Caminera Noa lancia un appello alle realtà resistenti

Foto della conferenza aperta e popolare di CN

Si è tenuta questa mattina alle ore 11:00 presso il Centro Autogestito Casteddu, nei locali dell’ateneo cagliaritano di via Trentino, la conferenza stampa tenuta dai due neoeletti portavoce del percorso di lotte denominato “Caminera Noa”, Giovanni Fara e Alessia Etzi, i quali hanno presentato la bozza di manifesto approvata nel corso dell’assemblea plenaria tenutasi il 18 marzo a Bauladu e scaturita dalle lotte e dai conflitti sociali in cui è nato questo nuovo percorso politico.

Sono stati ricordati i valori fondamentali dell’antirazzismo e antifascismo, dell’autodeterminazione nazionale e il diritto a decidere; sostenibilità, difesa ambientale e superamento del sistema liberista e dell’economia “capitalista.

Samed Ismail é intervenuto per il Centro Studi Autogestito Casteddu per introdurre la conferenza stampa e spiegare il progetto di riappropriazione dal basso di spazi di studio e elaborazione politica.

Manifesto emendabile, come sottolineato dai due portavoce, tranne che nei pilastri che rappresentano gli elementi di sintesi e di unità del soggetto che si intende costruire dal basso, in maniera fortemente democratica, inclusiva e aperta.

“Il percorso che stiamo pianificando insieme e in maniera condivisa – ha sottolineato Alessia Etzi – non solo si configura come una via nuova della politica, ma come un nuovo modo di vivere e di rispondere alle esigenze delle comunità e della nostra terra.”

Si è esposto il metodo attorno a cui Caminera Noa sta realizzando il proprio percorso, ricordando che i portavoce potranno rimanere in carica per un periodo massimo di un anno e come si voglia garantire la massima rappresentanza di genere.

I due portavoce di CN

I due portavoce hanno poi spiegato la scelta della data e del luogo in cui convocare la conferenza stampa di presentazione di questo progetto: il 28 aprile, giorno in cui si ricordano i moti rivoluzionari, è stato infatti scelto per rilanciare una nuova resistenza, un nuovo processo di emancipazione e liberazione della Sardegna.

Giovanni Fara ed Alessia Etzi hanno continuato chiarendo che Caminera Noa crede nella progettualità politica dal basso e pertanto solidarizza con gli studenti che vogliono essere protagonisti all’interno dell’università. I due referenti hanno sottolineato il fatto che considerano un valore la contestazione rivolta alla propaganda militare nelle scuole e anche per questo hanno scelto il Centro Autogestito Casteddu come luogo simbolo dove rilanciare l’appello, rivolto a tutte le realtà resistenti della Sardegna allo scopo di costruire in maniera realmente democratica e paritaria un nuovo percorso politico insieme.

“Quello che tutti noi vogliamo costruire non è un nuovo partito o una nuova sigla – ha ribadito Giovanni Fara – ma una rete politica fatta di tutte le lotte e di tutti i progetti che stanno facendo fronte alla desertificazione coloniale della nostra terra. Un soggetto-progetto che unisca le forze civiche, i movimenti per i diritti civili, gli indipendentisti, i progressisti, gli anticapitalisti che già sono presenti e operano in Sardegna. “

Casteddu, Caminera Noa: cunferèntzia de imprenta

CONFERENZA STAMPA: Presentazione nuovo soggetto- progetto politico in costruzione “Caminera Noa”

 

Dove si terrà la conferenza stampa?

Sa Duchessa, ingresso via Trentino – Edificio Psicologia
Nei locali del Centro Studi Autogestito Casteddu

Ore 11:00, 28 aprile 2018

Di seguito è riportata la chiamata della conferenza in italiano e in sardo.

[ITA] Alla cortese attenzione degli organi di stampa,

Est naschende una Caminera Noa

Il 28 aprile, in occasione di Sa die de Sardigna, si terrà a Cagliari la prima conferenza stampa di presentazione del nuovo percorso politico in costruzione “Caminera Noa”.

La conferenza stampa sarà tenuta dai due portavoce eletti dal coordinamento organizzativo lo scorso 8 aprile ad Oristano. In tale occasione verrà presentata la prima bozza del manifesto e i lineamenti generali del nuovo soggetto-progetto politico.

