Camineras ricorda Vincenzo Migaleddu: future lotte per l’ambiente

Locandina dell’evento

Presentazione della rivista Camineras (edizioni Condaghes) presso la biblioteca comunale di Sassari giovedì 30 Novembre alle ore 17.30

Pubblicata dal 2002, con testi in sardo e in italiano, è da sempre impegnata nella lotta ai meccanismi del colonialismo non solo economico e sociale, ma anche politico e culturale che mantengono la Sardegna in una condizione di subalternità.
In questa particolare occasione Camineras vuole ricordare un suo storico collaboratore che alla difesa dell’ambiente e della salute ha dedicato la sua vita e la sua professione: Vincenzo Migaleddu. I relatori del dibattito, coordinati dalla redattrice Paola Pilisio, militante ambientalista impegnata da sempre nei coordinamenti di lotta , sono dunque figure rappresentative della difesa dei nostri luoghi dalle violente aggressioni spesso travestite da investimenti produttivi, posti di lavoro o avanzate tecnologie.

A tal proposito, Pesa Sardigna ha rivolto alcune domande alla redattrice e coordinatrice del dibattito Paola Pilisio.

Che cosa dobbiamo a Vincenzo e cosa dobbiamo continuare delle sue battaglie intraprese e drammaticamente interrotte?

A Vincenzo dobbiamo tutti qualche cosa. Il suo impegno per la Sardegna è stato immenso e il suo lascito prezioso. Vincenzo è insostituibile, nel senso che aveva un approccio interdisciplinare verso le lotte che è raro. Come rara era la sua cultura, competenza scientifica e determinazione. A me personalmente manca molto, come amico e maestro. Uno dei suoi insegnamenti che cerco sempre di non dimenticare è stato quello di studiare: “perchè la conoscenza è l’arma più preziosa ed efficace che abbiamo” diceva. Continuare le sue battaglie, è l’unico modo per tenerlo ancora con noi.

Chi sono i relatori che avete invitato e su quali temi hanno condiviso le sue lotte?

I relatori che ospiteremo durante la presentazione di Camineras hanno condiviso tutti, in un modo o nell’altro, gli stessi ideali di lotta che erano anche quelli di Vincenzo, la difesa dei luoghi, della salute e della bellezza. Come Joan Oliva e Andrea Faedda, architetti urbanisti, che un’idea su cosa sia un mondo bello, oltre che sano e pulito, l’hanno sempre avuta. Insieme abbiamo tentato di immaginare questi luoghi, come Porto Torres per esempio, liberati dal malaffare e dalla ferraglia. Giuseppe Marongiu sa cosa è una campagna, è un grande conoscitore della Nurra, per la quale si è battuto moltissimo, fondando il  “Comitato Nurra-Dentro riprendiamoci l’agro” contro l’assalto dell’Eni alle campagne. E infine Maurizio Onnis che in Sardegna ha fatto ritorno con l’idea di provare a cambiare le cose, anche lui ha militato nei comitati e ora ha preso in mano un territorio e ne sta facendo un luogo, essendo  il sindaco di Villanovaforru.

A che punto siamo nel difficile percorso di battaglie contro il gigantesco fronte della difesa dell’ambiente a tutto campo e dunque quale sarà il prossimo obiettivo scottante?

Fortunatamente sul fronte ambientale la Sardegna si rivela ogni giorno più sensibile, non mi riferisco naturalmente ai nostri reggenti che in testa non hanno un’idea, ma alle persone che la Sardegna la abitano. Da Porto Torres, a Macomer, al Medio Campidano c’è un fronte unito e di lotta su tutte le vertenze: inceneritori, servitù militari, industrie inquinanti, mega impianti energetico-speculativi, cemento sulle coste. Insomma gli argomenti non mancano. Ma la prossima grossa battaglia che ci tocca fare è quella sul metano, sulla quale il Coordinamento dei Comitati Sardi ha già preso una posizione chiarissima. Un nuovo progetto nocivo e obsoleto, l’ennesima servitù per la Sardegna, che continua a pagare un prezzo molto alto in termini di salute e ambiente per colpa delle scellerate decisioni del passato.

Per concludere il lavoro da fare non manca. Ci sarà bisogno di tanti incontri, di tante Camineras, di coordinamento e di impegno civile, politico, sociale, di un cambio di rotta culturale profondo che veda impegnati tutti per ritrovare e recuperare la memoria dei “luoghi”  sommersi e rilanciare quelli salvati.

L’invasione di H&M e le lacrime di coccodrillo del sindaco di Sassari

Senza nessuna autorizzazione comunale il colosso dell’abbigliamento H&M, la cui apertura è prevista per il 29 novembre all’interno di uno dei padiglioni del centro commerciale Auchan, ampliato di recente, ha pensato di farsi pubblicità riempiendo di volantini piante, fioriere, panchine, monumenti, serrande e portoni.

Non è passato inosservato il post del primo cittadino che lamentandosi per l’accaduto informava attraverso la sua pagina facebook che gli agenti della polizia municipale avevano elevato «circa 50 verbali con sanzioni amministrative per quasi 20.000 Euro»  e augurandosi che i sassaresi sappiano sanzionare il blasonato marchio «con le loro scelte di consumatori, consapevoli del danno d’immagine inferto alla città.»

Non è tardata ad arrivare la puntualizzazione del coordinatore sassarese del Fronte Indipendentista Unidu Giovanni Fara che a sua volta ha puntato il dito sull’azione poco incisiva del sindaco e della sua giunta per impedire i continui ampliamenti dei centri commerciali nella zona industriale di Sassari, che «da qualcuno», scrive esattamente, «le autorizzazioni le devono pur aver ottenute».

D’altronde – continua Fara – i centri commerciali versano nelle tasche del comune centinaia di migliaia di euro ogni anno di tassa mondezza e «la ragione della mancata indignazione del sindaco sta tutta lì. Ma questa dev’essere sembrata un’occasione troppo ghiotta per farsela sfuggire e quindi giù con il commento che lo riconciliasse con una città abbandonata a se stessa, dove non esistono interventi di rilancio economico e dove gli amministratori fanno politica a suon di post su facebook.»

Il coordinatore cittadino del FIU incalza il sindaco sulle responsabilità della giunta di fronte ad un simile episodio, e aggiunge: «Provate voi a fare un volantinaggio della vostra azienda senza richiedere alcuna autorizzazione. Le probabilità di essere fermati dalla polizia municipale sono veramente alte. Mi domando dunque come sia stato possibile disseminare in giro per la città grucce sugli alberi e paletti pubblicitari nelle aiuole passando quasi del tutto indisturbati, per poi passare alla critica fatta su facebook anziché tra i banchi del consiglio comunale. Cosa a cui Sanna e la sua giunta ci hanno ormai tristemente abituato. Il suo post ricorda infatti la risoluta presa di posizione contro le slot machine, una politica fatta di niente, infarcita da slogan e parole che mai si traducono in fatti concreti. »

Le osservazioni del coordinatore cittadino del Fronte Indipendentista Unidu sollevano l’attenzione su un problema che da anni riguarda la città e stimola una riflessione sullo stato di abbandono del centro cittadino, ben lontano da una ripresa economica, che richiede azioni politiche concrete da parte delle istituzioni che per troppi anni hanno evitato di osservare il fenomeno dilagante dell’alta concentrazione di supermercati, centri commerciali, ipermercati sul territorio di Sassari. Fenomeno che ha indiscutibilmente impoverito il territorio e svuotato il centro che deve fare i conti, oltre che con la concorrenza delle grandi catene commerciali, anche con l’assenza di politiche volte al suo rilancio.

