A Foras: «Il 2 giugno alziamo la testa contro basi e guerra»

Intervista a Michele Salis, a nome dell’Assemblea Sarda contro l’occupazione militare della Sardigna “A Foras” in vista dell’assemblea plenaria di domenica 22 aprile (domani) a Bauladu al centro servizi di S. Lorenzo (tavoli di lavoro ore 10:00 di mattina, assemblea ore 15:00 il pomeriggio)

  • Tirano nuovi venti di guerra. La Sardegna è terra strategica per le politiche imperialiste dell’alleanza atlantica. Qual è la posizione di A Foras?

Sin dai primi mesi dalla sua nascita, l’assemblea di A Foras si è schierata non solo contro l’occupazione militare della Sardegna, ma anche in opposizione a tutti gli “output” della filiera bellica sarda. Per questo oltre che porci in opposizione alla NATO, ci siamo schierati contro ogni tipo di guerra di aggressione e imperialista. Un movimento che si batte contro la guerra, non può che lottare per la liberazione della nostra terra da qualunque mezzo utilizzato per tali conflitti: dai poligoni, alle fabbriche di bombe, fino all’industria e alla ricerca bellica, come denunciato nel nostro recente sit in al Rettorato dell’Università di Cagliari.

  • Il prossimo 22 aprile a Bauladu si svolgerà una importante assemblea plenaria del movimento contro l’occupazione militare. Qual è l’ordine del giorno?

Oltre alle relazioni dei tavoli di lavoro (che si riuniranno la mattina) e delle assemblee territoriali di A FORAS che hanno recentemente organizzato diverse iniziative, i punti trattati saranno essenzialmente due.

Il primo sarà la costruzione politica della giornata del 2 giugno, che ci vedrà ancora una volta a Cagliari per un corteo che si concluderà con un concerto al Colle di S.Michele. Già dall’anno scorso abbiamo lanciato per questa data un appuntamento annuale di mobilitazione per la liberazione della nostra terra dalle servitù militari. Abbiamo scelto il 2 giugno, festa della repubblica italiana, per ribaltare questa ricorrenza, e manifestare contro quello stato che da oltre 60 anni ci impone in maniera unilaterale i due terzi delle sue servitù militari. Inoltre sempre il 2 giugno, ricorre la data della prima assemblea di A FORAS. Le rivendicazioni di questo 2 giugno saranno discusse domenica prossima in un incontro aperto ai gruppi e le individualità che condividono i punti fermi di A FORAS. Per questo invitiamo all’assemblea chiunque voglia lottare per la dismissione dei poligoni, le bonifiche e i risarcimenti ai territori colpiti.

In secondo luogo, continueremo a discutere e a organizzare il cammino di questa estate, una sorta di assemblea itinerante. Dopo il due giugno ci metteremo in cammino, attraversando a piedi i luoghi colpiti da attività militari, aree industriali insostenibili o da dismettere,  ma non solo. Incontreremo le diverse comunità che vivono questi territori per confrontarci, discutere e crescere con loro. Andremo alla ricerca di tutte quelle risorse latenti (o tarpate dalla presenza militare) di questi territori, dei loro casi virtuosi. Con questo cammino vogliamo rilanciare la partecipazione ad A Foras tramite nuove pratiche inclusive, incentrate su identità e aspirazioni territoriali, oltre che stimolare e migliorare i rapporti con le popolazioni dei diversi territori della Sardegna. Anche per questo domenica 22 chiamiamo a raccolta chiunque voglia mettersi in cammino con noi.

  • Come sappiamo il presidente Pigliaru ha siglato un accordo con il Ministero della Difesa (Pinotti) che l’attuale Giunta e l’Esercito hanno presentato come “nuovo corso nei rapporti tra Esercito e società civile”. Come giudicate questo accordo?

Diverse testate giornalistiche hanno quasi esultato alla notizia di questo accordo, sparando titoloni come “Via i militari da Capo Frasca e Teulada”, come se davvero si fosse realizzato quanto scritto nel programma dei Francesco Pigliaru alle ultime regionali, che prometteva la chiusura di questi due poligoni. Al contrario però, nulla è stato chiuso né dismesso (con l’eccezione di alcune strutture già cedute al demanio civile dal 2008). Al contrario, alla faccia della riduzione della presenza militare nell’isola, i militari sono addirittura aumentati con questo accordo! Infatti, in cambio della formalizzazione di accordi di fatto già in essere da anni (lo stop alle esercitazioni dal 1 giugno al 30 settembre e a concessione temporanea di alcune spiagge), oltre al passaggio al demanio civile di poche decine di metri di spiagge, e l’istituzione di non meglio precisati osservatori ambientali, l’accordo nasconde almeno due polpette avvelenate. Da una parte è stato finanziato il dislocamento di alcuni reparti nella caserma di Pratosardo a Nuoro (ecco l’aumento dei militari). Dall’altra, l’accordo pone le basi per “l’implementazione del SIAT, Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre, e di altri sistemi duali”, che non sono altro che nuovi utilizzi (e nuovi investimenti) per i poligoni. Altro che chiusura! L’accordo pone le basi per continuare a utilizzare i poligoni per tanti altri anni! E tutto questo nel silenzio generale, misto alla grande soddisfazione del “centro – sinistra”. Anche contro questo accordo, sarà importate essere presenti domenica e alle prossime mobilitazioni di A FORAS, 2 giugno in primis.

