mobilitazione politica indipendentista e mobilitazione sociale – ha condotto ad un auge dell’indipendentismo e ad un rafforzamento delle correnti di sinistra e popolari obbligando i regionalisti catalani – nel frattempo al centro di numerosi scandali per corruzione – ad abbracciare la parola d’ordine della separazione da Madrid.

Dopo le ultime elezioni autonomiche si è formato un governo composto dai liberal-conservatori del PDeCat (ex Convergència) e dai socialdemocratici di Esquerra Republicana de Catalunya, sostenuto dall’esterno dagli eletti della Cup, formazione di sinistra radicale di tendenza anticapitalista.

La maggioranza indipendentista del Parlament ha intrapreso un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità che nei giorni scorsi ha condotto i deputati della maggioranza ad approvare due leggi: la prima convoca il Referendum per il prossimo 1 Ottobre, la seconda stabilisce i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana, l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

I partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione e stanno intraprendendo un boicottaggio che potrebbe condurre all’intervento delle forze di sicurezza contro i promotori del referendum, alla sospensione dello statuto catalano di autonomia e a ritorsioni personali di tipo giudiziario ed economico contro esponenti politici, funzionari e dipendenti pubblici.

Come si dice in questi casi il gioco si sta facendo duro e l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Settori consistenti dello stesso partito che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana. Il PDeCat, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum e il relativo passaggio parlamentare stanno mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – stanno ampiamente sforbiciando il proprio programma originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più e si dimostra un artificio retorico.

Podemos, così come il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Questo vuol dire che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada che in alcune occasioni ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero in tema di indipendenza.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro. Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un argomento propagandistico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte chiede a Madrid di consentire lo svolgimento del referendum, dall’altra afferma che consentirà la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avrà l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e se non comporterà rischi di ritorsioni da parte spagnola per i funzionari e i dipendenti comunali.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori della consultazione ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e del movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i maggiori progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia e alla rottura della legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza tra le classi e nazionali in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia.

Oltretutto le capriole di Iglesias e di Ada Colau stanno avendo effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, oltre che provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

Nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata a Barcellona, ma non potrà contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra loro iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Infine, mentre Podemos e Colau insistono sul fatto che accetteranno il referendum solo se godrà del consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti ad andare a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione.

Il sacco coloniale de La Maddalena

di Paolo Mugoni

Tutto iniziò con la chiusura della base americana. Una serie di coincidenze favorevoli portò alla dismissione della base e l’allora presidente RAS Renato Soru con facilità si intestò quel successo. L’economia era allora basata, oltre che sul turismo, anche sugli impieghi civili nella base americana, sul florido indotto generato dalla presenza di centinaia di famiglie americane e sulla presenza massiccia della marina militare italiana. Partiti gli americani i maddalenini, liberati da questa enorme zavorra, avrebbero dovuto finalmente diventare un Eldorado del turismo mondiale, viste le bellezze che l’arcipelago custodisce. Evidentemente decenni di economia basata sugli impieghi militari e civili, legati alla presenza di basi militari (americana ed italiane) aveva ingenerato poca capacità di iniziativa sul versante dell’economia. Si fece allora presente, nelle forze politiche in maggioranza al governo regionale, il “mito” del risarcimento. I maddalenini, persi i posti di lavoro alla base americana dovevano essere risarciti con nuova occupazione derivata da investimenti statali e/o regionali.

Era il 2007 e da lì a due anni si sarebbe tenuto in Italia il G8, quale migliore occasione per progettare il recupero delle strutture militari dismesse, bonificare le aree demaniali militari e la darsena antistante? Prodi accolse le richieste di Soru (allora presidente della RAS) e decise di investire cifre notevoli in questa operazione ma il governo cadde e a gestire il tutto subentrò il governo Berlusconi che inorgoglito di avere una ribalta internazionale di prestigio, si buttò a capofitto sull’impresa. Naturalmente, come avviene molto spesso in Sardegna, si fece finta di finanziare queste opere con fondi governativi ma si ricorse a fondi destinati alla RAS per altri capitoli di spesa, fondi che vennero dirottati per il finanziamento delle opere legate al G8.

