Compagno T. e la coscienza sporca della sinistra sarda – intervista a Cristiano Sabino

Compagno T. Lettere a un comunista sardo, di Cristiano Sabino, ed. Condaghes 

Intervista a Cristiano Sabino di Luana Farina
  • È il tuo primo libro e tutti quelli che conoscono la tua storia politica e la tua formazione accademica penserebbero alla forma del saggio. Invece no! Ci troviamo davanti ad un libro che e sì politico, ma che ha diverse sfaccettature e chiavi di lettura. Come nasce Compagno T.? Da quale idea prende corpo?

Ho sempre avuto molto pudore per la scrittura. Scrivere è una cosa importante, le parole sono pietre e devono reggere la prova del tempo. Voglio dire che il criterio di selezione della scrittura non è adatta alla concezione mercantilistica dello scambio qui ed ora. Anche la scrittura politica non obbedisce alla medesima logica del documento, del volantino, dell’articolo di giornale, della tesi politica ma deve avere il coraggio di guardare più lontano nel tempo, nel passato come nel futuro, ambendo a toccare coscienze oggi indisponsibili all’ascolto. È questa l’idea che mi ha spinto a scrivere, un forte bisogno di fare i conti con i tanti nodi irrisolti che ho esperito nella mia militanza e con chi avrà in futuro il bisogno di un confronto per potersi temprare. Alla mia generazione è mancato questo, avevamo certo a disposizione le opere classiche del pensiero socialista e anche numerose testimonianze dei conflitti degli anni sessanta e settanta. Ma nulla di fresco, niente che potesse aiutarci a sgrezzare alcune posizioni per farle avanzare nella realtà, niente con cui misurarci direttamente a parte qualche documento e qualche giornaletto a ciclostile. Il saggio sarebbe stato troppo comodo. Non è detto che non scriverò nulla del genere, ma con i dogmi statocratici del compagno T. un saggio avrebbe funzionato poco o nulla. Alla fine diventa tutto un discorso di dati e numeri o di citazioni colte usate come formulette per dimostrare di avere ragione. Ne ho incontrati molti che conoscevano a memoria Marx, Lenin e Mao Zedong e poi ragionavano come vecchi DC o anche peggio. Non è questo il punto, non è sul piano delle formulette o dei glossari che intendevo colpire e affondare T., ammesso e non concesso che io ci sia riuscito. La mia intenzione era quella di pungerlo nell’anima, di infastidirlo, di provocare in lui un dolore permanente e di scuoterlo dal torpore delle sicurezze su cui ha costruito tutta la sua vita e spesso anche la sua fortuna e la sua carriera. Spero di aver buttato giù dalla sedia tanti compagni T.

  • Un nuovo paradigma letterario:  tra saggio, epistolario, narrazione. Si tratta di un libro scritto con uno stile insolito, soprattutto per un epistolario, dove a parlare è solo l’autore che scrive le 30 lettere al misterioso T., del quale non leggiamo mai le risposte ma riusciamo bene a immaginarle perché riesci a far materializzare fisicamente il tuo interlocutore, tanto da “farcelo vedere e sentire”. Quali sono le tue letture che ti hanno portato ad esprimerti in questo modo?

Io e T. abbiamo parlato e ci siamo scontrati per tutta la vita e credo che ciò continuerà ad avvenire, fino a che una delle due posizioni non soccomberà all’altra o entrambe cadranno in rovina. Potrebbe sembrare una posizione tragica ma lo scontro tra idee è sempre anche uno scontro tra vite e vissuti, individuali e collettivi. Non ho dovuto usare grandi artifici retorici per immaginare cosa avrebbe osservato o controribattuto T.; conosco molto bene l’arsenale logico da cui attinge.

Veniamo alle mie letture. Sicuramente sono debitore al dialogo filosofico e allo stile di pensiero che procede per appunti, esami, contro esami in maniera fluida e dialettica. Credo che Gramsci in questo sia rimasto insuperato (e non parlo del Gramsci addomesticato e ridotto ad icona pop da parte della cultura di sinistra, ma del Gramsci reale, quello dei Quaderni del carcere). I suoi Quaderni in realtà rappresentano un dialogo con tutta la cultura moderna su cui si fonda la costruzione della coscienza e del consenso occidentale. E lui mette a nudo e svela l’ossature profondamente classista e colonialista di questa coscienza medesima. Ma prima ancora sono debitore al pensiero scettico e in particolare a quello di Montaigne il quale, partendo dal presupposto che nulla può dirsi vero in maniera assoluta, svela molte contraddizioni del potere degli stati colonialisti europei nel periodo della loro formazione. Li chiamano in generale i “maestri del sospetto” perché hanno la capacità di ribaltare la realtà così come ci appare e di svelarne gli arcani e l’ingiustizia che si celano sotto le narrazioni e le retoriche ufficiali, persino di quelle correnti di pensiero che si vorrebbero critiche e rivoluzionarie come appunto quele da cui T. attinge tutto il suo bagaglio retorico. Ed è esattamente ciò che cerco di fare dialogando con T. relativamente al contesto sardo e internazionale.

  • Da tutto l’epistolario, nel modo di porre le oltre 130 domande che fai a T., emerge prepotentemente il tuo essere filosofo che cerca instancabilmente di comprendere i fatti storici e politici riguardanti la Sardegna, però mai col distacco tipico del filosofo, ma con una passione bruciante, forse a volte da deluso, ma mai arreso. Sbaglio?