Post di Nicola Sanna

Spettabile ditta H&M, così non va proprio bene !
Senza alcuna autorizzazione vi siete permessi di imbrattare la città !
Avete appeso le vostre grucce di carta pubblicitaria in ogni dove, nelle aiuole, sugli alberi, sui cartelli stradali.
Carta che è finita per terra, come semplice cartaccia, i nostri operatori ecologici dovranno impiegare più tempo e noi più denaro per raccoglierla e mantenere pulita la nostra città.
Ormai avete ottenuto il vostro obiettivo: fare comunque una pubblicità che è però arrogante, prepotente e cattiva per come vi siete comportati, senza rispetto per le nostre strade, facciate, aiuole. 
Sicuramente i vostri stregoni della pubblicità l’avevano messo nel conto. 
Sicuramente cercherete di addossare le colpe ad alcuni vostri collaboratori, piuttosto che scusarvi prontamente e recuperare dalla strada tutte questo materiale che avete sparpagliato nelle nostre strade.
Appena abbiamo saputo di questo sconcio sono stati mobilitati i nostri agenti della polizia municipale, sono stati elevati circa 50 verbali con sanzioni amministrative per quasi 20.000 Euro.
Purtroppo per noi questo esborso non vi arrechera’ alcun danno economico significativo. 
Mi auguro che i miei concittadini sappiano invece sanzionarvi con le loro scelte di consumatori, consapevoli del danno d’immagine che avete inferto alla città.
Scegliendo di non scegliere i vostri prodotti, quale vera sanzione per il danno che avete procurato. 
La stessa cosa avete fatto nella città di Cagliari.

Post di Giovanni Fara

Due parole sulla pubblicità aggressiva e non autorizzata del colosso dell’abbigliamento H&M la cui apertura è prevista per il 29 novembre nella nuova area realizzata nel centro commerciale Auchan e sul post indignato del sindaco Nicola Sanna.
La prima considerazione da fare è che le ragioni di tanta indignazione del sindaco non convincono per nulla visto che non mi pare ci siano state dichiarazione del primo cittadino contro i continui ampliamenti dei centri commerciali nella zona industriale di Sassari, che da qualcuno, le autorizzazioni le devono pur aver ottenute. Non una parola dunque di dissenso su questo. D’altronde Auchan paga al comune ben 100mila euro all’anno di tassa mondezza e la ragione della mancata indignazione del sindaco sta tutta lì. Ma questa dev’essere sembrata un’occasione troppo ghiotta per farsela sfuggire e quindi giù con il commento che lo riconciliassse con una città abbandonata a se stessa, dove non esistono interventi di rilancio economico e dove gli amministratori fanno politica a suon di post su facebook.
Provate voi a fare un volantinaggio della vostra azienda senza richiedere alcuna autorizzazione. Le probabilità di essere fermati dalla polizia municipale sono veramente alte. Mi domando dunque come sia stato possibile disseminare in giro per la città grucce sugli alberi e paletti pubblicitari nelle aiuole passando quasi del tutto indisturbati per poi passare alla critica fatta su facebook anziché tra i banchi del consiglio comunale. Cosa a cui Sanna e la sua giunta ci hanno ormai tristemente abituato. Il suo post ricorda infatti la risoluta presa di posizione contro le slot machine, una politica fatta di niente, infarcita da slogan e parole che mai si traducono in fatti concreti.

LE POLITICHE REGIONALI E NAZIONALI DEL CENTRO SINISTRA

di Marco di Gangi

Presentata la carta del Piano Straordinario della mobilità turistica, approvato con l’assenso della Giunta regionale, che individua le “ Porte di accesso” alla Sardegna! Mancano l’aeroporto di Alghero e il porto di Porto Torres!

Per chi volesse approfondire: vi raccontiamo l’ultimo schiaffo del Governo nazionale e della Giunta regionale al nord ovest della Sardegna.

Il 13 settembre 2017 i Ministri Graziano Delrio e Dario Franceschini hanno presentato alla stampa il primo piano straordinario della mobilità turistica 2017 – 2022 redatto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti d’intesa con il Ministero dei Beni Culturali, delle Attività Culturali e del Turismo ai sensi delle disposizioni contenute nel D.L 83/2014 convertito nella legge 106/2014. Il piano, denominato “Viaggiare in Italia” mette al centro il “turista come viaggiatore”.
Nelle intenzioni degli estensori il Piano Straordinario della Mobilità Turistica è il punto di convergenza di due percorsi istituzionali – «Connettere l’Italia» per il MIT e il «Piano Strategico del Turismo» per il MIBACT – e rappresenta l’attuazione concreta delle Linee di Intervento contenute in questi due documenti di pianificazione strategica.

Il 9 novembre u.s la Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, Regioni e le Provincie autonome ha espresso l’intesa sul relativo schema di decreto ministeriale.

Il Piano disegna un modello basato sulle cosiddette porte d’accesso del turismo in Italia coincidenti con porti, aeroporti e stazioni ferroviarie considerate strategiche e rilevanti per il turismo internazionale ed interconnesse alle reti locali e nazionali e si pone tra gli altri gli obiettivi di accrescere l’accessibilità ai siti turistici per rilanciare la competitività del turismo, valorizzare le infrastrutture di trasporto come elemento di offerta turistica e promuovere modelli di mobilità turistica ambientalmente sostenibili e sicuri.

Noi sardi che facciamo affidamento sul turismo come volano economico e viviamo quotidianamente i problemi e le difficoltà connessi all’isolamento geografico e alla mobilità interna, avremmo dovuto riporre nei confronti di questo piano non poche aspettative, salvo doverci poi ricredere, analizzando le prescrizioni che da esso emergono. Se, infatti, qualcuno avesse avuto ancora bisogno di conferme circa l’esistenza di azioni coordinate al fine di relegare il nord ovest della Sardegna ai margini delle politiche di sviluppo nazionali e regionali ecco la certificazione rappresentata dal Piano Straordinario per la Mobilità Turistica.

Gli antefatti

Le scelte della Giunta regionale in materia di trasporto aereo e di continuità territoriale che incidono drammaticamente sull’aeroporto di Alghero determinando un crollo dei collegamenti e degli arrivi probabilmente costituivano, evidentemente, solo il preludio a altre scelte ancora più devastanti, riguardanti non solo lo scalo algherese, ma più in generale il territorio del Nord Ovest dell’isola.

È opportuno ricordare che queste scelte sono state possibili grazie al sostegno dell’intera maggioranza di centro sinistra in Consiglio Regionale e alla miopia politica di chi avendo la responsabilità di governo, il presidente Pigliaru e la sua Giunta al completo, ha determinato disgregazione territoriale e ha indebolito ulteriormente la già debole struttura economica di vaste aree dell’isola.

In molti restarono perplessi quando il presidente dell’Enac Vito Riggio, insieme al Senatore PD Silvio Lai nel corso di un convegno sui voli low cost affermarono a proposito del futuro dell’aeroporto di Alghero che in Sardegna due aeroporti, uno al nord e uno al sud, fossero più che sufficienti, ancor di più una volta completata la quattro corsie Olbia – Sassari. Sembrava l’ennesima battuta a effetto ma oggi abbiamo la conferma, le cose stanno andando proprio in questa direzione e non per effetto di un destino cinico e baro, ma per effetto di precise scelte politiche.

Le scelte politiche

Basta leggere il Piano Straordinario della Mobilità Turistica per capire che piega abbiano preso le cose per lo scalo algherese e per il porto di Porto Torres.

Ebbene, se si vanno a leggere le previsioni progettuali per la Sardegna si scopre che nel suo territorio vengono individuati come “Porte di accesso” due soli aeroporti e due soli porti, quello di Olbia e quello di Cagliari.
Vengono esclusi l’aeroporto di Alghero e il porto di Porto Torres e questo nonostante le due località costituiscano la porta di accesso in Sardegna di rilevanti flussi di turismo internazionale: il porto di Porto Torres ha infatti un numero di passeggeri ben maggiore rispetto a quello di Cagliari e la città di Alghero da sola, senza considerare il territorio nel suo complesso, è la città sarda con il maggior numero di presenze turistiche. Complessivamente il nord ovest costituisce per arrivi e presenze il terzo polo turistico in Sardegna.
Bisogna sottolineare che tale scelta è stata avvallata dalla Regione Sardegna in occasione del tavolo tecnico del 18 ottobre 2017 e con la sottoscrizione in data 9 nov. 2017 dell’intesa, senza che fossero formulate osservazioni al riguardo, nell’ambito dei lavori della Conferenza permanente Stato-Regioni nel cui verbale si da atto che “le Regioni hanno espresso l’avvio favorevole all’acquisizione dell’intesa, manifestando la necessità di alcune correzioni meramente formali […] per l’adozione del Piano straordinario della mobilità turistica 2017-2022”.