La gestione commissariale dei lavori, che avrebbe dovuto permettere la celerità dei lavori, venne affidata alla struttura della protezione civile con a capo Guido Bertolaso. Le cronache giudiziarie hanno riportato le aberrazioni dei lavori e gli interessi illegittimi scesi in campo e non occorre ripetere in questo contesto il verminaio generato dagli appetiti di “prenditori”, perlopiù romani, che fecero letteralmente “carne di porco” dei soldi pubblici stanziati per l’occasione. Normalità tutta italiana si potrebbe dire, ma qua i fatti stanno a dimostrare che si è superata qualsiasi previsione e si è passati nell’ambito di scenari da possedimento coloniale. Sembra un film di fantascienza da quanto quello che accadde è incredibile: un presunto risarcimento per i danni arrecati per mancati introiti al commercio e al mercato immobiliare, per i licenziamenti del personale civile della base che, venne pagato con i soldi dei danneggiati. Non solo, a chi andarono i soldi per i lavori da eseguire? Semplice, le gare d’appalto gestite dalla protezione civile in regime di emergenza fecero sì che le imprese che poterono partecipare fossero quelle iscritte nell’elenco della protezione civile, che, ça va san dire, erano tutte italiane. Alle imprese sarde, se si accontentavano, vennero dati i subappalti ai costi ed alle condizioni decise dall’impresa aggiudicatrice.

A lavori quasi conclusi, come riportano le cronache di quegli anni, Berlusconi, sempre intenzionato a risarcire qualcuno, sposta il G8 all’Aquila, allora da poco colpito dal sisma che distrusse buona parte delle costruzioni e portò a numerose vittime. La Maddalena? Nel volgere di qualche tempo passata nel dimenticatoio, i lavori dati per conclusi in realtà non vennero mai terminati. Nel frattempo la protezione civile, con la sua struttura sulle emergenze bandì un concorso per la gestione dell’ex Arsenale, caratterizzato dal famoso cubo “water front” dell’archistar Stefano Boeri. La MITA Resort, della ex presidentessa di Confindustria Emma Marcegaglia, si aggiudicò l’assegnazione dell’ex Arsenale con un contratto vantaggiosissimo: 60.000 euro per 40 anni (fonte la Nuova Sardegna). Ma, come spesso accade in Italia, non si erano fatti pienamente i conti con i “prenditori” italiani: l’opera di bonifica della darsena non era avvenuta e quindi la MITA Resort risultò impossibilitata ad avviare l’attività in quanto l’interdizione della darsena pregiudicava il core business dell’impresa, i mega yacht ed i loro proprietari. Immediatamente, sentendosi defraudata di un diritto la MITA fece causa alla Protezione Civile e chiese un risarcimento di 200 milioni di euro.

Il contenzioso si è chiuso in questi giorni con una transazione a favore della MITA di 21 milioni di euro. L’attività delle strutture un tempo della Marina Militare Italiana ancora non è partita. Numero dei maddalenini occupati? nessuno! Risarcimento per la “perdita” della base militare americana? Zero risarcimento! Non solo: alla gara per la gestione dell’ex ospedale militare, ristrutturato in questa occasione, non si presentò nessuno ed oggi risulta abbandonato.

Riassumiamo: 327 milioni per ristrutturare tutti gli edifici in questione, 21 milioni per la transazione con la Mita, 475.000 euro annui per il pagamento dell’IMU, ulteriori 20 milioni di euro per l’ennesima ristrutturazione dell’Arsenale, 30 milioni per la bonifica della darsena, 10 milioni per gli arredi. Mancano sicuramente altre voci di costo ma quanto riportato è già sufficiente! Cosa potrebbe incassare la Regione per la locazione quarantennale alla MITA Spa del gruppo Marcegaglia se si rimettesse in moto tutta l’operazione? Una persona sana di mente direbbe: almeno 1 milione di euro annui. No la MITA spende 60.000 euro annui. Siamo in Sardegna, colonia italiana!

