Wetoogether con una Non una di meno a Cagliari

In occasione dell’8 marzo 2018 Non Una Di Meno Cagliari organizza un corteo con partenza alle 9 da Piazza Garibaldi.

Al grido di #WeToogether, anche nel capoluogo sardo, il movimento internazionale e intersezionale Non Una Di Meno manifesterà contro la violenza maschile sulle donne e ogni tipo di violenza di genere. Durante il corteo sono previste due brevi soste in Piazza Repubblica e in Piazza Amendola​, mentre, al termine della manifestazione, è stata programmata una serie di interventi e performance artistiche in Piazza del Carmine​.

In occasione della Giornata internazionale della Donna, Non Una di Meno Cagliari aderisce allo sciopero con un corteo femminista per pretendere una trasformazione radicale della società​: contro la violenza di genere, economica e razzista, contro la precarietà e le discriminazioni, per un sovvertimento delle gerarchie sessuali, delle norme di genere e dei ruoli sociali alla base dei rapporti di potere che generano molestie e violenze. Lo sciopero coinvolgerà il lavoro produttivo e riproduttivo e avrà un carattere sociale​. Alcuni sindacati hanno già aderito ufficialmente allo sciopero, ma l’obiettivo è andare oltre il corporativismo delle categorie e unire nella lotta le molteplici figure del mondo del lavoro e del non lavoro. Sarà strumento  – scrivono le attiviste in una nota stampa – per rivendicare un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale, garantito e accessibile.

Per questo, Non Una Di Meno Cagliari invita tutte e tutti alla partecipazione, diventando parte della marea femminista.

Ma l’adesione alle ragioni femministe non è l’unica ragione della mobilitazione. Le organizzatrici rimarcano infatti anche «l’importanza della costruzione di nuove reti solidali e di mutuo soccorso» per fare fronte alla barbarie dell’individualismo della solitudine, della società basata sui ricatti e sulle discriminazioni dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Per maggiori informazioni​: Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/2048900752062379//

Alla manifestazione aderiranno anche gli indipendentisti di Progetu Repùblica De Sardigna che in una nota stampa bilingue specificano i motivi della condivisione:

Nosu de Progetu Repùblica semus sensìbiles a custos temas poita in sa batàllia feminista e queer contra s’opressione ndi biemus is tratos de sa luta sarda contra s’opressione coloniale:

nos agatamus in sa luta contra sa violèntzia de tipu machista poita, cumente sardos e sardas, semus stètius e semus vìtimas de s’impositzione de unu modellu ùnicu de identidade e de cultura;
nos agatamus in sa luta pro s’autodeterminatzione de is corpus e de is disìgios poita, cumente sardos e sardas, batalliamus pro s’autodeterminatzione de su pòpulu nostru e pro sa libertade de seberare autonomamente su benidore nostru;
nos agatamus in sa luta pro un’educatzione e una istrutzione lìberas dae istereòtipos de gènere poita, cumente sardos e sardas, galu batalliamos ataleschì sa cultura nostra in totus is bariedades suas bessat dae su disterru dae s’educatzione de mannos e piticos.

Amus a partitzipare poita creemus chi su progressu polìticu ddu faint prus chi totu is persones chi cun balentia e prodesa detzidint de si pigare in manu su destinu insoru.

I 5 Stelle e la questione sarda

di Andrìa Pili

Il programma del M5S non è diverso da quello di un partito della Sinistra italiana non radicale. I numerosi punti condivisibili per affinità ideologica rimangono limitati da ambiguità e nodi che non vengono sciolti, impedendo la risoluzione di numerosi problemi risolvibili solo con scelte radicali, di rottura con l’assetto attuale e non con la buona amministrazione. Fra questi, ovviamente, la questione sarda. I pentastellati non intendono cambiare la Costituzione ma solo valorizzare le autonomie «attraverso la legislazione ordinaria senza toccare nuovamente il Titolo V della Costituzione». Si esclude una riforma costituzionale in senso federalista, puntando su un orientamento legislativo favorevole alle regioni e un vago principio di democrazia partecipata dal basso, senza toccare l’impostazione statale, in difesa della Repubblica una e indivisibile ma decentrata amministrativamente e fiscalmente, con la possibilità di un intervento statale per il riequilibrio fra le regioni.

Il principio di autodeterminazione dei popoli è inteso in senso restrittivo, limitato alla non ingerenza statale e quindi identificando popoli e Stati, confermando il dannoso paradigma delle nazioni monolitiche non più sostenibile per una visione democratica nel mondo del XXI secolo. Già la (non) posizione di Di Maio sulla Catalogna è stata emblematica. Perciò, l’idea di «riforma dell’Unione Europea» – attraverso un’alleanza con i Paesi dell’Europa del Sud, danneggiati economicamente dalla moneta unica (analisi parziale e fuorviante dei problemi dell’economia italiana, che non hanno certo la loro origine con l’Euro, che presta il fianco al sovranismo sciovinista borghese) – non porterà ad una lesione del rapporto di subalternità del nostro popolo nei confronti dello Stato-nazione italiano. Europa degli Stati e non delle comunità nazionali e dei diritti sociali, realizzabile solo con una rottura tanto da Bruxelles quanto da Roma.

Il M5S è chiaramente diverso dal bipolarismo PD-CDX riguardo le missioni di guerra, gli investimenti nella Difesa, il filoamericanismo e la condivisione di trattati di libero scambio come il TTIP e il CETA; tuttavia, parla di “riforma della NATO” per adeguare l’alleanza atlantica al nuovo contesto multilaterale. Non si capisce cosa voglia dire. Il programma sulla Difesa parla di ottimizzare la spesa, si fa leva sullo squilibrio fra mancanza di fondi per determinate necessità nell’ordinaria attività militare e ampie spese per altri scopi non ritenuti essenziali. Si ritiene necessario puntare sulla tecnologia, cyber security, intelligence; si propone di valorizzare il patrimonio militare in dismissione con la partecipazione della cittadinanza. Non credo che ciò basti per mettere in discussione i poligoni in territorio sardo; la rimozione di Roberto Cotti dai candidati non fa che confermare un atteggiamento volto più alla conciliazione con l’Esercito in nome dell’interesse “nazionale italiano” piuttosto che con i diritti democratici della nostra comunità.

