Cresce la resistenza ai signori del vento e del sole

Intervista a Antonio Muscas (attivista di Assemblea Permanente di Villacidro)

Un momento del presidio indetto da Assemblea Permanente a Villacidro contro il nuovo parco eolico in costruzione

 

Lo scorso 27 marzo l’Assemblea Permanente ha organizzato un sit-in contro il parco eolico che sarà realizzato dalla Green Energy Sardegna. Siete contro le energie rinnovabili?

Immaginiamoci un signore che dovendo andare da solo da Cagliari a Sassari si doti di una vecchia locomotiva a vapore, un camion a gasolio e una bici tandem elettrica a quattro posti non in grado però di affrontare le salite e quindi obbligata ad andare costantemente accompagnata da una vettura a benzina capace di trainarla in caso di necessità; immaginate anche che questo signore abbia pure la pretesa di utilizzare tutti i mezzi contemporaneamente. Folle, vero? E cosa c’entra questo con le rinnovabili? C’entra, eccome, perché in Sardegna siamo praticamente nella stessa situazione. Abbiamo una potenza elettrica installata superiore di oltre quattro volte la potenza necessaria. Tutta l’energia potenzialmente producibile non riusciamo neppure a smaltirla poiché i cavidotti che ci mettono in connessione con la Corsica e la penisola italiana possono solo in parte trasmettere l’eccesso. E le rinnovabili sono sottoutilizzate: la produzione idroelettrica è stata pressoché dimezzata negli ultimi anni, mentre l’eolico ha una produzione media di 1700-1800 ore anno, e questo per diverse ragioni, la più importante delle quali è il fatto che l’eolico, così come il fotovoltaico, deve andare accoppiato con impianti di accumulo in grado di sopperire alla inevitabile variabilità dell’erogazione e della domanda di energia. Abbiamo esubero di tutto e, nonostante ciò, sembra non bastarci mai. In programma abbiamo oltre a innumerevoli parchi eolici e fotovoltaici, diversi termodinamici, impianti a biomassa, una nuova centrale a carbone, due inceneritori equiparati alle centrali da fonti rinnovabili, per non parlare del geotermico, dei rigasificatori di volumetria sproporzionata per le nostre esigenze e del nuovo progetto di metanizzazione che sventrerà la Sardegna da nord a sud. Non siamo contrari alle rinnovabili, ci mancherebbe, ma questa situazione è folle, e a folle velocità ci stiamo lanciando verso il baratro, perché qua non stiamo parlando di rinnovabili che vanno a sostituire il fossile, stiamo parlando di una sovrapposizione infinita di impianti di qualunque specie. Quale logica c’è dietro la volontà di continuare a costruire all’infinito impianti senza senso? Semplicemente e banalmente, la speculazione finalizzata ad ottenere i ricchi incentivi disponibili.

Uno dei cavalli di battaglia della vostra mobilitazione è la democrazia sancita dalla Convenzione di Aarhus. Cosa c’entra la democrazia con l’energia?

Di chi sono il vento e il sole? Si possono privatizzare il vento e il sole? Chi installa una pala eolica acquisisce un diritto sullo spazio aereo circostante, paga una fesseria al comune di pertinenza e al proprietario del suolo e tutto il restante lauto guadagno lo tiene per sé. Parliamo di pale che possono rendere anche un milione di euro all’anno, a fronte di circa diecimila euro destinati al comune per l’Imu e qualche migliaio di euro al proprietario del fondo. Centinaia di milioni di euro per pochi e la fame per gli altri, inclusi gli oneri per lo smaltimento dei residui di fine vita degli impianti. Una pala può ripagare l’investimento in 3, massimo 5 anni, dopodiché per 25-30 anni è tutto grasso che cola, e che grasso! È forse oggi una delle migliori forme di investimento sul mercato. Incentivi per avere le pale ferme la maggior parte del tempo o per produrre energia inutilmente, giacché le centrali a combustibili fossili non vengono spente o ridimensionate, anzi, esse stesse, ricevono compensazioni per la mancata produttività causata dagli impianti alimentati a energia rinnovabile. La convenzione di Aarhus stabilisce che le comunità interessate da progetti di grande impatto debbano essere coinvolte nei processi decisionali, e tra i parametri da prendere in considerazione non ci sono esclusivamente aspetti economici e ambientali, ma anche storici, tradizionali e socio culturali. Un progetto potrebbe essere perciò economicamente vantaggioso e sostenibile a livello ambientale, ma nel contempo insensato o dannoso per il contesto nel quale si vuole realizzare. Le comunità, secondo la convenzione, devono essere correttamente informate, formate e coinvolte, dall’inizio alla fine, devono essere loro prospettate e valutate tutte le possibili alternative e loro devono avere l’ultima parola. È chiaro come qualunque dei nuovi progetti in corso in Sardegna con questa logica mai supererebbe la prova delle comunità. Ecco perché è in corso da parte del Governo italiano e di quello sardo un processo di estromissione totale, accompagnato dall’imposizione, dal ricatto e dalla coercizione. Noi non solo vogliamo essere partecipi del nostro destino ma contestiamo pure la privatizzazione e l’accaparramento delle risorse naturali. Sole e vento, al pari dell’acqua, sono beni comuni, sui quali non si può e non si deve speculare.

Sostenete che «finita l’epopea dell’industria, da qualche anno la nuova corsa all’oro è rappresentata dalle rinnovabili». Dopo i signori del petrolio arrivano i signori del vento e del sole che vedono la Sardegna sempre terra di conquista?

È un assalto senza fine e sempre più massiccio, favorito dalla condizione di difficoltà in cui versa la Sardegna. Una condizione assurda tenuto conto delle risorse ancora disponibili nonostante la spoliazione avvenuta nel corso dei secoli. Così come è assurdo che la nostra isola riesca a garantire miliardi di euro di profitti a persone che neanche mettono piede nel nostro suolo se non per trascorrere le vacanze in Costa, ma non sia in grado di dare sostentamento e pace a chi la abita. Appare perciò evidente come il nostro “svantaggio insulare” non sia, come qualcuno vuol farci credere, un fatto naturale, dipendente da questioni geografiche e insito nella natura dei sardi, ma sia piuttosto una condizione artificiale, creata appositamente per favorire i fenomeni di sfruttamento e accaparramento.

Di solito la risposta a tali mobilitazioni è che non si può dire sempre no a tutto. Quali sono le alternative?

Una delle frasi più ricorrenti, pronunciate dalle controparti e da chi appoggia questi progetti è “voi siete per il no a tutto”. Basta guardarsi attorno per capire come in Sardegna abbia prevalso invece il “sì a tutto”. Non si è trattato sempre di sì ingiustificati, ci mancherebbe. Alcune scelte fatte in epoche passate le reputo doverose e anche coraggiose e innovative. Però molto più spesso ha prevalso il mito della modernità, l’illusione di potersi emancipare a basso costo, di poter manipolare la natura senza preoccuparsi troppo delle conseguenze; ha prevalso la fiducia incondizionata nelle istituzioni, negli uomini di governo e dei loro amici imprenditori venuti qua ad “aiutarci”. Non condanno le scelte di chi mi ha preceduto, non quando sono state dettate da reali necessità pur senza comprendere bene quale sarebbe stato il prezzo reale da pagare, non sempre si aveva la necessaria consapevolezza. Oggi le cose sono diverse. La differenza rispetto a ieri è questa: noi siamo in grado di misurare esattamente la portata delle nostre azioni. Citando Bachisio Bandinu, “noi allora non sapevamo”, però oggi sappiamo, e abbiamo il dovere di agire diversamente. Per tornare all’eolico e alle fonti rinnovabili in generale, in Sardegna non siamo al punto zero, siamo già in una condizione di esubero e di caos totale. Oggi non abbiamo bisogno di nuovi impianti, abbiamo necessità di gestire quelli presenti e di avviare realmente la transizione verso il rinnovabile. Nel contempo dobbiamo portare avanti una battaglia di riappropriazione dei beni comuni perché non è accettabile che siano società private ad impadronirsi del sole e del vento e di arricchirsi ai danni dei più.

