IO NON SONO EUROPEA

di Valeria Casula

Oggi la reazione alla dichiarazione di indipendenza della Catalogna sarà spietata. E di questa reazione, per quanto i paesi europei dicano in sostanza “sono fatti loro”, in realtà siamo tutti responsabili. Sono responsabili i mezzi di informazione che hanno dipinto la manifestazione di ieri come un evento di democratici che chiedevano il dialogo, mentre in piazza si bruciavano bandiere indipendentiste, si cantavano canti franchisti, si salutava “romanamente” ovunque, si invocava l’arresto di Puigdemont, si acclamava la Policia Nacional responsabile (assieme alla Guardia Civil) della violenza nei seggi elettorali, si inveiva contro i Mossos d’Esquadra che si sono rifiutati di usare i manganelli contro il proprio popolo.
Sono responsabili i paesi europei che si appellano alla legalità di una costituzione che sancisce che i suoi popoli non possono con alcun mezzo democratico rivendicare e ottenere il proprio diritto all’autodeterminazione, perché hanno tutti costituzioni che negano tale diritto.
Sono responsabili i poteri finanziari ed economici, le banche e le imprese che hanno abbandonato la Catalogna per seguire il diktat di Madrid e condizionare pesantemente le scelte di un popolo.
Sono responsabili tutte le persone che si ostinano a sostenere che la lotta di un popolo per l’autogoverno è una lotta di egoismo, quanti stupidamente o strumentalmente associano la vicenda catalana a pseudo-autonomismi razzisti e xenofobi di casa nostra, che spesso vanno a braccetto proprio con gli stessi fascisti che hanno sfilato ieri a Barcellona (contro cui comunque, mai e in nessuna circostanza, invocherei l’uso della repressione violenta). Forse qualcuno condannerà la violenza, ma si tratterà di una condanna ipocrita, perché tutti hanno concorso a rafforzare la posizione della monarchia e del governo spagnolo, perché nessuno ha pensato di intervenire con una mediazione e comunque una condanna netta della repressione a cui abbiamo assistito. Eppure le parole del vice-segretario all’informazione del Partido Popular, Pablo Casado, sono state molto chiare: “La storia non si deve ripetere e speriamo che domani non si dichiari nulla perché forse chi dichiara finisce come che la dichiarò 83 anni fa (ndr: il riferimento è alla dichiarazione di indipendenza della catalogna di Lluis Companys per questo arrestato nel 1934 e fucilato nel 1940). È come se tu sentissi un uomo minacciare di morte la propria moglie che intende lasciarlo (o viceversa) e ti voltassi dall’altra parte, anzi, addirittura se affermassi “lei/lui non può andarsene”. È come se lui/lei dichiarasse pubblicamente che non consentirà in alcun modo il gesto (unilaterale) dell’abbandono e tu dicessi “ha ragione” o, nella migliore delle ipotesi, “sono fatti loro, non posso farci niente”.

A cosa serve questa Europa se non è neanche in grado di scongiurare simili reazioni? A cosa serve un’Europa che nega qualsiasi mediazione? A cosa serve un’Europa se le affermazioni più coraggiose che riesce a proferire sono “dovete parlarvi”, ben consapevole che esiste una parte che non intende nel modo più assoluto trovare una mediazione? Ecco, io che ho sempre pensato che mi fosse andata piuttosto bene per il fatto di essere nata, tutto sommato, nella parte “migliore” del mondo e nel secolo giusto, domani sentirò tutta la rabbia e il disgusto di un’Italia e un’Europa con cui per la prima volta mi sento di non avere proprio niente a che fare, di un’Europa che non solo acconsente o si rende complice di scempi e repressioni in casa altrui, ma che addirittura li legittima in casa propria. IO NON SONO EUROPEA E NON SONO NEANCHE CUGINA DELL’ITALIA, MI RIPUGNANO ENTRAMBE!

Gli indipendentisti catalani una minoranza? Facciamo i conti!

di Valeria Casula

L’impressionante tasso di votanti del referendum del 1 Ottobre in Catalogna

Sicuramente non sono esperta di diritto costituzionale spagnolo, ma le 4 operazioni fondamentali le conosco bene, per cui, poiché in questi giorni la maggiore argomentazione dei detrattori del referendum catalano è “sono una minoranza”, mi sono presa la briga di fare 2 conti semplici semplici.