 

Per la Spagna essere indipendentisti è più grave di essere assassini

Abbiamo Intervistato Joan-Elies Adell, ex direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia (servizio attualmente sospeso a causa delle misure repressive attuate dallo stato neofranchista in seguito alla proclamazione di indipendenza del Parlamento catalano). A lui e a tutti i cittadini catalani ingiustamente colpiti dalla repressione va la solidarietà della nostra Redazione.

  • Jordi Sànchez, ex presidente dell’Assemblea Nacional de Catalunya (ANC, ndt) e numero due della lista di Junts per Catalunya (quella di Carles Puigdemont), sarebbe dovuto diventare presidente della Generalitat, però il giudice del Tribunale Supremo non l’ha lasciato uscire di prigione per l’atto d’investitura, dove si trova in arresto preventivo dal 16 ottobre 2017, con l’accusa di ribellione dal tribunale supremo spagnolo. Cosa sta succedendo in Spagna e in Catalogna?

Ciò che sta succedendo in Catalogna è che lo Stato Spagnolo non sta accettando né rispettando i risultati delle elezioni del 21 dicembre 2017, convocate in maniera forzata e poco chiara dal Governo Spagnolo, dopo l’applicazione, anch’essa forzata e anticostituzionale, dell’articolo 155 della Costituzione Spagnola. Lo Stato Spagnolo, attraverso un uso partitico di una magistratura non indipendente, sta impedendo alla maggioranza indipendentista di scegliere i suoi candidati alla presidenza della Generalitat. È successo con l’attuale presidente, Carles Puigdemont, è successo due volte con le candidature di Jordi Sánchez, ed è anche successo con la candidatura di Jordi Turull. Nonostante questi due candidati, che sono imprigionati a Soto del Real (Madrid),  non siano ancora passati in giudizio e trovandosi quindi in arresto preventivo, (con tutti i diritti politici intatti), il Tribunale Supremo non li ha lasciati andare al Parlamento della Catalogna, perché, secondo il giudice, avevano molte possibilità di essere eletti presidenti e questa sarebbe stata una opportunità per continuare con la loro “azione delinquente”.

  • Nel cuore dell’Europa oggi ci sono prigionieri politici ed esiliati. Cosa hanno fatto queste persone per meritarsi accuse che, se passate in giudicato, potranno arrivare a trent’anni di carcere?

In pratica, al momento abbiamo i principali politici e attivisti catalani in esilio o in prigione. È già mezzo anno che Jordi Cuixart, presidente dell’Òmnium Cultural, e Jordi Sànchez, allora presidente dell’ANC e adesso deputato di Junts per Catalunya, sono stati imprigionati a Soto del Real. Oggi, un giorno prima che il calendario marchi il sesto mese [Joan Adell ci risponde il 14 aprile 2018, ndt], a Barcellona si farà una grande manifestazione per chiedere la loro liberazione e anche quella degli altri prigionieri politici indipendentisti: Oriol Junqueras (Vicepresidente del Governo ddi Catalogna, Quim Forn (Ministro dell’Interno), Jordi Turull (Ministro della Presidenza), Carme Forcadell (Presidente del Parlamento della Catalogna), Raül Romeva (Ministro degli Esteri), Josep Rull (Ministro dell’Ambiente) e Dolors Bassa (Ministra degli Affari Sociali). E non dobbiamo dimenticare che abbiamo in esilio in Germania il Presidente Puigdemont, in Belgio ci sono Lluís Puig (Ministro della Cultura), Toni Comín (Ministro della Salute) i Meritxell Serret (Ministra dell’Agricoltura), mentre in Svizzera ci sono Marta Rovira (segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya – ERC) e Anna Gabriel (Candidatura d’Unitat Popular – CUP).

La maggior parte di questi politici e attivisti sono accusati del reato di ribellione, che nel codice penale spagnolo, significa una pena fino ai 30 anni di prigione, e che include diverse categorie di applicazione, fra queste quella di essere responsabili di questa condotta chiunque si alzi “violentemente e pubblicamente” per dichiarare l’indipendenza di una parte del territorio nazionale; derogare, sospendere o modificare totalmente o parzialmente la Costituzione; o destituire o spogliare il re dalle sue facoltà, fra i vari casi. Cioè, la Giustizia spagnola, per aver organizzato il referendum del 1° ottobre, accusa questi politici e attivisti di reati come, ad esempio, il tentativo di golpe militare del Colonnello Tejero del 23 febbraio 1981 o il colpo di Stato del 18 luglio 1936 del Generale Franco, che portò la dittatura in Spagna per 40 anni. Per la giustizia spagnola, quindi, il delitto che si imputa ai politici che hanno organizzato il 1° ottobre è più grave, ad esempio, un assassinio.

  • L’ex presidente della Generalitat Puigdemont è stato arrestato in Germania su mandato di cattura europeo chiesto dalla Spagna. Non rischia di essere un boomerang per la giustizia spagnola che in tal modo favorisce l’internazionalizzazione di una questione che finora ha cercato in tutti i modi di trattare come una questione interna?

Lascia che vi corregga. Non è l’ex presidente: Carles Puigdemont è ancora il Presidente eletto del Governo della Catalogna, il 150° Presidente della Generalitat, finché il Parlamento della Catalogna non ne sceglie un altro. La forma in cui è stato sospeso dalla presidenza della Generalitat, è in una applicazione dell’articolo 150 della della Costituzione Spagnola totalmente contraria alla stessa Costituzione Spagnola e allo Statuto di Autonomia della Catalogna. Per quelli che si riempiono la bocca di “legalità”, [La Spagna, ndt] non ha avuto nessun tipo di scrupolo nel forzare le sue proprie leggi per farsi carico dell’autonomia della Catalogna in maniera illegale ed illegittima.