 

Rievocare i moti di “Su Connottu”

Paschedda Zau dopo l’arresto nella ricostruzione dei moti di Su Connottu. foto originale tratta da Cronache Nuoresi

Il 26 Aprile 1868 i nuoresi scesero in piazza guidati dalla popolana Pasqua Selis  Zau (Nuoro 1808-1882). Il motivo scatenante fu che l’amministrazione comunale, dovendo concorrere a finanziare gli inglesi  della Compagnia delle Ferrovie che realizzavano  le prime strade ferrate sarde, decise di mettere in vendita al miglior offerente i terreni di proprietà comunale abolendo tutti i diritti di “ademprivio” che sino ad allora avevano consentito l’uso comunitario dell’intero patrimonio territoriale comunale che andava dal monte Ortobene a Sa Serra.  Quel giorno, nell’estremo tentativo di ottenere la revoca dell’infausta delibera, oltre 300 nuoresi  si mossero, provenienti da diverse parti della cittadina, prima verso la sede della Sottoprefettura, quindi verso palazzo Martoni, allora  sede del Comune di Nuoro (attuale via Chironi 5)  e  al grido “torramus a su connottu”. A questo punto fecero irruzione nella Casa Comunale e disarmata la Guardia Nazionale devastarono gli archivi distruggendo la documentazione relativa ai piani di lottizzazione e vendita dei terreni comunali. Gli arrestati furono 69, accusati di disordini e saccheggio mentre altri 10 furono accusati di essere promotori  e istigatori della sommossa e inviati a processo presso la Corte di Appello di Cagliari. Ben presto ci si rese conto che  la sommossa in realtà era una guerra più ampia dettata dalla mancanza di lavoro e dalla grave crisi economica che  costringeva tutta la popolazione ad una quotidiana lotta per la soppravvivenza;  su intervento del parlamentare Giorgio Asproni, il ministro  di Grazia e Giustizia  Defilippo decretò la concessione di un’amninistia che venne firmata il 29 novembre 1868 dal Re Vittorio Emanuele II. Nel 1872, gli assegnatari perfezionarono i pagamenti e con rogito notarile  del notaio Cossellu di Orani le terre comunitarie furono definitivamente privatizzate. In definitiva i moti de Su Connottu sancirono una indelebile sconfitta per la comunità nuorese  e come cantò il poeta Rubeddu “i poveri divennero più poveri e i ricchi più ricchi”.

L’ Associazione PascheddaSelisZau ricorderà i moti di “Su Connottu” venerdi   27 Aprile alle 10,00, alla biblioteca  S. Satta (o aula magna Liceo Asproni)  con una conferenza  con i diversi ricercatori  che illustreranno con documenti autentici l’intera  storia dei moti de Su Connottu e,  con un contributo degli alunni del Liceo, il ruolo attivo del parlamentare Giorgio Asproni.

Il pomeriggio invece, con inizio alle ore 18, si terrà una conferenza su terre civiche e valori comunitari.

Il 28 Aprile alle 8 del mattino si svolgerà una cerimonia di commemorazione di Pasqua Selis  Zau nella zona monumentale del cimitero comunale con una brevissima rappresentazione musicale e  teatrale per ricercare la tomba inesistente di Paschedda.

Dalle ore 10 alle ore 13 in piazza San Carlo (con casa Ciusa che rappresenterà anche quest’anno la Sottoprefettura),   e in piazza Su Connottu si svolgerà la ricostruzione degli avvenimenti  con la casa del senatore Chironi che rappresenterà il municipio dell’epoca.

Nella piazza “su connottu” seguiranno piccole manifestazioni di intrattenimento e visite guidate alla vicina casa Martoni già Casa Comunale all’epoca dei moti.

Domenica mattina dalle ore 10, grazie alla preziosa collaborazione dell’Ordine degli avvocati nuoresi e della scuola forense,nella sala consiliare  andrà in scena il processo pubblico a Pasqua SelisZau e i suoi coimputati con magistrati ed avvocati che hanno dato la disponibilità per ricostruire l’intera storia dei moti con testimonianze e documenti autentici.

Tutte le manifestazioni si avvarranno della collaborazione dei Figli d’arte Medas e della direzione artistica di Gianluca Medas.

Per contatti scrivere a associazionepaskeddazau@gmail.com

Domani la Sardegna in piazza contro l’estradizione di Puigdemont

 

In questi giorni i principali dirigenti del movimento indipendentista catalano stanno subendo  la più grave offensiva repressiva che si ricordi dalla fine del franchismo ad oggi. Sono finiti in carcere diversi esponenti dei partiti di maggioranza,  ministri del precedente governo, esponenti delle associazioni culturali e civiche e lo stesso uomo simbolo del procés di creazione di una Repubblica catalana indipendente, Carles Puigdemont, è stato arrestato dalla polizia tedesca poco dopo essere entrato in Germania dalla frontiera con la Danimarca. Il leader indipendentista aveva scelto la strada dell’esilio lo scorso ottobre, dopo l’applicazione dell’articolo 155 che di fatto revocava l’autonomia catalana e che apriva la strada alla repressione poliziesca di tutti gli esponenti indipendentisti.

In Sardegna il fermento di solidarietà pro Catalunya era culminato con la convocazione di un partecipato presidio a Cagliari sotto gli uffici del Consolato onorario di Spagna per chiedere il rispetto del diritto democratico di poter celebrare il referendum del 1 ottobre (leggi qui). Il sit era stato convocato dal Comitadu Sardu pro sa Repùblica de Catalunya.

Domani 30 marzo alle ore 10 del mattino (via Ottone Bacaredda, 1 e Pratza Garibaldi) è prevista una nuova mobilitazione, autoconvocata, sempre sotto gli uffici del consolato onorario di Spagna, questa volta contro l’estradizione del presidente Puigdemont e per la liberazione di tutti i prigionieri politici catalani.

 

Qui l’evento facebook della mobilitazione.

Per rimanere sempre connessi a tutti gli avvenimenti che riguardano il processo indipendentista catalano e la furiosa e fascista reazione della monarchia spagnola leggere lo speciale curato dal blog di Franciscu Pala (leggi qui).

 

Ricostruire è possibile!

Sul processo di ricostruzione di un movimento per l’emancipazione della Sardegna.

di Giovanni Fara

Domenica 18 marzo si è riunita a Bauladu la terza assemblea plenaria di Caminera Noa, il percorso nato lo scorso 23 luglio attorno ai conflitti sociali che investono l’isola.  È stata l’occasione per riflettere sull’esito delle elezioni appena trascorse, sui temi che animano il dibattito politico in Sardegna e sul difficile percorso di sintesi intrapreso.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta a Santa Cristina di Paulilatino sembrava un’impresa quasi impossibile quella di mettere assieme tante esperienze diverse, tante persone provenienti da militanze politiche anche di lungo corso nell’indipendentismo e nella sinistra sarda.

Ognuno ha portato dentro questo processo qualcosa della propria esperienza maturata dentro un partito, un movimento o uno dei tanti comitati di cittadini che negli ultimi anni hanno rappresentato il cuore pulsante di questa terra, fronteggiando in prima linea ogni genere di speculazione e di minaccia ai danni del territorio, di sopraffazione economica, di impoverimento culturale della nostra società, compressa da una economia sempre più accelerata e scollata da quelle che sono le necessità delle nostre 377 comunità, di un popolo relegato ai margini degli interessi politici dello Stato, ad eccezione di quando si tratta di raccogliere consensi elettorali per mezzo di quei partiti che hanno governato l’isola negli ultimi venticinque anni, portandoci sull’orlo di un baratro economico, sociale e culturale senza precedenti.