Casteddu calling Efrin

Un momento della mobilitazione sarda di solidarietà con la resistenza kurda

Lo scorso sabato 17 febbraio le strade della capitale della Sardegna si sono colorate di giallo, rosso e verde: i colori del Kurdistan. La Rete Kurdistan Sardegna – Uomini e donne Amici del popolo kurdo e siriano hanno infatti chiamato una manifestazione di solidarietà con il popolo di Efrin, nel Rojava, la regione nel nord della Siria autogovernata dalla popolazione locale prevalentemente curda che questi giorni sta subendo il violento attacco dell’esercito turco e dei tagliagole dell’ISIS ad esso alleati.

Il governo autoritario e dispotico della Turchia – scrivono in una nota gli organizzatori della manifestazione –  cerca di affossare l’esempio di Efrin e avvia un’operazione di pulizia etnica per realizzare, come ripetuto apertamente, una zona cuscinetto (tutta in territorio siriano) fra la Siria e la Turchia con una popolazione adeguatamente turchizzata.

Ma la città è difesa dalle milizie di autodifesa popolare dello YPG/YPJ che stanno resistendo alle continue incursioni e ai bombardamenti a tappeto che ovviamente non risparmiano i civili anche con l’utilizzo di armi vietate dalle convenzioni internazionali.

Nel 2014 gli occhi del mondo intero sono stati puntati sulla città curda di Kobane che resistette eroicamente all’assedio dell’ISIS proprio grazie alle milizie curde del progetto confederale e democratico. Ma oggi la situazione sembra ribaltata e l‘opinione pubblica mondiale gira le spalle alla resistenza di Efrin contro  il fascismo di stampo islamista che Erdogan sta già imponendo in Turchia con l’arresto indiscriminato di ogni opposizione e voce critica presente nel paese.

L’aspetto più allarmante – sottolineano gli organizzatori della riuscita mobilitazione sarda – è che tutto questo avviene con la complicità degli stati europei, che antepongono gli interessi commerciali di pochi gruppi imprenditoriali alla più elementare considerazione dei diritti umani e dei popoli; barattano la chiusura delle frontiere turche e l’uso dei profughi siriani come massa di manovra per gli interessi politici di Erdogan con un’ulteriore aggravamento della situazione siriana e un’ulteriore aumento dei profughi in fuga da quell’inferno; continuano imperterriti a vendere armi ad un esercito la cui agenda politica è volta al genocidio del popolo kurdo e delle minoranze etniche o religiose dell’area, i cui alleati in Siria sono parte delle reti terroristiche internazionali che occasionalmente colpiscono l’Europa stessa.

La Sardegna – chiosano gli attivisti – non è estranea a questo meccanismo: le armate che oggi cercano di schiacciare nel sangue la libertà dei popoli nel nord della Siria si sono addestrate da noi, la distruzione e la sofferenza che portano è figlia della distruzione e della sofferenza che da decenni si propaga dai poligoni di Capo Frasca, Capo Teulada, Quirra, alle nostre comunità. La lotta dei kurdi di Efrin è, come già fu quella di Kobane, una lotta per tutta l’umanità, contro l’oscurantismo e il fascismo islamista, contro la paura e l’intolleranza dilagante, per l’affermazione di quei valori universali di giustizia e libertà che ispirarono l’analoga lotta dei partigiani europei contro il nazi-fascismo. Per questo non possiamo restare indifferenti di fronte a quello che sta accadendo, perché il sacrificio dei kurdi riguarda anche noi, rappresenta con l’esempio la speranza di un mondo in cui i popoli riprendono in mano la propria storia.

 

Atòbios de limba in limba

Bilinguismu in Aristanis sighit sa faina de promovimentu de sa connoschèntzia e de s’impreu de sa limba sarda, comintzada cun su primu cursu de alfabetizatzione in LSC (Limba Sarda Comuna), e proponet chimbe atòbios cun istudiosos e espertos chi ant a faeddare (in limba) de chistiones acapiadas a sa presèntzia de su sardu in is carreras diferentes cunforma a sa cumpetèntzia issoro. Is atòbios sunt abertos a totus, gratis, e s’ant a fàghere in sa Libreria-bistrot LIBRID, in Pratza de Tzitade in Aristanis.

Bos ibetamus pro su de chimbe atòbios.
chenàbura su 16 de freàrgiu 2018 | 17:30 | Antoni Nàtziu Garau 
Su sardu in iscola: normas, atores, ainas e fainas intra de dificultades e isperas
Antoni Nàtziu Garau est operadore in isportellos linguìsticos de s’Amministratzione pùblica, espertu de didàtica de/in limba sarda, tradusidore-intèrprete in sa carrera giurìdicu-amministrativa e giuditziària, condusidore de programmas radiofònicos e televisivos in sardu, sòtziu fundadore e presidente de sa Sotziedade Cooperativa L’ALTRA CULTURA de Aristanis.]

Dichiarazione di voto

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Cristiano Sabino.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Cristiano Sabino
Cristiano Sabino

Alle elezioni italiane del 4 marzo 2018 voterò. Già questa è una dichiarazione perché in vita mia ho votato una sola volta alle elezioni per il rinnovo del parlamento italiano, quando avevo 18 anni, Rifondazione Comunista non era candidata con il centro sinistra e io ero convinto che essere comunisti significasse automaticamente lottare per la liberazione dei popoli, compreso quello sardo. Ovviamente mi sbagliavo!
Dopo non ho mai più votato alle italiane, ma solo alle sarde e ai referendum perché non c’è mai stato un partito che riconoscesse il diritto a decidere del nostro popolo, oppure si trattava di liste molto ambigue come quella di Soberanìa che non ha mai fatto chiarezza sulla questione del razzismo presentando alcuni candidati le cui posizioni erano davvero improponibili su tali questioni. Come stanno le cose a questa tornata? Ovviamente non prendo nemmeno in considerazioni i partiti-Stato e i loro alleati (PD, FI, centristi vari, LeU che è praticamente un PD 2.0, Lega, Fd’I, ecc).