Rispondendo alla tua domanda, è ovvio che la detenzione in Germania, nel cuore d’Europa, di un presidente eletto come è Carles Puigdemont e la successiva scarcerazione attraverso una cauzione è stata un duro colpo contro lo Stato Spagnolo ed il suo intento di risolvere la questione catalana attraverso i tribunali e non con la politica. Che il tribunale territoriale di Schleswig-Holstein (Germania) abbia deciso di lasciare in libertà sotto cauzione Carles Puigdemont, dopo aver cassato questo giovedì [12 aprile 2018, ndt] il reato di ribellione, giacché, assicura, non è presente il requisito della violenza, va contro la versione costruita dallo Stato Spagnolo e cioè di accusarci di aver organizzato un colpo di Stato violento, quando ciò che si fece era l’organizzazione di un evento democratico quale è un referendum. E questo lo conferma la Corte Costituzionale Federale tedesca, che considera che l’imputazione del reato di ribellione sia “inammissibile”, poiché considera che in Catalogna non c’è stata violenza durante l’1-O (1 di ottobre, la data del referendum per l’indipendenza, n.d.R.) . Da ora in poi, mantenere l’incarceramento preventivo (non per prevenire un reato infondato bensì per annientare il nemico politico e, più genericamente, strappare le radici della nazione catalana e le sue aspirazioni di libertà) per Jordi Cuixart e Jordi Sànchez, Oriol Junqueras e Joaquim Forn, Raül Romeva, Jordi Turull, Josep Rull, Carme Forcadell e Dolors Bassa, apparirà agli occhi del mondo (inclusi quelli degli spagnoli più convinti) come ciò che è realmente, una palese ingiustizia propria di uno Stato in meteorica regressione alle forme più deliranti di autoritarismo post-democratico.

  • Qual è la posizione dell’ONU a proposito?

La Commissione dei Diritti Umani dell’ONU ha sollecitato la Spagna a rispettare i diritti politici di Jordi Sànchez. In una risoluzione, dice: “Si è richiesto allo Stato membro [la Spagna, nda] di prendere tutte le misure necessarie affinché Jordi Sànchez possa esercitare i suoi diritti politici conformemente all’articolo 25 del Convegno”. Nonostante tutto, il giudice del Tribunal Suprem Pablo Llarena ha ignorato questa risoluzione, e ha negato a Jordi Sánchez la possibilità di uscire dalla prigione per partecipare all’atto dell’investitura per due volte. Ci troviamo, quindi, con una specie di “Colpo di Stato” giudiziario, giacché proprio il giudice “riconosce di star limitando i diritti” del deputato Jordi Sànchez, e che lo fa “anteponendo alcuni supposti diritti collettivi spagnoli”. La giustizia spagnola ha disprezzato la risoluzione della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, malgrado il suo effetto vincolante. Il giudice sarà obbligato a rispettare questa decisione e, non facendolo, starà disobbedendo all’ONU. Pare che per la giustizia spagnola sia più importante l’unità di Spagna che il rispetto dei diritti umani.

Qual è la posizione dell’Unione Europea?

La questione catalana è una questione europea fin dal principio. Gli attriti fra Catalogna e Spagna sono secolari, però il salto inaspettato che ci porta alla questione catalana a partire dal 2010, dal nazionalismo rivendicativo alla scommessa dell’indipendenza, non si capisce senza il segno della crisi che si trascina l’Europa, frutto dello sconcerto generato nella cittadinanza dall’incapacità di risposta politica all’accelerato processo di globalizzazione e alla crisi del 2008, che ha diviso a metà la classe media e ha seminato il panico in ampi settori della società. 

Se europea è l’origine, europea è stata la risposta. Non c’è dubbio che l’immobilismo – che tanto sorprende gli osservatori stranieri – sia definito nel carattere del presidente Rajoy, tanto allergico ai progetti politici quanto convinto che niente sia più efficace di lasciare che i problemi si volatilizzino da soli. Il turno autoritario che vive la Spagna, pretendendo di risolvere la questione catalana con la via giudiziale, e con un uso senza complimenti del Codice Penale in materia di libertà di espressione, con la persecuzione dei delitti di odio e con una pratica sempre più soggettiva e interpretativa della giustizia, è comune in tutta Europa. La compiacenza delle autorità europee con i regimi autoritari dell’Ungheria e della Polonia rinforza la reazione conservatrice. E, a questo, si aggiunge la crisi della socialdemocrazia, che senza bussola né progetto, senza altra aspirazione che salvare i propri fregi (cammino verso la disfatta definitiva), si accomoda acriticamente sulla moda autoritaria.

Con Puigdemont in Germania, l’Europa è più cosciente che mai che il caso catalano esista. Il discorso ufficiale tedesco ripete lo slogan: problema interno della Spagna. Parte della stampa e dei partiti europei divergono. Il fatto che la Germania non abbia riconsegnato Puigdemont senza validi motivi alla Spagna, ha fatto in modo che il problema catalano sia un problema europeo. E lo sarà sempre di più.

Tu sei il direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia. Perché l’ufficio è stato chiuso? Quali erano le vostre attività prima della repressione governativa della Spagna?