Non è stato facile aprire questo percorso ma il merito dell’assemblea degli attivisti che ha reso possibile la nascita di una Caminera Noa è stato quello di valorizzare questa pluralità, questa diversità di esperienze. Nessuno deve o dovrà rinnegare il proprio percorso e la propria storia, perché il principale obiettivo di Caminera Noa è quello di creare uno spazio di condivisione delle lotte e aprire un confronto pubblico, democratico e onesto attorno alle tante vertenze che attraversano l’isola. L’obiettivo non è mai stato quello di sostituirsi alle realtà che funzionano, quanto semmai estendere le lotte esistenti sul territorio e farle diventare patrimonio collettivo, patrimonio di tutti e tutte. Lo stiamo facendo sulla base della condivisione di tre punti principali:

  • il rispetto del pluralismo e della democrazia, alla base di ogni decisione presa dall’assemblea e presupposto di ogni azione comune;
  • il riconoscimento della Nazione Sarda;
  • l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, come presupposto irrinunciabile di una trasformazione sociale che consenta alla Sardegna di rafforzare i propri poteri, di acquisire le competenze necessarie per determinare lo sviluppo economico e culturale del popolo sardo, per far valere il diritto di decidere sul proprio futuro e creare strade di reale emancipazione politica.

Dal 23 luglio dello scorso anno sono successe tante cose su cui è necessario aprire una riflessione. Ci sono state le elezioni politiche per il rinnovo del parlamento italiano, dalle quali è emerso un segnale chiaro, inequivocabile dell’inadeguatezza di tutti i percorsi finora intrapresi dall’indipendentismo e della sinistra sarda. È venuta a mancare una vera proposta di rottura degli equilibri politici che determinano le condizioni di subalternità dell’Isola e di conseguenza la sua arretratezza economico-sociale. Le formazioni in campo non sono state in grado di arginare il populismo razzista di una destra, che attraverso l’infausto accordo elettorale tra Psd’Az e Lega, è riuscita a penetrare nell’isola pur senza alcuna base di consenso reale. Il Psd’Az ha colpevolmente sottovalutato le conseguenze di tale accordo, spianando la strada ad una insopportabile retorica che, ben lontana da mettere in risalto la contrapposizione di interessi tra La Sardegna e lo Stato Italiano, irrompe nel dibattito politico attraverso la strumentalizzazione della paura dello straniero, in una società già sfiancata dalle conseguenze di una crisi economica senza fine, da una periferizzazione politica dell’Isola, oggetto di speculazioni energetiche e militari, strategiche per gli scopi “nazionali” (italiani) e per gli interessi geopolitici e di espansione della Nato e degli Stati dell’Unione Europea. Un pericoloso impianto politico che punta a costruire il proprio consenso sulla contrapposizione tra popoli e culture, che mina i valori stessi della democrazia, dell’accoglienza e del diritto alla mobilità a favore di pulsioni autoritarie e di una sopraffazione culturale che proprio i sardi hanno conosciuto sulla loro pelle nei 150 anni di politiche coloniali subite dallo Stato italiano.

Il voto del 4 marzo, caratterizzato dal successo ottenuto dal Movimento Cinque Stelle, mette in evidenza la debolezza del Progetto Autodeterminatzione, incapace di farsi interprete della voglia di cambiamento dei sardi e all’interno del quale le istanze indipendentiste sono state ridotte ad una generica rivendicazione culturale piuttosto che rappresentare il motore di un processo di rivendicazioni politiche reali.

Quella successiva al voto sarebbe dovuta essere la fase del dibattito, del confronto e dell’autocritica necessari al superamento di una crisi del movimento natzionale che ha portato all’evaporazione dei consensi e degli entusiasmi raccolti negli ultimi vent’anni attorno alle tematiche sollevate dalle forze indipendentiste, oggi ridotte a sigle con pochi militanti e con una scarsa capacità organizzativa. Il clima da perenne campagna elettorale e i preparativi per la partecipazione alle prossime elezioni regionali pare non concedano lo spazio di una riflessione ma se non prendiamo atto delle ragioni di un evidente insuccesso politico e della necessità di aprire un dibattito pubblico sulla prospettiva di costruzione di una alternativa ai blocchi di potere italiani, difficilmente si potranno gettare le basi per futuri percorsi unitari.

Caminera Noa per questo dovrà mantenere un approccio laico verso le elezioni, poiché l’obiettivo primario deve essere quello di sviluppare una sinergia politica nell’ambito dei conflitti sociali e gettare così le basi per la ricostruzione di un movimento natzionale per l’emancipazione sociale e politica della Sardegna. Dobbiamo farlo attraverso strumenti nuovi, attraverso la partecipazione, la democrazia, la condivisione di pratiche di lotta. Abbiamo la responsabilità storica di rilanciare un progetto-soggetto in grado di raccogliere le esperienze di chi negli ultimi vent’anni ha lottato contro le politiche della subalternità, del colonialismo e della dipendenza. Un soggetto-progetto che si faccia promotore di battaglie politiche per la lingua, per il lavoro, per il bene della nostra terra, del nostro popolo e per la giustizia sociale. Un soggetto-progetto che oltre al lavoro teorico punti al radicamento sul territorio, alla difesa del lavoro e dei diritti dei lavoratori in un’ottica di sostenibilità ambientale, in difesa dell’istruzione e della diffusione della cultura come patrimonio storico di esperienze della natzione sarda, in cui il diritto di cittadinanza sia un riconoscimento a chi l’ha scelta come la propria casa.

La sintesi venuta fuori dall’assemblea del 18 marzo è stata la creazione di un coordinamento di attivisti che si riunirà il prossimo 8 aprile per porre le fondamenta di una casa comune inclusiva, plurale e democratica. Una casa comune dei sardi, degli indipendentisti e di tutte le forze civiche, sociali e progressiste che si battono per i diritti civili e collettivi dei sardi, per una società più giusta, più equa, più libera.

Ainnantis pro una Caminera Noa!

Lettera aperta ai militanti di Potere al Popolo (Sardegna)

Lettera aperta ai militanti di Potere al Popolo (Sardegna)

di Cristiano Sabino

Cari compagni e care compagne,
Oggi 24 marzo sarà una giornata importante per voi. Immagino dovrete discutere di questioni importanti legate al proseguo dell’esperienza intrapresa in occasione delle elezioni politiche italiane appena concluse.
In primo luogo l’emersione in Sardegna di una destra razzista, identitaria, sovranista e addentellata al sardo-fascismo del Psd’az. Si tratta di un blocco sociale e politico potenzialmente esplosivo che purtroppo affonda le sue radici in una capacità di questa nuova destra pragmatica e razzista di fare breccia nelle classi subalterne della nazione sarda.

Il secondo elemento è il tracollo della sinistra istituzionale egemonizzata dalle politiche liberiste, centraliste ed europeiste. La sinistra anticapitalista e persino alcune frange della sinistra indipendentista, ha molte responsabilità e voltare pagina è necessario. La sinistra va ricostruita contando sulla trazione delle lotte sociali, dei conflitti, della ricostruzione del tessuto connettivo nelle nostre comunità messo a dura prova da decenni di politiche antipopolari, centraliste e privatistiche. Chi nutrisse ancora facili tentazioni governiste a tutti i costi non commetterebbe solo un errore imperdonabile, ma dimostrerebbe di essere in effetti parte del problema e non della sua soluzione.

Il terzo elemento consiste nella necessità di sciogliere finalmente il nodo della questione nazionale sarda. La sinistra deve affrontare in maniera franca la questione dell’autodeterminazione e del diritto a decidere, dal piccolo al grande, dal controllo e dalla difesa delle comunità dagli attacchi speculativi delle multinazionali e dalle politiche di spopolamento e di privazione dei servizi essenziali, fino alle questioni che riguardano il profilo del rilancio di una vera e propria sovranità nazionale sarda. Se non lo facciamo noi lo faranno altri disgiungendo questione nazionale e questione sociale o, anche peggio, cavalcando la questione identitaria per drenarla verso politiche di carattere razzista e xenofobo. Ciò sta già avvenendo.

