Indipendentismo popolare o reazionario?

di Andrìa Pili

Gli italianisti che sostengono l’inserimento dell’insularità in Costituzione e gli indipendentisti del PdS hanno una cosa in comune: le loro tesi, per vie diverse, giungono ugualmente all’assoluzione della classe dirigente sarda. L’idea di “convergenza nazionale sarda” del PdS – che si pone l’obiettivo di unire “il maggior numero di forze, escludendo solo quelle razziste, fasciste, violente”, senza “nessuna preclusione” in favore di “una campagna elettorale competitiva col governo” e per “creare più poteri per i sardi” (cito il segretario Maninchedda, dall’Unione Sarda del 10 gennaio) – si basa sull’idea che ogni soggetto politico operante in Sardegna sia naturalmente portato, di per sé, a fare gli interessi della maggioranza dei sardi. La colpa è tutta del potere esterno. I partiti e gli individui che hanno detenuto il potere politico in Sardegna avrebbero compiuto degli errori in totale buona fede; si tratta soltanto di persone non ancora convinte dell’indipendenza ma che possono diventarlo. Sarebbe tutta una questione di Fede. Non di conflitto sociale, quindi di scelte compiute in nome di determinati interessi, al fine di conservare uno stato di cose vantaggioso per il ceto politico-clientelare sardo e dannoso per la maggioranza.

Lenin aveva scritto: “Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario”. Penso sia interessante guardare all’ideologia che porta alla giustificazione di un’alleanza fra una parte dell’indipendentismo e il Partito Democratico sardo (in atto dal 2014, saltata per queste legislative ma pronta per essere riproposta l’anno prossimo; è già rilevante solo il fatto che si possa pensare). Penso che leggere qualche passaggio del cosiddetto “Manuale di Indipendenza Nazionale”, scritto dall’attuale presidente del PdS, possa aiutare a comprendere le idee confuse che fanno da paravento ad un modo di agire così incoerente per gli interessi dell’emancipazione nazionale e sociale.

L’aspetto che mi ha più colpito del testo è l’approccio “microfondato” all’indipendenza. Mi pare che si guardi al «popolo sardo» come ad una moltitudine indistinta di individui, ad una sommatoria di singoli sardi da convincere affinché aderiscano ad un’ideologia. Peggio: l’indipendentismo sembra diventare quasi una Fede. Così, essere indipendentista non significa più semplicemente volere uno Stato sardo formalmente indipendente (e quindi ciò potrebbe racchiudere i progetti politici più disparati, dalle ideologie più nobili e legittime fino a quelle più aberranti) ma aderire ad una fede (“l’indipendenza sarà … anche di quelli che oggi credono di non crederci”), avere un particolare atteggiamento (“godere immensamente dalla condivisione di ogni piccola o grande vittoria”) o un modo di agire (“impegnarsi quotidianamente”, “prendersi la responsabilità di governare per quanto possibile la Sardegna come il nostro Stato futuro”).

La nascita del cosiddetto “nuovo indipendentismo” viene inquadrata – in maniera direi mistica, senza considerare le particolari condizioni sociali, economiche, politiche della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa che hanno creato una condizione favorevole alla crescita di un movimento indipendentista e permesso una maggiore diffusione dei suoi messaggi – in “questo sereno coraggio (…) questa fiducia in una visione diversa dei sardi e del loro futuro”. Inoltre, dire che ci sono dei sardi che “ancora non sanno di essere indipendentisti” e dire che l’indipendenza è di “tutti i sardi”, oltre a sembrare un essenzialismo, omette completamente l’esistenza di interessi concreti, oggettivi, al di là della condizione soggettiva, che fanno sì che uno sostenga o meno un progetto di emancipazione nazionale oppure si possa convincere o meno a sostenerlo.