Non lo sono più. Noi lavoratori pubblici dei consolati della Generalitat all’estero siamo stati tutti congedati con l’applicazione del 155. Il personale dell’Ufficio di Alghero, che era vincolato organicamente a Roma, ha perso il lavoro come il resto dei colleghi dei consolati di Parigi, Londra, Berlino, Lisbona, Vienna, Washington e Copenhagen. Malgrado la nostra occupazione fosse di carattere “tecnico” (nel mio caso, legato specialmente a questioni culturali e linguistiche, economiche e turistiche) il Governo Spagnolo non ha indugiato a sbatterci per strada. Dobbiamo ricordare che i consolati del Governo della Catalogna sono, infatti, un diritto riconosciuto dallo Statuto della Catalogna. Pertanto, la loro chiusura, ripeto, è un atto repressivo illegittimo perpetrato dal Governo Spagnolo. Nel caso concreto del nostro Ufficio di Alghero, il nostro compito principale era quello di promuovere, incanalare e potenziare le attività di comunicazione, di scambio culturale, di cooperazione e di supporto per la promozione della lingua e della cultura catalana nella città di Alghero; potenziare e rendere dinamiche le relazioni fra le istituzioni della Catalogna con quelle di Alghero e della Sardegna e aiutare nell’organizzazione di attività vincolate alla diffusione culturale, turistica, sociale e economica della Catalogna in Sardegna. Attività che, a quanto pare, il Governo spagnolo considera potenzialmente pericolose e sovversive.

Sa terra sarda in s’àndala

Prosegue con la sua quinta tappa la “Marcia per la Terra”, organizzata dal Coordinamento Comitati Sardi in collaborazione e con la partecipazione dell’associazione Re:Common.

Appuntamento a Villacidro, domenica 22 alle ore 9:30, presso l’agriturismo Perda Massa, al Km 26 della Strada Statale 196 (qui l’indirizzo).

Il Coordinamento è costituito da Comitati e Associazioni, impegnati in Sardegna per la tutela dell’ambiente e della salute, per la gestione del territorio e la promozione di modelli  di governo condivisi e eco-sostenibili.

Re:Common è un associazione impegnata in inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dei territori in Italia, in Europa e nel mondo. Lavora e si adopera per contrastare il consolidamento di un modello estrattivista di società, fondato sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori, sul furto dei beni alle comunità che li vivono, portando al conseguente impoverimento di miliardi di persone in tutto il mondo.

Dopo le prime cinque tappe del 2014 il Coordinamento Comitati Sardi continua la sua Marcia per la Terra. Questa seconda edizione della Marcia (“Ancora insieme per la nostra terra”), suddivisa anch’essa in più tappe, vuole rivendicare il diritto delle cittadine e dei cittadini a decidere del futuro della propria Terra, e ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica della nostra Regione riguardo ai problemi causati dalla cattiva gestione di vari progetti industriali proposti nell’Isola, con le connesse speculazioni finanziarie, facendo riferimento specifico alla salvaguardia dei terreni agricoli e al rilancio della nostra agricoltura contadina.

Si è scelto di centrare la quinta tappa di quest’edizione della Marcia sul seguente tema: “Le nuove forme di rapina dei territori: il neoestrattivismo”, per cogliere e collegare i processi attraverso cui la finanza “estrae”, letteralmente, le risorse ai territori, sia in termini economici, che di sovranità e autodeterminazione.

Sarà un’occasione per dialogare a più voci, intrecciando spunti locali, nazionali e internazionali, che pongono domande come: quali le nuove forme di depredazione dei territori? cosa le differenzia dai vecchi processi di spoliazione? quali le possibili risposte che in difesa della terra possono essere adottate qui e altrove?

Ampio spazio verrà lasciato a interventi e contributi di chiunque desideri partecipare, oltre che a nuove domande e richieste di chiarimenti.

Laura Cadeddu e Claudio Orrù coordineranno i lavori che inizieranno alle ore 9,30.

Il Coordinamento Comitati Sardi

      coordcomitatisardi@gmail.com

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Domani in piazza contro l’aggressione alla Siria

L’escalation non c’è stata e l’attacco militare di USA, GB e Francia (con il dichiarato appoggio logistico italiano che non manca mai) si è risolto in un attacco terroristico mirato ad alcuni centri di ricerca medica e ad alcune postazioni di Hezbollah (che con la Siria e i presunti gas non c’etra davvero nulla). In ogni caso la Sardegna è in gioco perché quando l’imperialismo muove i carrarmatini sulla cartina del Risiko planetario, la nostra isola sta sempre in prima linea, vista la centralità strategica sempre più manifesta anche nelle dichiarazioni degli stessi comandanti militari (leggere qui).

Domani a Cagliari un primo momento di mobilitazione di piazza contro guerra e occupazione militare lanciato dal Cagliari Social Forum. Di seguito il comunicato pervenuto alla nostra redazione:

Era da prevedere che gli stati che pensano di poter dominare tutto non sarebbero rimasti inerti vedendo la sconfitta della loro soldataglia costituita dai mercenari targati ISIS.  Essi, non appagati dall’aver ridotto gran parte della Siria ad un cumulo di macerie grazie alle milizie che loro ed i loro alleati (Israele,  petromonarchie e Turchia) avevano armato, e foraggiato, vedendo la vittoria sul campo da parte delle forze governative si sarebbero inventati un pretesto  un po’ per dare manforte ai loro mercenari rimasti sul campo e contemporaneamente  dare prova di forza con il lancio di un centinaio di missili.

