I 5 Stelle e la questione sarda

di Andrìa Pili

Il programma del M5S non è diverso da quello di un partito della Sinistra italiana non radicale. I numerosi punti condivisibili per affinità ideologica rimangono limitati da ambiguità e nodi che non vengono sciolti, impedendo la risoluzione di numerosi problemi risolvibili solo con scelte radicali, di rottura con l’assetto attuale e non con la buona amministrazione. Fra questi, ovviamente, la questione sarda. I pentastellati non intendono cambiare la Costituzione ma solo valorizzare le autonomie «attraverso la legislazione ordinaria senza toccare nuovamente il Titolo V della Costituzione». Si esclude una riforma costituzionale in senso federalista, puntando su un orientamento legislativo favorevole alle regioni e un vago principio di democrazia partecipata dal basso, senza toccare l’impostazione statale, in difesa della Repubblica una e indivisibile ma decentrata amministrativamente e fiscalmente, con la possibilità di un intervento statale per il riequilibrio fra le regioni.

Il principio di autodeterminazione dei popoli è inteso in senso restrittivo, limitato alla non ingerenza statale e quindi identificando popoli e Stati, confermando il dannoso paradigma delle nazioni monolitiche non più sostenibile per una visione democratica nel mondo del XXI secolo. Già la (non) posizione di Di Maio sulla Catalogna è stata emblematica. Perciò, l’idea di «riforma dell’Unione Europea» – attraverso un’alleanza con i Paesi dell’Europa del Sud, danneggiati economicamente dalla moneta unica (analisi parziale e fuorviante dei problemi dell’economia italiana, che non hanno certo la loro origine con l’Euro, che presta il fianco al sovranismo sciovinista borghese) – non porterà ad una lesione del rapporto di subalternità del nostro popolo nei confronti dello Stato-nazione italiano. Europa degli Stati e non delle comunità nazionali e dei diritti sociali, realizzabile solo con una rottura tanto da Bruxelles quanto da Roma.

Il M5S è chiaramente diverso dal bipolarismo PD-CDX riguardo le missioni di guerra, gli investimenti nella Difesa, il filoamericanismo e la condivisione di trattati di libero scambio come il TTIP e il CETA; tuttavia, parla di “riforma della NATO” per adeguare l’alleanza atlantica al nuovo contesto multilaterale. Non si capisce cosa voglia dire. Il programma sulla Difesa parla di ottimizzare la spesa, si fa leva sullo squilibrio fra mancanza di fondi per determinate necessità nell’ordinaria attività militare e ampie spese per altri scopi non ritenuti essenziali. Si ritiene necessario puntare sulla tecnologia, cyber security, intelligence; si propone di valorizzare il patrimonio militare in dismissione con la partecipazione della cittadinanza. Non credo che ciò basti per mettere in discussione i poligoni in territorio sardo; la rimozione di Roberto Cotti dai candidati non fa che confermare un atteggiamento volto più alla conciliazione con l’Esercito in nome dell’interesse “nazionale italiano” piuttosto che con i diritti democratici della nostra comunità.