Viene omessa l’esistenza di una contraddizione interna alla nostra società, tra sardi oppressi e sardi oppressori, sardi che la dipendenza ha posto in una condizione di privilegio e sardi che hanno visto la propria vita menomata dalla condizione di dipendenza in cui si trova la loro terra. Tutte le dominazioni coloniali si sono basate anche sulla complicità di un ceto locale. La dipendenza non può essere vista solo come qualcosa che viene dall’esterno ma anche come una relazione tra l’oligarchia del Paese dominato e quella dello Stato dominatore.
La dicotomia fondamentale interna alla società sarda che Sedda ci propone è invece questa “Sardi che lavorano per l’indipendenza e sardi da convincere – con l’esempio ed il dialogo – ad unirsi al lavoro per l’indipendenza”; “il lavoro per l’indipendenza è la trama che ci lega”.

Un’altra falsa dicotomia è quella proposta per definire gli stessi indipendentisti: “passare dalla pura testimonianza alla concreta pratica della sovranità”; “Solo così potrà conquistare la fiducia dei tanti sardi che si dichiarano per l’indipendenza ed evidentemente non votano per gli indipendentisti”. Da queste frasi l’importanza dell’opposizione, per far crescere i consensi, viene esclusa. La concreta pratica della sovranità (formula che in realtà non vuol dire niente) sarebbe unicamente connessa con il ricoprire posizioni di governo; i sardi sono intesi passivamente, soggetti da conquistare tramite il governo, più che attori di questa pratica concreta (che io, invece, vedo non nel guidare un assessorato o una Giunta ma nella lotta dal basso contro l’occupazione militare, la speculazione energetica, la sottrazione del territorio, per la difesa dell’ambiente). Quando l’indipendenza si trasformerà in un “movimento di popolo”? Ecco la risposta seddiana: “Solo nel momento in cui avremo costruito ponti, rianimato i cuori, ridato ossigeno alle menti” (!?). Come possiamo trasformare la crisi mondiale in un’opportunità? Questa la risposta: “a questo mondo servono persone buone (…) solo la bussola della bontà e dell’amore che può consentirci di orientarci e ad attraversarlo”. Insomma, c’è il tanto per rimanere sbigottiti di fronte a queste numerose formule vuote.

Non credo in questo indipendentismo che non guarda a come conquistare e soddisfare le domande di gruppi sociali determinati, esistenti, oggettivamente oppressi e dunque coinvolgibili in una lotta di emancipazione nazionale e sociale. Dagli anni’90 in poi questa è stato un difetto condiviso dal sardismo maggioritario ed è questa la ragione che, a mio giudizio, ha portato l’indipendentismo sardo a giungere in forte ritardo teorico ed organizzativo al momento della crisi economica, in cui avrebbe potuto capitalizzare e dirigere in senso nazionalista il crescente disagio sociale. Il problema fondamentale rimane quello di creare un indipendentismo di massa; penso che ciò possa essere fatto solo all’interno di una logica di conflitto sociale e in nome di un coerente progetto politico rivoluzionario sul piano sociale ed economico, che punti ad aumentare il potere del popolo lavoratore sardo più che la libertà dell’oligarchia sarda di poter disporre di strumenti politici più autonomi per poter continuare ad esercitare il proprio dominio sui subalterni di questa nazione. Nessun individuo ha la bacchetta magica per trovare delle «ricette» valide a questo scopo; penso che non sia un progetto che possa nascere dal cervello geniale di qualcuno ma unicamente dalle battaglie per cambiare questo stato di cose. Possiamo comunque essere certi di una cosa: ciò che è assolutamente inutile alla Sardegna è un indipendentismo inteso come un’ideologia per cui i membri del nostro ceto politico e della nostra borghesia (i vari Ganau, Paci, Scanu…e perché non anche Cappellacci, Oppi etc.) non sarebbero dei nemici della maggioranza del nostro popolo ma dei sardi che non sono ancora diventati indipendentisti e che – con l’esempio ed il dialogo – possono diventarlo.