Occupazione Militare: accordo o capitolazione?

La montagna ha partorito il topolino? A sfogliare la bozza del protocollo d’intesa “Per il coordinamento delle attività militari presenti nel territorio della Regione” illustrata nei giorni scorsi dal governatore Francesco Pigliaru (che ha avuto il via libera in aula con 34 voti a favore e 9 contrari) parrebbe che le cose stiano veramente così.

Negli ultimi anni il movimento contro l’occupazione militare è cresciuto parecchio fino ad arrivare a bloccare – se pur temporaneamente – lo svolgimento delle esercitazioni attraverso imponenti e determinate manifestazioni popolari nei pressi dei principali poligoni dell’isola. Il movimento, compattatosi intorno all’assemblea sarda contro l’occupazione militare (Aforas), è anche riuscito a uscire dal cono d’ombra delle mobilitazioni e dei fisiologici riflussi, strutturandosi sul territorio e proponendosi come centro di riferimento per una fitta attività informativa, di analisi e anche di aggregazione sociale.

A fronte della montante insofferenza dei sardi verso l’occupazione militare è evidente che lo Stato italiano è alla ricerca di una narrazione capace di rendere più tollerabile la presenza militare nella nostra isola ed è altrettanto chiaro che la maggioranza che governa la Regione Autonoma di Sardegna (ad egemonia PD) è complice di tale tentativo.

Ma che cosa dovrebbe prevedere l’accordo su quella che Pigliaru ha definito una “graduale dismissione delle servitù militari nell’isola” e altri esponenti della maggioranza un “passo storico per la Sardegna”?

Vediamolo in breve:

  • Sospendere le esercitazioni in periodo estivo
  • La cessione della spiaggia di Portu Tramatzu nel poligono di capo Teulada
  • Concessioni temporanee di altre spiagge prima sempre interdette
  • L’istituzione di osservatori ambientali indipendenti per le attività esercitative che si svolgono presso poligoni basi militari e aree addestrative.

Questi i punti definiti positivi dal partito del governatore Pigliaru. In estrema sintesi l’apertura temporanea di un paio di spiaggette e la cessione delle attività belliche in periodo estivo per non spaventare i turisti. Ma fra i punti annoverati come “successi diplomatici” dalla giunta dei professori anche delle vere e proprie beffe come per esempio la cessione della caserma “Ederle”, «previa realizzazione di idonee strutture ove rilocare attività e funzioni attualmente ivi svolte, con oneri non a carico della Difesa» e la «piena operatività della Caserma di Pratosardo, attraverso anche il dislocamento di alcuni reparti». Insomma, lo stato italiano e il suo esercito da una parte aprono i cancelli di un paio di spiagge, dall’altro si fanno pagare dalla Regione la realizzazione di nuove strutture dove svolgere le attività ora svolte nella Ederle e sbandierano come positiva l’apertura di una nuova caserma a Nuoro (a suo tempo fortemente avversata dall’organizzazione A Manca pro s’Indipendentzia) annunciando il dislocamento di nuovi reparti, cioè un incremento della presenza militare italiana in Sardegna.

A parte le colorite dichiarazioni del capogruppo del Partito dei Sardi che ha annunciato di non “voler vivere in una colonia” (dimenticando di essere però solido e fedelissimo alleato dei colonizzatori), è sceso subito in campo il neonato polo dell’Autodeterminazione attraverso le dichiarazioni del suo portavoce Antony Muroni che ha chiesto al governatore Pigliaru di non firmare l’accordo: «Ogni passo compiuto verso la liberazione delle terre sarde occupate dalle servitù militari e sottoposte a invasive esercitazioni militari va salutato con soddisfazione. Detto questo, l’accordo di programma presentato ieri in Consiglio regionale dal presidente Pigliaru è tutt’altro che storico. E, quand’anche si concretizzasse, è anni luce lontano da quel che serve: il presidente Pigliaru è ancora in tempo a non firmarlo».