Gli aventi diritto al voto sono 5,3 milioni (esattamente 5.343.458, se siete d’accordo d’ora in poi uso numeri tondi ma in Excel ci sono precisi, se vi servono) che avrebbero dovuto votare in 2.315 seggi.

Di questi seggi 319 sono stati diciamo “visitati” dalla Policia Nacional o dalla Guardi Civil che hanno sottratto le urne e/o hanno reso di fatto i seggi indisponibili al voto.

Dagli aventi diritto sottraiamo gli aventi diritto afferenti ai siti “non agibili” stimati in circo 736 mila elettori potenziali (ipotizzando che tali seggi avessero dimensione media degli altri, vale a dire circa 2.300 aventi diritto per seggio).

Risultato: gli aventi diritto in grado di poter esercitare questo diritto passano da 5,3 milioni a 4,6 milioni.

I votanti (di cui non sono stati sottratti i voti dalle forze dell’ordine) sono stati 2,26 milioni, vale a dire la metà circa degli aventi diritto con un seggio “disponibile”.

Faccio solo un breve cenno al fatto che questo dato è, a mio avviso, miracoloso in una giornata in cui sin dalla apertura dei seggi arrivavano notizie agli elettori sugli intervento delle forze dell’ordine e quindi sul rischio di prendersi qualche mazzata se avessero messo una croce in quella scheda, ma torno subito ai numeri.

Di questi, il 90%, pari a 2,020 milioni ha detto SÌ, 176.000 No e il resto bianche/nulle.

Quei SÌ rappresentano il 44% di tutti gli aventi diritto che avevano un seggio a disposizione (o di cui non sono state sottratte le urne).

Il dato del 38% calcolato sugli aventi diritto complessivi non ha alcun senso, visto che sono stati portate via le urne con i voti o non hanno più potuto votare oltre 700.000 aventi diritto che afferivano ai seggi “non agibili”.

Quindi una prima menzogna che continuo a leggere è che solo un terzo della popolazione è per l’indipendenza: il 44% non è un terzo della popolazione avente “reale” diritto di esercitare l’opzione di voto, in matematica.

Ma andiamo avanti con una premessa: in tutti i referendum l’adesione non è mai del 100%, quelli che comunque si sarebbero astenuti anche in condizioni di voto serene non possono essere imputati al NO. Nei referendum senza quorum, a differenza delle elezioni, l’astensione non indica una posizione ben precisa perché magari non ci si sente rappresentati dal quesito o si vuol far naufragare la consultazione, in quanto il quesito è un SÌ o un NO, e non andando a votare non si avvantaggia né una parte né l’altra. L’astensione non può che essere interpretata come indifferenza verso le due opzioni.

le delegazioni sarde e basche che hanno seguito le operazioni di voto

Ho fatto qualche simulazione. Immaginiamo che fosse andato a votare l’80% degli aventi diritto e immaginiamo ancora uno scenario particolarmente avverso all’indipendenza, vale a dire che il 90% di questo elettorato incrementale avesse votato NO.

In questo caso, ripeto considerando il SÌ realmente raccolti e solo il 10% di SÌ da parte dell’elettorato incrementale, la situazione sarebbe stata la seguente:

Votanti: 4,3 milioni
SÌ: 2,2 milioni (pari al 52%)
NO: 2 milioni (pari al 47%)
Il complemento a cento sono le bianche/nulle dei votanti reali

Al diminuire delle ipotesi di partecipazione al voto, lo scarto fra SÌ e NO si fa sempre più ampio in favore del SÌ, mentre con queste ipotesi (assolutamente irrealistiche, ma volutamente paradossali) di massiccia adesione al NO, i SÌ e NO si equivalgono con affluenza del 84%, solo sopra questa percentuale prevalgono i NO.

uno dei circa duecento collegi elettorali nella sola città di Barcellona

Poiché nessuno in buona fede può sostenere che il 90% di quanti non si sono recati alle urne avrebbero votato NO, non esiste scenario plausibile in cui il NO avrebbe potuto vincere con 2 milioni di SÌ raccolti su 2,2 milioni di votanti.

In conclusione: 2 milioni di “SI” su 2,2 milioni di votanti è un successo tale da poter rappresentare una minoranza solo nello scenario assolutamente inverosimile in cui il 90% dell’elettorato incrementale avesse votato “NO”, con affluenza maggiore o uguale al 85%!