Le parole però che mi risuonano nella testa e che più mi fanno male sono quelle rilasciate nel gennaio 2010 dall’ex presidente Soru al quotidiano La Repubblica: “Volevamo rilanciare quest’isola, farla decollare come una Davos mediterranea e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città”.

E se invece andasse male, – chiede il giornalista – visto che l’aria non sembra delle più elettrizzanti?

“Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire”.

Che dire? Le parole sembrano esaurite!

Mama Sardigna: Artistas pro sa terra

MAMA SARDIGNA – Artistas pro sa terra nasce dal desiderio di tutte le associazioni ambientaliste dell’isola di creare una occasione di incontro, confronto e festa, capace di portare all’attenzione di tutti i cittadini i temi della salvaguardia della nostra terra, resa vulnerabile da progetti spesso distanti dalla natura del territorio e dalla cultura dei sardi.
Al progetto, ideato coordinato dalla Associazione Sardos, hanno aderito le seguenti associazioni ambientaliste: ISDE – Medici per l’Ambiente Sardegna, WWF, Italia Nostra, Gruppo d’Intervento Giuridico, Consulta Ambiente e Territorio della Sardegna, Consulta ATE (Ambiente Territorio ed Energia), Comitato per la Riconversione della RWM di Domusnovas, Non Solo Ippocrate, FederParchi, MedSea.

L’evento si svolgerà all’Arena grandi eventi di Cagliari il 15 settembre e vedrà la partecipazione di diversi artisti sardi e si svilupperà dal tardo pomeriggio per dare alle associazioni la possibilità di affrontare sul palco alcuni dei temi più attuali in relazione alla tutela dell’ambiente. Inoltre, all’interno dell’arena saranno allestiti punti informativi dedicati.

Scopo del concerto, oltre alla attività di comunicazione, sarà una raccolta fondi finalizzata al rimboschimento di alcune aree simboliche della Sardegna, uno nella periferia urbana di Cagliari, dove sarà realizzato un vero e proprio intervento di recupero di un’area degradata e altri nei paesi in via di spopolamento, dove saranno recuperate zone abbandonate o distrutte dagli incendi.

Piano Kalergi: musica per suonati sardi

di Carlo Manca

C’è una nuova epidemia ideologica in Sardegna. Il Piano Kalergi è il pattume intellettuale all’ultimo grido che gira da alcuni anni in Europa e che è approdato da relativamente poco sulla nostra isola.

L’idiozia, che ha afflitto trasversalmente lo spettro politico, individua le dimostrazioni del fantomatico piano di sostituzione etnica (o razziale, a seconda di chi ne parla) in elementi come il basso tasso di natalità in Sardegna o la diffusione dei centri di accoglienza sparsi nell’isola. Fra aggravanti e conferme si possono menzionare, ad esempio, le proteste occasionali per la bassa qualità del cibo in alcuni centri di accoglienza che vengono considerate delle prove tecniche di golpe, le citazioni occasionali di Imam, le elucubrazioni o le predizioni di sedicenti esperti dell’informazione che somigliano di più a dei romanzieri, le citazioni decontestualizzate e distorte di capri espiatori vari (ora Boldrini, ma prima Kyenge), il decadimento dei “valori” della società Occidentale, il miscuglio con le sempreverdi accuse al sionismo mondiale e alla massoneria, gli extraterrestri e i rettiliani. La nuova versione de I protocolli dei Savi Anziani di Sion, è una realtà. Finalmente il modello moderno è uscito, lo aspettavamo tutti.

Il metodo attraverso cui si propagano queste teorie, è presto detto: allarme, paura, sovraesposizione mediatica, fonti inesistenti o date per rimosse o distorte, collegamenti storici che seguono un filo logico arbitrario e inconfutabile per via della sua stessa fantasia. E nonostante tutto ciò, il complottista medio manifesta vittimismo. Qualcuno ricorderà il solito mantra del “I TG non ne parlano! Diffondi prima che sia troppo tardi!”. Non c’è da avere ciecamente fiducia nei giornali e né nei telegiornali, poiché i giornalisti non sono spogli da idee politiche e interessi, ma un altro conto è evitare di diffondere una bufala come quella del piano Kalergi.