La quarta questione le abbraccia tutte, perché riguarda il percorso che intendiamo finalmente intraprendere in Sardegna per uscire dallo stadio di minorità relativo alla società sarda e alle dinamiche esterne alla Sardegna. Credo che noi tutti abbiamo presente il percorso che dobbiamo intraprendere. Per affrontare la deriva reazionaria, le grandi sfide che la crisi del capitalismo impone, il tracollo della società sarda e la desertificazione della nostra terra non è più tempo di “accordicchi” tra sigle e nemmeno di dare corpo ad organizzazioni periferiche a traino di centri metropolitani lontani. È necessario un progetto che parta dalla lotte qui in Sardegna, che si nutra dei conflitti reali qui in Sardegna, che sappia proporsi finalmente come sponda sincera e insieme pragmatica delle realtà di base e che abbia testa e braccia qui in Sardegna. Questo non vuol dire rinunciare a preziose collaborazioni, anche organiche ed organizzate, con chi fa la stessa cosa in altre porzioni del Mediterraneo, d’Europa e del mondo. Significa invece concepire un percorso autocefalo che da indipendente possa strutturare proficue sinergie con forze sorelle. Ma essere fratelli non significa essere subalterni, marginali, periferici, negazionisti della questione nazionale e sociale sarda.
L’assemblea Plenaria di Bauladu di Caminera Noa dello scorso 18 marzo ha aperto una discussione che proseguirà libera nei prossimi mesi. I nostri percorsi devono trovare uno spazio di confronto perché al loro centro sta il principio del potere popolare. Possiamo e dobbiamo trovare il modo di costituirci come movimento di liberazione del Popolo Sardo a partire dai quattro principi che – spero ormai per noi tutti – costituiscono le radici di qualunque percorso di trasformazione nella nostra terra: antirazzismo, superamento del liberismo, diritto all’autodeterminazione nazionale, sostenibilità.
Per questo vi auguro un buon lavoro sicuro che questa importante giornata di discussione possa concludersi con il medesimo auspicio.

E’ morta la sinistra. Evviva la sinistra sarda!

di Omar Onnis

Questo articolo è comparso con il titolo di “La sinistra e l’autodeterminazione in Sardegna: un rapporto storicamente complicato” sul blog di Omar Onnis.

Uno degli effetti dell’ultima tornata elettorale è stato la certificazione della scomparsa della sinistra politica dallo scenario italiano. E sardo.

Non si è trattato di un esito improvviso e imprevisto. Semplicemente il dato elettorale ha sancito una realtà di fatto già ampiamente visibile.

Non è detto che sia un problema. Non se si riesce a trarne qualche insegnamento utile.

La sinistra italiana da tempo ha subito una deriva che l’ha spostata sempre più a destra o verso lidi di pura astrazione ideologica.

Oggi ci ritroviamo con una parola – “sinistra” – che ha finito per combaciare con la sua accezione peggiore (ossia “funesta, minacciosa”) e una ampia fetta di cittadinanza – quella subalterna, per dirla con Gramsci, quella popolare, esclusa dai vantaggi della globalizzazione e dell’accaparramento cleptocratico – privata non solo di rappresentanza ma anche di punti di riferimento ideali.

Questo fenomeno è sufficientemente indagato (per esempio qui, o qui, o anche qui) per non doverci tornare su.

In questa sede interessa il suo riverbero inevitabile sullo scenario politico sardo, fin troppo tributario verso quello italiano.

Un tentativo di analisi post-elettorale si trova in uno scambio di analisi e opinioni tra Enrico Lobina, militante di sinistra vicino all’ambito indipendentista, e Francesco Tirro, tra i fondatori del progetto Potere al popolo.

Uno scambio franco, che tocca alcuni punti decisivi, in primis quello della corretta collocazione della questione “autodeterminazione sarda” nell’alveo di un discorso generale di sinistra, anti-capitalista o comunque radicalmente alternativo ai modelli socio-economici dominanti.

E tuttavia largamente incompiuto, non esaustivo.

Qualche elemento di riflessione in più lo offre il libro di Cristiano Sabino Compagno T, Lettere a un comunista sardo, uscito l’anno scorso per Condaghes.

Sono primi tentativi consapevoli di affrontare un tema che la sinistra in Sardegna ha da sempre tenuto a distanza, rimosso, temuto. Sicuramente anche per non scoperchiare il vaso di Pandora della propria cattiva coscienza.

Uno dei problemi strutturali della sinistra in Sardegna è che nell’isola non è mai maturata una riflessione autonoma in quest’ambito, né sono sorte formazioni intermedie (partiti, sindacati, associazionismo civico) che la interpretassero e la traducessero in azione e in rappresentanza politica.

Questo nel corso del Novecento. Ma il fenomeno ha radici più lontane.

I processi storici che hanno prodotto in Europa le grandi famiglie politiche contemporanee nascono dalla conclusione dell’Antico Regime e la sua sostituzione – non pacifica né lineare – con i regimi liberali.

Uno dei fattori determinanti di questo processo è stata l’affermazione delle borghesie nazionali e la loro assunzione di un ruolo pubblico, non solo di difesa di interessi di classe, ma anche di guida e di egemonia generale.

È la famosa questione delle classi dominanti che si fanno dirigenti (mutuo anche questa da Gramsci, ovviamente).

La sinistra, come concetto politico e come ambito di azione nella sfera sociale, nasce dialetticamente con le rivoluzioni borghesi e con l’affermazione dei regimi costituzionali e liberali, dei nazionalismi, del trionfo delle rivoluzioni industriali e del capitalismo.

È un fenomeno prettamente europeo, che poi è andato declinandosi molto a fatica e non senza robusti adattamenti anche ad altri contesti geografici, socio-economici e culturali.

Come si inserisce storicamente la Sardegna in questo processo?

Si inserisce malamente e in un ruolo passivo, come sappiamo.

Non per mancanza di istanze locali, di conflitto sociale o di occasioni contingenti, ma per via prima di tutto dell’esito infelice della Rivoluzione sarda, quindi dell’unificazione italiana.

Come sancisce efficacemente Girolamo Sotgiu nel suo Storia della Sardegna sabauda, la sconfitta della Rivoluzione in Sardegna aveva prodotto, tra gli altri, un esito in particolare, ossia la distruzione (anche fisica) della parte più attiva, aggiornata e ambiziosa della borghesia isolana, lasciando il campo ad un ceto opportunista, intellettualmente mediocre e votato a un ruolo di pura intermediazione.

Le classi subalterne, nel corso dell’Ottocento, non avranno così né un alleato tattico contro il potere costituito (quello dei notabili filo-sabaudi, dell’aristocrazia reazionaria, delle gerarchie ecclesiastiche parassitarie), né un contraltare sociale forte con cui confrontarsi.

Le numerose e periodiche ribellioni avvenute nell’isola nel corso del XIX secolo, tutte potenzialmente indirizzabili verso una prospettiva di emancipazione sia sociale sia politica, come nel resto d’Europa, restarono episodi scoordinati e senza guida, prive di un orizzonte di riferimento.

Nemmeno il primo autonomismo, sorto dalla delusione di una parte della borghesia liberale per la Fusione Perfetta, saprà farsi interprete delle istanze popolari più profonde, restandone anzi per lo più scandalizzato.

Tipiche le reazioni preoccupate ai sommovimenti che nel corso del 1848 agitarono anche l’isola, incomprese e lasciate al proprio destino di jaqueries o di ribellismo spontaneo.

E anche quelle sollevate, nel 1859, dall’ipotesi (probabilmente mai davvero perseguita dal governo Cavour) di cedere l’isola alla Francia, quando allo scandalo dei liberali e dei repubblicani italiani (Mazzini in primis) e sardi (Asproni, per esempio) non si accompagnò alcun moto di indignazione popolare. Anzi, gli epistolari e le cronache dell’epoca segnalano la preoccupazione per l’indifferenza che tale possibilità suscitava nel popolo.

Del resto il tessuto produttivo e sociale della Sardegna già allora era improntato a una condizione di subalternità molto vicina ai tipici rapporti coloniali, che negli stessi anni diventavano la regola per le varie potenze europee (vere o aspiranti tali).

