Dichiarazione di voto

Sono imminenti le elezioni politiche italiane. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Cristiano Sabino.
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di Cristiano Sabino
Cristiano Sabino

Alle elezioni italiane del 4 marzo 2018 voterò. Già questa è una dichiarazione perché in vita mia ho votato una sola volta alle elezioni per il rinnovo del parlamento italiano, quando avevo 18 anni, Rifondazione Comunista non era candidata con il centro sinistra e io ero convinto che essere comunisti significasse automaticamente lottare per la liberazione dei popoli, compreso quello sardo. Ovviamente mi sbagliavo!
Dopo non ho mai più votato alle italiane, ma solo alle sarde e ai referendum perché non c’è mai stato un partito che riconoscesse il diritto a decidere del nostro popolo, oppure si trattava di liste molto ambigue come quella di Soberanìa che non ha mai fatto chiarezza sulla questione del razzismo presentando alcuni candidati le cui posizioni erano davvero improponibili su tali questioni. Come stanno le cose a questa tornata? Ovviamente non prendo nemmeno in considerazioni i partiti-Stato e i loro alleati (PD, FI, centristi vari, LeU che è praticamente un PD 2.0, Lega, Fd’I, ecc).

I 5 Stelle. Sono senza dubbio una forza destabilizzante perché vanno ad incidere sulla larga corruzione diffusa come un cancro in larghissimi settori del sistema partitico italiano. Ma non voterò per i 5 stelle per tanti motivi. Innanzitutto si tratta di una forza politica completamente decontestualizzata dal contesto sardo. Cosa sarebbe accaduto, per esempio, alla maggioranza dei centri abitati sardi, se fosse passata la proposta avanzata qualche tempo fa dai 5 Stelle sull’accorpamento dei comuni sotto i 5000 abitanti? Sarebbe stata la definitiva ecatombe delle zone interne e disagiate che avrebbe reso totalmente inospitale e spopolata la gran parte del territorio isolano. A livello generale penso sia inoltre in atto una pesante normalizzazione del M5S e che ogni ipotesi di sua possibile funzione erodente del sistema politico fondato sull’egemonia della borghesia italiana in disfacimento sia ormai fuori dalla realtà (eppure ci sono compagni che ancora incredibilmente lo pensano e lo teorizzano!). Lo dimostrano tanti indicatori: il viaggio di Di Maio a Washington per garantire l’asse Italia-NATO lo testimonia in maniera palese. È una coincidenza che dopo questo viaggio il senatore sardo Roberto Cotti (che noi tutti conosciamo per il suo impegno chiaro contro occupazione militare e RWM di Domusnovas) è stato cinicamente trombato dalle cosiddette parlamentarie? Non mi dilungo, anche perché comunque i 5S non riconoscono né l’esistenza della nazione sarda né il suo diritto ad autodeterminarsi, sebbene ogni tanto lo stesso Grillo abbia dichiarato il contrario.