Il segretario del partito indipendentista ProGreS ha invece stabilito una equazione politica fra servitù e PD ricordando che gli esponenti di tale partito in Parlamento nel 2008 avevano protestato chiedendo la realizzazione di un’ulteriore servitù all’interno del poligono di Quirra (per la cronaca: Andrea Lulli, Siro Marrocu, Amalia Schirru, Giulio Calvisi, Caterina Pes, Paolo Fadda e Guido Melis). Il PD – argomenta Gianluca Collu – «sostiene come ha sempre fatto che gli interessi dell’esercito italiano e dei suoi alleati, ma soprattutto gli interessi economici e politici di multinazionali belliche come Finmeccanica e dei partiti ad essa collegata, non si possono mettere in discussione né ora né mai. E se le popolazioni locali o l’intera nazione sarda non sono dello stesso avviso, poco importa, si continui a sparare e a bombardare».

Collu torna anche sulla questione degli osservatori ambientali “indipendenti” sbandierati da Pigliaru come uno dei punti forti dell’accordo, ricordando come il Governo Renzi abbia approvato un «decreto legge che aumenta di fatto i limiti di “inquinamento consentito” delle aree militari per alcune sostanze fino a cento volte i valori attuali». Insomma, a che servono degli osservatori ambientali indipendenti se poi nei poligoni militari si può inquinare per decreto?

Dello stesso avviso l’Assemblea sarda contro l’occupazione militare Aforas che è uscita oggi con un articolato documento di analisi denunciando l’accordo Stato-Regione come una truffa. I pochi punti positivi presenti nell’accordo cioè lo stop alle esercitazioni dal 1 giugno al 30 settembre e l’apertura temporanea delle spiagge di Murtas e Spiagge Bianche – denunciano gli attivisti – «erano già in essere negli ultimi anni attraverso protocolli d’intesa tra Comuni e Difesa, che venivano ogni anno rinnovati». Anche sugli osservatori ambientali gli attivisti svelano le carte giocate dalla Difesa e Pigliaru: «anche per questi non meglio precisati controlli ambientali ribadiamo quanto già scritto: avranno accesso e fondi per analisi approfondite? A tal proposito ricordiamo che, come riportato nel nostro ultimo dossier su Teulada, le uniche indagini su ambiente e salute sono state commissionate dalla Difesa e secretate. Per questo pretendiamo ricerche approfondite e condotte da enti terzi, non governativi e riconosciuti da tutte le parti». E, dulcis in fundo, la vera e propria mela avvelenata presente nell’accordo: a fronte di inconsistenti porzioni di territorio cedute all’uso pubblico i sardi dovranno acconsentire a nuove servitù militari «da una parte, il dislocamento di alcuni reparti nella caserma di Pratosardo (Nuoro), infrastruttura tra l’altro costruita su terre civiche, sclassificate e dichiarate edificabili con una legge del 2013. E dall’altra, l’implementazione del SIAT, Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre, e di altri sistemi duali. Abbiamo già sottolineato nel nostro dossier sul PISQ (Poligono Interforze del Salto di Quirra) a proposito del Distretto Aerospaziale della Sardegna (DASS) la pericolosità dell’uso civile e militare di infrastrutture tecnologiche finalizzate sempre ad un uso bellico. In particolare il SIAT, (citato nel nostro dossier su Teulada), è presentato come un nuovo modo di utilizzare il poligono, moderno, orientato alla ricerca scientifica e addirittura “green”. Ma, anche se si spara qualche cartuccia in meno del solito, si tratta pur sempre dell’ennesimo sistema di addestramento volto alla preparazione di guerre di aggressione (come dimostra la costruzione di due villaggi addestrativi riprodotti in stile medio orientale e dell’est Europa). E anche il coinvolgimento dell’Università rivela sempre lo stesso schema, già intravisto con il DASS: drenare fondi pubblici dalla ricerca verso l’industria bellica. In pratica, anziché porre le basi per la dismissione del Poligono di Teulada, l’accordo prepara il terreno per un suo nuovo utilizzo, sempre indirizzato al vecchio sfruttamento coloniale: della nostra terra da una parte e dei futuri scenari di guerra dall’altra».