Il rapporto di forza tra Sardegna e stato centrale, già reso complicato dalla Fusione, divenne drammatico con l’unificazione italiana.

Tale esito storico non ebbe in Sardegna alcun effetto positivo, a dispetto delle retorica che fin da allora lo accompagna.

Nel nuovo contesto politico la differenza di dimensioni, la distanza geografica, la mediocrità della classe politica sarda e la debolezza strutturale dell’economia isolana divennero dei fattori di subalternità strutturali difficili da temperare, ancor più da superare.

Tale rapporto di forza sbilanciato – già chiarissimo nella sua natura ad alcuni dei primi autonomisti (come Federico Fenu) – divenne palese dopo la crisi di fine anni Ottanta primi anni Novanta del secolo XIX, crisi che nell’isola si protrasse però fino ben dentro il secolo XX.

Gramsci fu uno dei pochi, lucidi osservatori di tale situazione, voce inascoltata anche quando, dalla tragedia della Prima guerra mondiale, emerse il sardismo come primo tentativo di politicizzazione della “quistione sarda” (vedi Carlo Pala, 2016).

In quel difficile periodo, benché i sommovimenti popolari fossero pressoché all’ordine del giorno (come nel 1904 o nel 1906 e poi ancora nel 1919), solo una parte dei lavoratori del comparto minerario ebbe qualche forma di contatto con idee e prospettive socialiste o anarchiche. Una frazione minima della popolazione in una terra ancora largamente a vocazione agricola.

Non nacque nemmeno allora una spinta sociale e intellettuale autonoma che interpretasse il marxismo o le altre correnti del socialismo europeo sub specie Sardiniae.

Beninteso, vi furono alcuni intellettuali vicini alle idee socialiste. Basti pensare a poeti come Pepinu Mereu, Bustianu Satta o Badore Sini. Ma non si crearono formazioni intermedie strutturate, né una scuola di pensiero sufficientemente consistente per diventare un fattore sociale attivo.

Risultato che invece ottenne il sardismo, con la fondazione del PSdAz.

Anche da questo punto di vista, il sardismo organizzato si rivelò più una iattura che un fenomeno positivo.

La sua debolezza ideologica, la sua ambiguità sociale, i tentennamenti politici dei suoi leader ne fecero sì il primo e unico partito di massa sardo mai esistito, ma anche una zavorra ideologica e culturale da cui l’isola non saprà più sbarazzarsi.

Spazzato via il sardismo di massa dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale, fallita anche la prova dell’autonomia come fonte di possibile riscatto delle masse sarde, lo scenario politico dell’isola da allora è stato egemonizzato dai partiti italiani e dalla loro influenza su tutti i fattori sociali e culturali.

Il Piano di Rinascita e l’industrializzazione – tipica modernizzazione passiva, con profili di colonialismo nemmeno troppo mascherati – consegnarono poi il controllo dell’economia sarda a processi del tutto esogeni e a pochissimi soggetti dotati di mezzi potentissimi.

La politica sarda non riuscì ad esprimere un proprio pensiero, una propria prospettiva, se non dentro le cornici imposte dalla politica italiana, dai giochi geo-politici, dagli interessi costituiti dei grossi centri di interesse economico.

La politica di desardizzazione, diventata pervasiva e capillare con l’alfabetizzazione di massa e la televisione, non solo non fu contrastata dagli esponenti sardi dei partiti italiani o dalle università, ma fu anzi avallata e promossa.

La totale incomprensione della questione sarda da parte dei Sardi nasce anche da qui. E la mancanza di una sinistra propriamente sarda, sorta dalle lotte e dai conflitti della società isolana, ha avuto un peso in tutte le scelte disgraziate che hanno costellato gli ultimi sette decenni.

Naturalmente il problema prima o poi doveva emergere. Finché il possibile contraltare dialettico era solo il sardismo opportunista e senza nerbo non c’erano problemi a tenerlo a bada.

Ma dagli anni Sessanta del secolo scorso l’alfabetizzazione generalizzata e l’accesso finalmente ampio all’istruzione superiore e universitaria produssero le prime reazioni intellettuali a uno stato di cose evidentemente inaccettabile.

Tuttavia l’egemonia della DC e del PCI (quest’ultimo molto forte dentro le università) ha sempre tenuto ai margini del dibattito intellettuale ufficiale il pensiero critico dei vari Antonio Simon Mossa, Mialinu Pira, Placido Cherchi, Eliseo Spiga, Bachisio Bandinu, ecc.

Allo stesso modo è stata trascurata l’eredità intellettuale e politica di Gramsci, anche quando ormai a livello internazionale era già diventata il fulcro della riflessione post-coloniale e un monumento del pensiero politico mondiale, riverito e studiato ovunque.

Così come sono stati rimossi dalla conoscenza e dalla percezione storica dei Sardi i momenti nodali della nostra vicenda collettiva, in primis la Rivoluzione sarda e i suoi personaggi, ancora oggi piuttosto maltrattati dalla storiografia istituzionale e nel discorso pubblico.

Il Movimento extraparlamentare e l’area autonoma, a sinistra del PCI, furono gli unici interlocutori delle istanze indipendentiste e anti-colonialiste emerse dagli anni Settanta in poi. Con poco spazio e poco successo, tuttavia, se dobbiamo giudicare dalla presa sull’elettorato e sulle masse.

Ma anche lì si è sempre trattato di un rapporto difficile, spesso impantanato in questioni astratte, tra internazionalismo teorico e incomprensione dei fenomeni sociali concreti.

Il discorso dell’autodeterminazione è stato in ogni caso sempre rifiutato, a sinistra, proprio in virtù di una dogmatica tributaria verso il marxismo-leninismo più scolastico e di una ignoranza storica profonda.

Un problema che ci portiamo dietro ancora oggi, nonostante sia finalmente presente più di una componente di sinistra, nell’ambito dell’indipendentismo, e non in una posizione marginale.

Ma si tratta ancora di un’avanguardia. Molti che in Sardegna hanno fatto militanza di sinistra e che votano a sinistra e che si riconoscono nei valori della giustizia sociale, della democrazia popolare, dell’internazionalismo, dell’anti-militarismo e dell’ambientalismo si tengono lontani dalla prospettiva dell’autodeterminazione e dell’indipendenza.

Abbiamo tanti nobili esempi, anche in termini di associazionismo e di iniziative pubbliche, di solidarietà verso le sorti di tanti popoli del pianeta, sfruttati o colonizzati o devastati da guerra e povertà. In pochi, tuttavia, amano applicare le stesse categorie di giudizio alla Sardegna stessa.

L’adesione acritica a un concetto di italianità totalmente campato per aria, ma nondimeno attraente per chi si sente figlio di un dio minore in cerca di riscatto, ha prodotto molti errori di prospettiva.

La fede religiosa nei precetti del “nazionalismo costituzionale” con la sua stucchevole retorica sulla bellezza della carta costituzionale italiana e le trite argomentazioni sulla preziosità di appartenere a una repubblica “nata dalla Resistenza” (e finita in mano a Berlusconi, Renzi, Salvini, Grillo) ha da sempre avuto come esito, a sinistra, il rifiuto ostinato di riconoscere il problema strutturale e ineludibile costituito dal rapporto di forza sbilanciato e coloniale con lo stato italiano.

Fenomeni che si sono manifestati in tutta la loro natura paradossale, per esempio, a proposito del Procés catalano, con stuoli di commentatori sedicenti di sinistra (ferventi adoratori della Costituzione, appunto, anche di quella spagnola) che parteggiavano per Rajoy e i franchisti, per la Guardia Civil che manganellava signore anziane dentro un seggio elettorale, per gli arresti politici.

Anche nel dibattito pre-elettorale dei mesi scorsi sono emerse queste frizioni, per lo più difficilmente ricomponibili.

Addirittura siamo ormai arrivati al paradosso che discutere di autodeterminazione della Sardegna con compagni italiani è di gran lunga più facile e senza intoppi che farlo con compagni sardi.

