Dopo le elezioni: dal malcontento al progetto

di Giovanni Fara

Il 4 marzo non è stata una giornata qualsiasi, l’esito delle elezioni ha segnato un solco profondo tra i cittadini e i partiti che fino ad oggi si sono alternati al governo dell’Isola. Il Movimento Cinque Stelle ottiene un risultato epocale, stravince in tutti i collegi uninominali con picchi di oltre il 42%. Una scelta chiara, quella dei sardi, che non lascia alcun dubbio sulla voglia di cambiamento che attraversa l’Isola.

Il Movimento Cinque Stelle riesce a incanalare il malcontento popolare ovunque, non solo in Sardegna. In generale nelle isole e nel sud Italia rompe, per la prima volta in settant’anni, un sistema di potere basato su un clientelismo i cui fondi parevano illimitati, che rendevano di fatto la politica impermeabile al cambiamento. Un dato, questo, che ci porta a riflettere sulla assoluta incapacità dei partiti di mantenere in piedi quell’articolato sistema di scambio di favori, elargizione di prebende, spartizione di appalti e interessi che hanno consentito fino a non poco tempo fa di manipolare le sorti di intere popolazioni.

L’indirizzo istituzionale degli ultimi trent’anni, volto a rimuovere ogni domanda politica e sociale non compatibile con le teorie neo-liberiste, ha di fatto svuotato la rappresentanza, trasformando i partiti in funzione delle decisioni prese dai burocrati che presiedono all’Unione Europea. Questo ha contribuito alla nascita e all’ascesa delle cosiddette “forze antisistema” animate da pulsioni di ogni tipo e capaci di intercettare la crescente rabbia dei cittadini verso istituzioni sempre più distanti e incapaci persino di fornire i servizi minimi. Emblematico il caso della Sardegna, dove lo Stato smobilita scuole, presidi ospedalieri, asili nido ecc. lasciando i resti di una industrializzazione selvaggia e dove il sistema clientelare non è più capace neppure di fare promesse. La Sardegna paga un prezzo altissimo a causa di decenni di sfruttamento incontrollato del territorio e di politiche neocoloniali che hanno immiserito ogni aspetto della vita sociale, economica e culturale dell’Isola.

Nel risultato del voto del 4 marzo si intravvede la ragione di una voglia di rottura che fino a quel momento non aveva trovato una forma di canalizzazione politica. Questo il principale dato su cui il movimento indipendentista dovrebbe avviare una seria riflessione.

Se è vero che non è facile decretare l’andamento dei processi politici e le tendenze elettorali, è pur vero che un’analisi attenta delle vicende passate permette di articolare delle riflessioni logiche che non possono essere relegate alla stregua di opinioni, in quanto si basano sulla constatazione di dinamiche ricorrenti.

I dati circa le elezioni politiche italiane, dal 1996 in poi, segnano un inesorabile calo di consenso di tutte le coalizioni formatesi con l’intento di rappresentare le istanze di emancipazione nazionale dei sardi, nonostante la costante del dibattito politico fossero tutte le questioni sollevate dagli indipendentisti negli ultimi venticinque anni; si va dalla denuncia della rapina delle risorse, alla speculazione energetica fino all’occupazione militare e alla difesa dal pericolo nucleare. Un’esperienza di lotte molto ampia e rilevante che non è però riuscita a tradursi in un significativo consenso elettorale. Tenuto conto delle contingenze storiche, di un movimento diviso in mille rivoli e delle leggi elettorali che hanno influito  in diversa misura sul risultato del voto, bisogna prendere atto degli errori e del fallimento di una strategia finalizzata alla sola partecipazione alle elezioni, per spirito di “testimonianza”, senza aver lavorato ad un sostanziale radicamento sul territorio e tralasciando spesso tutte le tematiche del mondo lavoro che hanno invece inciso profondamente sull’esito del voto del 4 marzo.

Il risultato del Progetto Autodeterminatzione guidato da Anthony Muroni (2,5% al senato e 2,2% alla camera) è nettamente al di sotto delle aspettative. Pur riconoscendo all’ex direttore de L’Unione Sarda il merito di aver semplificato il complesso quadro politico, bisogna rilevare che il progetto non era sufficientemente strutturato e rappresentativo per poter essere presentato nell’ambito di una consultazione elettorale il cui esito era ampiamente prevedibile. A questo si aggiunge l’assenza totale di prospettive di trasformazione sociale, ovvero di un approccio capace di affrontare in termini chiari la questione della subalternità politica della Sardegna rispetto agli interessi dello Stato centrale, l’assenza di tematiche in grado di intervenire nel dibattito politico, già pesantemente condizionato dai big della partiti italiani e di un’istanza indipendentista ridotta a mera rivendicazione culturale, ai margini di un progetto scandito da slogan non in grado di interpretare una società molto più avanzata rispetto a ciò che avrebbe dovuto rappresentare “la rivoluzione tranquilla”, perfetto ossimoro per descrivere un fallimento annunciato.

I risultati ottenuti nelle elezioni regionali del 2014 da Sardegna Possibile e Fronte Indipendentista Unidu, con un totale di circa 85mila voti, non sarebbero dovuti rimanere in balia dell’evaporazione, trovandosi, gli elettori, orfani e senza rappresentanza grazie ad una legge profondamente iniqua, liberticida e antidemocratica, alla quale si è aggiunta l’incapacità del movimento nella sua interezza di capitalizzare un ottimo risultato. Non si è riusciti ad impedire la dispersione dell’entusiasmo e a dar luogo ad un progetto ove si potessero condensare ed integrare le diverse esperienze, creando così un vero blocco nazionale da contrapporre ai parti italiani nel corso dei vari appuntamenti elettorali.

È ora necessario rifondare le basi di un progetto di emancipazione nazionale rappresentativo e in grado di formare una nuova e classe dirigente.

Il primo appuntamento importante dopo le elezioni è fissato a Bauladu per il 18 marzo, data in cui si incontreranno tutti coloro che l’estate scorsa hanno iniziato a confrontarsi e a muoversi su un percorso di lotte comuni, su una Caminera Noa. Sarà infatti l’occasione per riflettere su ciò che comporta il risultato di queste elezioni per il futuro dei sardi e prendere decisioni importanti, nell’ordine delle lotte contro l’esclusione e le diseguaglianze sociali, l’affermazione dei diritti civili e culturali, la difesa della salute e dell’ambiente, la lotta alle derive razziste che si sono via via manifestate come reazione ad una crisi di valori indotta da una mentalità sempre più incline all’individualismo e alla competizione. Questo muovendoci con la prospettiva di rendere l’incontro un momento costituente di un soggetto politico nuovo, una casa comune degli indipendentisti e di tutti coloro che, ripartendo dal basso, vogliano confrontarsi con i cittadini e i comitati civici per mettere la democrazia e la partecipazione al centro del loro agire.