 

Tirocini: Traballu, no tzerachia!

Immagine tirocini

Lo scorso ottobre il progetto “Pro una Caminera Noa” aveva lanciato una campagna per denunciare la passività della Regione Sardegna a fronte della nuova normativa sui tirocini. Lo scorso 25 maggio 2017 – avevano denunciato in una nota gli attivisti di CN – «la Conferenza Stato-Regioni ha approvato le nuove “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento”. contenuti delle nuove linee guida sono nettamente peggiorativi rispetto al passato. Il nuovo quadro che viene proposto elimina le differenti tipologie di tirocinio, modulate a seconda del destinatario, liberalizzando di fatto il tirocinio. Viene aumentata la durata massima del tirocinio, da 6 a 12 mesi. Si lascia invariata l’indennità minima di partecipazione a 300€». Evidentemente il passaparola è corso in fretta in rete e molti ragazzi hanno contattato il referente della campagna, il giovane attivista Marco Contu che ha fatto studi specifici in materia.

Il passo successivo è una campagna di giovani tirocinanti e precari che non ci stanno ad essere trattati come schiavi e che annunciano di voler dare battaglia raccogliendo l’invito alla mobilitazione emesso da Caminera Noa. Questi ragazzi si sono organizzati e hanno aperto una pagina Facebook pubblicando un appello da firmare per poi lanciare una ampia mobilitazione con il fine di costringere la RAS ad intervenire con proprie linee guida che sostituiscano quelle del governo italiano, (peggiorative rispetto alla situazione precedente), e che prevedono una durata massima del tirocinio di 12 mesi e un’indennità minima di 300 euro al mese.

A fronte di questa legislazione che trasforma i tirocini in lavoro mal pagato, le richieste dei giovani tirocinanti in lotta sono chiare:

– una distinzione netta tra le tre tipologie di tirocinio
– una durata massima del tirocinio di 6 mesi
– una indennità minima di partecipazione di 800€
– controlli-filtro sulle offerte di tirocinio
– maggiori e genuini controlli ispettivi sui luoghi di lavoro

Il prossimo passo dopo aver inoltrato alle Istituzioni regionali la lettera firmata – annunciano i giovani tirocinanti – «sarà la convocazione di un’assemblea generale di tutti i giovani interessati dal problema per la prima metà di gennaio, in un luogo facilmente raggiungibile da tutta la Sardegna, allo scopo di organizzare le successive iniziative di mobilitazione».

Di seguito la lettera integrale pubblicata sulla pagina fb. Chi volesse sottoscriverla può tranquillamente andare sulla pagina Cambiamo le regole sui tirocini e scrivere un messaggio in bacheca.

LA LETTERA INTEGRALE

CAMBIAMO LE REGOLE SUI TIROCINI! Firma anche tu!

Siamo giovani sardi, tirocinanti, ex tirocinanti e potenziali tirocinanti. Siamo quella fascia di popolazione sulla quale continuano a pesare fortemente gli strascichi della crisi e le scelte politiche degli ultimi venti anni e oltre; la disoccupazione giovanile in Sardegna continua a rimanere su tassi allarmanti (56,3%) e sempre più spesso siamo costretti all’emigrazione, al lavoro nero, alla dequalificazione rispetto alle competenze che abbiamo acquisito con anni di studio o imparando un mestiere.