Questo potrà sembrare un problema di poco conto a chi crede che parlare di “sinistra” e “destra” sia una perdita di tempo e che si tratti – come spesso leggo sui social o sento dire – di categorie politiche *italiane*, quindi inutilizzabili in Sardegna.

Che è un’argomentazione un po’ più originale di quella che le vuole semplicemente categorie obsolete e inutilizzabili, in quanto appartenenti al passato (?).

Ma il problema non è nominalistico. Possiamo anche evitare di usare i termini “destra” e “sinistra”, ma le questioni a cui essi fanno riferimento sono ancora sul tappeto e tutte largamente irrisolte.

La diseguaglianza crescente, la radicalizzazione dei processi autoritari, la minaccia della guerra globale sempre più incombente, il razzismo dilagante, i rigurgiti del fascismo, la devastazione della biosfera, l’inadeguatezza delle istituzioni politiche statali e internazionali: tutto questo continua a richiedere un punto di vista, una prospettiva, la proposta di valori e di obiettivi alternativi.

E tali prospettive, tali valori e obiettivi non possono nascere su un terreno puramente astratto. Lì domina il pensiero unico, veicolato dai mass media e dalle istituzioni politiche, egemonizzate dai centri di potere economico sovranazionale.

Devono invece nascere e trovare nutrimento sul terreno dei rapporti sociali concreti, dentro il conflitto tra interessi contrapposti, nella lotta per un mondo più equo, libero e sano da contrapporre alla deriva di odio, paura e malattia che ci è stata apparecchiata ed è già in corso.

Il discorso dell’autodeterminazione della Sardegna si inserisce a pieno titolo in questa dialettica.

È essenzialmente un problema di piena e compiuta realizzazione della democrazia.

È, in modo profondo e storicamente radicato, una questione di lotta di classe. L’unica lotta di classe che abbia senso in Sardegna.

Una lotta popolare per un riscatto collettivo, per la liberazione delle nostre potenzialità, per il libero accesso all’interazione con gli altri popoli.

Se la sinistra in Sardegna, sia quella riformista sia quella più radicale e rivoluzionaria, non si occupa di autodeterminazione e – nelle circostanze attuali – di indipendenza, ponendo tale processo come costitutivo e centrale nella propria teoria e nella propria prassi, non ha alcun senso in Sardegna dichiararsi di sinistra.

Caminera Noa comincia a camminare

Si sono dati appuntamento al centro servizi di Bauladu per la terza assemblea plenaria gli attivisti del progetto politico e sociale “Caminera Noa”, nato lo scorso 23 luglio a S. Cristina di Paulilatino.

Presenti numerosi soggetti e realtà politiche e sociali di tutta l’isola provenienti dal mondo dell’ambientalismo, del municipalismo, del mutualismo, dell’indipendentismo, della sinistra rivoluzionaria. Tante sensibilità e prospettive certamente diverse, ma tutte concordi su alcuni principi fondamentali: sostenibilità, antirazzismo, autodeterminazione, diritto a decidere e contrasto al liberismo per uno sviluppo dell’economia e della società che apra nuove prospettive per il futuro della Sardegna e dei suoi abitanti, e che ne valorizzi la natura, la cultura e la storia.

La solidarietà alla resistenza della città curda di Afrin stretta sotto assedio dall’esercito turco e dalle milizie  jihadiste 

L’assemblea, trasmessa in diretta streaming e ancora visibile sulla pagina Facebook di Caminera Noa, si è aperta con la lettura di un pensiero di Vincenzo Pillai, lo storico attivista politico e militante sindacale di Selargius recentemente scomparso. Subito dopo sono comparse diverse bandiere della resistenza curda e un’attivista ha letto un documento di solidarietà alla resistenza di Afrin, la città del Kurdistan siriano stretta sotto assedio dall’esercito turco e dalle milizie jihadiste sue alleate.

La presidenza della Plenaria di Caminera Noa

I lavori sono stati moderati dai giovani giornalisti Essia Elisabeth Sahli e Davide Pinna. Sono stati tanti gli interventi e le proposte avanzate, ed è stata spietata la lettura delle elezioni politiche dello scorso 4 marzo: «Il Novecento è finito – ha sostenuto il direttore del Manifesto Sardo Roberto Loddo – e noi dobbiamo riprendere il percorso partendo da questa consapevolezza, proponendo nuove pratiche e nuovi modi di fare politica per riconquistare la fiducia delle persone, contaminandoci con i conflitti che si dimostrano capaci di fare passi avanti, come per esempio lo sciopero di genere dello scorso 8 marzo».

Le proposte di azione hanno toccato ogni nervo scoperto dell’attuale situazione politica, sociale ed economica in Sardegna: dal  lavoro, con proposte per la creazione di sportelli informativi e di sostegno su diritti e buone pratiche da adottare (in particolare in vista del lavoro stagionale estivo), progetti sul lavoro di comunità e per un’agricoltura contadina, alla questione fiscale, per una gestione diretta e progressiva della fiscalità in Sardegna (seguendo l’esempio di altri modelli europei realmente adottabili come quello scozzese) che aiuti le fasce di reddito più deboli e ri-distribuisca la ricchezza. Sino al tema ineludibile del diritto alla sanità gratuita per tutti i cittadini.

Un momento della discussione sulle forme organizzative durante la sessione del pomeriggio

In serata la discussione si è accesa sul come continuare. La sintesi è la creazione di un coordinamento di attivisti che si ritroverà il prossimo 8 aprile per dare corpo alle decisioni prese. Se l’obiettivo di Caminera Noa era l’esortazione contenuta nello slogan in lingua sarda “Cumintzemus a caminare” si può dire che sia stato raggiunto, perché la Caminera, dopo la partecipata assemblea di ieri, proseguirà tappa per tappa con gli obiettivi prefissati.

Per seguire le prossime tappe del cammino di Caminera Noa o per visionare la registrazione andata in diretta streaming cliccare qui

Erdoğan, il dittatore turco massacra i Kurdi

 

di Francesco Casula

I Kurdi, fra i principali protagonisti nel combattere e sconfiggere l’Isis, vengono oggi ricompensati con il massacro da parte del dittatore turco (pare alleato proprio con assassini dell’Isis).

E l’Europa sta a guardare. E i nostri politici non fiatano. E la stampa italica è più interessata a cianciare sulle alleanze e sulle forme elettorali che sul dramma Kurdo.

I Kurdi rappresentano storicamente un popolo sottoposto a un tragico destino: senza diritti, deportati, incorporati coattivamente in una miriade di Stati stranieri: Iraq, Iran, Siria, Turchia e persino Libano e in alcune regioni asiatiche dell’ex URSS.

Senza Stato, con più di 30 milioni di abitanti, il popolo kurdo dal lontano 1924 ha subito una politica di discriminazione razziale che non ha esempi né precedenti in nessuna altra parte del mondo.

Gli Stati che lo opprimono, con tutti i mezzi a loro disposizione, come la stampa, la radio-TV, l’esercito, la polizia, la scuola, l’università, hanno condotto e continuano a condurre una politica mirante non solo a negare i loro diritti inalienabili, sanciti da tutte le Convenzioni internazionali e dall’Onu, ma ad eliminare la loro stessa esistenza fisica.

Per quasi un secolo i kurdi non esistono: né come popolo, né come etnia, né come lingua, né come cultura.

In modo particolare in Turchia, dove non li chiamano neppure con il loro nome ma “Turchi della montagna” – ma anche gli altri Stati che li hanno incorporati non sono da meno, pensiamo solo ai massacri da parte del dittatore criminale Saddam Hussein – il popolo kurdo è soggetto a distruzione sistematica da parte di tutti i governi che si sono succeduti dal 1924.

Secondo alcuni storici dal 1924 al 1941 la politica degli stati oppressori è stata nei confronti dei kurdi di vero e proprio “etnocidio”: penso in modo particolare a J. P. Derriennic (Le moyen Orient au XX siecle, pagina 68).