Sardos: assemblea costitutiva e laboratori

Manifesto dell’assemblea

#Sardosnonèunpartito, così esordisce il comunicato pubblicato su Facebook nella pagina Sardos. “Le persone dell’isola di Sardegna non si sentono più degnamente rappresentate: parlo di #politica e di #futuro.

Meglio affermare che in larga parte non si sentono rappresentate. Ma attenzione, perché anche le tante persone che hanno potuto avere qualche favore da un politico o da un importante dirigente, foss’anche il favore di un prezioso e raro posto di lavoro “accompagnato”…, non si sentono rappresentate.
Perché la #rappresentanza è un valore assoluto e tra i più preziosi: delego perché mi fido e sono sicuro per la sua lealtà la sua competenza, la sua reputazione.
Il rappresentante politico ha una missione enorme ma tutto sommato semplice: deve raggiungere l’interesse generale e deve impegnarsi per uno stato di benessere diffuso e non particolare.
Deve respingere qualsiasi compromesso che sia lesivo del popolo che lo ha delegato.
Deve superare qualsiasi tentazione che vada ad intaccare l’interesse del suo #popolo e della sua gente. Il compromesso più alto che può raggiungere?
Solo quello di dare la possibilità a chi danneggia la #Sardegna di scappare in fretta e per sempre o di restare da noi ma in galera. In solitudine è difficile superare la diffidenza e le diffidenze ma insieme, con il cuore l’anima e la giusta determinazione, si può fare.
Non è semplice: è importante partecipare e far sentire sulle spalle di chi raccoglie questa sfida la leale e severa fiducia. #Sardos nasce per questo: per rimettere nella terra sarda una speranza senza chi – questa speranza – l’ha già tradita.”

Il progetto sarà presentato domenica 8 ottobre, alle 9.45 al centro servizi Losa, Abbasanta. L’incontro vedrà l’assemblea costitutiva e la formazione dei laboratori, in cui si discuterà di Turismo‎, di Trasporti interni e continuità, di Agroindustria, di Ambiente‎, Cultura, istruzione e lingua‎, di Zootecnia e ricerca‎, di Spopolamento e federalismo interno‎, di Sanità‎ e di Zona Franca e fiscalità di vantaggio‎.

Chi vuole può ancora iscriversi, compilando il questionario online del link 

Gli Stati contro i Popoli e i cittadini

di Francesco Casula

Una violenza brutale cieca ingiustificata. Contro cittadini. Contro anziani. Contro giovani. Inermi. Con le braccia alzate. Con in mano il semplice documento per votare: arma che terrorizza lo stato franchista di Madrid.
Uomini e donne catalane: rei solo di voler liberamente e pacificamente esprimere il proprio pensiero su come autogovernarsi. Su come gestire il proprio destino.

È la politica degli Stati dei manganelli: è la “forza” bruta, la massima espressione della loro debolezza. Della loro decadenza.L’ultimo colpo di coda.
Stati in avanzata putrefazione. Vie più antisociali, burocratici, inefficienti. Fonti di crescenti disuguaglianze, ingiustizie, malessere.
Con Partiti di stato e di regime, corrotti. Con leader cialtroni e analfabeti. Risibili.
Stati controparti dei cittadini e dei popoli, cui sempre più negano diritti sociali e civili: il diritto al lavoro, alla cultura, alla salute, al benessere.
Stati oppressori delle minoranze nazionali, delle piccole patrie, delle nazioni non riconosciute: deprivate della loro identità, storia, cultura, lingua, memoria.
Nazioni senza stato incorporate coattivamente e imprigionate in confini artificiosi, imposti dalle superpotenze, stabiliti da trattati e da gerarchi mondiali in base a ragioni geopolitiche ed economiche.

I Catalani, con la loro rivoluzione dal basso partecipata, ubiquitaria e gioiosa, hanno indicato la rotta.
Tocca agli altri popoli oppressi, tocca a noi sardi costruire, autonomamente solidamente e unitariamente, il nostro processo e progetto di autogoverno, autodeterminazione e di INDIPENDENZA.
È un nostro diritto storico. Basato sulla nostra identità etno-nazionale, culturale e linguistica.
Occorre la nostra volontà.