Gruppo di comunicazione di Caminera Noa

Link evento Facebook

[SRD] A sa garbosa atentzione de sos òrganos de imprenta:

Est naschende una Caminera Noa.

Su 28 de abrile de su 2018, in ocasione de sa Die de sa Sardigna, s’at a tènnere in Casteddu sa prima cunferèntzia de imprenta de presentada de su progetu polìticu nou in fràigu “Caminera Noa”.

Sa cunferèntzia at a èssere tenta dae sas duas boghes elègidas dae su coordinamentu organizativu s’8 de abrile coladu in Aristanis. At a èssere presentadu su primu abbotzu de su manifestu e sos lineamentos generales de su sugetu-progetu polìticu nou.

Grupu de comunicatzione de Caminera Noa

Link a s’eventu Facebook

 

 

Nuove mitologie sulla lingua sarda

Dopo il libro scritto da Bartolomeo Porcheddu e il conseguente articolo pubblicato sulla Nuova Sardegna in data 26/04/18 si è sollevato il vespaio da tempo dormiente tra linguisti sardi e presunti tali. In tale articolo, scritto sulla base del libro, si  afferma che il latino sarebbe la lingua dei sardi, giacché deriverebbe dalla Limba. Le smentite non hanno tardato ad arrivare.
Riportiamo una riflessione di Omar Onnis sul ruolo che i mass media hanno nella dilapidazione non solo della lingua sarda ma anche dell’immagine che se ne ha collettivamente.

di Omar Onnis

Faccio osservare sommessamente il seguente fenomeno: sulla Nuova viene dato ampio risalto alla pubblicazione di un appassionato su una presunta derivazione del latino dal sardo.

Lasciamo stare ogni valutazione nel merito della questione. È però evidente che si tratta di una tesi come minimo stravagante e di certo suscettibile di essere messa alla berlina (a prescindere dalla sua serietà e persino dalla sua fondatezza).

È evidente anche che dare tanto risalto a una tesi del genere, su un importante organo di stampa, un mass medium mainstream come si dice, non sia una scelta neutra.

Si tratta del vecchio trucco di scovare le posizioni più astruse, più originali o comunque più difficilmente difendibili in un ambito che si vuole sminuire e destituire di legittimità, per ridurlo o mantenerlo in una condizione minorizzata, marginale, innocua (per lo status quo).

Ma qui siamo ancora nella fisiologia. Ovunque ci siano relazioni di dominio e di subalternità, diseguaglianze palesemente inique, rapporti di forza sbilanciati, chi è avvantaggiato fa ricorso a tali e ad altri espedienti per mantenere il proprio vantaggio.

E sappiamo che i mass media in Sardegna sono organici al nostro establishment economico e politico, alla nostra classe dominante, o a questa o quella delle sue fazioni più forti.

Quel che invece vorrei far notare è che queste tesi, tanto pubblicizzate quanto discutibili, sono rifiutate in larghissima misura proprio dall’ambito politico a cui invece (almeno surrettiziamente) le si vorrebbe assegnare, ossia l’ambito indipendentista.

Non che in tale ambito non ci siano estimatori di tali tematiche, e di queste posizioni teoriche (chiamiamole così) in particolare. Tuttavia proprio lì per lo più esiste ed è diffusa una critica radicale e quasi sempre ben argomentata di questi elementi di mitopoiesi auto-esaltante.

Non è un fenomeno banale.

Significa che l’adesione ideale al processo di autodeterminazione, anche nelle sue espressioni più radicali, non equivale affatto all’adesione automatica a una mitologia megalomane, come risposta istintiva alla nostra condizione subalterna.

È un segno di maturità politica e di consapevolezza storica non da poco.

Dispiace che invece i mass media sardi siano lontani e per lo più ostili a qualsiasi seria riflessione sul tema e optino invece facilmente (ne abbiamo esempi quasi quotidiani) per questa sorta di guerrilla non dichiarata e decisamente sleale, contando su quel che resta della propria credibilità pubblica e sul favore della nostra classe dominante.

