In morte di un comunista indipendentista

di Cristiano Sabino

L’ultimo corteo di Vincenzo Pillai il giorno del suo funerale a Selargius

Viaggiavamo in auto, non ricordo precisamente per dove, sicuramente la direzione era qualche manifestazione, assemblea o dibattito. Non lo ricordo perché Vincenzo è una di quelle persone che conosco da sempre, non c’è un giorno in cui ci siamo presentati e abbiamo scambiato i convenevoli. Da che ho memoria c’è lui con una bandiera o un cartellone in mano. Quel giorno mi diede un suo scritto sulla liberazione nazionale e sociale della Sardegna. Me ne lesse alcuni stralci e io lo interruppi subito: «ma come fai a dire tutte queste belle cose e poi a stare in un partito che le nega?». All’epoca ero portavoce di A Manca pro s’Indipendentzia e per me non c’erano vie di mezzo: il partito comunista sardo cresceva lì dentro, fuori allignava solo confusione e spreco di tempo. «Sabino – mi rispose paziente – né tu né io sappiano ciò che ci riserva il futuro, ma siamo compagni e da compagni lotteremo insieme quando sarà il momento».

Aveva ragione. Prima dell’inizio del corteo contro l’occupazione militare alla base di Decimo mi fermò pungendomi così: «tutti dicono che il loro movimento è aperto, poi vai lì e devi prendere ordini dal capo di turno. Dobbiamo creare un percorso nuovo, da dove iniziamo?». E di lì a poco ci trovammo insieme a lavorare in A Foras che appunto è un percorso nuovo, realmente democratico. Ma non bastava e infatti a margine di una assemblea di A Foras a Bauladu prendemmo un caffè insieme nel bar della piazza centrale e valutammo di avere bisogno di un percorso che toccasse anche altre tematiche e così abbiamo fatto organizzando la scorsa estate l’assemblea a S. Cristina che ha dato il via a Caminera Noa. L’ultima volta che ci siamo visti è davanti all’Ufficio Scolastico Regionale quando abbiamo chiesto un incontro con il direttore generale per proporre il nostro progetto di inserimento della lingua e della storia sarda a scuola. Non stava bene, a dire il vero si reggeva a mala pena in piedi, ma era lì, per dovere, disciplina, senso di responsabilità. Vincenzo era questo: una roccia! Qualunque cosa accadesse lui era lì presente a dare coraggio con quell’ottimismo della volontà diventato ormai merce rarissima in giro. Nonostante tutte le delusioni, le fratture, gli sbagli, i tradimenti era un compagno che non metteva mai in discussione il senso della lotta, che non cedeva mai al panico, alle tentazioni dell’intimismo e della resa. Vincenzo era un comunista d’altri tempi con un forte senso della morale e del collettivo, completamente inadatto all’andazzo politico odierno basato sul soggettivismo e sull’arrivismo ed è per questo che alla fine ci siamo ritrovati in un percorso comune. Nell’ultima telefonata abbiamo parlato di Caminera Noa e del percorso italiano Potere al Popolo. Come al solito divergevamo perché lui sosteneva la necessità di appoggiare quest’ultimo percorso a prescindere e fare la nostra battaglia avanzando i temi della lotta alla colonizzazione e io invece sostenevo l’imprescindibilità di una dichiarazione, nero su bianco, di sostegno al diritto dei popoli all’autodeterminazione fino al diritto alla separazione, come da prima versione della Costituzione Sovietica. Ci siamo lasciati così, con un «ci aggiorniamo». La terra ora si apre in una voragine sotto i nostri piedi e ci sentiamo tutti molto più soli e spaesati. Ma ti faremmo un torto Vincenzo se esitassimo, anche solo per un momento, perché la lotta per l’indipendenza e il socialismo continua, anche in tuo nome!