 Anche stavolta si sono inventati il “casus belli”: le immancabili armi chimiche che il “dittatore” Assad avrebbe usato! Usato adesso che l’esercito dei jahidisti è in rotta! Senza portare nessuna prova che non fosse la loro parola, senza nemmeno la sceneggiata fatta in occasione dell’aggressione all’Iraq, delle ampolle mostrate da un generale USA ad un’attonita ONU,  hanno deciso di lanciare questi missili che possono significare l’inizio di una  nuova escalation.

Una escalation che ha un obbiettivo preciso: l’Iran.

E questo succede mentre i cecchini israeliani sparano su inermi manifestanti palestinesi uccidendone a decine e ferendone a migliaia fra l’indifferenza ed il menefreghismo della tanto blasonata “comunità internazionale”

Una tecnica, quella del mordi e fuggi che Io stato d’Israele pratica quotidianamente e che la Turchia ha copiato cercando di annettersi una parte del Kurdistan siriano anche qui con il consenso delle “Autorità” sovranazionali.

Constatiamo che a compiere tali atti che noi giudichiamo imperialisti sono quattro paesi NATO (Turchia, Gran Bretagna, Francia e USA) e un suo strettissimo alleato (Israele)

Assistiamo al silenzio o nel migliore dei casi a qualche tiepido balbettio da parte dei rappresentanti del governo e del parlamento italiano.

Noi condanniamo questi bombardamenti come atti di aggressione verso una Nazione sovrana.

Non ci accontentiamo delle prese di posizione pilatesche dei nostri rappresentanti.

Giudichiamo la NATO uno strumento degli stati imperialisti e per questo chiediamo con forza l’uscita da essa.

Chiediamo che nessuna base, nessun apporto logistico venga  fornito dall’Italia a Nazioni che esportano guerra e morte.

SIT IN MARTEDI’ 17 ALLE ORE 17 IN PIAZZA GARIBALDI A CAGLIARI

Per il Cagliari Social Forum:

Salvatore Drago

Forza e impotenza degli imperialisti

di Marco Santopadre

L’ennesima aggressione militare di Usa, Francia e Gran Bretagna contro la Siria aggiunge tensione a tensione, e dimostra se ce ne fosse bisogno l’irresponsabilità e la pericolosità di potenze imperialiste che, sostanzialmente estromesse dal Medio Oriente, cercano di riprendere protagonismo a suon di bombardamenti.
Bombardamenti ‘avvisati’ che non spostano di una virgola gli equilibri geopolitici e militari nella regione, ma intervengono in un paese sconvolto da quasi un decennio di destabilizzazione e guerra civile e in presenza di un ingente schieramento di uomini e mezzi dei paesi alleati di Damasco, in primis Russia e Iran.
Se Mosca e Teheran non hanno reagito è solo perché hanno preventivamente convinto Washington, Londra e Parigi e ridimensionare i loro piani di attacco limitandosi ad una provocazione militare grave ma priva di conseguenze, che paradossalmente dimostra l’impotenza delle potenze occidentali nell’area.
Un’impotenza che però potrebbe condurre gli Usa e i suoi alleati/competitori ad una rischiosissima escalation dalla quale potrebbe scaturire un conflitto militare su vasta scala e stavolta di tipo simmetrico.
Infatti Washington, Londra e Parigi, contrariamente al passato, non si confrontano più con piccoli paesi facilmente annichiliti come l’Iraq, la Jugoslavia, l’Afghanistan, la Libia, ma con potenze regionali pesantemente armate e organizzate e con potenze mondiali del calibro della Russia. Potenze che ad ogni mossa di Washington sono obbligate a reagire con mosse uguali e contrarie, all’interno di un innalzamento della tensione internazionale che ci immerge già in un clima di guerra e militarizzazione.
Senza dimenticare le schegge impazzite e imprevedibili rappresentate da Israele, Turchia e Arabia Saudita, desiderose di affermare i loro interessi, di imporre la propria egemonia o di agguantare la loro vendetta contro gli avversari di oggi e gli ex alleati di ieri. Nel mirino, neanche a dirlo, l’Iran e l’asse sciita uscito paradossalmente rafforzato da anni di destabilizzazioni e di conflitti che hanno indebolito il ruolo degli aggressori e seminato morte e distruzione in tutto il Medio Oriente.

Senza etica non c’è ricerca. Domani il Cua presidia il Rettorato di Cagliari

Intervista a Cristian Perra, del Collettivo Autonomo Universitario Casteddu. Nella foto una azione di stamattina alla facoltà di studi umanistici a Cagliari contro i legami tra Unica e Ricerca bellica israeliana

 

  1. Mercoledì 11 aprile presidierete il rettorato dell’Ateneo di Cagliari. Perché?

Saremmo di fronte al rettorato mercoledì 11 aprile, alle ore 10, perché pensiamo che non ci possa essere ricerca senza etica. L’università di Cagliari, infatti, ha stretto e continua a stringere accordi di cooperazione con apparati militari, come nel caso dell’accordo del polo ospedaliero con il Comando Militare Esercito Sardegna, o con Università Israeliane di fatto complici con il massacro del popolo palestinese come il TechnionInstitute, la HebrewUniversity of Jerusalem e l’OranimAcademic College. Come militanti del Collettivo Universitario Autonomo Casteddu, facente parte di A Foras, pretendiamo la rescissione di qualsiasi rapporto con enti direttamente o indirettamente coinvolti con il mondo militare, quello della sperimentazione bellica o con interessi nelle guerre in corso nel mondo.