Non si può perciò che pervenire alla conclusione che dalle decisioni della Regione Sardegna emerge la volontà in linea con quella dello Stato di escludere l’aeroporto di Alghero ed il porto di Porto Torres dalla mappa nazionale delle porte d’accesso aventi rilevanza strategica per il turismo.

Appare inspiegabile l’aver escluso dal Piano Straordinario della Mobilità Turistica le due principali infrastrutture che garantiscono il collegamento con l’esterno per un intero territorio, precludendogli così la possibilità di accedere ai rilevanti finanziamenti cui il Piano stesso prelude.
Scelta che appare incomprensibile anche alla luce dei risultati e dei numeri relativi al traffico passeggeri nazionale ed internazionale che le due infrastrutture del nord-ovest della Sardegna, Alghero per il trasporto aereo e Porto Torres per quello via mare fanno registrare, nonostante le recenti politiche regionali di trasporto abbiano contribuito a creare condizioni fortemente sfavorevoli in un territorio che continua ad essere premiato e scelto da visitatori e turisti.

Ancora più inspiegabile e ingiustificabile in considerazione del fatto che il territorio del nord ovest dell’isola possiede siti turistici di rilievo internazionale, facilmente raggiungibili dalle due infrastrutture escluse dal Piano, quali, a titolo d’esempio: il Parco nazionale dell’Asinara, il parco regionale di Porto Conte, l’Area marina protetta di Capo CacciaIsola Piana, la Grotta di Nettuno, la Miniera dell’Argentiera, oltre ad un incommensurabile e diffuso patrimonio ambientale, paesaggistico, archeologico e culturale.

Questa decisione stride anche fortemente con l’investimento di circa 7 milioni di euro finanziato dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) relativo alla razionalizzazione della viabilità di accesso, all’ampliamento delle aree per i parcheggi, alla realizzazione della nuova sala arrivi e all’ampliamento dell’area partenze dell’aeroporto di Alghero i cui lavori, già assegnati, partiranno a breve, una volta avuto il via libera dalla Conferenza dei Servizi e esaurita la progettazione esecutiva.
Questa decisione avallata dalla Regione Sardegna mortifica e penalizza gli sforzi di un intero territorio le cui prospettive vengono pesantemente limitate non tanto dal mercato, ma da precise scelte politiche che a partire dalla negazione della Città Metropolitana di Sassari fanno il paio con altre recenti decisioni di politica dei trasporti che nel 2016 hanno fatto registrare una perdita di 340 mila passeggeri per l’aeroporto di Alghero; azioni politiche che fanno sorgere il dubbio anche tra i più scettici che vi sia la volontà definita di mortificare il territorio del nord-ovest della Sardegna per avvantaggiarne altri.
E con queste premesse bisogna essere molto diffidenti circa la volontà recentemente manifestata dalla Giunta Regionale di creare un sistema aeroportuale con un’unica regia per i tre scali sardi. L’idea non è sbagliata, ma non vorremmo che, ancora una volta, le scelte che si faranno andassero nella direzione di privilegiare alcune aree a discapito della nostra.
Tale scelta, che segue a breve distanza di tempo quella che ha visto il depotenziamento della sanità del sassarese, e quella della mancata indicazione nell’ambito del comitato di gestione dell’autorità portuale di un rappresentante del Comune di Porto Torres, mentre risultano rappresentati sia Olbia sia Cagliari, risulta l’ennesima che l’Amministrazione Regionale in carica assume ingiustificatamente in grave danno del nord-ovest della Sardegna.
Analoghi comportamenti non paiono più accettabili alla luce delle gravissime conseguenze che gli effetti di tali scelte producono in termini di capacità e di diritto alla mobilità delle persone e di prospettive di sviluppo economico e sociale di un intero territorio che ha nel turismo uno dei principali pilastri della propria economia.

Due chiacchiere con gli editori della neonata casa editrice “Catartica Edizioni.”

Due chiacchiere con gli editori della neonata casa editrice “Catartica Edizioni.”

Perché fondare una casa editrice?

Daniela: Perché sentivamo la necessità di creare un punto di riferimento che a Sassari non c’era. Abbiamo deciso di chiamarla “Catartica” per intendere un senso di rinascita e di cambiamento, sia personale che professionale, che vogliamo portare avanti. Il progetto editoriale che abbiamo in mente è alternativo all’industria editoria massificante ed omologante, un’industria che sforna volumi e volumi di persone non perché abbiano scritto qualcosa di davvero interessante, ma quasi esclusivamente di persone che “Sono qualcuno”, abbiamo notato che i libri esposti nelle vetrine dei grossi gruppi editoriali hanno le copertine con sopra i visi delle stesse persone che sono solite frequentare i salotti buoni della tv, giornalisti asserviti al potere, uomini di spettacolo, VJ, cantanti del secolo scorso quasi dimenticati e comici. In questa situazione i dispersi sono proprio i libri, nel senso nobile del termine, per cui abbiamo deciso di dare spazio ad autori emergenti che siano innanzitutto originali, vogliamo concentrarci sulle storie della quotidianità, legate ai piccoli centri, alle periferie, a qualsiasi cosa di bello provenga da una sottocultura ancora inesplorata.

Quali tematiche troveranno spazio all’interno delle vostre collane?
Giovanni: Vogliamo fornire al lettore uno sguardo critico sul mondo, attraverso libri che offrano al lettore la possibilità di conoscere voci controcorrente, dissonanti, disallineate. Abbiamo l’idea di dare spazio ai temi dell’impegno sociale, dell’attivismo politico, di chi, in sintesi, si dà da fare, in questo preciso momento storico, per portare avanti un progetto di riscatto sociale, di rivoluzione intellettuale, di impegno civico. Questo lo possiamo fare prendendo come punto di riferimento il dibattito politico e culturale che in Sardegna è molto vivo, ad esempio sui temi della sovranità, dell’autodeterminazione, dell’indipendenza, della democrazia, dell’ecologismo e dei diritti civili. Abbiamo pensato di dedicare una collana, che si chiamerà “I diari della motocicletta” a tutti coloro che, di questi tempi, dimostrano di avere lo spirito di “rivoluzionare” lo status quo. Una collana dedicata ai saggi politici rivolti alla Sardegna e che documentino le battaglie che molti, nonostante il clima di rassegnazione diffuso che si respira, stanno portando avanti oggi, magari lontano dai riflettori, una collana dedicata alla nostra “Resistenza”, quella di chi pensa che in Sardegna ci si possa e ci si debba vivere, poiché ritiene che ci siano alternative all’emigrazione che riguarda i nostri paesi, in maniera preoccupante. La Sardegna che vogliamo raccontare è lontana da quei programmi in lingua sarda che passano nelle reti locali, non parla di qualcosa di idilliaco che non c’è più e che si ricorda con nostalgia fittizia, ma parla di una Sardegna che esiste oggi, e che in tanti ignorano.