Si critica inoltre il pensiero unico, prima ancora di definire cosa si intenda per “pensiero unico” – sempre che esista sul serio, come se l’anticonformismo in ambito di opinioni fosse un valore, a prescindere dalla validità delle opinioni e dalla loro veridicità. L’attacco al pensiero unico è l’immancabile ancora di salvezza attraverso cui si vorrebbe far passare l’opinione qualunque, ovvero l’inconsistenza fatta vapore acqueo, per posizione assolutamente lecita al pari di tante altre documentate (sorvolo sul discorso epistemologico correlato). Una roba da turisti della democrazia, in cui, sulla base che ogni opinione debba necessariamente essere valida, si vorrebbe far passare un pensiero rivestito di estetica della ribellione – che si fa forte del suo stoicismo per il fatto che non regge la quantità di opinioni “conformi” al pensiero unico – come altrettanto valido a paragone con un’opinione la cui validità è comprovata da metodo e documentazione.

Da uno studio del Sardinian Socio-economic Observatory, si può vedere come l’ “invasione“, di cui diverse persone in allarme parlano, sia certamente un’esagerazione in termini pratici. Infatti questa è un’immagine data da una percezione falsata e indotta da quelle frange politiche che hanno tutto l’interesse a fare leva su una paura di una popolazione diseducata al senso critico e cresciuta a pane e sciovinismo.
Lo studio si può consultare a questo indirizzo: http://www.sardinianobservatory.org/2017/04/04/migranti-sardegna-sullisola-5-470-31-dei-richiedenti-asilo-presenti-italia-961-alloggiati-nei-cas-solo-39-nei-centri-sprar/, e smonta la teoria dell’invasione coi dati. Non si spiega infatti come un rapporto di 1 migrante ogni 250 sardi possa rappresentare un’invasione, men che meno se stiamo parlando di disperati disarmati che verranno semplicemente stipati in SPRAR o in CAS per alcuni mesi, in attesa dell’ottenimento del permesso di soggiorno.

Facendo una modesta ricerca sul motore di ricerca di Bing, nelle prime 12 pagine di risultati possiamo notare i seguenti siti che affermano che il piano Kalergi, di cui alcuni affermano che esista ed altri ne confutano l’esistenza:

  • Chi lo conferma?

Effedieffe, casa editrice cattolica conservatrice

http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=210544:il-piano-kalergi-il-genocidio-dei-popoli-europei&catid=35:worldwide&Itemid=152

The Living Spirits, sito di medicina alternativa, spiritualismo, cospirazionismo

http://www.thelivingspirits.net/david-icke-in-ita/europa-unita-una-catastrofe-calcolata.html

Imola Oggi, quotidiano di impronta nazionalista italiana

Europa, inganno, immigrazione. “La verità sul piano Kalergi” di Matteo Simonetti

Progetto Atlanticus, blog di ufologia, massoneria, rettiliani e NWO, profezie e fantaarcheologia

http://www.progettoatlanticus.net/2013/10/il-piano-kalergi.html

Centro Studi Malfatti, piattaforma di impronta cattolica di centro

http://www.centrostudimalfatti.org/cms/wp-content/uploads/2014/01/Genocidio-D.pdf

Conoscenze al confine, portale di spiritualismo, medicina alternativa, parapsicologia

Il “Piano Kalergi” – la storia segreta dell’Unione Europea

Identità, blog di impronta fascista

http://identità.com/blog/2012/12/11/il-piano-kalergi-il-genocidio-dei-popoli-europei/

La Stella Nera, blog di complottismo, NWO, massoneria, scie chimiche

https://lastellanera.wordpress.com/tag/piano-kalergi/

Centro San Giorgio, sito di impronta cattolica reazionaria

http://www.centrosangiorgio.com/occultismo/mondialismo/pagine_mondialismo/il_piano_kalergi.htm