La prima esperienza di approccio al mondo del lavoro per molti giovani sardi è sempre più spesso il tirocinio, uno strumento di politica attiva periodicamente incentivato anche dalla Regione Sardegna, che, se di per sé, può essere uno strumento utile, nella realtà dei fatti si dimostra uno strumento atto a legittimare situazioni di sfruttamento del lavoro e utile solo ad abbattere il costo del lavoro per le imprese. Il tirocinio oggi si palesa come un ricatto vero e proprio in cui siamo chiamati a scegliere tra disoccupazione e lavoro sottopagato: è una situazione che non siamo più disposti ad accettare e per la quale chiediamo degli interventi immediati.

Deve essere chiaro: il tirocinio non costituisce un rapporto di lavoro ma unicamente una esperienza formativa per il tirocinante che, grazie all’affiancamento a un tutor, può conoscere dall’interno un determinato contesto lavorativo, vedere e conoscere in modo diretto come si svolge una professione o un mestiere, incrementare le proprie conoscenze e così poter orientare le proprie scelte nel mondo del lavoro. Il tirocinante non dovrebbe mai partecipare alla capacità produttiva di una impresa, il tirocinante non dovrebbe mai svolgere mansioni meramente pratiche e manuali; insomma il tirocinante non può svolgere attività di lavoro subordinato. Anche le linee guida “nazionali” del 25 Maggio 2017 sono abbastanza chiare: “al fine di qualificare l’istituto e di limitarne gli abusi […] il tirocinio non può essere utilizzato per tipologie di attività lavorative per le quali non sia necessario un periodo formativo”. Evidentemente la realtà dei fatti non è questa; infatti è ormai prassi che i tirocinanti svolgano attività lavorativa come un qualsiasi altro lavoratore, spesso con gli stessi ritmi e orari ma con una indennità lorda di 400€ o 450€ al mese e senza contributi previdenziali, e, quando il tirocinio è attivato con l’Avviso della Regione, all’impresa spetta un modico esborso di 150€.

Il 25 Maggio 2017 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato le nuove linee guida italiane dove indica degli indirizzi da seguire sui vari aspetti che regolano il tirocinio; nonostante l’evidente abuso che si fa dei tirocini, al posto di porre un argine, queste linee guida sono nettamente peggiorative: esse liberalizzano di fatto l’istituto con il tirocinio extracurriculare unico, mentre prima la netta distinzione di tre tipi di tirocinio serviva a modulare ogni tipologia in base a chi fosse il destinatario; viene aumentata la durata massima del tirocinio a 12 mesi mentre prima il tirocinio formativo e di orientamento poteva durare massimo 6 mesi (non sono un po’ troppi dodici mesi per formarci?); viene fissata l’indennità minima a 300€, esattamente come in passato. Il quadro potenziale che si forma con queste modifiche, vede la possibilità per un’impresa di far lavorare un tirocinante fino a 8 ore al giorno, per 12 mesi, a 300€ lordi al mese! Che dire poi del rischio sempre più concreto di rimanere incastrati in un vortice continuo di tirocini, dove finito uno se ne inizia un altro per altri 12 mesi, con buona pace del desiderio di vedere un contratto di lavoro regolare?

Fortunatamente queste linee guida non sono legge ma solo linee di indirizzo, in quanto la regolazione ufficiale spetta alla Regione Sardegna che può disattendere completamente tali linee e formularne altre più favorevoli per i tirocinanti. Tanto per rafforzare quanto abbiamo già detto prima, i tirocini, rientrano nella materia “formazione” e non “lavoro” e su tale materia ha competenza esclusiva la Regione. Sappiamo che in Regione si sta già lavorando sulle nuove linee guida regionali e noi intendiamo intervenire con delle richieste ben precise.