Ma non basta. Il dramma dei Kurdi è certamente quello di essere martoriati e “negati” negli Stati in cui sono attualmente incorporati ma anche quello di essere cancellati dall’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, dai media, dalla scuola.

A questo proposito mi sono preso la briga di analizzare e visionare, in modo rigoroso e puntuale ben 32 testi scolastici di storia estremamente rappresentativi e attualmente in adozione nelle Scuole italiane, rivolti ai trienni delle scuole superiori (Licei, Magistrali, Istituti tecnici e professionali).

Ebbene, dal mio studio e dall’indagine risulta che su 32 testi – che diventano 96 perché ogni tomo contiene tre volumi, uno per ciascuna classe del triennio – ben trenta non dedicano neppure una riga al problema kurdo: di più, il termine kurdo non viene neppure nominato!

Eppure si tratta di storici non solo noti e prestigiosi ma di ispirazione e orientamento prevalentemente cattolico, liberale, progressista ma soprattutto di sinistra. Ne ricordo solo alcuni, quelli piiù noti: G. Candeloro e R. Villari, F. Della Peruta e G. De Rosa, A. Desideri e M. Themelly, A. Giardina e G. Sabbatucci, A. Brancati e T. Pagliarani, A. Camera e R. Fabietti, A. Lepre e M. Bontempelli, C. Cartiglia e M. Matteini, F. Gaeta, P. Villani, G. De Luna-

Ahi, ahi, che brutti scherzi combinano ai “nostri” le categorie storiche statoiatriche, centralistiche, eurocentriche e occidentalizzanti!

Sottoposti alla disintegrazione etnica-culturale (minoranze curde esistono in Libano e nelle regioni asiatiche dell’ex URSS), alla deportazione di massa da parte turca e iraqena, alla colonizzazione, i Kurdi sono stati costretti ad emigrare per evitare persecuzioni e disoccupazione. Alla loro storia nuoce non poco il fatto di abitare territori ricchi di petrolio e dunque di essere al centro di contese regionali e internazionali.

Col trattato di Sèvres fra l’impero ottomano e le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale (1918-1920), la Turchia si impegnò a favorire la formazione di un Kurdistan autonomo nella parte orientale dell’Anatolia e nella provincia di Mossul, presupposto dell’indipendenza. Il disegno delle potenze imperialistiche mirava a farne uno stato cuscinetto fra Russia e Turchia.

Ma la vittoria della rivoluzione Kemalista e il trattato di Losanna cancellarono i diritti del popolo kurdo. Ricordo che tale rivoluzione fu guidata da Ataturk, celebrato dai “nostri” storici e dall’Occidente in modo entusiastico, quando in realtà fu il più grande persecutore e massacratore del popolo kurdo.

Non ci ricorda vagamente, mutatis mutandis,  il nostro popolo?

Ragionando su Caminera Noa (Cristiano Sabino)

Il Manifesto Sardo ha ospitato in questi ultimi giorni un dibattito sul percorso politico di Caminera Noa (qui l’articolo di Sardinia Post che annuncia la plenaria di domenica prossima a Bauladu). 

La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di riportare integralmente il dibattito in ordine di pubblicazione. Di seguito l’articolo di Cristiano Sabino. 

Il 18 marzo si svolgerà a Bauladu la terza assemblea plenaria di Caminera Noa e la carne al fuoco è molta. Nascerà un nuovo percorso politico in Sardegna o ci si limiterà a restare nella dimensione della rete delle lotte e dei conflitti senza ambire ad una sintesi a tutto tondo? E ci sono tante altre questioni da vedere, come per esempio il rapporto con le forze antiliberiste non sarde e quelli con la vasta area del nazionalismo e dell’autogoverno sardo.

Ma prioritario a mio parere è il metodo con cui si intenderà organizzarsi e lo dico pensando all’ultima telefonata con Vincenza Pillai il quale, con il suo immancabile piglio, si raccomandava perché questa volta si desse corpo ad un vero processo di democrazia popolare.

Ed è questa la prima domanda che mi faccio: cosa ci serve? Partiamo da ciò che non ci serve affatto. Non ci serve l’ennesimo partito indipendentista a parole e subalterno nei fatti. Ce ne sono tanti, chi vuole si iscriva lì. Con la Giunta Pigliaru l’indipendentismo ha perso la verginità e ha purtroppo sdoganato la legittimità di appoggiare le più sciagurate politiche centraliste, colonialiste e antisociali. Non ci serve neppure l’ennesimo nuovo partito comunista. Se non sbaglio solo nell’ultimo anno ne sono rinati due o tre in Italia, ormai seguo queste dinamiche con difficoltà. Non ci serve infine l’organizzazione purissima sulla carta, con l’organigramma perfetto i cui militanti giurino monogamia politica al leader, al comitato centrale, al partito.

D’altro canto mi viene la pelle d’oca quando sento parlare di “associazione delle associazioni”, di “comitato dei comitati” e trasalisco quando qualcuno tira fuori da sottoterra l’abortivo slogan “movimento dei movimenti”. No, questo ci serve ancora di meno, perché non ha mai funzionato, perché la sintesi politica è necessaria, perché ne abbiamo tutti abbastanza di lavorare a vuoto perché poi qualcuno un po’ più furbo e meglio organizzato passi ad incassare convogliando il lavoro fatto verso mulini che con la lotta e la trasformazione delle cose non c’entrano nulla.

Ma se non ci serve il partito ideologico vecchio modello e non ci serve nemmeno la rete delle reti, allora cosa ci serve? Forse sta qui il punto politico rivelato dal nome attualmente in uso di questo nuovo processo ancora nascente: ci serve un camminare nuovo. Mi convince a questo proposito la definizione che ne hanno dato gli attivisti del circolo Me-Ti di “soggetto-progetto” nel loro documento politico. Mi convince perché in questa definizione c’è tutto ciò che ci serve, appunto l’aspetto della sintesi politica capace di incidere in tempi utili sulla realtà sempre più dinamica e velocizzata che ci circonda, ma anche il carattere dell’unità basata sui progetti, sulle capacità operative che i promotori e gli aderenti sviluppano sui territori a difesa delle loro comunità.

E credo anche che sia l’unica forma organizzativa capace di resistere all’onda d’urto che fra poco ci investirà. Credo che sia chiara la pesante svolta a destra uscita fuori da queste elezioni. E non parlo del mero aspetto governativo. Intendo dire che si sta affermando nella società una opinione pubblica profondamente reazionaria, una voglia dell’uomo forte, una propensione alla lotta fra poveri, un’ideologia dell’ordine militare e poliziesco e del privilegio per collocazione geografica se non per razza. In una parola sta riprendendo piede la tendenza al fascismo che noi non potremo più combattere con l’antifascismo militante e le bandiere rosse, ma rafforzando i presidi che abbiamo nei quartieri e nei territori e aprendone di nuovi, occupando tutti gli spazi possibili con opere di reciproco aiuto, di solidarismo, di economie di sussistenza, di mutualismo sociale. Se non lo facciamo noi lo faranno i fascisti e infatti hanno già iniziato.

Costruiamo dunque un soggetto politico plurale, composito, attraversabile, accogliente, ma non rinunciamo a costruirlo perché ne abbiamo bisogno oggi e ne avremo sempre più bisogno in futuro, per riconquistare il consenso che nel corso del tempo i progressisti, i sardisti e gli indipendentisti in questa terra hanno perso. E non parlo dello spazio sui media che pure è importante, ma prioritario è il radicamento sociale e civile, la riconoscibilità, lo spazio di manovra in cui le nostre idee di libertà ed emancipazione possano farsi strada e camminare. Ciò che ci serve è la certezza dell’attivismo e dell’organizzazione, sapere che per le battaglie unitarie siamo tutti per uno e non piccole trincee sparse dedite alla cura dei propri confini. Su questo punto non si giocherà solo la vita e la morte del progetto Caminera Noa, ma anche del fare politica finalizzata alla decolonizzazione nella nostra terra.