Don Curzio Nitoglia, blog di un chierico cattolico conservatore

La CIA, Kalergi e l’Unione Europea

Ereticamente, portale di impronta tradizionalista e reazionaria

Su ‘La verità sul Piano Kalergi’, di Matteo Simonetti – Flavia Corso

Qui Europa, quotidiano di impronta cattolica e tradizionalista

http://www.quieuropa.it/lelite-integrazionista-del-piano-kalergi-premia-bergoglio/

Intelligonews, quotidiano di destra

http://www.intelligonews.it/societa-e-protagonisti/articoli/18-marzo-2015/24573/la-verita-sul-piano-kalergi-e-le-origini-della-ue-se-ne-parla-poco-e-nessuno-sa/

No Censura, portale di impronta conservatrice e complottista

http://www.nocensura.com/2013/11/la-storia-segreta-dellunione-europea-il.html

Apocalisse Laica, portale

Il piano Kalergi: Ecco spiegato il genocidio dei popoli europei

L’intellettuale dissidente, quotidiano di impronta rossobruna

http://www.lintellettualedissidente.it/editoriale/la-storia-segreta-dellunione-europea-il-piano-kalergi/

Fronte di liberazione dai banchieri, blog di impronta qualunquista

http://frontediliberazionedaibanchieri.it/article-il-piano-kalergi-il-genocidio-dei-popoli-europei-117650465.html (rimanda al blog “Identità”)

Byoblu, blog di impronta qualunquista

Il Piano Kalergi

Altra realtà, blog di impronta spiritualista e qualunquista

http://altrarealta.blogspot.it/2013/11/il-piano-kalergi.html

Antimassoneria, blog di impronta cattolica reazionaria

Il Piano Kalergi – Quello che Nessuno ti ha mai detto sull’Europa

(rimanda al quotidiano “Qui Europa”)

Unione per il socialismo nazionale, blog di impronta neonazista

https://socialismonazionale.wordpress.com/tag/piano-kalergi/

  • Chi lo smentisce?

Vice, quotidiano

https://news.vice.com/it/article/piano-kalergi-complotto-estremisti-italiani

Linkiesta, quotidiano indipendente

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/09/28/cose-il-piano-kalergi-la-bufala-dei-migranti-che-uccideranno-gli-europ/27568/

Indiscreto, portale di cultura pop

Kalergi e l’Europa dei pecoroni

Il juke-box del piano Kalergi

Giornalettismo, quotidiano

Piano Kalergi, Fusaro rilancia la bufala razzista sul genocidio programmato dei popoli europei

Il Piano Kalergi: l’ultima fantasia neonazista

Mazzetta, blog di impronta libertaria

“Il piano Kalergi”, i Protocolli dei savi di Sion riscritti dal nazistume

Termometro Politico, portale di politica

Complotti, cospirazioni e misteri della rete: il Piano Kalergi

Next, quotidiano

Kalergi: il piano de La Gabbia per diffamare Laura Boldrini

Matteo Salvini contro il terribile Piano Kalergi

Il Primato Nazionale, quotidiano di impronta fascista (nda: sì, fascista, hai letto bene, è clamoroso)

Esiste davvero il “Piano Kalergi”? Ecco la risposta

Bufale un tanto al chilo (BUTAC), blog di debunking

http://www.butac.it/il-piano-kalergi-per-lo-sterminio-degli-europei/

Il campione raccolto vuole che il profilo di chi afferma che il piano esista sia il seguente: tradizionalista, spiritualista, conservatore/identitario, filofascista/filonazista, cattolico, autoritario. Ci sono tutti i crismi dell’ur-fascismo, la mitomania verso il clero cattolico, l’antisocialismo (contro socialisti, anarchici e comunisti) e c’è anche il vecchio jolly dell’antisemitismo (con annesso negazionismo dell’olocausto).