Vogliamo:

  • una distinzione netta tra le tre tipologie di tirocinio: I) tirocini formativi e di orientamento, II) tirocini di inserimento/reinserimento al lavoro e III) tirocini in favore di disabili, persone svantaggiate e richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, giacché ognuno di essi risponde ad esigenze diverse;
  • una durata massima del tirocinio di 6 mesi;
  • una indennità minima di partecipazione di 800€; dal momento che si continua a chiudere gli occhi rispetto al fatto che i tirocinanti svolgano effettiva attività lavorativa e anzi lo si accetta, allora vogliamo ricevere una somma più dignitosa;
  • controlli-filtro sulle offerte di tirocinio, almeno in quelle pubblicate nei canali ufficiali della Regione Sardegna; non è possibile continuare a vedere offerte per attività che non necessitano di formazione o che richiedono pregressa esperienza lavorativa, ciò contrasta con la normativa e sono il primo campanello d’ allarme rispetto a una futura situazione di abuso;
  • maggiori controlli da parte dei soggetti promotori e maggiori controlli sui soggetti promotori, rei troppo spesso di chiudere un occhio rispetto a situazioni di abuso;
  • maggiori e genuini controlli ispettivi sui luoghi di lavoro che, in caso di accertamento di un abuso, darebbero diritto al tirocinante a vedersi riconosciuta l’applicazione retroattiva di tutti i trattamenti economici e normativi spettanti ai lavoratori che svolgono le sue stesse mansioni.

Non possiamo non segnalare inoltre i sempre più frequenti ritardi nel versamento di quella modesta indennità che ci spetta e chiedere di intervenire a garanzia di una maggiore regolarità e puntualità.

Su questi punti daremo battaglia e siamo pronti a farci sentire.

 

“Dove stanno andando i nostri atenei?”

Riceviamo una nota scritta dalla Federatzione de sa Gioventude Indipendentista, invitata il passato 1 dicembre 2017 a parlare in una assemblea pubblica intitolata “Dove stanno andando i nostri atenei?”, organizzata da Noi Restiamo a Bologna.

L’assemblea dello scorso 1° dicembre organizzata dai compagni di Noi Restiamo, “Dove stanno andando i nostri atenei?”, si è rivelata essere un’esperienza ricca di spunti di analisi per comprendere in quale direzione il governo italiano si stia muovendo riguardo le politiche sull’istruzione superiore e la ricerca. I contributi portati da Bologna, Torino, Urbino e Siena ci hanno permesso di inquadrare la situazione attuale e avere la conferma di quanto abbiamo sempre sostenuto: il gap tra le università del Nord e del Sud va sempre più aumentando e si rivela essere una precisa scelta politica. Ad esempio, basta vedere i criteri totalmente campati in aria attraverso cui il premiale FFO viene ripartito tra gli atenei e, in particolare, quelli legati all’attrattività: sono conferiti maggiori fondi agli atenei che hanno tra gli iscritti un numero maggiore di fuori sede (studenti provenienti da altre regioni).

Tale divario viene strumentalmente utilizzato, in un’ottica “meritocratica”, per penalizzare gli atenei del Sud, colpevoli di non saper reggere il confronto col mercato o di non essere abbastanza competitivi; questa disparità è in realtà funzionale alla creazione di un polo d’eccellenza sempre più rivolto all’establishment europeo e soprattutto si palesa come l’ennesima dimostrazione di politiche utili al mantenimento di una condizione strutturalmente arretrata del Meridione e delle Isole, passando per quelle istituzioni che dovrebbero formare le future classi dirigenti.

È stato interessante notare come gli atenei italiani, per via della ricerca di finanziatori esterni, ultimamente si stiano indirizzando sempre più verso aziende sviluppatrici di tecnologie militari o accordi con le forze armate: un esempio è il politecnico di Torino e i suoi ormai storici legami con il Technion di Haifa, con cui la stessa UniCa collabora da tempo, o i nuovi accordi stipulati dall’ateneo urbinate con esercito, guardia di finanza a cui sono stati dedicati dei corsi di laurea aperti anche ai civili (come l’UniSS) e, infine, con la Benelli, industria produttrice di armi leggere nonché primo fornitore di armi per Polizia e Carabinieri.