I 5 Stelle. Sono senza dubbio una forza destabilizzante perché vanno ad incidere sulla larga corruzione diffusa come un cancro in larghissimi settori del sistema partitico italiano. Ma non voterò per i 5 stelle per tanti motivi. Innanzitutto si tratta di una forza politica completamente decontestualizzata dal contesto sardo. Cosa sarebbe accaduto, per esempio, alla maggioranza dei centri abitati sardi, se fosse passata la proposta avanzata qualche tempo fa dai 5 Stelle sull’accorpamento dei comuni sotto i 5000 abitanti? Sarebbe stata la definitiva ecatombe delle zone interne e disagiate che avrebbe reso totalmente inospitale e spopolata la gran parte del territorio isolano. A livello generale penso sia inoltre in atto una pesante normalizzazione del M5S e che ogni ipotesi di sua possibile funzione erodente del sistema politico fondato sull’egemonia della borghesia italiana in disfacimento sia ormai fuori dalla realtà (eppure ci sono compagni che ancora incredibilmente lo pensano e lo teorizzano!). Lo dimostrano tanti indicatori: il viaggio di Di Maio a Washington per garantire l’asse Italia-NATO lo testimonia in maniera palese. È una coincidenza che dopo questo viaggio il senatore sardo Roberto Cotti (che noi tutti conosciamo per il suo impegno chiaro contro occupazione militare e RWM di Domusnovas) è stato cinicamente trombato dalle cosiddette parlamentarie? Non mi dilungo, anche perché comunque i 5S non riconoscono né l’esistenza della nazione sarda né il suo diritto ad autodeterminarsi, sebbene ogni tanto lo stesso Grillo abbia dichiarato il contrario.

Potere al Popolo. Conosco i compagni napoletani che hanno dato vita a questa proposta che – pur presentando alcune zone di ambiguità su questioni come fuoriuscita dalla NATO e dalla UE (nel senso che non dichiara apertamente la necessità di fuoriuscire) – nel complesso è un’ottima proposta politica resasi capaci di suscitare in breve tempo ampie energie, soprattutto di quelle forze realmente impegnate nei conflitti sociali. C’era bisogno di una forza viva nata dalle lotte, però mi chiedo perché a sinistra, come al solito, ci si ricorda della necessità della sintesi sempre e solo sotto elezioni. A parte questo il problema sono soprattutto i lealisti sardi, quasi tutti sopravvissuti politici del ceto prototogliattiano, i quali hanno appena finito di combattere una santissima guerra di religione per impedire che Potere al Popolo riconoscesse la nazione sarda e il suo diritto a decidere. Questi personaggi che in Sardegna e in Italia hanno retto il moccolo fino all’altro ieri ai governi del centro sinistra, che in alcuni casi (per esempio il Pdci, oggi riverniciato PCI) hanno votato l’infame aggressione imperialista alla Jugoslavia, oggi alzano le barricate contro una dichiarazione di autodeterminazione che ogni comunista dovrebbe accettare perché componente basilare del suo corredo di valori. Questo ceto parassitario di burocrati lontani dalle lotte e lontani dalla realtà ha fatto muro affinché Potere al Popolo Sardo non si presentasse alle elezioni con un programma per l’emancipazione della Sardegna, fondato sul diritto a decidere e focalizzato sulle questioni trainanti della questione nazionale e sociale sarda. Il risultato è stato che in Sardegna, a parte un paio di eccezioni, la rosa dei candidati è composta da gente mai vista nelle lotte reali. Purtroppo direi, ma anche per fortuna, perché tale dibattito ha segnato un solco ancora più netto fra i comunisti sardi che lottano contro la colonizzazione e quelli che invece ne sono agenti. Un solco che sarà utilissimo soprattutto all’indomani delle elezioni quando il filo della discussione potrà essere ripreso con i compagni (sardi e italiani) senza l’ansia delle scadenze elettorali.

Sul PSd’Az non credo ci sia nulla da dire. L’operazione del segretario Solinas, oltre a negare la stessa tesi uscita dall’ultimo congresso favorevole alla formazione di una alleanza delle forze sardiste e indipendentiste, dimostra che la storia di questo partito di notabili è sempre quella che ha portato una grande parte dei sardisti ad aderire al Partito Nazionale Fascista: una storia di miseria e vergogna coloniale! Al netto del fatto che l’alleanza con la Lega faccia rivoltare lo stomaco per le note posizioni di estrema destra di questo partito, vorrei capire che tipo di giustificazione politica possa avere per un sardista candidarsi in Lombardia, visto che il segretario Solinas sarà eletto in un blindatissimo collegio della Lombardia. Che interessi dei sardi andrà a rappresentare Solinas senza essere nemmeno stato delegato dai sardi?
Una cosa è la tattica che può essere anche spregiudicata, altra cosa è il mercimonio delle candidature. La nuova era del sardismo è il lombardismo? Per fortuna qualche sussulto di dignità interno è venuto fuori con forza con le posizioni di numerose sezioni e con la voce levata dal consigliere regionale Angelo Carta.

Partito Comunista. Ho apprezzato recentemente la campagna per le elezioni comunali di Roma e le posizioni molto chiare di rottura su Austerity e UE. Ma il PC di Rizzo è l’ennesimo partito paracadutato in Sardegna, senza alcun lavoro reale sul territorio ed è paradossale che proprio loro che fanno un discorso di ritorno al lavoro della talpa del vecchio movimento comunista poi corrano in fretta e furia a raccattare candidati improbabili giusto per essere presenti in un collegio. Inoltre sono pessime le posizioni che recentemente questo partito ha espresso sulla questione catalana dichiarando pilatescamente equidistanza “da Barcellona e da Madrid”. In un conflitto, quando non ti schieri, stai sempre favorendo il più forte: in questo caso il monopolio della forza detenuto da Madrid e di fatto ti stai schierando con i falangisti, i borboni, il PP e la stessa UE che in altre sedi dichiari di combattere. Qualcosa di peggio di una brutta caduta di stile. Spero che questi compagni possano correggere i propri errori per non riproporre il solito vecchio modello di comunismo centralista e autoritario, anche se le dichiarazioni del segretario Rizzo rilasciate nella sua discesa in terra sarda non promettono nulla di buono e si manifestano come l’ennesima dichiarazione dell’ennesimo partito colonialista: “senza la Sardegna non c’è l’Italia”.