  1. Università ed Esercito: un legame indissolubile?

L’occupazione militare non è fatta solo di caserme, territori off-limits, filo spinato ed esercitazioni militari bensì di una pervasione del militarismo all’interno della nostra quotidianità. Ormai da tempo, l’apparato militare si è intromesso nella formazione, nelle aule universitarie e negli studi della ricerca e tale presenza si è rafforzata dal 2017 grazie ad un accordo Lavoro-Difesa-Istruzione. Nei mesi passati abbiamo denunciato, con diversi documenti e studi, la vera faccia del DASS (Distretto AereoSpaziale Sardo), un progetto dichiarato apertamente come civile ma che con il “dual use” piega l’Università, i Saperi e la Ricerca alle necessità dei militari e della guerra raccontando il tutto come una buona causa e un’occasione di sviluppo. Come studenti e studentesse non possiamo tollerare che le strutture del sapere siano al servizio degli interessi militari, trasformate in luoghi di propaganda di guerra o di un “progresso scientifico” con ripercussioni negative sul territorio che viviamo. La cultura, il sapere, la ricerca, l’Università non possono sottostare alle esigenze di mercato e di profitto, tantomeno a quelli militari e bellici. Senza etica non c’è ricerca. Non vogliamo sottostare al ricatto che ci impone l’occupazione militare. Come giovani non possiamo vedere il nostro lavoro all’interno dell’Università messo a valore da e per interessi militari di stampo imperialista. Non vogliamo collaborare con chi, dandoci un tozzo di pane, qualche credito o qualche ora in più di tirocinio, usa il nostro lavoro per devastare la nostra terra o quella altrui, per quanto lontana possa sembrare.

  1. L’Università sarda collabora anche con Israele. Puoi dirci di più?

Lo ha dichiarato anche recentissimamente l’ambasciatore isrealiano Sachs: «Tra noi e voi c’è una storia d’amore. Israele, quando si parla di tecnologia, c’è”». Questa “storia d’amore” è sporcata dal sangue delle centinaia di palestinesi che ogni giorno muoiono a Gaza e nel resto della Palestina, spesso a causa dei droni progettati dal Technion di Haifa con il quale l’università di Cagliari ha un accordo di cooperazione. L’ambasciatore israeliano parlava di una storia d’amore tra Unica e Israele proprio pochi giorni prima che i cecchini israeliani sparassero sulla folla uccidendo più di 20 Palestinesi e ferendone più di mille. Una risposta violenta e ingiustificata contro civili disarmati, in linea con la politica di violenza e repressione del governo Israeliano. Ci chiediamo allora come possano non vergognarsi tutti e tutte coloro che stendono tappeti rossi per le istituzioni israeliane, promuovono questo tipo di iniziative e si fanno promotori di accordi con le università israeliane e come non si vergognino di millantare una del tutto posticcia libertà di ricerca per legittimare la smodata fame di fondi di alcune facoltà.

Muroni: «costruiamo il blocco nazionale rinunciando a personalismi e divisioni!»

Foto di ripertorio reperita dall’archivio di YouTG.net

1) Con il voto del quattro marzo crolla un sistema o vince il gattopardo?

Le ultime elezioni politiche – per il sistema – sono state ancora più devastanti di quelle del 1994. In Sardegna decine di migliaia di cittadini hanno votato per candidati di cui ignoravano persino il nome pur di manifestare il proprio disprezzo nei confronti della vecchia politica. È un segnale devastante, che i gattopardi fingono di ignorare. Altra cosa da valutare sarà l’utilizzo che di quel voto andrà fatto.

2) Come è andata Autodeterminazione alle politiche? Dicci una nota positiva e una negativa di questa esperienza.

Insisto nel dire che la strada è quella giusta. La nota positiva è che sono state create una rete e un metodo di lavoro circolare e partecipato. Il rischio è quello di smarrire la rotta, tornando a vecchie logiche personalistiche e disgregatrici.

3) La giunta Pigliaru è in bilico ma non cadrà. Cosa fare per garantire una maggioranza sardocentrata in Regione o almeno una forte presenza politica non dipendente dai partiti tradizionali e dalla Casaleggio&associati alle prossime elezioni regionali?

Il blocco nazionale imperniato su un patrimonio comune di valori democratici e poi sulle cose che uniscono, mettendo da parte quelle che dividono. È la stessa ricetta che ripeto da anni.

4) Le tue dimissioni hanno scatenato un polverone sui social. Pare di capire che la querelle verte sulla fusione di un soggetto unitario e sulla resistenza di alcune componenti. Puoi chiarire quali sono gli “orizzonti mutati” che ti hanno portato a questa scelta?

Ho detto più volte nei luoghi appropriati, ben prima che sui social, quali erano le condizioni alle quali avrei potuto assicurare un mio impegno in prima linea. In sostanza, il tutto è legato alle risposte alle due precedenti domande.

5) Progres intanto ha aperto un dialogo trasversale in vista delle Regionali e una vasta area che pratica le lotte dal basso sta ragionando attorno alla proposta di Caminera Noa. Cosa ne pensi?