Il secondo pilastro è a mio avviso la qualità delle campagne che si intenderà fare. Ogni qualvolta nell’ambito generale della nostra area nasce un progetto o un insieme di progetti si ha la tendenza a occupare tutti gli spazi squadernando uno ad uno i temi del progressismo e del sardismo. Energia, acqua, scuola, identità, lavoro, lingua e via dicendo.

Io credo che bisogna cambiare passo. Non ci serve un programma elettorale. Di questo ne parleremo se e quando si discuterà di elezioni. Ora ci serve trovare lo spazio sociale in cui il nostro cuneo rosso possa fare breccia mediante singole e ben meditate battaglie. E, a mio parere, le caratteristiche che tali battaglie devono avere sono ben chiare: originalità, fattibilità, coscienza, rottura. Non dico di rinunciare alle battaglie di bandiera, cioè a quelle lotte che è giusto fare anche se ora come ora non possiamo vincerle, come per esempio cambiare lo Statuto allargando i poteri sovrani del Popolo sardo o alzare l’insegna della piena occupazione a salario minimo garantito. Ma al loro fianco dobbiamo fare avanzare due prassi ben riconoscibili: il mutualismo sociale (di cui ho parlato prima e che molti di noi stanno già autonomamente praticando) e battaglie originali (nella sostanza o nella modalità con cui le proporremo), fattibili e alla portata di successo. Facciamo un esempio: chiedere l’insegnamento della lingua sarda a scuola è una battaglia giusta che va fatta anche se sappiamo che la risposta è il muro di gomma da parte delle istituzioni competenti. Appunto per questo al suo fianco bisogna farne anche una capace di cambiare da subito il volto monolingue della scuola. Ci sono delle idee sul piatto. Parliamone e agiamo, perché se riusciamo a ottenere risultati pratici e di approssimazione agli obiettivi finali, anche questi ultimi sembreranno a noi- e soprattutto alla società sarda-più vicini e raggiungibili. Dobbiamo approntare una serie di campagne che siano realizzabili e far comprendere che in Sardegna le cose si possono fare, ma che esiste una precisa volontà di impaludarle da parte delle oligarchie al potere. Se lavoriamo bene ciò porterà alla coscienza di non essere cittadini con pieni diritti, ma solo cittadini di serie B. Se lavoriamo ancora meglio ciò si trasformerà in rabbia e in conflitto e dal conflitto nasceranno le lotte che ci faranno avanzare.

Il terzo pilastro può sembrare una contraddizione ma non è così. Dobbiamo coniugare la massima flessibilità e apertura organizzativa (evitare il settarismo e non costruire mai più chiese) con la massima rigidità dei nostri punti base. Con chi usa la sardità in funzione anti immigrazione non si parla, perché non parliamo con i razzisti. Con uno che non riconosce il diritto del popolo sardo all’autodeterminazione non si parla, perché anche se tinti di rosso sono sciovinisti. Con chi crede che i tirocini possano durare un anno senza obbligo di assunzione o che non debba esistere un salario minimo non si parla perché non parliamo con gli schiavisti.

Ciò di cui sto scrivendo non è mai esistito in Sardegna, anche se in altre parti del mondo qualcosa del genere si sta facendo strada. E sta qui la difficoltà del nostro impegno, ma anche la grande occasione che abbiamo davanti e l’enorme responsabilità che ci stiamo prendendo. So di non avere esaurito la discussione perché ci sono tanti altri nodi gordiani di cui discutere, ma per ora credo che basti così. La scorsa estate a S. Cristina abbiamo deciso che avremmo iniziato a camminare e lo stiamo facendo. Credo che per ora sia già una grande cosa sapere verso dove.

Ragionando su Caminera Noa (Davide Pinna)

Il Manifesto Sardo ha ospitato in questi ultimi giorni un dibattito sul percorso politico di Caminera Noa (qui l’articolo di Sardinia Post che annuncia la plenaria di domenica prossima a Bauladu). La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di riportare integralmente il dibattito in ordine di pubblicazione. Di seguito l’articolo di Davide Pinna. 

In uno scenario politico e sociale difficile, quasi ostile, si potrebbe dire, rispetto alle proposte di un percorso di sinistra e per l’autodeterminazione dei sardi, è evidente che sa Caminera Noa deve muoversi con spregiudicatezza per costruire il prosieguo del proprio percorso. Il primo elemento che va tenuto in considerazione è lo spostamento verso destra del sentimento politico dei sardi. Questo lo dico perché ritengo che il peso della frattura destra-sinistra sia ancora, al di là della percezione popolare, l’elemento fondamentale su cui si sviluppa la politica in Europa. Ciò implica che – benché sia possibilissima (addirittura probabile a mio parere) l’affermazione di movimenti sardocentrici di impostazione reazionaria e/o liberista o di impostazione vagamente progressista, ma privi di un’analisi politica concreta di rottura con il sistema vigente1 – lo spazio per un sardocentrismo di sinistra va ricavato con le unghie. E la questione di fondo, in questo spostamento a destra, sta probabilmente nell’incapacità della Sinistra di fornire risposte adeguate alle preoccupazioni che pervadono le società occidentali in questi tempi. Viviamo, con un trascurabile ritardo di qualche lustro rispetto all’avvento del terzo millennio, in un clima millenaristico: se l’uomo dell’Ottocento era convinto che il progresso era inarrestabile, se l’uomo del Novecento sapeva che – sconfitta l’ideologia mortifera del nazifascismo – il mondo si sarebbe orientato verso una società in crescita perenne – attraverso il libero mercato o attraverso la pianificazione socialista – , noi non abbiamo la più pallida idea di cosa ci attenda nei prossimi cinque anni e l’ottimismo non è sicuramente il segno di questi tempi. Questa situazione si configura come una sorta di imbuto, in cui vorticosamente sprofondano i pezzi marginali della società. Ovviamente, man mano che il contenuto dell’imbuto si scarica, nuove componenti si marginalizzano, prendendo il posto di chi c’era prima. Migranti, poveri, giovani che per carenza di status dei genitori non riescono a immettersi in posizione favorevole nel mercato del lavoro, anziani che restano esclusi dalle reti di welfare formali e informali, adulti che perdono il lavoro o si separano, lavoratori che vedono il loro potere contrattuale in caduta libera etc. Ora, che risposte possiamo dare a queste necessità ed esigenze? Il dibattito teorico, seppur esistente, è ben lontano da giungere a una conclusione. Una spinta fondamentale arriverà dalla riflessione sulle pratiche che metteremo in campo. Senza l’esperienza di quelle pratiche però, non è possbile alcuna riflessione. E allora in questo momento Caminera Noa, per come si sta costituendo, rappresenta un punto di partenza corretto, perché è e vuole essere un’aggregazione di percorsi di lotta, quindi di pratiche di resistenza, base di ogni eventuale elaborazione teorica futura. Tuttavia ritengo che dal 18 marzo vada fatto un passo in avanti in direzione di una maggiore strutturazione del progetto, perché senza struttura e senza organizzazione (e quindi senza risorse umane, cognitive e, purtroppo, economiche) è difficile rendere queste pratiche resistenziali pervasive. Perciò auspico che si punti decisamente verso la ramificazione territoriale del progetto, prendendo ad esempio le buone pratiche che conosciamo, puntando sul mutualismo e sulla creazione di reti sociali. E che questa ramificazione avvenga in maniera stabile, attraverso la creazione di coordinamenti locali che, in prospettiva, si dotino di una sede e delle risorse necessarie all’avvio di progetti di mutuo soccorso. Parallelo a questo ci deve essere un discorso politico pervasivo, qualcuno che in ogni territorio – e a livello sardo – su preciso mandato dell’Assemblea e facendo riferimento ai documenti costitutivi di Caminera, prenda parola su ogni elemento del dibattito politico che ci riguarda. Dei portavoce de sa Caminera, in grado di portare la nostra voce all’attenzione dei media e di chi non riusciamo a raggiungere sul territorio. Mi riservo di presentare, nei prossimi giorni e poi all’assemblea del 18 marzo, una proposta strutturata di organizzazione su questi due piani.