Autodeterminatzione. Premetto che ho iniziato a partecipare al dibattito di Potere al Popolo senza farmi molte illusioni e prima che venisse ufficializzata la partecipazione del progetto dell’Autodeterminatzione alle elezioni italiane. Sinceramente non me lo aspettavo neanche. Avrei confidato in una mossa temporeggiatrice, puntando tutto sulle nazionali sarde con un percorso di un anno di diffusione e radicamento del progetto. Pensavo questo non perché avessi informazioni a riguardo, ma perché il ragionamento con il progetto Mesa Natzionale era proprio questo: lunga discussione interna, lungo percorso di radicamento, eventuale partecipazione alle elezioni.
Ma quel percorso è interrotto, come gli Holzwege di Heidegger e come la sua svolta filosofica, e anche Progetto Autodeterminazione rappresenta un cambio di parametro: da quello che ho capito i protagonisti di PA vogliono iniziare a radicare il progetto proprio sfruttando l’occasione elettorale italiana ed è su questo che divergo, perché nel corso del tempo ho maturato l’idea che proprio il momento elettorale è quello peggiore per battezzare un progetto. Non c’è nulla di male, per carità ma credo che la fretta elettorale abbia sempre portato una incredibile sfiga agli indipendentisti e ai sardisti conseguenti, perché li hanno portati a fare spesso i conti senza l’oste e ad acuire tensioni interne subito sfociate in gravi crisi strutturali di progetto. Prova ne sia che tutti i partiti o cartelli sardocentrici usciti fuori dalle elezioni senza la tempra del percorso di maturazione politica si sono frantumati come un oggetto bagnato nell’azoto liquido (la mia è nel contempo una critica e un’autocritica). Mi auguro che Autodeterminazione faccia eccezione, ma questa è la mia paura ed è questo uno dei motivi per cui non mi sono finora esposto schierandomi apertamente con questo progetto.
C’è poi la questione della partecipazione popolare. Credo che un progetto unitario debba fondarsi sulla partecipazione dei tanti cittadini sardi che hanno nel corso degli ultimi anni maturato una sensibilità favorevole al diritto a decidere. Partecipazione popolare che dovrebbe essere la base di ogni programma di liberazione e che in effetti è l’unico antidoto alla creazione di una logica amico-nemico dove chi aderisce è ben accetto e chi invece avanza dubbi e domande è visto con fastidio. In questo senso Mesa Natzionale, con i tanti incontri sul territorio, i suoi processi partecipativi come l’esperienza “Partimus dae tue” e le discussioni aperte, orizzontali e coinvolgenti su riforma dello Statuto, scuola sarda e sanità aveva iniziato a dire qualcosina di nuovo rispetto alle precedenti esperienze. E su questo mi sembra che PA  – visti i tempi della corsa elettorale – sia stato carente.

Credo che al di là di queste mie considerazioni critiche si debba però sostenere elettoralmente questo progetto, perché al momento rappresenta l’unica lista che riconosce il diritto all’autodeterminazione, che non deve rispondere alle segreterie dei partiti coloniali e che non viene riassorbita in altre logiche che con i bisogni del popolo sardo e la sua lotta di liberazione non hanno nulla a che fare.

Io credo che Autodeterminatzione possa e debba essere criticata sotto tanti aspetti ma credo anche che in questo momento non sia opportuno spendere il proprio voto altrove. Non credo sia utile nemmeno non votare, perché all’oggi il non voto (anche se consapevole e dichiarato) si somma ad un indistinto senso di ripulsa verso “la politica” (v. protesta di alcune categorie di lavoratori sardi) che è quanto di più lontano dalla nostra esigenza di avviare un percorso di liberazione nazionale.

Voterò dunque Autodeterminatzione con lo sguardo rivolto al dopo 4 marzo, perché credo inizierà allora la partita più complicata e significativa per la costruzione di un percorso di emancipazione nazionale e sociale del popolo sardo, un percorso che non inizia certo con queste elezioni né qui si concluderà.

Dichiarazione di non voto: la mia scelta

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Luana Farina Martinelli, poeta e militante del FIU.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Luana Farina Martinelli

Il 4 marzo 2018, da militante Indipendentista, per le elezioni Politiche italiane, così come per le Europee, al seggio, farò la mia abituale dichiarazione di non voto da mettere agli atti.

La farò prima di tutto, per coerenza, perché ritengo che un voto alle politiche italiane legittimerebbe e riconoscerebbe ulteriormente e implicitamente il potere dello stato colonialista italiano di decidere ancora per noi sardi, politicamente, economicamente, militarmente e culturalmente.
Diverso è un voto per le comunali e “regionali” che, per chi è indipendentista, sono “Natzionali”, e si è chiamati a impegnarsi realmente per la propria città e la natzione sarda.

Fotografia de Rina Sanna
Luana Farina (settembre 2017), foto di Rina Sanna

“Ma perché? – mi dice qualcuno – Capisco che tu non voglia votare partiti italiani o sardi filo-italianisti, ma ora c’è il nuovo Polo dell’AutodetermiNatzione!”