La vostra prima pubblicazione è dedicata ad Antonio Gramsci, perché questa scelta?
Giovanni: Questa scelta per noi ha una duplice valenza; se da una parte volevamo dare risalto ad una delle figure storiche più importanti del Novecento, ricordandone lo spessore intellettuale a ottant’anni dalla morte, i principi e i valori di libertà e di indipendenza di pensiero per cui si è battuto tutta la vita, dall’altra volevamo attirare l’attenzione al genere di testi contenuti in questo volume. Cioè una serie di racconti, incluse le traduzioni delle celebri fiabe dei Fratelli Grimm che Gramsci fece in carcere per i figli della sorella Teresina, tra il 1929 ed il 1931. Nelle nostre intenzioni vi è infatti quella di dare spazio ed importanza alle raccolte di racconti e questo classico della letteratura ci sembrava un buon modo per dare inizio a questo nostro progetto editoriale che, prima ancora di un progetto economico, vuole essere un progetto culturale indirizzato a fornire al lettore degli strumenti critici per interpretare il mondo. Nella nostra idea di raccolta di racconti deve essere predominante un tema comune indirizzato alla trasmissione di messaggi o alla descrizione di realtà spesso marginali e poco conosciute.

Cosa pensate si debba fare per dare maggiore spazio alla lingua e agli autori sardi all’interno dei vari Festival organizzati in Sardegna?
Daniela: Serve maggiore sensibilità da parte della politica e maggiore attenzione ai progetti che si vanno a finanziare. Si parla tanto di riscoperta delle nostre radici culturali, di lingua e cultura sarda ma si fa ben poco per finanziare e favorirne l’affermazione, lo sviluppo. Tutto sommato siamo in un particolare momento storico, di riscoperta e valorizzazione delle nostre radici, del nostro patrimonio di conoscenze artistiche, linguistiche e culturali che aiuta ad acquisire la consapevolezza di come i sardi siano stati, nel corso della storia, un popolo ricco di esperienze storiche. Attorno alla questione della lingua sarda si sviscerano temi legati alla nostra cultura, alla nostra storia e alla nostra identità, la quale è permeata da esperienze collettive e da scambi culturali, tutto ciò non solo ci rende protagonisti del nostro tempo e della nostra storia ma ci aiuta anche a costruire gli strumenti su cui impiantare il nostro presente e il nostro futuro. Tutta la costruzione dell’identità si basa su una sommatoria di esperienze che chiamiamo cultura, quando questa ci rappresenta. Negli anni a venire sarebbe opportuno vedere una maggiore apertura verso gli autori sardi nei festival sparsi per la Sardegna, e anche di vedere nascere altre iniziative, ai quali possano partecipare ospiti internazionali ed italiani ma che abbiano il cuore e i testi con le radici in Sardegna; che non precludano l’accesso agli autori sardi meno noti, e chissà che, a tal fine, il progetto culturale a cui abbiamo dato vita non possa in qualche modo dare il proprio contributo. Nei nostri obiettivi c’è inoltre anche quello di creare una collana di testi in sardo, una sfida alla quale non vogliamo certo sottrarci.

http://www.catarticaedizioni.com

Giovani indipendentisti europei a Cagliari

L’organizzazione giovanile indipendentista Scida Giovunus Indipendentistas organizza “Atòbiu2017 – 4th International Meeting of young Independentists”. Siamo alla quarta edizione dell’importante incontro  internazionale dei giovani indipendentisti europei in Sardegna.

La prima e la seconda edizione degli incontri tra organizzazioni giovanili indipendentiste europee furono organizzate dai comitati studenteschi Scida2013 e Scida2014, la terza edizione è stata organizzata da Scida Assotziu Indipendentista nel Novembre 2016. Quest’anno saranno ospiti dei giovani indipendentisti sardi i ragazzi della JERC dalla neonata Repubblica Catalana e quelli di Sanca Veneta dalla Nazione Veneta.

PROGRAMMA COMPLETO ATOBIU 2017
– 24 Novembre h 18.00 – Sala Maria Carta, Via Trentino | Atòbiu2017 – Presentada delegatzionis | Press conference | Presentazione dei delegati e conferenza stampa

– 25 Novembre h 17.00 – Su Tzirculu, Via Molise 62 | Atòbiu2017 – 4th International Meeting of Young Independentists | Convegno con i delegati internazionali di JERC e Sanca Veneta

– 25 Novembre h 20.30 – Su Tzirculu, via Molise 62 | Atòbiu2017 **Arrogalla** | **Bujumannu** @Su Tzirculu – Default | Concerto e festa di chiusura dell #Atòbiu2017

Compagno T. e la coscienza sporca della sinistra sarda – intervista a Cristiano Sabino

Compagno T. Lettere a un comunista sardo, di Cristiano Sabino, ed. Condaghes 

Intervista a Cristiano Sabino di Luana Farina
  • È il tuo primo libro e tutti quelli che conoscono la tua storia politica e la tua formazione accademica penserebbero alla forma del saggio. Invece no! Ci troviamo davanti ad un libro che e sì politico, ma che ha diverse sfaccettature e chiavi di lettura. Come nasce Compagno T.? Da quale idea prende corpo?

Ho sempre avuto molto pudore per la scrittura. Scrivere è una cosa importante, le parole sono pietre e devono reggere la prova del tempo. Voglio dire che il criterio di selezione della scrittura non è adatta alla concezione mercantilistica dello scambio qui ed ora. Anche la scrittura politica non obbedisce alla medesima logica del documento, del volantino, dell’articolo di giornale, della tesi politica ma deve avere il coraggio di guardare più lontano nel tempo, nel passato come nel futuro, ambendo a toccare coscienze oggi indisponsibili all’ascolto. È questa l’idea che mi ha spinto a scrivere, un forte bisogno di fare i conti con i tanti nodi irrisolti che ho esperito nella mia militanza e con chi avrà in futuro il bisogno di un confronto per potersi temprare. Alla mia generazione è mancato questo, avevamo certo a disposizione le opere classiche del pensiero socialista e anche numerose testimonianze dei conflitti degli anni sessanta e settanta. Ma nulla di fresco, niente che potesse aiutarci a sgrezzare alcune posizioni per farle avanzare nella realtà, niente con cui misurarci direttamente a parte qualche documento e qualche giornaletto a ciclostile. Il saggio sarebbe stato troppo comodo. Non è detto che non scriverò nulla del genere, ma con i dogmi statocratici del compagno T. un saggio avrebbe funzionato poco o nulla. Alla fine diventa tutto un discorso di dati e numeri o di citazioni colte usate come formulette per dimostrare di avere ragione. Ne ho incontrati molti che conoscevano a memoria Marx, Lenin e Mao Zedong e poi ragionavano come vecchi DC o anche peggio. Non è questo il punto, non è sul piano delle formulette o dei glossari che intendevo colpire e affondare T., ammesso e non concesso che io ci sia riuscito. La mia intenzione era quella di pungerlo nell’anima, di infastidirlo, di provocare in lui un dolore permanente e di scuoterlo dal torpore delle sicurezze su cui ha costruito tutta la sua vita e spesso anche la sua fortuna e la sua carriera. Spero di aver buttato giù dalla sedia tanti compagni T.

  • Un nuovo paradigma letterario:  tra saggio, epistolario, narrazione. Si tratta di un libro scritto con uno stile insolito, soprattutto per un epistolario, dove a parlare è solo l’autore che scrive le 30 lettere al misterioso T., del quale non leggiamo mai le risposte ma riusciamo bene a immaginarle perché riesci a far materializzare fisicamente il tuo interlocutore, tanto da “farcelo vedere e sentire”. Quali sono le tue letture che ti hanno portato ad esprimerti in questo modo?

Io e T. abbiamo parlato e ci siamo scontrati per tutta la vita e credo che ciò continuerà ad avvenire, fino a che una delle due posizioni non soccomberà all’altra o entrambe cadranno in rovina. Potrebbe sembrare una posizione tragica ma lo scontro tra idee è sempre anche uno scontro tra vite e vissuti, individuali e collettivi. Non ho dovuto usare grandi artifici retorici per immaginare cosa avrebbe osservato o controribattuto T.; conosco molto bene l’arsenale logico da cui attinge.