Un ruolo da cani da guardia non della democrazia ma del potere costituito. Nulla di edificante, insomma. E probabilmente, ormai, nemmeno di decisivo. Per fortuna.

Sa musica sarda indipendenti (intervista a Quilo)

1. Puoi presentarti? 

Sono Alisandru Sanna in arte Quilo e ho iniziato il mio percorso artistico nel Sulcis nella mia Iglesias alla fine degli anni 80. Nei primi anni 90 sempre nella città mineraria abbiamo fondato il progetto Sa Razza Posse che poi uscì ufficialmente nel ’92 con due singoli incisi su vinile per la century Vox che al tempo era l’etichetta numero uno in fatto di rap nella penisola. Dalla cassettina ( tape ) classica al Vinile e quindi ai primi concerti. Quegli anni furono strepitosi. Grande fermento culturale e musicale; un onda che arrivava dalle università e dai centri sociali. Racchiudere piu’ di 25 anni di esperienze è difficile. Nel 96 ci fu l’uscita di “Wessisla” epico album con il marchio SR RAZA prodotto tra la Sardegna e Torino; nel 2001 altro album ” EYAA ” che ci porto ad essere più popolari anche nei Club isolani; seguirono due EP pubblicati “itta ee?!” e poi “gerandu Festa”; nel 2004 fondai insieme al producer / mc Micho P il progetto Maloscantores riportando in auge il RAP in SARDO. Due album che definirei storici “un gran rap sardo” e “Musica sarda”. Maloscatores resta tutt’ora un esperienza per me fondamentale che mi ha fatto maturare parecchio. Concerti, piazze insomma sempre in mezzo alla gente quando ancora la musica era ricca di significato. Oggi gestisco la factory nootempo e suono ogni tanto insieme all’artista sardo Randagiu sardu, una delle più belle esperienze che ho contribuito a produrre. Randagiu oggi ha 10 anni dal suo esordio ufficiale è una realtà genuina che resiste. Oltre alla musica mi occupo di comunicazione visiva (grafica, design e produzione media), campo nel quale ho sempre lavorato sia come dipendente che come autonomo. Ho anche sempre partecipato attivamente al dibattito politico indipendentista dapprima con la prima e la seconda IRS, oggi come indipendente. Non mi sono mai candidato in vita mia, per ora non ci ho mai pensato ma escludo a priori di fare questa esperienza. Per il resto proseguo il mio cammino per sentirmi vivo con le persone che mi aiutano e mi stanno vicine.

2. La scena musicale sarda di inizio anni Duemila era ricca di competenze e molti artisti intrecciano sonorità e lingua del luogo con tendenze generali. è ancora così?

La scena musicale sarda è stata grandiosa e oggi con grande difficoltà molti artisti indipendenti cercano di produrre cultura Residente. Dal Rock al Reggae, dal Rap alla musica elettronica esiste un grande fermento e ci sono artisti di grande valore e livello. Gente che si sacrifica , che investe tempo e denaro per incidere album, per produrre video clip musicali. Vedo anche con grande interesse, non tanto nel rap, che l’uso de sa lingua nostra,  la lingua sarda nelle sue varianti non è più un limite ma una ricchezza. Quando iniziai il mio percorso nei primi anni 90, il progetto Sa Razza Posse portò grande innovazione proprio mettendo in primo piano il Rap in Sardu. Fummo i primi a incidere un Vinile di Rap in sardo con i due singoli “In Sa Ia” e ” Castia in fundu” . Dal Sulcis dei grandi progetti minerari ormai falliti riuscimmo a emergere da una cantina proprio grazie alla lingua. In definitiva direi che questo “sottosuolo” artistico andrebbe coltivato e aiutato anche dalle nostre istituzioni che spesso e volentieri non capiscono che la Sardegna non è solo musica Folk “tradizionale”. Ricordo che un tempo anche i movimenti indipendentisti erano molto attenti alla scena musicale indipendente sarda. Oggi i movimenti dovrebbero riprendere quel contatto importante con determinate realtà musicali e chiedere agli artisti il loro punto di vista sullo Stato dell’arte in Sardegna.
3. Spesso i comuni e gli organizzatori di eventi chiamano grandi nomi da fuori, per esempio per i concertoni di capodanno. cosa ne pensi?
Questa certa esterofilia artistica sta raggiungendo livelli preoccupanti. Io credo che la Sardegna intesa come Nazione che deve essere crocevia di culture possa anche ospitare dei grandi nomi e della musica di qualità che viene da oltre mare pur sempre rispettando le produzioni locali che devono essere messe in relazione con artisti esteri che vengono ospitati nelle nostre manifestazioni. Certamente non sono mai stato a favore del cosiddetto “concertone” intenso come grande evento fine a se stesso dove spesso si ascoltano i VIP della musica usa e getta. Io credo piuttosto in tanti eventi diffusi nel territorio che possano coinvolgere le nostre comunità.
Penso che ci sia un grande lavoro da fare soprattutto tra noi artisti sardi che spesso non siamo così uniti per sensibilizzare al meglio l’opinione pubblica e quindi fare azioni di promozione unitarie che portino la grande musica made in sardinia ad avere pari dignità.  Un artista serio che produce è di fatto un Lavoratore Fantasma che spesso viene relegato a macchietta, spalluccia di qualche Grande nome.
Che poi sinceramente parlando, i soldi pubblici dovrebbero essere spesi bene dando lavoro alle Band che producono Cultura musicale originale.