Potere al Popolo. Conosco i compagni napoletani che hanno dato vita a questa proposta che – pur presentando alcune zone di ambiguità su questioni come fuoriuscita dalla NATO e dalla UE (nel senso che non dichiara apertamente la necessità di fuoriuscire) – nel complesso è un’ottima proposta politica resasi capaci di suscitare in breve tempo ampie energie, soprattutto di quelle forze realmente impegnate nei conflitti sociali. C’era bisogno di una forza viva nata dalle lotte, però mi chiedo perché a sinistra, come al solito, ci si ricorda della necessità della sintesi sempre e solo sotto elezioni. A parte questo il problema sono soprattutto i lealisti sardi, quasi tutti sopravvissuti politici del ceto prototogliattiano, i quali hanno appena finito di combattere una santissima guerra di religione per impedire che Potere al Popolo riconoscesse la nazione sarda e il suo diritto a decidere. Questi personaggi che in Sardegna e in Italia hanno retto il moccolo fino all’altro ieri ai governi del centro sinistra, che in alcuni casi (per esempio il Pdci, oggi riverniciato PCI) hanno votato l’infame aggressione imperialista alla Jugoslavia, oggi alzano le barricate contro una dichiarazione di autodeterminazione che ogni comunista dovrebbe accettare perché componente basilare del suo corredo di valori. Questo ceto parassitario di burocrati lontani dalle lotte e lontani dalla realtà ha fatto muro affinché Potere al Popolo Sardo non si presentasse alle elezioni con un programma per l’emancipazione della Sardegna, fondato sul diritto a decidere e focalizzato sulle questioni trainanti della questione nazionale e sociale sarda. Il risultato è stato che in Sardegna, a parte un paio di eccezioni, la rosa dei candidati è composta da gente mai vista nelle lotte reali. Purtroppo direi, ma anche per fortuna, perché tale dibattito ha segnato un solco ancora più netto fra i comunisti sardi che lottano contro la colonizzazione e quelli che invece ne sono agenti. Un solco che sarà utilissimo soprattutto all’indomani delle elezioni quando il filo della discussione potrà essere ripreso con i compagni (sardi e italiani) senza l’ansia delle scadenze elettorali.

Sul PSd’Az non credo ci sia nulla da dire. L’operazione del segretario Solinas, oltre a negare la stessa tesi uscita dall’ultimo congresso favorevole alla formazione di una alleanza delle forze sardiste e indipendentiste, dimostra che la storia di questo partito di notabili è sempre quella che ha portato una grande parte dei sardisti ad aderire al Partito Nazionale Fascista: una storia di miseria e vergogna coloniale! Al netto del fatto che l’alleanza con la Lega faccia rivoltare lo stomaco per le note posizioni di estrema destra di questo partito, vorrei capire che tipo di giustificazione politica possa avere per un sardista candidarsi in Lombardia, visto che il segretario Solinas sarà eletto in un blindatissimo collegio della Lombardia. Che interessi dei sardi andrà a rappresentare Solinas senza essere nemmeno stato delegato dai sardi?
Una cosa è la tattica che può essere anche spregiudicata, altra cosa è il mercimonio delle candidature. La nuova era del sardismo è il lombardismo? Per fortuna qualche sussulto di dignità interno è venuto fuori con forza con le posizioni di numerose sezioni e con la voce levata dal consigliere regionale Angelo Carta.

Partito Comunista. Ho apprezzato recentemente la campagna per le elezioni comunali di Roma e le posizioni molto chiare di rottura su Austerity e UE. Ma il PC di Rizzo è l’ennesimo partito paracadutato in Sardegna, senza alcun lavoro reale sul territorio ed è paradossale che proprio loro che fanno un discorso di ritorno al lavoro della talpa del vecchio movimento comunista poi corrano in fretta e furia a raccattare candidati improbabili giusto per essere presenti in un collegio. Inoltre sono pessime le posizioni che recentemente questo partito ha espresso sulla questione catalana dichiarando pilatescamente equidistanza “da Barcellona e da Madrid”. In un conflitto, quando non ti schieri, stai sempre favorendo il più forte: in questo caso il monopolio della forza detenuto da Madrid e di fatto ti stai schierando con i falangisti, i borboni, il PP e la stessa UE che in altre sedi dichiari di combattere. Qualcosa di peggio di una brutta caduta di stile. Spero che questi compagni possano correggere i propri errori per non riproporre il solito vecchio modello di comunismo centralista e autoritario, anche se le dichiarazioni del segretario Rizzo rilasciate nella sua discesa in terra sarda non promettono nulla di buono e si manifestano come l’ennesima dichiarazione dell’ennesimo partito colonialista: “senza la Sardegna non c’è l’Italia”.