Veniamo alle mie letture. Sicuramente sono debitore al dialogo filosofico e allo stile di pensiero che procede per appunti, esami, contro esami in maniera fluida e dialettica. Credo che Gramsci in questo sia rimasto insuperato (e non parlo del Gramsci addomesticato e ridotto ad icona pop da parte della cultura di sinistra, ma del Gramsci reale, quello dei Quaderni del carcere). I suoi Quaderni in realtà rappresentano un dialogo con tutta la cultura moderna su cui si fonda la costruzione della coscienza e del consenso occidentale. E lui mette a nudo e svela l’ossature profondamente classista e colonialista di questa coscienza medesima. Ma prima ancora sono debitore al pensiero scettico e in particolare a quello di Montaigne il quale, partendo dal presupposto che nulla può dirsi vero in maniera assoluta, svela molte contraddizioni del potere degli stati colonialisti europei nel periodo della loro formazione. Li chiamano in generale i “maestri del sospetto” perché hanno la capacità di ribaltare la realtà così come ci appare e di svelarne gli arcani e l’ingiustizia che si celano sotto le narrazioni e le retoriche ufficiali, persino di quelle correnti di pensiero che si vorrebbero critiche e rivoluzionarie come appunto quele da cui T. attinge tutto il suo bagaglio retorico. Ed è esattamente ciò che cerco di fare dialogando con T. relativamente al contesto sardo e internazionale.

  • Da tutto l’epistolario, nel modo di porre le oltre 130 domande che fai a T., emerge prepotentemente il tuo essere filosofo che cerca instancabilmente di comprendere i fatti storici e politici riguardanti la Sardegna, però mai col distacco tipico del filosofo, ma con una passione bruciante, forse a volte da deluso, ma mai arreso. Sbaglio?

Quella del filsofo distaccato è una scemenza. Come si fa ad amare la realtà e a cercare la verità distaccandosene o assumendo un atteggiamento freddo? Aveva ragione Aristotele a dire che la filosofia nasce dalla meraviglia. Chi non si meraviglia di fronte alle cose, chi non parteggia, chi non prende parte, chi non si sporca le mani, non è un filosofo, al massimo è un dotto di Stato. Gramsci prendeva sonoramente in giro il filosofo idealista Giovanni Gentile e la sua teoria dell’«atto puro» dichiarando che l’atto o è impuro o non è. Certo ci vuole una teoria e una visione generale del mondo per poter agire sapendo cosa si sta facendo e per essere realmente liberi, ma le teorie non si imparano solo sui libri, perché anche quei libri escono fuori da pratiche storiche e da veri e propri scontri materiali tra classi, popoli e gruppi sopciali. Chi non ha i calli nelle mani difficilmente è un buon filosofo.

  • L’epistolario col compagno T. è anche un’opportunità che l’autore si dà per parlare in modo attuale del suo essere stato e essere ancora comunista, internazionalista, indipendentista. La rivendicazione dell’autodeterminazione del popolo sardo e di tutti i popoli senza Stato è il filo conduttore di tutta questa narrazione. Quanto il tuo libro può contribuire a far passare questa linea, creando coscienza e  consapevolezza in chi o non le ha mai avute,  o se le aveva, ha preferito  sempre, e ancora oggi, “guardare altrove”?

L’autore con il libro appena uscito, lo scorso maggio nelle vie del centro storico di Sassari, la sua città natale

È una domanda difficile. Non credo che ci sia autore al mondo capace di rispondere. I libri una volta scritti non appartengono più all’autore, ma alla storia del popolo o dei popoli e/o al loro oblio. È questa l’unica critica letteraria che conta. Bisogna vedere se nel foro profondo della coscienza dei sardi a cui mi rivolgo (ed è ovvio che non mi rivolgo a tutti i sardi) esiste una frattura e se questo mio libro si dimostrerà capace di individuarla.

Tu per definire il mio spettro politico usi molti aggettivi: “comunista”, “internazionalisa”, “indipendentista”. Io sto maturando l’idea che basta un sostantivo: liberazione. Se partiamo da queto, se partiamo dalla necessità della liberazione, tutto il resto verrà da sé. Non mi sto associando a chi dice che gli –ismi sono roba del Novecento. Sto dicendo che nel concetto di liberazione sono inclusi molti -ismi in cui io e altri ci riconosciamo ed è più facile trovare un accordo andando al cuore del problema senza infognarsi nelle tante categorie che riportano il dibattito su questioni di carattere accademico e dottrinario e che ci tengono molto lontani dal movimento reale. Voglio dire che dovremmo ripartire dal conflitto e non dalle categorie ideologiche che ci impastoiano in dibattiti dal gusto letargico ed esotico ma non ci fanno fare un millimetro avanti nel mondo e nella società reale. Il mio libro ha l’ambizione di parlare di questo e del fatto che spesso la sinistra sarda ha fatto appunto il contrario e alla fine si è ritrovata adagiata sugli allori o semplicemente ha gettato la spugna o peggio si è venduta per un piatto di lenticchie. È questo il senso del “guardare altrove” di cui parli. Chi ha “guardato altrove” rispetto al conflitto a volte strisciante, a volte manifesto tra nazione sarda e Stato italiano, semplicemente ha aderito alla logica dello Stato. Ci sono sicuramente tante buone ragioni per giustificare una scelta del genere, ma i comunisti si nutrono del conflitto e la storia insegna che chi lo rifugge o lo teme, chi tenta in ogni modo di appianare i contrasti per paura di svegliare energie incontrollabili, non è comunista ma reazionario. E sinceramente ti dico che no, non credo di poter incidere sulla coscienza dei reazionari.

  • Ultima domanda: come stanno andando le presentazioni?

Direi bene. Il libro è uscito lo scorso maggio e finora abbiamo fatto 13 presentazioni e la quattordicesima sarà il prossimo 1 dicembre a Scano Montiferru dove dialogherò con il sindaco indipendentista Antoni Flore Mozzo. Con mio grande stupore (e anche del mio editore) il libro va verso la sua seconda ristampa. Non che non credessi nella qualità del mio lavoro, ma il tema è abbastanza impopolare, cioè affronta la questione dell’autodeterminazione della nazione sarda dal punto di vista della sinistra, scontentando sia chi si riconosce nei valori dell’indipendenza ma non in quelli della sinistra, sia coloro i quali si dichiarano di sinistra ma non sono indipendentisti e non sono neppure disposti a riconoscere l’esistenza di una questione nazionale sarda. Sono in progettazione tante altre presentazioni, comprese città importanti come Oristano e Nuoro che potranno essere organizzate non appena avremo il via libera dall’editore per la disponibilità dei libri.

La locandina della prossima presentazione del libro Compagno T. nel paese di Scano Montiferru che sarà introdotta dal sindaco scrittore Antoni Flore Mozzo il prossimo 1 dicembre.

Biazu in Palestina

di Enrico Lobina

A differenza di altre volte (Vietnam, Catalogna, Paesi Baschi) lo scopo del viaggio non era politico, per cui le veloci impressioni che riporto sono il frutto dell’osservazione e della discussione “casuale”, non pianificata.

Nonostante questo, diverse compagne e compagni mi hanno messo in contatto con patrioti e compagni locali, i quali mi hanno parlato ed ospitato. Mi hanno mostrato la loro terra.

In Sardegna l’associazione Sardegna-Palestina fa un lavoro egregio, e credo che tutti i sardi debbano fare riferimento alla loro azione.

 

Siamo arrivati in Palestina a cavallo del centenario della dichiarazione di Balfour. Cento anni fa il governo britannico, autoritariamente, stabilì che gli ebrei potevano stabilirsi nei territori della Palestina storica. La giustificazione giuridica di quello che si vive in Palestina viene da là.

COME IN UN GIOCO

Il sardo e l’europeo dovrebbero, quando arrivano a Tel Aviv (per raggiungere la Palestina in aereo non c’è altra possibilità), dimenticare ed accantonare ciò che sentono ogni giorno di sfuggita dal telegiornale, o le immagini o le scritte dei vari siti.