Certo, personalmente però ho dei forti dubbi su questo “Polo”:

  • Non credo che sia stata una scelta oculata esordire alle politiche e non alle “regionali”, perché sino al 2019, il “Polo” avrebbe avuto tutto il tempo necessario per radicarsi in Sardigna, ma anche presso le comunità sarde d’oltremare, con azioni forti, pratiche, visibili e condivise, riguardo le lotte per l’autodeterminazione e per la liberazione dal colonialismo italiano, di cui molti sardi che vivono fuori dalla loro terra, sono totalmente all’oscuro.
  • È innegabile che alcune delle “componenti storiche” di questo neo “Polo” siano state promotrici o abbiano aderito a queste lotte, in tanti anni di militanza; le hanno fatte e le fanno tutt’oggi, ma solo a titolo personale o di sigle. Allo stato attuale, a parte le assemblee pubbliche di presentazione, di stampo populista, in cui il programma illustrato è ancora troppo nebuloso e carente riguardo alcuni problemi, in questo “Polo” non vedo altro. Un esempio per tutti: come si fa a dedicare alla Sanità sarda solo 6 righe del programma e con termini obsoleti, quando sappiamo che del bilancio regionale 2018 (pari a 7,792 miliardi di euro), più della metà (3,488 miliardi) è impegnato per il settore sanitario?
  • Non credo che il Polo dell’AutodetermiNatzione, candidandosi alle politiche italiane, possa raggiungere un risultato davvero utile all’autodeterminazione della Natzione Sarda. L’esperienza di almeno un gruppo politico sardo presente in Parlamento lo dimostra. Resta sempre un can che abbaia ma non morde! Non ho mai creduto a chi dice “le cose si cambiano da dentro”. Facendo mie le parole di un illustre patriota sardo vivente, penso che “la frittata si possa fare solo rompendo le uova”!
  • Con alcune componenti di questo neo schieramento ho personalmente divergenze di pensiero troppo forti, perché provenienti o dalla politica italiana, anche di destra, alcuni con precisi incarichi politici/amministrativi o non hanno un passato, nemmeno recente, di attivismo nelle lotte che per un indipendentista sono fondamentali; intravedo anche da parte di alcuni una certa ambiguità “modaiola” , mentre altri mi pare sia saltati “sul carro dell’autodeterminazione” all’ultimo istante, tanto per non restare a piedi, ma in realtà o non sanno dove andare, oppure, abituati al potere (non solo politico), vogliono esserci a tutti i costi.
  • Ci sono poi le modalità con le quali, alcune componenti del neo Polo dell’autodeterminazione, in fase preliminare, in cui ci si confrontava e si valutava la possibilità di costruire qualcosa di nuovo, si sono relazionate, con l’indipendentismo “già esistente“ e attivo, in un modo che definirei “alla grillina”, con un atteggiamento che ho percepito come antidemocratico, perché calato dall’alto, pregno di pregiudizi e diktat, che anziché unire, lavoravano per zittire o fagocitare le voci “altre”.
  • La percezione che ho è quella che dietro questo frettoloso presentarsi alle elezioni politiche, in realtà si voglia, in previsione delle regionali (natzionali), valutare gli equilibri e le forze interne per candidature e spartizione di ruoli all’interno del Polo. Direi che ancora una volta ci troviamo di fronte a un modo “italo-colonialista-spartizionista” di pensare la politica.

La confusione comunque è tanta, anche nelle “alternative” che avrebbero potuto tentarmi, soprattutto della neonata sinistra che si presenta come “antagonista”, ma che è stata spesso assente dalle lotte per la liberazione della Sardigna dal colonialismo militare, dai veleni, dalla negazione della lingua e della cultura sarda, che ha sostenuto e sostiene ancora, un’ economia “aliena” basata sulla chimica e sulle armi, anziché su ciò che è “la vocazione naturale” della Sardigna: agricoltura, pastorizia, pesca, turismo popolare e diffuso, cultura e supporto alle imprese locali che la praticano.
Solo oggi a un passo dalle elezioni questa neo-sinistra (ma questo sta succedendo anche a destra) cerca maldestramente di fare propri temi che da molto tempo, nella pratica, non gli appartengono più.

Infine ci sono anche compagni di lotte comuni, che hanno deciso di presentarsi per la prima volta, e per i quali ho volentieri firmato la lista, ma solo perché credo che in democrazia, gli schieramenti di Sinistra, Democratici e Progressisti (seppur di matrice italiana) debbano avere la possibilità di competere, anche se non avranno il mio voto.

Ribadisco perciò la scelta di dichiarazione di non voto, che viene verbalizzata e permette di esprimere per iscritto il perché non si vota e non va a incrementare il premio di maggioranza, per questo la reputo una vera e propria azione politica, coerente, incisiva, e mediaticamente visibile, se fosse praticata in massa, rispetto all’astensione o al voto in bianco o nullo.

Infine, la dichiarazione di non voto crea un certo “disturbo” immediato all’interno del seggio perché costringe i presidenti a verbalizzare la dichiarazione con la motivazione prevista dalla legge “mi presento al seggio, faccio vidimare la tessera elettorale, non tocco la scheda, non voto perché non mi sento rappresentata da nessun partito e da nessun candidato” (o altra motivazione). Volendo si può anche preparare a casa la dichiarazione da far allegare al verbale e, se i presidenti si rifiutano di farlo, sono passibili di denuncia immediata. Tutto ciò deve avvenire senza discussioni e in perfetta calma. Per chi desidera praticare la mia stessa scelta, mi contatti via mail: luanedda57@gmail.com, invierò istruzioni dettagliate, il modulo stampabile e la dichiarazione di non voto da compilare e firmare in 3 copie.

Partiamo dalle nostre comunità locali

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Gianluca Collu, attuale segretario natzionale di ProgReS.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Gianluca Collu

Come partito indipendentista sardo non nutriamo particolare interesse nel prendere parte ad una competizione elettorale regolata da una legge come il Rosatellum, che sostanzialmente esclude le chance di rappresentanza dei soggetti politici nazionali sardi nel Parlamento italiano; anche per questo l’Assemblea Nazionale degli attivisti di Progetu Repùblica de Sardigna ha deciso che non parteciperemo alle elezioni politiche italiane del prossimo 4 marzo 2018.

Gianluca Collu

Fare i conti con la realtà significa prendere coscienza, al netto delle leggi elettorali, dell’effettivo peso politico dell’elettorato sardo nello scenario delle “democratiche” elezioni italiane: parliamo di un valore pari al 2,6% sulla media italiana, questo sempre che la partecipazione al voto rappresenti il 100% del censo, ossia che tutti i sardi aventi diritto si rechino nei seggi per votare. Di conseguenza, considerando il quadro generale tra l’attuale legge elettorale in vigore e l’effettivo peso politico dei voti sardi su scala italiana, risultano molto chiare due sole opzioni in campo per un partito indipendentista: nella prima ci si allea con uno dei poli italiani di centrodestra o di centrosinistra, considerato che 5 Stelle non stringe alleanze con i partiti; nella seconda, invece, correndo da soli, si partecipa per lo più a livello simbolico o di mera testimonianza.