L’indipendentismo sardo è anch’esso affetto da tale morbo ideologico moderno. Non l’indipendentismo storico, fortunatamente. O meglio, lo è solo una minuscola parte di questo, perché attraverso la creduloneria nei confronti del piano Kalergi, abbiamo una schiera di parvenus nell’indipendentismo sardo: ci sono una serie di personaggi che si sono “scoperti” indipendentisti perché hanno dato per buona, quando non per accertata, la teoria del piano Kalergi, e quindi pensano che la quantità di migranti che l’Italia colloca in Sardegna (ricordiamolo: ad ora sono circa il 3% del totale sul suolo dello Stato italiano) sia un tentativo di annacquamento etnico o, come piace ad alcuni tacchini estremisti, un inquinamento razziale. Niente di più lontano dalla realtà. Ma è inutile parlare di realtà, perché quella del complottista medio (fra cui il neo-indipendentista sardo di matrice cospirazionista) è una lettura molto filtrata dalle nozioni-rivelazioni ma non dal senso critico, sempre in cerca di nuove conferme – anche irrilevanti – alla teoria del piano di annullamento di etnie e identità nazionali.

Ci sarebbe a questo punto da dire che nessuna etnia nella Storia è mai da considerare come cristallizzata nel tempo (a meno che parliamo di culture defunte come quella nuragica, latina, etrusca, etc.), dal momento che ogni cultura che abbia coscienza di sé stessa e che sappia proiettarsi in avanti nel tempo, può accorgersi di non essere immutabile e di sapere che potrà rispondere alle dinamiche globali in base ai propri strumenti collettivi di lettura del mondo, che la porteranno progressivamente a declinare i cambiamenti in seno all’umanità in maniera locale, al ritmo che tale cultura riesce a metabolizzare nel bene o nel male. Ciò viene ignorato o rifiutato da vari nazionalismi di nazioni senza Stato e da vari nazionalismi di Stati già esistenti. E viene ignorato o rifiutato in funzione del fatto che spesso le nazioni senza Stato accettano l’identità coloniale che gli Stati centrali hanno assegnato al popolo sottomesso, oppure viene ignorato o rifiutato in funzione del fatto che ogni Stato centrale teme qualsiasi forza centrifuga che non finisca, fra le altre cose, per confermare la rappresentazione che tale Stato ha di sé stesso, e quindi sopprime e omologa le espressioni antropologiche interne ai confini stabiliti. Si parla infatti sempre in termini di “diversità” purtroppo, parlandone in termini economici e non solamente in termini di espressione individuale, dando per scontato che invece all’interno dei confini, qualsiasi essi siano, ci debba essere un’omologazione integrale che preveda, quando va bene, un gioioso interclassismo nazionalitario o, quando va male, una aristocrazia guerriero-spiritualista.

La cosa più spaventosa è che in entrambi i casi, quello della nazione senza Stato o dello Stato già costituito, si vorrebbe denunciare la soppressione di qualsiasi “diversità”, senza considerare – o forse omettendo volontariamente -, che la diversità è innanzitutto un fattore individuale e solo in un secondo momento è collettivo. La “diversità” è culturale giacché è collettiva, perché è la somma dei compromessi che gli individui raggiungono in una data espressione geografica, in un determinato periodo storico, in cui si danno delle regole compatibilmente col loro ambiente e in mutevole continuità con le persone che hanno preceduto. Gli individui creano cultura, la cultura crea individui, e non esiste nessuna entità di cultura astratta che sia immobile nel tempo e che prescinda dagli individui di una comunità, né esistono individui che non siano stati cresciuti da una cultura.

Per questi motivi trovo che sia seriamente pretestuoso per un indipendentista sardo parlare di identità e di sostituzione etnica, perché ne starebbe parlando, palesando quindi xenofobia a buon mercato, solo quando vede nella propria terra alcune migliaia di poveri disgraziati che hanno avuto l’unica colpa di essere nati nella sponda “sbagliata” del Mediterraneo e che fuggono a causa di guerre, persecuzioni, land grabbing, desertificazione, capitalismo. E l’apprendimento della notizia degli sbarchi spesso è accompagnato da frasi infami, come ad esempio l’accusa di vigliaccheria per i migranti o l’accusa di finta povertà per il solo fatto che possiedono uno smartphone (che però è diventato un nuovo strumento standard della vita moderna, quasi al pari di un computer, e che spesso è uno smartphone rigenerato da quelli che l’Occidente restituisce alle case produttrici), e insinuazioni come ad esempio il ripopolamento coatto attraverso le donne immigrate. Quest’ultimo punto in particolare è confutato da uno studio del SSEO, consultabile a questo indirizzo: http://www.sardinianobservatory.org/2016/05/25/tasso-di-fecondita-in-sardegna-crolla-anche-quello-delle-donne-straniere/.