Autodeterminatzione. Premetto che ho iniziato a partecipare al dibattito di Potere al Popolo senza farmi molte illusioni e prima che venisse ufficializzata la partecipazione del progetto dell’Autodeterminatzione alle elezioni italiane. Sinceramente non me lo aspettavo neanche. Avrei confidato in una mossa temporeggiatrice, puntando tutto sulle nazionali sarde con un percorso di un anno di diffusione e radicamento del progetto. Pensavo questo non perché avessi informazioni a riguardo, ma perché il ragionamento con il progetto Mesa Natzionale era proprio questo: lunga discussione interna, lungo percorso di radicamento, eventuale partecipazione alle elezioni.
Ma quel percorso è interrotto, come gli Holzwege di Heidegger e come la sua svolta filosofica, e anche Progetto Autodeterminazione rappresenta un cambio di parametro: da quello che ho capito i protagonisti di PA vogliono iniziare a radicare il progetto proprio sfruttando l’occasione elettorale italiana ed è su questo che divergo, perché nel corso del tempo ho maturato l’idea che proprio il momento elettorale è quello peggiore per battezzare un progetto. Non c’è nulla di male, per carità ma credo che la fretta elettorale abbia sempre portato una incredibile sfiga agli indipendentisti e ai sardisti conseguenti, perché li hanno portati a fare spesso i conti senza l’oste e ad acuire tensioni interne subito sfociate in gravi crisi strutturali di progetto. Prova ne sia che tutti i partiti o cartelli sardocentrici usciti fuori dalle elezioni senza la tempra del percorso di maturazione politica si sono frantumati come un oggetto bagnato nell’azoto liquido (la mia è nel contempo una critica e un’autocritica). Mi auguro che Autodeterminazione faccia eccezione, ma questa è la mia paura ed è questo uno dei motivi per cui non mi sono finora esposto schierandomi apertamente con questo progetto.
C’è poi la questione della partecipazione popolare. Credo che un progetto unitario debba fondarsi sulla partecipazione dei tanti cittadini sardi che hanno nel corso degli ultimi anni maturato una sensibilità favorevole al diritto a decidere. Partecipazione popolare che dovrebbe essere la base di ogni programma di liberazione e che in effetti è l’unico antidoto alla creazione di una logica amico-nemico dove chi aderisce è ben accetto e chi invece avanza dubbi e domande è visto con fastidio. In questo senso Mesa Natzionale, con i tanti incontri sul territorio, i suoi processi partecipativi come l’esperienza “Partimus dae tue” e le discussioni aperte, orizzontali e coinvolgenti su riforma dello Statuto, scuola sarda e sanità aveva iniziato a dire qualcosina di nuovo rispetto alle precedenti esperienze. E su questo mi sembra che PA  – visti i tempi della corsa elettorale – sia stato carente.

Credo che al di là di queste mie considerazioni critiche si debba però sostenere elettoralmente questo progetto, perché al momento rappresenta l’unica lista che riconosce il diritto all’autodeterminazione, che non deve rispondere alle segreterie dei partiti coloniali e che non viene riassorbita in altre logiche che con i bisogni del popolo sardo e la sua lotta di liberazione non hanno nulla a che fare.

Io credo che Autodeterminatzione possa e debba essere criticata sotto tanti aspetti ma credo anche che in questo momento non sia opportuno spendere il proprio voto altrove. Non credo sia utile nemmeno non votare, perché all’oggi il non voto (anche se consapevole e dichiarato) si somma ad un indistinto senso di ripulsa verso “la politica” (v. protesta di alcune categorie di lavoratori sardi) che è quanto di più lontano dalla nostra esigenza di avviare un percorso di liberazione nazionale.

Voterò dunque Autodeterminatzione con lo sguardo rivolto al dopo 4 marzo, perché credo inizierà allora la partita più complicata e significativa per la costruzione di un percorso di emancipazione nazionale e sociale del popolo sardo, un percorso che non inizia certo con queste elezioni né qui si concluderà.