Entrambe le opzioni, per quanto legittime, non rientrano nel nostro fine politico, non è il motivo per cui Progetu Repùblica de Sardigna è nato e non è il motivo per cui le nostre attiviste e i nostri attivisti lavorano ogni giorno.

Il senso dell’agire politico di Progetu Repùblica è un cambio di prospettiva che vuole mettere al centro del nostro orizzonte la Sardegna e le 377 comunità da cui è formata. Il nostro obiettivo è la costruzione graduale e non violenta di una Repùblica di Sardegna, prospera e giusta. Per fare questo, la sfida a cui sentiamo di dover partecipare sono le elezioni nazionali sarde, le uniche che ci permetteranno di spezzare l’egemonia triste e deleteria dei partiti italiani.

Come già abbiamo detto, la nostra campagna elettorale per il 2019 deve iniziare oggi, possibilmente partendo dall’impegno nelle nostre 42 comunità dove sono previste le amministrative del 2018.

Le famiglie sarde affrontano con sempre maggiori difficoltà e sfiducia la vita quotidiana, è notizia di questi giorni che il 39% ritiene che la propria condizione economica nel 2017 sia peggiorata rispetto all’anno precedente, addirittura il 10% pensa che sia peggiorata di molto. (dati ISTAT elaborati da SSEO).

È tempo di rimboccarsi le maniche e lavorare seriamente alla costruzione di una rete di cittadini disponibili a mettere in gioco le proprie competenze, il proprio entusiasmo, il desiderio di riscatto per la nostra terra e per i nostri figli e iniziare dare luogo a una rivoluzione democratica, capace di guidare i sardi e le sarde verso una condizione storica migliore sul piano materiale e immateriale, verso la costruzione della propria Repùblica.

Il futuro della nostra nazione dipenderà soltanto dall’impegno di ogni sardo per il benessere collettivo, e questo cambiamento potrà avvenire soltanto partendo dalle nostre comunità locali.

Per mettere in atto questi propositi è necessario un accordo, una strategia condivisa, tra i maggiori partiti indipendentisti, sovranisti e autonomisti. Un patto di responsabilità nazionale per giungere a una convergenza capace di realizzare un’alternativa di governo ai poli italiani forte e autorevole. Per queste ragioni è importante coltivare il dialogo e il rispetto, anche con quei soggetti indipendentisti che attualmente mettono in atto strategie che non si condividono, e confrontarsi sui temi e sulle possibili soluzioni ai tanti gravissimi problemi che affliggono il nostro Paese.

L’autoindeterminazione e la sua cura

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema cominciando con un articolo del professor Gianluigi Deiana.
Chiunque volesse può inviare il suo contributo alla e-mail della redazione pesa.sardigna.blog@gmail.com o indirizzarlo alla nostra pagina Facebook.

di Gianluigi Deiana
Gianluigi Deiana

Per come sono messe le cose, soprattutto a sinistra, una sana e consapevole indeterminazione rispetto alle vicine elezioni politiche consente di lasciar passare la buriana senza rovinarsi il fegato, e questa è in termini generali una soluzione raccomandabile per tutti i soggetti sensibili alla patologia politica: è vero che si sconta l’aspetto negativo di questo non fare, tuttavia si conserva almeno la coscienza del fatto che si tratta di una indeterminazione decisa tra sé e sé (una auto-indeterminazione) che è sempre meglio di una determinazione scelta da altri (una etero-determinazione). Esempi ricorrenti e sempre uguali di etero-determinazione sono la candidatura in Sardegna dell’ex plenipotenziario di Rifondazione Claudio Grassi, che è emiliano (Liberi e Uguali), il paradosso di un cartello elettorale chiamato enfaticamente “Potere al Popolo” che è finito da subito sotto il potere concreto della forma residuale del PRC-PCI, la cancellazione romana di Roberto Cotti dalle candidature Cinque Stelle ecc.

L’auto-indeterminazione è quindi il campo base per tutti noi portatori sani della malattia elettorale, per i quali la tentazione della ricaduta potrebbe essere deleteria ancora una volta; tuttavia, mai dire mai, sembra essere spuntata, in questo giardino di male piante extrainsulari, una piantina autoctona che una manifestazione di interesse la merita: curiosamente si chiama “autodeterminatzione”, e nel gioco di significati veicolati dalle parole (specialmente le doppie parole) si pone come una plausibile risoluzione dell’alternativa secca tra l’auto-indeterminazione (cioè astenersi) e l’etero-determinazione (cioè votare per Grassi o per il cartello elettorale PRC-PCI o buttarla alle Cinque Stelle).

Fatti salvi i buoni propositi di questi soggetti, cioè il proposito di LeU di rifare una sinistra di governo, il proposito di Potere al Popolo di avviare un progetto di sinistra ricostruito di sana pianta dal basso, il proposito della stella sana dei Cinque Stelle di ripulire dai buchi neri tutto il cielo stellato, abbiamo anche il dovere di misurare questi buoni propositi sulla realtà; la realtà è rispettivamente questa: LeU è già oggi un partito politico, il quale con numeri visibilmente scoraggianti sta andando incontro alla prospettiva di un debole ruolo di opposizione secondaria in un panorama politico instabile dominato in maggioranza dalla destra ed egemonizzato in opposizione dalle quattro stelle sporche delle Cinque Stelle.

Potere al Popolo è nato come un progetto politico e solo subordinatamente, in funzione di rodaggio interno e di visibilità pubblica, come cartello elettorale; tuttavia per come stanno andando le cose, non solo in Sardegna, e per come sono già andate recentemente altre volte con cartelli come “Cambiare si può” o la “Lista Tsipras”, cioè a farsi benedire, è ormai concreta l’ipotesi che il cartello elettorale stia diventando il sudario del progetto politico; questo sacrosanto progetto, infatti, di tutto avrebbe bisogno per aprire le ali meno che della colla necessaria a tenere insieme un cartello elettorale.