Quella del filsofo distaccato è una scemenza. Come si fa ad amare la realtà e a cercare la verità distaccandosene o assumendo un atteggiamento freddo? Aveva ragione Aristotele a dire che la filosofia nasce dalla meraviglia. Chi non si meraviglia di fronte alle cose, chi non parteggia, chi non prende parte, chi non si sporca le mani, non è un filosofo, al massimo è un dotto di Stato. Gramsci prendeva sonoramente in giro il filosofo idealista Giovanni Gentile e la sua teoria dell’«atto puro» dichiarando che l’atto o è impuro o non è. Certo ci vuole una teoria e una visione generale del mondo per poter agire sapendo cosa si sta facendo e per essere realmente liberi, ma le teorie non si imparano solo sui libri, perché anche quei libri escono fuori da pratiche storiche e da veri e propri scontri materiali tra classi, popoli e gruppi sopciali. Chi non ha i calli nelle mani difficilmente è un buon filosofo.

  • L’epistolario col compagno T. è anche un’opportunità che l’autore si dà per parlare in modo attuale del suo essere stato e essere ancora comunista, internazionalista, indipendentista. La rivendicazione dell’autodeterminazione del popolo sardo e di tutti i popoli senza Stato è il filo conduttore di tutta questa narrazione. Quanto il tuo libro può contribuire a far passare questa linea, creando coscienza e  consapevolezza in chi o non le ha mai avute,  o se le aveva, ha preferito  sempre, e ancora oggi, “guardare altrove”?

L’autore con il libro appena uscito, lo scorso maggio nelle vie del centro storico di Sassari, la sua città natale

È una domanda difficile. Non credo che ci sia autore al mondo capace di rispondere. I libri una volta scritti non appartengono più all’autore, ma alla storia del popolo o dei popoli e/o al loro oblio. È questa l’unica critica letteraria che conta. Bisogna vedere se nel foro profondo della coscienza dei sardi a cui mi rivolgo (ed è ovvio che non mi rivolgo a tutti i sardi) esiste una frattura e se questo mio libro si dimostrerà capace di individuarla.

Tu per definire il mio spettro politico usi molti aggettivi: “comunista”, “internazionalisa”, “indipendentista”. Io sto maturando l’idea che basta un sostantivo: liberazione. Se partiamo da queto, se partiamo dalla necessità della liberazione, tutto il resto verrà da sé. Non mi sto associando a chi dice che gli –ismi sono roba del Novecento. Sto dicendo che nel concetto di liberazione sono inclusi molti -ismi in cui io e altri ci riconosciamo ed è più facile trovare un accordo andando al cuore del problema senza infognarsi nelle tante categorie che riportano il dibattito su questioni di carattere accademico e dottrinario e che ci tengono molto lontani dal movimento reale. Voglio dire che dovremmo ripartire dal conflitto e non dalle categorie ideologiche che ci impastoiano in dibattiti dal gusto letargico ed esotico ma non ci fanno fare un millimetro avanti nel mondo e nella società reale. Il mio libro ha l’ambizione di parlare di questo e del fatto che spesso la sinistra sarda ha fatto appunto il contrario e alla fine si è ritrovata adagiata sugli allori o semplicemente ha gettato la spugna o peggio si è venduta per un piatto di lenticchie. È questo il senso del “guardare altrove” di cui parli. Chi ha “guardato altrove” rispetto al conflitto a volte strisciante, a volte manifesto tra nazione sarda e Stato italiano, semplicemente ha aderito alla logica dello Stato. Ci sono sicuramente tante buone ragioni per giustificare una scelta del genere, ma i comunisti si nutrono del conflitto e la storia insegna che chi lo rifugge o lo teme, chi tenta in ogni modo di appianare i contrasti per paura di svegliare energie incontrollabili, non è comunista ma reazionario. E sinceramente ti dico che no, non credo di poter incidere sulla coscienza dei reazionari.

  • Ultima domanda: come stanno andando le presentazioni?

Direi bene. Il libro è uscito lo scorso maggio e finora abbiamo fatto 13 presentazioni e la quattordicesima sarà il prossimo 1 dicembre a Scano Montiferru dove dialogherò con il sindaco indipendentista Antoni Flore Mozzo. Con mio grande stupore (e anche del mio editore) il libro va verso la sua seconda ristampa. Non che non credessi nella qualità del mio lavoro, ma il tema è abbastanza impopolare, cioè affronta la questione dell’autodeterminazione della nazione sarda dal punto di vista della sinistra, scontentando sia chi si riconosce nei valori dell’indipendenza ma non in quelli della sinistra, sia coloro i quali si dichiarano di sinistra ma non sono indipendentisti e non sono neppure disposti a riconoscere l’esistenza di una questione nazionale sarda. Sono in progettazione tante altre presentazioni, comprese città importanti come Oristano e Nuoro che potranno essere organizzate non appena avremo il via libera dall’editore per la disponibilità dei libri.

La locandina della prossima presentazione del libro Compagno T. nel paese di Scano Montiferru che sarà introdotta dal sindaco scrittore Antoni Flore Mozzo il prossimo 1 dicembre.