Per quanto riguarda gli atenei sardi, abbiamo dovuto innanzitutto descrivere il contesto coloniale in cui questi sono inseriti, totalmente slegati dalla realtà e asserviti a logiche esogene nonché portatori di interessi diametralmente opposti a quelli del nostro popolo. Lo scopo dovrebbe essere quello di creare persone consapevoli di vivere in una comunità ben definita, invece si formano giovani che si sentono genericamente “cittadini del mondo” e che vedono positivamente doversi spostare inseguendo il mercato e per scappare da questa terra che nulla ci offre. Il nostro percorso verso l’autodeterminazione che passa dalla creazione di Università autonome e autocentrate non può prescindere da una lotta che ci vede impegnati su tutti i fronti della società sarda, poiché un simile strumento nelle mani sbagliate – ad esempio con una classe politica e intellettuale come quello che ci troviamo adesso, totalmente schiacciata su posizioni unioniste e antisarde – potrebbe rivelarsi terribilmente dannoso.

Pertanto con i compagni italiani che sostengono e solidarizzano con la nostra lotta di liberazione natzionale, abbiamo deciso di aprire una collaborazione laica e su temi specifici, volta a condividere analisi e cercare di sviluppare un percorso emancipativo per quanto riguarda l’istruzione universitaria che abbia anche respiro internazionale, attraverso i contatti con sindacati studenteschi della penisola iberica e altri.

È proprio attraverso quest’ottica internazionalista che la FGI deve provare a interfacciarsi con soggetti politici italiani, ponendo come discriminante il riconoscimento della questione natzionale. La presenza anche in Italia del dibattito sull’autodeterminazione del popolo sardo permetterebbe a molti emigrati (studenti o lavoratori), come ad esempio il “collettivo anticolonialista Zenti Arrubia” di Bologna, di venire direttamente a contatto con le ragioni dell’indipendentismo o, qualora si riesca ad aggregare degli emigrati già preparati e informati sulla questione, fornire una struttura che possa tenere insieme la rete di contatti con le realtà giovanili indipendentiste presenti nell’Isola e portare avanti la lotta anche dal continente.

Lotta per l’indipendenza nel cuore d’Europa

Uno scatto del convegno

Si è concluso ieri, 30 novembre 2017, il giro per la Sardegna dei delegati della Candidatura d’Unitat Popular (CUP) Aina Tella, responsabile dei rapporti internazionali del partito, e Giuseppe Ponzio, militante della sezione di València.

L’evento si è svolto nell’auditorium di viale Umberto a Sassari, organizzato dal partito indipendentista sardo Libe.R.U. ed era l’ultimo di tre appuntamenti, dopo quelli di Nuoro e quello di Cagliari rispettivamente del 28 e 29 novembre.

Apre l’incontro Filippo Simula, della sezione di Libe.R.U. di Sassari, intervenendo in sardo su quanto sia stato importante il processo indipendentista catalano nell’Europa di oggi, in cui le nazioni senza Stato, fra cui la Sardegna, hanno potuto rivedere sé stesse e trovare diversi aspetti in comune con la Catalogna. Non è mancata la condanna al nazionalismo belligerante, storico marchio degli Stati-nazione europei, e una critica all’Unione Europea, la quale non ha supportato la Catalogna in un referendum che si sarebbe potuto considerare una cosa normale in una sedicente Europa dei Popoli.

La parola passa ai due militanti della CUP: qual è il ruolo della sinistra indipendentista nel Governo di Catalogna?