Buttare il voto alle stelle poteva essere ragionevole, da sinistra, cinque anni fa; ora è chiaro però che le stelle non sono milioni di milioni ma sono solo cinque, esattamente come le dita di una mano: lotta alla corruzione, lotta ai migranti, disconoscimento dei sindacati, sintonia con la grande impresa, assenza totale di idee sulla politica europea: quattro cattive stelle contro una; la cancellazione in Sardegna della ricandidatura di Roberto Cotti, meritevole di tante cose e soprattutto della denuncia mondiale del business militare RWM e di Finmeccanica, è una meteora al contrario di portata letteralmente stellare, e questo spiega in senso lato il carattere illusionistico, cioè meteorico al contrario, di tutto questo fenomeno politico.

AutodetermiNatzione: vengo ora alla possibile risoluzione del mio strano rebus, la lista di AutodetermiNatzione; personalmente non so quasi niente di come essa sia stata concepita, anche se il suo concepimento era assolutamente nell’ordine delle cose; infatti ogni fidanzamento degnamente coltivato alla fine concepisce qualcosa e qui ci troviamo al primo esito di un fidanzamento degnamente e ponderatamente coltivato; ciascuna delle parti contraenti può presentare motivi di simpatia o motivi di dubbio, e nella contraenza stessa si possono lamentare preclusioni o esclusioni che sarebbe stato bene evitare, ma la risultante è da considerare assolutamente benefica nel contesto dato.

Il contesto dato, anche e particolarmente in questo caso, è per l’immediato un contesto elettorale (e quindi AutodetermiNatzione non può non essere ora un cartello elettorale) e per la prospettiva un vero e proprio progetto politico (la cui prova del nove sarà inevitabilmente il prossimo rinnovo del consiglio regionale); anche qui quindi le elezioni politiche italiane rivestono una funzione sia di rodaggio interno che di visibilità pubblica, tuttavia, a differenza dei casi precedenti, i passi finora compiuti non sembrano preludere a un mortifero effetto sudario, quale quello per cui in altri casi il cartello ha finito per ibernare o seppellire il progetto (si vedano Sa Mesa, il FIU, Sardegna Possibile ecc.).

A questa analisi, che personalmente ritengo condivisibile da parte di molti compagni, devo aggiungere qualcosa di mio: non riguarda lo scontato carattere variabile di questa nuova piantina, cioè la multiformità politica e l’interclassismo sociale: la piantina infatti deve crescere nel terreno sociale e non sotto vetro in un orto botanico; riguarda invece il fatto (minore) che stimo sinceramente molti dei compagni che vi si sono impegnati in prima linea, cioè Bustianu, Filippo, Pier Franco, Lucia ed altri ancora; e riguarda in ultimo (ma con importanza dirimente) l’esplicitazione di una chiara e incontrovertibile posizione antirazzista, priva di infingimenti, di se e di ma, che spero sia resa a prescindere dal calcolo elettorale.

Strada facendo, e cioè tra le elezioni politiche italiane e le elezioni regionali sarde, ci attendono due compiti: il primo, fronteggiare di nuovo con questi stessi compagni la spada di Damocle del sito prescelto per le scorie nucleari; il secondo, realizzare (su questa che ora ne appare come la pietra angolare di fondazione) il grande progetto politico della autodeterminazione del popolo sardo; è un compito immane per il quale i compagni che vi si sono impegnati finora non dispongono probabilmente di forze autosufficienti; auguro loro apertura, ponderazione e saggezza.

La Sardegna solidale con il Kurdistan sotto attacco

In un’intervista il coordinatore in Europa del partito curdo-siriano Pyd, Sherwan Hassan, afferma: «L’esercito turco ha in mano armi Nato ed è sostenuto da 25mila islamisti ma non è avanzato di un metro. La gente sa che a scontrarsi sono due sistemi, che se Afrin cade torneranno i jihadisti, per questo la difesa è strenua».
Il 20 gennaio, infatti, con un’incursione sopra Afrin dell’aviazione di Ankara, la Turchia ha dichiarato guerra alla Siria del nord, territorio in cui le SDF (Forze Siriane Democratiche) hanno costruito gradualmente- in concomitanza ad ogni vittoria sugli jihadisti- un nuovo sistema economico-politico, basato sulla democrazia, la condivisione e la solidarietà, oltre che sulla resistenza ai fascismi e su una nuova concezione di socialismo. L’aviazione turca ha sganciato sulla città bombe e volantini, scritti in diverse lingue, invitando la cittadinanza a schierarsi contro i “terroristi” (che per i turchi non sono gli jihadisti bensì i combattenti kurdi).

Durante il bombardamento, la Siria del nord viene attaccata su altri fronti con artiglieria. L’esercito turco, per queste incursioni, coinvolge anche miliziani dell’ISIS, che hanno la volontà di occupare i territori e sovvertire la libertà edificata dalle YPJ/YPG negli ultimi anni.

Si parlerà di quanto sta avvenendo al dibattito organizzato dalla Rete Kurdistan- Sardegna, previsto per martedì 6 febbraio a “Il Crogiuolo- Fucina Teatro La Vetreria” (via Italia 63, 09134 Cagliari):

“In questi giorni gli uomini e le donne dello YPG/YPJ stanno resistendo con lo stesso eroismo e la stessa determinazione mostrati nel 2014 a Kobane, quando gli occhi del mondo erano rivolti verso la loro battaglia contro l’Isis. Eppure, l’attacco che oggi muove contro di loro il governo turco è motivato dagli stessi intenti che già l’avevano portato ad armare l’Isis: la distruzione del progetto politico di convivenza pacifica e solidale tra i popoli della Siria promosso dai Kurdi e l’imposizione nella regione del fascismo islamista che Erdogan sta già imponendo in Turchia.
L’attacco al popolo di Afrin, portato avanti per mezzo di bombardamenti indiscriminati sui villaggi e le città, ha già causato decine di vittime civili, straziate da armi fornite dagli stati europei (carri armati tedeschi, elicotteri italiani) e armi proibite dalle convenzioni internazionali (napalm). 
La sproporzione delle forze in campo è enorme, la solidarietà internazionale è determinante.”