Gli indipendentisti di cui sopra, quindi, palesano di aver scoperto il giocattolo dell’indipendentismo per vie traverse, e si riempiono la bocca di “identità” e “sovranismo” invece di fare una critica seria e parlarne incentrando la critica sulla colonizzazione totalizzante italiana, che è stata la causa principale della scomparsa di gran parte dell’espressione popolare sarda, quindi non solo la modernità – che non è affatto un problema finché si può riuscire ad appropriarcisi di essa – ma la falsa speranza nell’immedesimazione nello stereotipo di italianità per sentirsi pronti per la vita moderna.

Infatti è del tutto assente, ad esempio, una critica al folklore da questa nuova compagine indipendentista, che invece viene accetta il folklore secondo l’espressione di un’identità romanzata e riproposta nelle varianti che richiede il mercato ad uso e consumo dell’occhio turistico filtrato attraverso l’italianità.  È del tutto assente una critica alla trasformazione del territorio in funzione di offerta turistica. È del tutto assente un reinserimento graduale delle lingue di Sardegna su tutti i livelli di istruzione. È del tutto assente una serie di critiche strutturali che invece vengono date per assodate e ignorate più o meno volontariamente.

Inoltre è seriamente pretestuoso che si parli di attacco all’identità sarda, quando le stesse lamentele vengono scritte nelle reti sociali in un italiano scritto male o in un sardo scritto ancora peggio – emblemi di scarsa scolarizzazione, di scarsità di strumenti critici e di mancata alfabetizzazione nella lingua purtroppo colonizzata -, segno inequivocabile che questa nuova identità sardignola di tanti indipendentisti dell’ultim’ora altro non sarebbe che la declinazione locale del complottismo e del razzismo europeo, che avrebbe l’aspirazione di proporre a targhe alterne l’indipendenza contro l’Italia che “ci riempie di negri” e una tregua con l’Italia perché “siamo sardi, ma anche italiani, ma in negri ci stanno invadendo”.

Racconta alla gente che qualcuno vuole sostituire la tua etnia, e ti crederanno cercando conferme in qualsiasi elemento anche non attinente; racconta alla gente che la vernice è fresca, e loro si imbratteranno le mani pur di capire se è vero.

Furia Rossa: «Così abbiamo smentito l’Esercito»

Intervista al Collettivo Furia Rossa

 

 

Alcune delle foto fornite dal Collettivo Furia Rossa dei relitti bellici nell’area del Poligono militare italiano di Capo Frasca

 

Antonio Sergio Belfiore del Cocer ha pubblicamente sostenuto che il Poligono di Capo Frasca viene puntualmente bonificato. è così?

Evidentemente no e le foto che abbiamo diffuso nei giorni scorsi ne sono una ulteriore dimostrazione. Ormai i militari devono entrare nell’ottica che in Sardegna l’aria è cambiata, vi è un risveglio delle coscienze rispetto all’occupazione militare della nostra terra e non possono più raccontarci quello che vogliono senza il rischio di essere smentiti; non solo non siamo più disposti a berci le loro verità ufficiali ma siamo sempre più vigili e pronti a raccontare altre verità.

In tanti in questi mesi estivi con le proprie imbarcazioni si sono avvicinati al poligono e hanno potuto vedere coi propri occhi i residuati bellici delle esercitazioni militari depositati al suolo, in un contesto che se non fosse stato contaminato da decenni di giochi di guerra sarebbe un gioiello naturale; e se ad alcuni il giro in barca è andato bene ad altri è arrivata la multa della Guardia di Finanza per aver navigato nel proprio mare. Si, perché non è propriamente vero che tutta l’area a mare viene restituita ai sardi durante il fermo estivo delle esercitazioni; vi è infatti una ampia porzione di mare, la cosiddetta “area ristretta” che è permanentemente interdetta alla navigazione e alla sosta delle imbarcazioni.