Dovrebbero arrivare e verificare, senza pregiudizi, come vive il popolo A e come vive il popolo B, come in un gioco.

Superata Tel Aviv, arrivati a Gerusalemme, dopo aver parlato (equamente) coi rappresentanti e con persone qualunque del popolo A e del popolo B, si comincia ad avere un’idea.

Poi si va a Betlemme, Hebron, Nablus. Si guardi il muro (alto 8 metri, il doppio di quello di Berlino), si chieda come funziona. Si guardino le colonie, e si chieda come funzionano. Si guardino i soldati del popolo A che stanno permanentemente e con netta superiorità militare nei territori che qualche norma e qualche accordo, e tante buone speranza, hanno stabilito che fossero del popolo B.

Allora, senza bisogno dell’elenco delle risoluzioni internazionali ONU, sarà chiaro che c’è un popolo che opprime ed occupa ed un popolo che è oppresso ed occupato.

Chi opprime sono le classi dirigenti del popolo A, le quali hanno un consenso vasto ma non totalitario. Esse hanno a disposizione un apparato militare e tecnologico imponente.

(Chi scrive non è potuto andare a Gaza perché a Gaza non fanno entrare).

APARTHEID

Stringi stringi, è la parola che meglio descrive la vita a cui sono sottoposti i palestinesi dall’occupazione israeliana.

Da Gaza non puoi uscire. Se sei in Cisgiordania il muro, le colonie e l’insieme delle condizioni di vita ti fanno stare in un regime di apartheid.

Il muro divide arbitrariamente, secondo un piano ben preparato, villaggi e città della Cisgiordania: impedisce il movimento di persone e di cose, uccide l’economia.

Le colonie, in costante aumento, sono insediamenti di israeliani in Cisgiordania i quali arbitrariamente, e col sostegno fondamentale dell’esercito israeliano, creano delle aree di sovranità israeliana in Cisgiordania. A loro va l’acqua (ai palestinesi no), ed il sostegno dell’apparato logistico-educativo israeliano.

OSLO

Gli accordi di Oslo del 1993 sono stati firmati da Arafat per la Palestina e da Rabin per Israele. Qualunque opinione si avesse su Oslo allora, oggi bisogna ammettere che sono falliti.

Il principio “due popoli, due stati” oggi non ha più senso.

L’obiettivo dovrebbe semplicemente essere la sconfitta della politica di apartheid di Israele.

ISIS E ISRAELE

“Perché l’ISIS non ha mai attaccato Israele?”. La domanda che alcuni compagni palestinesi mi hanno fatto è retorica e seria.

ISIS è stata per molti anni, in modo importante, in Siria. Non ha mai mostrato alcun interesse ad attaccare Israele, i “miscredenti” per definizione.

La verità è che ISIS è funzionale ad Israele. ISIS fa comodo ad Israele: è la migliore assicurazione del suo rafforzamento.

RELAZIONI INTERNAZIONALI

La situazione nell’area è cambiata, a sfavore di Israele, anche se i movimenti di lungo periodo sono tutti da studiare[1]. L’ISIS è sconfitto e la Siria sta ritrovando una sua unità militare, territoriale e politica. Il governo siriano potrebbe arrivare a controllare di nuovo tutti i confini dello stato entro il 2018.

L’Iran ha intessuto, con lungimiranza e pazienza, per molti anni, una complessa azione diplomatica, che lo porta oggi ad avere una grande influenza in Iraq e Siria.

Il futuro dell’alleanza dipenderà da questo, e da ciò che succederà in Arabia Saudita nei prossimi anni.

Dal nostro punto di vista, inoltre, è necessario capitare cosa sta succedendo nell’area del Rojava e nel Kurdistan turco.

LE MORTI ED IL TERRORISMO

Un soldato israeliano ammazza a sangue freddo un bambino. La notizia neanche appare sui media. E’ più terrorista questa azione o quella di un palestinese? Quali sono i rapporti di forza? Cento a uno? Mille a uno? Centomila a uno?

Per chi visita la Palestina il problema non si pone: la categoria del terrorismo è una categoria della battaglia politica dell’oggi. Anche i partigiani italiani erano considerati terroristi.

Sulle modalità di lotta, su quelle più efficaci in un dato contesto politico, il dibattito è aperto.

LA RELIGIONE

La religione sta acquisendo terreno in Palestina, sia sul fronte israeliano che su quello palestinese.

Hamas ha una visione religiosa della lotta politica, ad Hebron ed in altre città sta acquisendo consensi.

Dal mio punto di vista è un problema. Il centro del ragionamento deve essere l’imperialismo ed il colonialismo, i quali sono versioni aggiornate del capitalismo, e non il fatto che ci sono persone che hanno una religione diversa.

ANP – il governo palestinese?

Fuori da Nablus, appena finiscono le case, finisce la zona A, cioè la zona in cui il governo palestinese (ANP, Autorità Nazionale Palestinese) ha piena sovranità.

Non c’è un soldato palestinese a sorvegliare l’area. A qualche metro dalla zona A dei soldati israeliani controllano, armati, un’area dove comandano loro.

Che significa?

Ad Hebron ed in tutte le città l’esercito israeliano effettua continui raid, in cui arresta, minaccia e ammazza. L’ANP non si oppone o non riesce ad opporsi? O non si vuole opporre?

Molte persone con le quali abbiamo parlato sottolineano la corruzione dell’ANP. Mi è stato raccontato di militanti contro l’occupazione arrestati prima dall’ANP e poi dagli israeliani, e viceversa.

Cosa è davvero l’ANP?

CHE FARE?

In Sardegna possiamo sostenere Sardegna Palestina.

In Sardegna dobbiamo collegare le dinamiche “naturalmente coloniali” del capitalismo al caso sardo. Queste dinamiche sono economiche, ed hanno risvolti culturali. Alcuni interlocutori sono rimasti molto stupiti dallo scarso interesse verso la lingua sarda da parte dei sardi stessi, e soprattutto da parte dei “compagni”. Il sardo va studiato e parlato!

In Sardegna dobbiamo sviluppare ed immaginare relazioni internazionali euro-mediterranee completamente diverse da quelle che viviamo oggi.

 

Lunedì 6 novembre telefonate e fax al consolato spagnolo per la democrazia


“Sei indignato/a per la repressione con cui la monarchia spagnola sta soffocando la democrazia in Catalunya? Lunedì, dalle 9:00 alle 20:00, chiama, manda un fax e una e-mail ai recapiti indicati nel manifesto. Facciamo sentire la nostra voce perché la causa della libertà dei cittadini catalani è la stessa causa di tutti i cittadini del Mediterraneo, d’Europa e del mondo” – con questo appello diversi indipendentisti e democratici sardi hanno organizzato una protesta telefonica e virtuale contro il Consolato e l’ambasciata spagnola siti rispettavamente a Cagliari (Sardegna) e a Roma (Italia)

Di seguito il testo che i promotori trasvesali a diversi soggetti politici e associazioni sarde suggeriscono di inviare via mail e fax .

All’attenzione del consolato spagnolo di Cagliari,

con la presente è mia intenzione protestare contro la persecuzione politica e giudiziaria adottate dallo stato spagnolo nei confronti del legittimo governo di Catalogna, eletto democraticamente dal popolo e perseguito per le sue idee politiche e per aver portato avanti il proprio mandato elettorale.
Chiedo pertanto l’immediata liberazione del vicepresidente Oriol Junqueras e dei ministri Jordi Turull, Josep Rull, Meritxell Borras, Raul Romeva, Carles Mundò, Dolors Bassa, Joaquim Forn. 
Chiedo altresì la scarcerazione di Jordi Cuixart e Jordi Sanchez, esponenti di primo piano della società civile, colpevoli solo di aver protestato pacificamente contro le misure repressive adottate dalla polizia spagnola nei confronti dei cittadini catalani durante il referendum del primo ottobre.