Cale sardu depo imparare, Diegu Corràine?

Per il ciclo di interviste Cale Sardu?

Intervista a Diegu Corràine

S’imparòngiu de su sardu, ma fintzas de àteras limbas de Sardigna, est in custu momentu istòricu torrende a èssere unu problema de importu in sa sotziedade isulana moderna.

Sigomente est iscontadu chi chie lu chèrgiat imparare siat semper sardu, e duncas a su nessi faeddet s’italianu, belle totu sos isfortzos e su materiale didàticu sunt pro italòfonos chi cherent torrare a imparare sa limba de su logu pro deghinas de cajones o pro gente chi giai connoschet sa limba ma at bisòngiu de una manera de la iscrìere.

Lìtzitu est a si preguntare cale sardu faeddare? Bisòngiu b’at de l’isseberare?

Sigomente sa limba tenet sentidu si la faeddamus cun àtere, amus a imparare sa variedade chi tratant in su logu in ue istamus. Su sardu —una variedade cale si siat— lu podimus imparare dae chie lu faeddat, in famìlia o in sa bidda. In casu chi custu non siat possìbile, lu podimus imparare dae sos libros, comente in cale si siat àtera limba.

E chie non tenet perunu ligàmene cun su sardu, dae cale dialetu podet inghitzare a l’imparare?

Cale si siat limbàgiu o dialetu tenet sos caràteres e sa capatzidade de espressare su mundu chi nos inghìriat. Duncas andat bene su dialetu chi tenimus praticamente s’ocasione de imparare o su chi nos paret mègius. Bastis chi siat.

A podimus ammisturare intre sos dialetos, si implicamus chi non semus nadios sardos? O no andat bene e bisòngiat de isseberare una pronùntzia e unu lèssicu locale ebbia?

In definitiva podimus cunsiderare cale si siat dialetu unu misturu cun unu/prus dialetos chi nos inghiriant: totu est sardu. Su problema no est de misturare ma de lu faeddare bene, de “misturare” bene! Su misturu est naturale in pessones (cummertziantes, pastores, etc.) chi girant o ant giradu in Sardigna pro traballu.

Dae chi si depet imparare a l’iscrìere, dae ue cussìgias de cumintzare a l’imparare? A si devent imparare prus ortografias? E pro ite?

B’at giai propostas ufitziales coerentes e bonas, comente sa LSC. Sa comodidade de una norma de riferimentu est manna, ca cunsentit de cuncambiare messàgios in totu sa Sardigna e in foras, comente in cale si siat logu e limba.

Pro chie non cheret intrare in sa cherta de s’ortografia, ite li dias cussigiare pro si alfabetizare?

Ma si unu no nd’est cumbintu, a su nessi chi s’ortografia no ufitziale chi isseberamus siat coerente e chi sa limba siat cantu prus possìbile lìbera dae italianismos inùtiles! Bastis chi siat in sardu bene iscritu, lu repito. A bias, difatis, su de no atzetare sa norma ufitziale est petzi un’iscusa pro sighire cun… s’italianu. S’iscritura agiuat a mantènnere sos messàgios in su tempus e a los ispainare in su logu. Duncas bisòngiat pro publicare libros, ditzionàrios e manuales pro imparare sa limba. Si est beru chi sa gente est torrende a sa limba, est finas beru chi semus perdende in cantidade de pessones chi faeddant su sardu e in calidade de sa limba. O, forsis, custa cussèntzia noa est creschende pròpiu ca s’est abbigende de custos dannos e est timende s’iscumparta de sa limba. Duncas sos libros e mescamente s’iscola sunt capatzos de imparare su sardu. Bastis chi su sardu siat presente in cale si siat òrdine de iscola comente matèria e comente mèdiu pro imparare totu sas matèrias.
E tou custu lu podimus otènnere petzi si tenimus a su nessi una norma generale e comuna de ortografia in su lèssicu e in sa terminologia chi cunsentint s’ammodernamentu de su sardu in sas sièntzias e in sas tècnicas, in cale si siat logu e impreu.

Cales ainas ti parent bonas pro cumintzare a imparare su sardu? Cales libros de testu? Cales sitos internet?

Bi nd’at publicadas dae editores sardos, ma sunt pagas, est beru. Su malu de totu custu est chi sa limba est dèbile ca no est agiuada, comente acuntesset in aterue, dae sos movimentos polìticos. E sos movimentos polìticos in Sardigna sunt dèbiles ca òperant in italianu, ca non creent a beru chi su sardu siat su motore de s’identidade natzionale nostra, ma siat petzi un’elementu in prus de sa cultura nostra. Finas a cando custos movimentos ant a operare in sa limba dominante, su sardu at a èssere semper prus dèbile.

Sende gasi, tocat a si dare ite fàghere pro ammaniare ainas pro imparare, ma, mescamente, bi cheret voluntade… de imparare. Ca mi paret chi, de totus sos chi “abbòghinant” in favore de su sardu, sunt pagos sos chi leghent in sardu. E custu est malu pro s’editoria in sardu e pro sa limba matessi. E si non si movet su guvernu sardu, pro sa limba, tocat chi lu fatzant sos privados, chi si tratet de impresa o de assòtzios linguìsticos basados in su voluntariadu. Bi cheret voluntariadu meda pro su progressu de su sardu, comente nos imparant àteras limbas. Catalanu, galitzianu, bascu, etc.

Diegu Corràine, de Orgòsolo, est istudiosu de limba sarda e tradutore, membru de sas commissiones incarrigadas de sas propostas de normas iscritas de sa Limba Sarda Unificada (LSU) e de sa Limba Sarda Comuna (LSC).

Bidi puru:

Cale sardu depo imparare, Màrio Pudhu?
Cale sardu depo imparare, Pepe Coròngiu?
Cale sardu depo imparare, Roberto Bolognesi?