E a proposito di bonifiche, poiché con esse non dobbiamo intendere solo quelle a terra ma anche quelle a mare, è bene ricordare che per stessa ammissione della Capitaneria di Porto di Oristano, nell’area denominata “area residua”, peraltro attraversabile dalle imbarcazioni, “è tuttora accertata o probabile la presenza sul fondo di mine magnetiche, siluri, proiettili od altri ordigni esplosivi, pericolosi per la navigazione”. Si vorrà procedere a bonificare anche quest’area o dovremo continuare a vivere costantemente col rischio che qualche pescatore o bagnante salti in aria?

Nei mesi scorsi il vostro collettivo si è pubblicamente con Giacomo Cao sul caso dell’acquisto della SOGEAOR da parte di una cordata di cui fa parte anche il Distretto AeroSpaziale Sardo. Siamo davanti ad una militarizzazione dell’Aeroporto di Fenosu?

Non sappiamo con certezza cosa accadrà a Fenosu, perché gli acquirenti si nascondono dietro il segreto industriale. Il fatto è che in Sardegna il DASS è riuscito a mettere su una struttura che rappresenta tutti gli elementi del complesso Industriale-Militare-Universitario sardo. Si tratta di un sistema entro il quale tutto è collegato a tutto; quando si parla di ricerca scientifica ogni piccolo progresso in un campo può rivelarsi utile in altri campi vicini, così se anche a Fenosu si sviluppassero solo tecnologie aeronautiche civili, i risultati della ricerca sarebbero utili anche ai rami di questo complesso che si occupano di aeronautica militare. Inoltre, alcune dichiarazioni di soggetti che fanno capo alla cordata che ha acquistato la SOGEAOR (la società che gestisce Fenosu), fanno intravedere un coinvolgimento del ramo aerospaziale di Airbus, che fra le altre cose si occupa proprio di aeronautica militare.

Il vostro collettivo partecipa attivamente ai lavori del Movimento AForas, l’Assemblea sarda contro l’occupazione militare, che fra pochi giorni svolgerà il suo secondo campeggio. Potete aggiornarci sullo stato dei lavori?

Si, da martedì 5 Settembre e fino al 10 Settembre si svolgerà il secondo campeggio di A Foras, quest’anno nella marina di Tertenia, comune non privo di carica simbolica, in quanto “ospitante” una parte del poligono di Quirra.

Il logo del collettivo della sinistra indipendentista oristanese

Il campeggio è una fase molto importante per il movimento perché sarà l’occasione per tirare le somme di un altro intenso anno di lotta e per costruire le basi di quello che verrà attraverso l’analisi, l’autoformazione e il confronto anche grazie alla rimodulazione dei tavoli di lavoro che quest’anno saranno cinque (vedi il programma: http://www.pesasardignablog.info/2017/08/24/tra-occupazione-e-resistenza-a-foras-camp-2017/). La straordinarietà di A Foras pensiamo stia proprio in questa sua ecletticità: quando c’è da fare analisi si fa analisi; quando c’è da fare azione diretta si fa azione diretta; quando c’è bisogno di fare un corteo comunicativo lo si fa; quando c’è bisogno di fare informazione e comunicazione si creano momenti di discussione ovunque ce ne sia bisogno; perché un metodo di azione non esclude l’altro. Una ecletticità, quella di A Foras, sicuramente sostenuta dalla diversità di forze che animano il movimento e che riescono a rispettarsi a vicenda, nel nome di una causa che è ben più importante dei singoli gruppi.

Durante il campeggio sarà sicuramente importante iniziare a costruire l’opposizione alla maxi-esercitazione “Joint Stars 2017” che si terrà dal 14 al 29 Ottobre a Teulada e che è stata definita nel sito dell’Aeronautica come “il maggiore evento addestrativo dell’anno per la Difesa”.

Ovviamente il campeggio non sarà solo impegno e passione politica ma anche momento di socialità, aggregazione e divertimento.

Ne approfittiamo qui per ringraziare tutti i compagni e le compagne che stanno dando anima e cuore nell’organizzazione dell’A Foras Camp 2017!