Ricostruire è possibile!

Sul processo di ricostruzione di un movimento per l’emancipazione della Sardegna.

di Giovanni Fara

Domenica 18 marzo si è riunita a Bauladu la terza assemblea plenaria di Caminera Noa, il percorso nato lo scorso 23 luglio attorno ai conflitti sociali che investono l’isola.  È stata l’occasione per riflettere sull’esito delle elezioni appena trascorse, sui temi che animano il dibattito politico in Sardegna e sul difficile percorso di sintesi intrapreso.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta a Santa Cristina di Paulilatino sembrava un’impresa quasi impossibile quella di mettere assieme tante esperienze diverse, tante persone provenienti da militanze politiche anche di lungo corso nell’indipendentismo e nella sinistra sarda.

Ognuno ha portato dentro questo processo qualcosa della propria esperienza maturata dentro un partito, un movimento o uno dei tanti comitati di cittadini che negli ultimi anni hanno rappresentato il cuore pulsante di questa terra, fronteggiando in prima linea ogni genere di speculazione e di minaccia ai danni del territorio, di sopraffazione economica, di impoverimento culturale della nostra società, compressa da una economia sempre più accelerata e scollata da quelle che sono le necessità delle nostre 377 comunità, di un popolo relegato ai margini degli interessi politici dello Stato, ad eccezione di quando si tratta di raccogliere consensi elettorali per mezzo di quei partiti che hanno governato l’isola negli ultimi venticinque anni, portandoci sull’orlo di un baratro economico, sociale e culturale senza precedenti.

Non è stato facile aprire questo percorso ma il merito dell’assemblea degli attivisti che ha reso possibile la nascita di una Caminera Noa è stato quello di valorizzare questa pluralità, questa diversità di esperienze. Nessuno deve o dovrà rinnegare il proprio percorso e la propria storia, perché il principale obiettivo di Caminera Noa è quello di creare uno spazio di condivisione delle lotte e aprire un confronto pubblico, democratico e onesto attorno alle tante vertenze che attraversano l’isola. L’obiettivo non è mai stato quello di sostituirsi alle realtà che funzionano, quanto semmai estendere le lotte esistenti sul territorio e farle diventare patrimonio collettivo, patrimonio di tutti e tutte. Lo stiamo facendo sulla base della condivisione di tre punti principali:

  • il rispetto del pluralismo e della democrazia, alla base di ogni decisione presa dall’assemblea e presupposto di ogni azione comune;
  • il riconoscimento della Nazione Sarda;
  • l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, come presupposto irrinunciabile di una trasformazione sociale che consenta alla Sardegna di rafforzare i propri poteri, di acquisire le competenze necessarie per determinare lo sviluppo economico e culturale del popolo sardo, per far valere il diritto di decidere sul proprio futuro e creare strade di reale emancipazione politica.

Dal 23 luglio dello scorso anno sono successe tante cose su cui è necessario aprire una riflessione. Ci sono state le elezioni politiche per il rinnovo del parlamento italiano, dalle quali è emerso un segnale chiaro, inequivocabile dell’inadeguatezza di tutti i percorsi finora intrapresi dall’indipendentismo e della sinistra sarda. È venuta a mancare una vera proposta di rottura degli equilibri politici che determinano le condizioni di subalternità dell’Isola e di conseguenza la sua arretratezza economico-sociale. Le formazioni in campo non sono state in grado di arginare il populismo razzista di una destra, che attraverso l’infausto accordo elettorale tra Psd’Az e Lega, è riuscita a penetrare nell’isola pur senza alcuna base di consenso reale. Il Psd’Az ha colpevolmente sottovalutato le conseguenze di tale accordo, spianando la strada ad una insopportabile retorica che, ben lontana da mettere in risalto la contrapposizione di interessi tra La Sardegna e lo Stato Italiano, irrompe nel dibattito politico attraverso la strumentalizzazione della paura dello straniero, in una società già sfiancata dalle conseguenze di una crisi economica senza fine, da una periferizzazione politica dell’Isola, oggetto di speculazioni energetiche e militari, strategiche per gli scopi “nazionali” (italiani) e per gli interessi geopolitici e di espansione della Nato e degli Stati dell’Unione Europea. Un pericoloso impianto politico che punta a costruire il proprio consenso sulla contrapposizione tra popoli e culture, che mina i valori stessi della democrazia, dell’accoglienza e del diritto alla mobilità a favore di pulsioni autoritarie e di una sopraffazione culturale che proprio i sardi hanno conosciuto sulla loro pelle nei 150 anni di politiche coloniali subite dallo Stato italiano.

Il voto del 4 marzo, caratterizzato dal successo ottenuto dal Movimento Cinque Stelle, mette in evidenza la debolezza del Progetto Autodeterminatzione, incapace di farsi interprete della voglia di cambiamento dei sardi e all’interno del quale le istanze indipendentiste sono state ridotte ad una generica rivendicazione culturale piuttosto che rappresentare il motore di un processo di rivendicazioni politiche reali.

Quella successiva al voto sarebbe dovuta essere la fase del dibattito, del confronto e dell’autocritica necessari al superamento di una crisi del movimento natzionale che ha portato all’evaporazione dei consensi e degli entusiasmi raccolti negli ultimi vent’anni attorno alle tematiche sollevate dalle forze indipendentiste, oggi ridotte a sigle con pochi militanti e con una scarsa capacità organizzativa. Il clima da perenne campagna elettorale e i preparativi per la partecipazione alle prossime elezioni regionali pare non concedano lo spazio di una riflessione ma se non prendiamo atto delle ragioni di un evidente insuccesso politico e della necessità di aprire un dibattito pubblico sulla prospettiva di costruzione di una alternativa ai blocchi di potere italiani, difficilmente si potranno gettare le basi per futuri percorsi unitari.

Caminera Noa per questo dovrà mantenere un approccio laico verso le elezioni, poiché l’obiettivo primario deve essere quello di sviluppare una sinergia politica nell’ambito dei conflitti sociali e gettare così le basi per la ricostruzione di un movimento natzionale per l’emancipazione sociale e politica della Sardegna. Dobbiamo farlo attraverso strumenti nuovi, attraverso la partecipazione, la democrazia, la condivisione di pratiche di lotta. Abbiamo la responsabilità storica di rilanciare un progetto-soggetto in grado di raccogliere le esperienze di chi negli ultimi vent’anni ha lottato contro le politiche della subalternità, del colonialismo e della dipendenza. Un soggetto-progetto che si faccia promotore di battaglie politiche per la lingua, per il lavoro, per il bene della nostra terra, del nostro popolo e per la giustizia sociale. Un soggetto-progetto che oltre al lavoro teorico punti al radicamento sul territorio, alla difesa del lavoro e dei diritti dei lavoratori in un’ottica di sostenibilità ambientale, in difesa dell’istruzione e della diffusione della cultura come patrimonio storico di esperienze della natzione sarda, in cui il diritto di cittadinanza sia un riconoscimento a chi l’ha scelta come la propria casa.

La sintesi venuta fuori dall’assemblea del 18 marzo è stata la creazione di un coordinamento di attivisti che si riunirà il prossimo 8 aprile per porre le fondamenta di una casa comune inclusiva, plurale e democratica. Una casa comune dei sardi, degli indipendentisti e di tutte le forze civiche, sociali e progressiste che si battono per i diritti civili e collettivi dei sardi, per una società più giusta, più equa, più libera.

Ainnantis pro una Caminera Noa!