Mi unisco al coro di proteste nei confronti della Spagna che sta attuando misure che minacciano la democrazia, la libertà delle persone e la repressione delle idee e chiedo l’apertura di una mediazione pacifica che rispetti la volontà del popolo catalano e le sue istituzioni democratiche.”

 

ecco i recapiti del Consolato di Cagliari:

Numero di telefono
070 499444
Numero di fax 070 499011

Democrazia imprigionata

di Marco Santopadre

In tempi record, che la dicono lunga sul carattere preordinato e prettamente politico della misura, otto ministri del governo catalano – un governo scelto da una maggioranza parlamentare democraticamente eletta – sono stati arrestati ieri e spediti in cinque diverse carceri, ovviamente tutte fuori dal territorio catalano.
E’ la prima volta che dei responsabili di un governo vengono imprigionati nell’Unione Europea per degli atti politici realizzati nel corso del loro mandato e in obbedienza alla volontà popolare espressa nel corso di un referendum democratico. Uno dei ministri, che si era dimesso il giorno precedente alla dichiarazione d’indipendenza non condividendo la decisione dei suoi colleghi, si è risparmiato la prigione in cambio di una cauzione di 50 mila euro. Quando è arrivato a Madrid stamattina è stato accolto dagli slogan di un gruppo di nazionalisti e e fascisti spagnoli che lo hanno apostrofato al grido di “frocio” e “vigliacco”. Comunque il trattamento nei confronti di Santi Vila, ministro catalano legato a doppio filo a quelle imprese che hanno boicottato il referendum e l’indipendenza, è stato “di favore”, in vista della sua possibile elezione a candidato del PDeCat alle prossime elezioni, il che potrebbe imprimere una svolta autonomista ad una forza politica che solo la pressione e la mobilitazione popolare hanno spinto verso rivendicazioni indipendentiste.
inizia quindi con un’altra raffica di arresti la campagna elettorale che dovrebbe portare alle elezioni regionali del 21 dicembre, imposte con la forza dal governo spagnolo con la complicità di Ciudadanos e Psoe (oggi un altro sindaco socialista, quello di Terrassa, si è dimesso in polemica con il sostegno del partito al golpe spagnolo in Catalogna) e senza alcuna mobilitazione da parte delle cosiddette sinistre federaliste che pure si dicono contrarie all’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno catalano. Al carcere sono scampati per ora Puigdemont e altri 4 ministri, ma solo perché hanno deciso di rifugiarsi in Belgio nel tentativo di internazionalizzare la crisi e costringere l’Unione Europea, sostenitrice della repressione di Madrid, a farsi carico del problema.
A queste elezioni i partiti indipendentisti stanno decidendo di partecipare, per sfidare la repressione di Madrid, ma senza alcuna garanzia democratica, con il territorio catalano occupato militarmente da più di 10 mila poliziotti e soldati spagnoli – che oggi hanno perquisito una caserma dei Mossos d’Esquadra a LLeida – e con fortissime minacce alla stampa.
Una evidente contraddizione per un fronte indipendentista che, dopo la proclamazione della Repubblica Catalana, si trova ora a dover fortemente rinculare sull’onda della repressione spagnola sostenuta da Bruxelles, incapace di implementare le misure che rendano effettiva l’indipendenza dichiarata il 27 ottobre a Barcellona.
L’ultima escalation repressiva sembra indicare che non è più il tempo dei tatticismi e delle decisioni prese ‘giorno per giorno’, occorre una strategia che tenga conto della natura dell’avversario, dei rapporti di forza e delle forze realmente a disposizione.

Oggi più che mai le forze della sinistra di classe all’interno e accanto al movimento indipendentista devono porsi il problema dell’organizzazione, del contropotere, di una disobbedienza effettiva e di un sabotaggio che contrastino le misure coercitive adottate dal regime di Madrid.
Il rischio è che la mobilitazione popolare, pur massiccia, generosa e istintiva, venga mandata allo sbaraglio e si riveli inefficace, lasciando spazio alla disillusione e all’impotenza, tanto più in un quadro in cui i dirigenti indipendentisti imprigionati – altri ne seguiranno nei prossimi giorni – costituiranno dei veri e propri ostaggi nelle mani del regime, utilizzati da Madrid per ricattare il fronte sovranista catalano e costringerlo a rinunciare al conflitto. Presto in carcere potrebbero andarci anche i dirigenti della sinistra indipendentista, dei Comitati per la Difesa dei Referendum, gli attivisti sociali e sindacali, e non più solo i ministri del governo catalano o i leader delle associazioni indipendentiste.
Oggi più che mai perde qualsiasi credibilità ogni forza di sinistra e democratica che alla propria condanna di principio della repressione non faccia seguire comportamenti reali, nelle piazze così come nelle istituzioni.
Ieri alle 19 è già stata convocata una mobilitazione da parte delle associazioni indipendentiste, alla quale ne seguirà un’altra decentrata già oggi pomeriggio e una manifestazione nazionale il prossimo 12 novembre.
Intanto ieri l’assemblea municipale della capitale catalana ha riconosciuto come legittimi il governo presieduto da Carles Puigdemont e il Parlamento composto in base ai risultati delle elezioni del 27 settembre 2015. Ha anche rifiutato l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che ha annullato l’autogoverno. La proposta di ERC è stata appoggiata da Barcelona en Comú, dal PDeCat e dalla CUP. Hanno votato contro Ciudadanos, PSC e PP. Non è stata invece accolta la proposta della CUP per il riconoscimento della Repubblica Catalana a causa del voto contrario di Barcelona en Comù..

Tèmpiu, Bolmea: una fràbbica liata a lu locu

Stabilimento Bolmea
di Luigi Piga

Lo scorso anno è stata detta la parola fine sulla vecchia ZIR di Tempio Pausania con uno stanziamento di 2,3 milioni di euro al fine di completarne definitivamente la liquidazione. Ancora oggi appare piuttosto incerto il futuro dell’area industriale, di fatto a totale carico del Comune di Tempio Pausania, elemento che certamente non ne facilita il rilancio.

In una situazione piuttosto critica, l’apertura nel corso del 2016 dello stabilimento Bolmea S.r.l, a otto anni dall’insediamento dell’ultima impresa produttiva nella ZIR, rappresenta una nota positiva per il tessuto socio-economico tempiese.

Ho visitato l’impianto produttivo Bolmea, situato in uno degli ultimi lotti al margine dell’area industriale, direzione “Tre Funtani”, dove alcuni giovani soci galluresi producono, confezionano e distribuiscono gelati con un proprio marchio da circa due anni. Il punto commerciale, situato nel Corso Matteotti di Tempio Pausania, è stato attivato a settembre 2015, pochi mesi dopo la conclusione dei lavori nello stabilimento.

Per saperne di più sulla storia di questa realtà produttiva, ho incontrato uno dei fondatori, il tempiese Marcello Muntoni, 37 anni, laureato in Economia e con precedenti esperienze lavorative di rilievo, come i tre anni ad Istanbul per conto della MDA Consulting. Gli altri soci lavoratori sono calangianesi: Claudia Brigaglia, 29 anni, Maurizio Campus, 38 anni, Piero Corda, 44 anni, ai quali si aggiungono altri due lavoratori dipendenti.

La visita è stata l’occasione per osservare la tecnica dei cicli produttivi e per discutere con Muntoni riguardo questa attività economica in forte ascesa.

Il gelato Bolmea si basa su un approvigionamento ed un primo trattamento del latte vaccino proveniente ogni giorno da Perfugas, tendenzialmente dalla prima mungitura. La fase di pastorizzazione rappresenta una delle principali innovazioni: il latte viene portato da 85° a 4° in meno di 2 minuti in luogo di circa due ore. L’impiantistica (dell’azienda italiana FDB) assicura una capacità di trattamento fino a 800 litri/ora.