Parlano quindi Giuseppe Ponzio e Aina Tella, che prima descrivono cosa si intende per Paesi Catalani e poi citano i progetti politici e alcuni centri sociali che stanno attorno alla CUP.  Dichiarano i valori fondanti della CUP, come la visione socialista, il femminismo e l’antifascismo, e fanno tesoro della lezione politica di Gramsci, il quale viene perfino citato in una recente campagna politica della CUP.  Dalla loro testimonianza, l’ingresso nel parlamento catalano è stata una scelta preceduta da un lungo dibattito, dal momento che la dimensione politica teorizzata e praticata fino a pochi anni prima, è stata quella del municipalismo. L’entusiasmo e l’ottimismo nel vedere la volontà del popolo catalano di spingersi verso l’indipendenza a partire da delle istanze originariamente autonomistiche, ha portato la CUP, non solo ad abbandonare le posizioni paternalistiche sul rapporto e sulla comunicazione da tenere con la popolazione che voleva organizzarsi verso l’obiettivo dell’indipendenza, ma a voler essere la parte più a sinistra del parlamento catalano e siglare degli accordi con Junts pel Sí, cercando di condizionare il processo, per arrivare al referendum del 1 ottobre passato.

Il risultato del referendum, che ha visto una vittoria schiacciante degli schieramenti indipendentisti, non ha avuto l’appoggio dell’Unione Europea e delle sue retoriche della promozione della pace fra popoli, che tanto vengono sbandierate, confermando l’euroscetticismo della CUP che aveva previsto questo comportamento e che già da prima immagina un altro tipo di Europa dei popoli senza farne un segreto. Altrettanto entusiasta è il racconto degli scioperi generali di ottobre e novembre, scioperi in cui il popolo catalano ha largamente partecipato, compresi anche quei lavoratori non sindacalizzati che hanno contribuito con serrate di alcune ore, attraverso diverse forme più o meno legali di sciopero, come ad esempio il blocco del traffico delle frontiere Catalane verso la Spagna e verso la Francia.

Si apre poi il dibattito. Fra le risposte date alle domande del pubblico, ci sono il rapporto della Chiesa locale con il processo di indipendenza catalano, ovvero il clero catalano si è diviso fra filo-indipendentisti più o meno dichiarati e gli indifferenti non ostili, mentre il clero spagnolo si è complessivamente trincerato in posizioni spavaldamente e spudoratamente falangiste (leggasi “fasciste”) con tanto di funzioni e memoriali al fu caudillo Franco.

Vien chiesto del rapporto con il Partito dei Socialisti di Catalogna (PSC), il quale però viene considerato come un partito che non è più né socialista e né catalano, poiché si comporta come un’emanazione del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE), che si è schierato contro l’indipendenza catalana avvallando gran parte delle politiche repressive del Partito Popolare (PP), di diretta discendenza falangista. Il PSC si è quindi spaccato fra una “vecchia guardia” e una nuova che invece sarebbe almeno per il diritto a decidere, per quanto non necessariamente indipendentista. La spaccatura, benché più lieve, si è avvertita anche sul fronte comunista che non può non essere a favore del diritto all’autodeterminazione dei popoli, ma deve ancora dare una risposta chiara a come porsi nei confronti di questo processo d’indipendenza.

La prospettiva politica della CUP, data la domanda dal pubblico, è chiaramente quella di rafforzamento dell’area di sinistra coerentemente indipendentista, ma presenta un nodo ancora da sciogliere su come rispondere alle nuove elezioni del Parlamento Catalano previste per dicembre 2017, ovvero se mantenere una linea indipendentista di scontro con lo Stato spagnolo o se arrivare ad un compromesso di qualche tipo con lo Stato. La CUP ha la sua forza nell’associazionismo e nel sindacalismo e, la fiducia acquistata verso le masse popolari nell’ultimo periodo, le fa ritenere che il popolo catalano sia abbastanza maturo da avere un approccio politico e non-fatalista della legge, evitando quindi forme di cretinismo legalitario che tanto hanno marcato la politica unionista spagnola.

C’è stato spazio anche per un intervento dal pubblico in algherese, in cui viene lanciata la proposta di iniziare a costruire un’altra Europa dei popoli a partire dalle attuali nazioni senza Stato.