Il dialogo è un valore imprescindibile. Io ho proposto di avviarlo, già dal 5 marzo, con tutte le forze democratiche, rendendolo ancora più intenso con tutte quelle che hanno testa, cuore e anima in Sardegna, in vista – riguardo queste ultime – di possibili convergenze e alleanze.

Occupazione militare: se questa è informazione!

di Cristiano Sabino

Lo scorso 5 aprile è andata in onda su Videolina una puntata di Monitor condotto dalla giornalista Egidiangela Sechi. Al centro della puntata – come recitato dall’anticipazione andata in onda al Tg di Videolina – «il recente accordo di programma sulle servitù militari stipulato tra regione e Ministero della Difesa, che inaugura un nuovo corso nei rapporti tra forze armate e isola».

Ospiti della trasmissione il sindaco di Nuoro Andrea Soddu e il comandante militare della Sardegna Giovanni Domenico Pintus.

In molti, compreso il sottoscritto, hanno subito sottolineato sulle pagine social di Videolina che questa non è informazione, ma propaganda. Perché? È presto detto: è mancato completamente il contraddittorio e una visione critica rispetto all’occupazione militare della Sardegna di per sé, sia verso il cosiddetto accordo del dicembre 2017 siglato dal presidente Pigliaru e dalla ministra della difesa Pinotti che in pratica ratifica questa occupazione nei suoi centri più importanti a fronte di poche briciole concesse in pasto all’opinione pubblica.

La dinamica del programma è stata un lungo panegirico alle Forze Armate e al presunto “nuovo corso” dei rapporti tra militari con la società civile e con i giovani. Ma in realtà la verità è venuta fuori comunque attraverso le parole del capo di stato maggiore della Difesa Claudio Graziano «la Sardegna è sempre più strategica, per la situazione globale del Mediterraneo, lo è per il ruolo che riveste nelle nostre forze armate».

Ecco spiegata la ratio del programma, tutto incentrato su quanto l’occupazione militare sia bella, quanto sia vicina ai cittadini e soprattutto ai giovani studenti che grazie all’Esercito italiano imparano la storia (!?) e su quanto bisogna essere grati all’Esercito che ci riempie di nuove caserme e che ci permette di preservare l’ambiente e ci consente persino di visitare occasionalmente qualche spiaggetta prima interdetta.

Traduzione: «siccome la Sardegna è strategica per le forze armate fatevela piacere e fate un bel lavaggio di cervello massivo di massa ai ragazzi e ai telespettatori».

Per fortuna i “giovani” sardi sono categoria assai più ampia di quella immaginata dai propagandisti dell’Esercito Italiano, prova ne sia che l’11 aprile gli studenti cagliaritani presidieranno il Rettorato per denunciare le strette correlazioni tra Università e Forze Armate e il 22 aprile a Bauladu si terrà l’assemblea plenaria di A Foras per costruire la mobilitazione a Cagliari contro l’occupazione militare prevista per il 2 giugno.

 

Cras in Aristanis su Coordinamentu de Caminera Noa

Su Coordinamentu Organizativu de Caminera Noa s’at a atobiare cras,  domìniga 8 abrile in Aristanis.

S’apuntamentu est pro sas oras 16:00 in sa libreria Librid, in pratza Lionora De Arborea, 4.

Su Odg istabilidu dae s’assemblea plenària de Baulau de su 18 martzu est su sighente:

1) Arresonu organizativu e eletzione incàrrigos provisòrios
2) istèrrida apitzu a sa botza pùblica de su Manifestu Polìticu
3) Sos primos progetos temàticos
4) Vàrias e eventuales

Su coordinamentu est abertu a totus sos attivistas de Caminera Noa e a chi lu bògiat divenire.

Innoi s’eventu facebook >>> (clicca qui)

Che succede dentro Autodeterminatzione?

 

di Alexis Barranger

Senza fare valutazioni strettamente politiche vorrei reagire da militante di AutodetermiNatzione, alle dimissioni di Anthony Muroni dal suo ruolo di portavoce della stessa coalizione. Come premessa vorrei sottolineare che: non ho mai aderito ad una delle sigle che compongono questo movimento; non ho l’intenzione di tifare per un partito o un’associazione politica in particolare, che proverò ad essere imparziale e infine che questa mia valutazione pubblica è un’opinione personale, svincolata da simpatie o ipotetici mandanti (anzi…).

Credo che siano tantissimi gli attivisti e i simpatizzanti che da circa una settimana si sentono delusi quando non addirittura abbandonati. L’annuncio delle dimissioni di Anthony Muroni è stato sorprendente e inaspettato, brusco e inquietante. Tutti noi, che per mesi abbiamo seguito l’evolversi della coalizione con grande entusiasmo avevamo ancora in testa gli applausi e i sorrisi del T-Hotel, i comizi con le sale piene in tutta l’isola, gli abbracci tra vecchi e nuovi militanti del non-dipendentismo sardo, la coesione storica di otto sigle che erano riuscite a costituire un sincretismo politico per proporre una nuova governance in Sardegna.