Saluti Marcello, com’è nàta Bolmea?

L’idèa palti d’allonga. Ghjà illu 2009 eru pinsendi di frabbicà gelati, ma vi sò stati tempi longhi comu ispissu capittighja, pa diffarenti muttii.

Ci ni poi faiddà?

Celtu, l’idèa mea è nata faiddendi cun un vecchju amicu (Dario Fossati, milanesu, è in palti in Bolmea a livellu simbòlicu cu lu 2%, ndr) chi pa trabaddu cunniscia bè cun bè lu mundu di li gelati in scàla industriali: difatti è stata una di li passoni chi ha trabaddatu a lu pruzessu di ottomazioni pa contu di Algida; propiu da chi sò isciuti umbé di cunsiddi impultanti pa chissa chi era l’idèa mea, a lu cumenciu siguramenti no chjara e cu un caminu tuttu inn’alzata. Mi desi calche cunsiddu, comu muimmi, ma no è statu faccili pa nudda, palchì a palti sapè bé lu chi ‘oi fa o no voi fa, pa cumincià vi oni capitali! Chena chissi no s’anda a locu. Sciuarà di impignammi in un prugghjettu in Saldigna è statu naturali: lu sonniu meu è sempri statu chissu di fa l’imprisàriu, e trabaddà cu lu locu e pa lu locu undi socu smannatu. Aemu umbé di pussibilitài, chinci in Gaddura comu in tutta la Saldigna. Difatti, lu latti chi trattemu arrea da l’Anglona, di precisu da Pelfica, e guasi tuttu l’altu chi entra in chista fràbbica, oltri la folza trabaddu, è fattu in Saldigna: brucciata, miciuratu e frutta sò saldi.

Hai mintuatu li capitali chi selvini: undi l’aeti cilcati?

Aemu pruppostu un prugghjettu a Invitalia (ex Sviluppo Italia) un agenzia liata a lu Ministeriu di l’Accunumia italianu. Lu primmu prugghjettu cu la dummanda l’aiami mandatu ghjà illu 2009.

Iddhi diani dunca punì l’acchitti pa scummittì innantu a lu prugghjettu Bolmea?

Si, ma no tutti. Invitalia trabadda cu la Legghj n. 185/2000 innantu a l’agghjutu a li ciòani impresari, punendi una palti di li dinà a fundu paldutu e una cun cundizioni licèri. Chjaramenti un’alta bona palti è a garrigu nostru e anda turràta cu l’intaressu; a chista s’agghjunghj la spèsa pa l’IVA, chi in un prugghjettu come lu nostru pesa e no pocu.

Comu funziona Invitalia? A palti la chistioni finanziaria, puru iddhi ani culpi illi tèmpi longhi: a la fini sò passati 6 anni da la primma dummanda a candu aeti abbaltu.

Lu prugghjettu Bolmea è statu apprùatu una primma olta illu 2011, ma puru chinci la cosa è più imbuliata di cantu possia parì; l’appròu di Invitalia no li custrigni da subitu, pa lu mancu finz’ a candu no si ponarani li filmi illu cunvèniu.

Pudemu dì chi v’è un tempu di pròa?

Dimu di si. La dilibàra d’Invitalia è arriata illu 2011 ma da chissu momentu vi passani 24 mesi, lu tempu chi aemu autu pa pisanni la fràbbica. Invitalia, parò, s’ha presu puru 11 mesi pa la filma di lu cuntrattu, pa chistu aemu subitu dummandatu chi ci lacassini lu mattessi tempu. Invitalia, ghjustamenti, ci l’ha acculdatu. La fràbbica, dunca, è stata cumprita a fini 2014.

Intantu chi la fràbbica e la pràttica cun Invitalia sighiani, aeti cuminciatu a favvi cunniscì, passu passu.

Si, illu 2013 aemu fattu in manera di fa cunniscì lu gelatu Bolmea a Monti di Mola (Costa Smeralda), unde Harrods. Aiami lu locu nostru undi aemu fatt’ assagghjà lu gelatu pripparatu in Tèmpiu e falatu cu borsi-frigo. Poca roba, ma è statu impultanti pa cumincià a fa cunniscì lu chi dapoi saria divintatu Bolmea – Soffici Bontà.

Poi è arriatu l’accoldu cu un altu imprisàriu timpiesu, Carlo Balata, e la catena “Marcello” (la ditta pidda lu nommu da Balata minnanu, ndr). Pur’ iddu ill’anni ’60 aia cuminciatu cun pocu e s’è smannatu abbrendi puru fora Tèmpiu. Unde Marcello abà si poni cumparà li gelati ‘ostri, comu puru inn’alti bruttéi di Tèmpiu.

Si, aemu strintu un accoldu puru cun “Marcello” e da lu mesi di triula di l’annu passatu lu gelatu si po agattà illi bruttéi di lu Sig. Balata.

Paltugnu mannu e cummèlciu. Un liamu chi in Saldigna ill’ultimi 20-25 anni è statu siguramenti schilibratu, più e più in celti lochi. Una chistioni chi palti da allonga, da una tilziarizzazioni di l’accunumia salda pocu impustata innant’ a lu chi silvia a la Saldigna. Bolmea ha chjusu accoldi puru cun chistu tipu di paltugnu. Com’è andendi?

La chistioni di lu paltugnu mannu è difficultosa palchì in umbè di lochi è chjaru chi s’è pilmissu d’abbrinni finza che troppi e cun pochi reguli. No più pa prodotti chi chinci no aiami o pa aè un pocu più di scioaru, ma ha tuccatu tuttu lu chi è magna e bì fendi, passu passu, sparì bruttéi minori e no solu chissi. Pudemu dì chi in chistu momentu lu paltugnu di chista scèra òffri pussibilitài di malcatu in più e, più impultanti, no sciaccia lu chi è lu ‘alori di lu trabbaddu chi femu. Bisogna parò sta attinziunati: in casu cuntrariu, no aria nisciun sensu riscì a’è più malcatu tirendini un valori mal pacatu. Aemu chjusu più accoldi e chistu ci pilmettì siguramenti di carragghjà una bona palti di la produzioni. Faiddemu in chistu momentu di un 50%.

Linga, identitài e malcatu. Aemu più d’una olta faiddatu di smannà lu malcatu di rifirimentu, pa primmu chissu di lu locu undi la fràbbica mattessi pruduci. Prudotti saldi, impresari saldi, fattu in Saldigna…palchì no puru una palti di pubblicitài in Linga, Gadduresa e Salda? È una pussibilitài chi tiniti in contu pa un dumani?

Si, vi semu rasgiunendi da un pocu. La chistioni ci intaressa e saria più ghjustu. Siguramenti, parò, stendi in un malcatu cun legghj italiani, li talghitti doarani aè pa folza una celta palti in linga italiana, ma v’è siguramenti la manera pa signalà puru da chissu puntu di ista lu prodottu nostru chi è, comu hai dittu tu, tuttu saldu ed è ghjustù vulè vindì punendisi cu la linga chi ca’ cumparigghja faedda dugna dì.

In ultimèra, chjudimu cun un alta nuitài di Bolmea. Chistu ‘statiali aeti abbaltu ill’areopoltu di L’Alighera?

È un passagghju impultanti, la situazioni è bastanti critica ma noi pinsemu chi pa l’areopoltu vi siani boni pussibilitài di ripiddassi: semu spiranzosi innant’ a chistu. Pa un impresa minori comu la nostra chi è smannendi a poc’a pocu cridimu sia statu fattu un passu innanzi mannu illu caminu nostru. L’auguriu, pa noi cantu pa tuttu lu sassaresu, è chi la situazioni in Fertilia possia middurà e turrà a lu chi aemu cunnisciutu ill’anni pàssati, cussì comu middòria tuttu lu sistema di li traspolti in Saldigna, in lu chi è muissi pa li Saldi e pa un avvantàgghju turisticu.

Tratto da Zinzula.it al link