Costituzione, autodeterminazione e sinistra: si apre il dibattito

Lo scorso 27 dicembre il noto scrittore e giornalista Vindice Lecis ha scritto uno stato sul suo profilo fb che ha fatto molto discutere.

Lo scritto di Lecis si riferisce al resoconto dell’assemblea sassarese della lista di sinistraPotere al Popolo” che si presenterà alle prossime elezioni italiane con un programma nato dal basso e dalle lotte sociali.

Il brano incriminato è il seguente:

“Pur difendendo il carattere progressivo della Costituzione, dobbiamo però chiederne la trasformazione a partire dall’articolo 5 della Costituzione che prevede l’unità e indivisibilità della Repubblica. Questo articolo viola il diritto all’autodeterminazione dei popoli e trasforma la costruzione statuale in una gabbia per i popoli e le minoranze nazionali che ne fanno parte. Esse debbono essere pienamente tutelate in tutti gli aspetti, a partire dal patrimonio linguistico e culturale, e debbono essere messe nelle condizioni di scegliere se aderire volontariamente allo stato italiano, oppure no, e in che forma. L’art. 5 non prevede infatti la possibilità per le popolazioni, attraverso un referendum, di distaccarsi dall’Italia o di avere con essa altra forma di rapporto (federativo o confederativo). Crediamo che questo sia uno strumento irrinunciabile, per far si che la Sardegna, così come le altre realtà territoriali, possano decidere liberamente il proprio destino, esercitando così il diritto di preservare la propria cultura e la propria lingua (che dovrebbe potersi insegnare nelle scuole)”

Nei giorni seguenti in molti nell’area della sinistra e dell’indipendentismo  hanno seguito il dibattito lanciato da Lecis, fra cui anche Silvio Netami Fard, un giovane studente sassarese militante di Rifondazione Comunista, che ha proposto sul suo profilo social una analisi molto profonda della questione.

La redazione di Pesa Sardigna, avendo ricevuto il permesso da Silvio, ritiene di doverla pubblicare integralmente perché in essa riconosce una lettura assai attenta sulla questione del diritto all’autodeterminazione nazionale come questione democratica. Silvio non guarda la questione con l’occhio dell’indipendentista ma del progressista aprendo di fatto una faglia dialettica all’interno della sinistra sarda che ancora oggi stenta ad assumere la questione dell’autodeterminazione nazionale come valore centrale e punto fondamentale del suo programma.

Buona lettura.

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di Silvio Netami Fard

Vindice Lecis, non ci conosciamo di persona ma sono stato un tuo appassionato lettore di post di Fuori Pagina. Sono stato e non sono più perché non mi appaiono più sulla bacheca dato che hai scelto di rimuovermi dai tuoi contatti “facebookiani”. Scelta che può essere motivata da mille ragioni, magari proprio al fatto che non ci conosciamo di persona, ma che spero non sia dovuta al fatto che all’interno del dibattito sui percorsi unitari della Sinistra (sassarese o italiana che sia) sosteniamo linee diverse. Qualunque sia la ragione, non contesto minimamente la legittimità della tua scelta, ma mi piacerebbe una tua risposta.

Sul tuo post leggo diverse cose che mi lasciano perplesso, a partere da quelle quattro parole tra parentesi <<decise da chi poi?>>. Che l’assemblea sassarese abbia avuto poco preavviso, non molta pubblicità e, di conseguenza, poca partecipazione è vero, ma è anche vero che i tempi per convocarla erano stretti e che si sono mossi i soliti noti per permettere anche al nostro territorio di inviare un report a livello nazionale. Mi risulta che a questo percorso aderisca anche il Partito Comunista Italiano e che ci siano diverse forze italiane (come Rifondazione Comunista, a cui io ho scelto di tesserarmi) e/o addirittura “italianiste”, nel senso di contrarie ad ogni ipotesi di indipendenza, che vi hanno preso parte al pari del PCI. Ad ogni modo, che il PCI ci sia oppure no, che ci siano forze organizzate italianiste, oppure no, posso dirti per certo che ci sono in tutta Italia militanti di Potere al Popolo contrari alle scelte indipendentiste e che ci sono anche a Sassari (io stesso, non sono un indipendentista).
Tutto questo per dirti che nel dibattito sassarese non è mancata la discussione sul punto che nel tuo post contesti e che si è trattato di un tavolo estremamente democratico. Se qualcun’altro avesse voluto ancora più partecipazione, avrebbe potuto semplicemente venire all’assemblea o, ancora meglio, impegnarsi in prima persona per convocarla.