Eppure, un mese dopo il discreto risultato alle elezioni politiche italiane, il nostro portavoce annuncia le dimissioni su FaceBook, in totale autonomia: sorpresa generale e stupore. Chiamata dopo chiamata si profila il peggio, effettivamente nella «domu de cumone» qualcuno ha sbattuto la porta. Uno status di qualche riga, laconico benché pedagoga, quasi un sussurro nel silenzio post-elettorale. Sì, perché bisogna partire da lì. La critica e principalmente l’autocritica, sono gli elementi che permettono ad un movimento fatto di persone imperfette (senza voler entrare in dettagli ontologici) di cambiare rotta per non fare gli stessi errori, di strutturare tecniche e strategie, di anticipare un programma concorrenziale e convincente – detto in parole povere di esistere fra passato, presente, e futuro, elementi positivi e negativi, momenti di bravura e passaggi critici – cioè quello che non fece il Partito Democratico sardo fino al 4 marzo sera.
E questo momento della politica allo specchio, con il martello in mano (Nietzsche docet, sic!) sfortunatamente non è mai arrivato in modo chiaro. Mi piace stare nel dubbio, poiché esso porta ad assumere un pensiero necessariamente dialettico e dunque ad un’eventuale autocritica costruttiva. In politica, i monologhi e le litanie ditirambiche mi fanno paura; nascondere i fallimenti sotto il tappeto di casa non fa altro che accentuare le debolezze e le criticità di un movimento collettivo, poiché è costruito su una parziale illusione. Così fece il Partito Socialista francese prima della inesorabile scissione post-Macroniana, così per dire.

In seguito bisogna fare una critica dura, ma necessaria. Non si può in alcun modo sparire per più di una settimana dopo un evento del genere, che è pur normale (le dimissioni sono consuetudinarie in qualunque movimento politico del mondo), e non apocalittico (nessuno è indispensabile e non stiamo di certo cercando un messia, ma bensì un’azione/struttura sintetica e collettiva) ma chiaramente notevole. Esattamente questo: no-te-vo-le. Posto che io da attivista non so perché Anthony Muroni abbia dato le sue dimissioni, e posto che non fu certamente una cosa concordata (come si era detto, per la precisione), posso capire che non è di certo stato facile gestire una decisione individuale così impattante per l’intera coalizione. Capisco anche che alcune sigle non avrebbero firmato un comunicato stampa che ufficializzava le dimissioni dello stesso. Ma insomma, anche quello va detto. Non è la critica, e neanche l’imperfezione di una comunicazione mediocre che mi spaventa di più, ma bensì il silenzio totale di un intero tavolo politico che non si esprime né sul fondo né sulla forma, tranne che per aforismi e metafore distillate lì e là su FaceBook.

Come attivista avrei voluto che ci fosse una risposta o un comunicato che dimostra la serietà di AutodetermiNatzione e il rispetto per tutti coloro che gratuitamente hanno dedicato le loro forze e il loro impegno personale, politico, lavorativo, sociale e organizzativo alla coalizione durante la campagna. Insomma, preferisco uno schiaffo in faccia – dunque un comunicato maldestro e fatto nell’urgenza – ad un silenzio radio concordato. Detto ciò voglio dire che è stato un momento davvero difficile per tutti i componenti del tavolo, e capisco la loro voglia di dare tempo al tempo, per agire con saggezza, e penso che tutti loro siano sinceri, in buona fede e disposti a seguire il lavoro di AutodetermiNatzione con la più grande passione politica, e una dedizione che non metto assolutamente in dubbio. Ma forse anche questo doveva essere puntualizzato, anche timidamente e discretamente. È la critica che faccio a titolo personale, avendo letto centinaia di commenti di attivisti e simpatizzanti, sperando che sia costruttiva e che possa servire nel futuro.

Spero che il tavolo politico di AutodetermiNatzione possa trovare un accordo, e possa dotarsi di organi democratici per strutturare il movimento. Prendo atto del fatto che Anthony Muroni si è dimesso ufficialmente e sono sicuro che si impegnerà politicamente per continuare a far crescere la coalizione in vista delle regionali del 2019. Spero che una grande coalizione non-dipendentista non si basi su assunzioni leaderiste e personalistiche ma bensì sulla forza di tale movimento storico, ovvero i valori peculiari dell’indipendentismo e dell’autonomismo sardo, la democrazia radicale, il decentramento, l’attenzione per le categorie più deboli della società, la partecipazione collettiva etc… Spero inoltre che sia riservato più spazio a quelli che, come me, non sono aderenti di nessuna delle sigle che compongono il progetto, senza togliere nulla ai partiti e alle associazioni politiche che sono un patrimonio storico e intellettuale della lotta politica non-dipendentista in Sardegna. Auguro a tutti gli attivisti tranquillità, serenità, dialogo, partecipazione, convivialità e rispetto reciproco.

Nel frattempo, ho deciso di sospendere tutte le (mie) attività politiche che abbiano a che fare con AutodetermiNatzione fin quando la situazione non si sarà risolta con chiarezza. Tutti noi ci abbiamo messo la faccia, l’impegno, la fede e la voglia di metterci a lavorare. Tale impegno non può continuare serenamente in queste condizioni. Con tranquillità e felicità tornerò a militare appena il tavolo politico si sarà riunito e avrà deciso collegialmente il da farsi dopo le dimissioni di Anthony Muroni. Bisogna essere tranquilli, rispettosi, sereni (insisto) ma non bisogna mai e poi mai delegare la propria azione, la propria disponibilità e il proprio credo politico, né tacere quando non si è d’accordo o quando ci sentiamo insoddisfatti. Le critiche, fatte bene con sincerità, buona fede e dedizione, fanno sempre bene. Il silenzio e l’indifferenza oppure la paura di dispiacere a qualcuno è sempre un male individuale e collettivo.

Un bacio caloroso e sincero a tutti gli amici e le amiche di AutodetermiNatzione.