In secondo luogo leggo che “la Costituzione non si tocca”. Io sono, politicamente parlando, un signor nessuno, anche perché ho molta poca esperienza. Però so bene che la Costituzione (come qualsiasi documento che abbia una certa lunghezza) contiene delle possibili antinomie. L’attuale costituzione dice ad esempio all’articolo 4 che la Repubblica “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. ” e all’articolo 9 “che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. “. Dunque cosa dobbiamo scegliere, di tutelare l’aria che respiriamo o i lavoratori dell’ILVA di Taranto? L’ambiente di Portovesme o i posti di lavoro? La risposta è ovvia: entrambe le cose, sforzandoci di trovare la “porta stretta” che garantisca lavoro e rispetto per gli ecosistemi ed il paesaggio.
Ora, la Costituzione all’articolo 5 dice che la Repubblica è “una e indivisibile”, ma all’articolo 10 precisa che “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. Dunque la Costituzione Italiana fa sue anche la consuetudini internazionali, tra cui fa da capofila il Principio di autodeterminazione dei popoli, codificato all’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite. Il Principio in questione ha avuto una grande evoluzione nel diritto internazionale ed è prima di tutto “diritto dei popoli a liberarsi da una dominazione che li opprime”. Compito di chi interpreta questi testi è poi capire cosa significa “dominazione che li opprime”. Qualunque interpretazione si voglia dare del concetto di oppressione, accadrà sempre e comunque che un popolo che ha un desiderio persistente di organaizzarsi in uno Stato diverso da quello di cui fanno parte degenererà in uno scontro che vedrà o la sua emancipazione o la sua oppressione.
Nella vicina Catalogna, ad esempio, a me sembra evidente di per se che siamo di fronte ad una dominazione (nel senso neutro del termine, per cui il popolo catalano ha ceduto sovranità allo Stato Spagnolo) che nell’Ottobre passato ha agito da oppressore, impedendo lo svolgimento di un referendum con l’utilizzo della forza.
La domanda è: vogliamo trovarci di fronte ad una situazione simile che può emergere in Italia come in Spagna? Oppure vogliamo costituzionalizzare i processi di rottura di un popolo verso lo Stato? A me sembra doverso procedere in questa direzione e lo dico da non-indipendentista che non parla una parola di sardo.

Quale deve essere il significato dell’articolo 5 della costituzione? Indivisibile in eterno? Si tratterebbe di una costituzione che pretende di sfuggire ai normali processi storici e sfuggire ai processi storici non è diverso da sfuggire dalla fisica, come se la Costituzione vietasse la legge di gravità. Non c’è un solo esempio di uno stato che non si è mai ristretto o allargato!
Invece, una lettura costituzionale intelligente è quella che legge il principio dell’indivisibilità della Repubblica come un divieto di una divisione unilaterale, autoritaria e violenta. Una lettura che mira non ad impedire che il territorio italiano rimanga identico “nei secoli dei secoli”, ma a governare democraticamente (anzichè militarmente) queste naturali modifiche.
Dunque una forza politica progressista deve porsi l’obiettivo di rinnovare il significato della parola “indivisibile”, anche ampliando l’articolo 5.
Ci sono altri esempi di costituzioni che hanno previsto questa ipotesi, come quella sovietica.