 

4. Anche i giornali spesso dedicano pagine intere a fenomeni di dubbio valore. Perché c’è così poca attenzione verso le produzioni autoctone?

I giornali locali chiaramente devono fare notizia,  quindi sparano colonne su colonne per sponsorizzare più’ che altro artisti molto famosi spinti dalle loro costose agenzie stampa. In passato ricordo che i giornali locali erano molto più attenti di oggi alle produzioni sarde, quelle ovviamente che avevano un valore artistico riconosciuto. Lo spazio si è ridotto drasticamente e questo succede purtroppo anche nelle Radio sarde dove è raro ascoltare produzioni indipendenti contemporanee. Oggi però con i nuovi Media è piùù facile colmare questa mancanza e farsi conoscere dal pubblico. Credo che si debbano creare le giuste sinergie con i Giornali e blog locali per fargli capire che il materiale culturale esiste e quello valido deve essere recensito e aiutato a crescere.

5. Parlaci del tuo lavoro. Difficoltà, opportunità e aspetti positivi di fare il musicista in Sardegna.

A volte mi chiedono, che lavoro fai? io Rispondo “l’artista, produco e scrivo canzoni…”. Si andat bene, ma che Lavoro fai? L’artista oggi non viene considerato un Lavoratore ma uno che al limite cazzeggia oppure un hobby per chi vuole arrotondare. Io credo che l’isola possa offrire molto in termini di ricchezza culturale. Non sono uno che denigra quello che ha qui, nonostante le grandi difficoltà questa è la mia terra che amo e mi fa incazzare ed è da qui che vorrei partire per diffondere un messaggio.
Guardate sempre alla nostra terra sarda come una Madre, lei non ti abbandona mai siamo noi Figli ingrati spesso a non rispettarla più e a non rispettarci più come popolo. L’arte per me è messaggio , il Rap per me ha una funzione precisa e la musica a volte fa di più di mille bandiere. La Sardegna oggi più che mai potrebbe essere un grande Laboratorio artistico nel mediterraneo. I muretti a secco li abbiamo ancora nel cervello e sono pericolosi.

6. Il tuo ultimo lavoro?

Oggi mi occupo della nostra factory sarda www.Nootempo.net che segue il percorso di artisti sardi indipendenti. La missione è quella di creare Ponti e non Muri, di diffondere cultura Residente. Music to resist è il nostro slogan e dice praticamente tutto. Resistenza artistica attiva, produzioni indipendenti che non hanno un limite di Genere e categoria. In questi dieci anni abbiamo prodotto dischi, docu film, realizzato progetti legati anche alla lingua sarda e stiamo cercando di crescere. Abbiamo la base in Sardegna ma un punto attivo anche a Liverpool dove G.M.ganga (gangalistics) produce e lavora anche per la Nostra factory.
Penso sempre ad un mio nuovo disco che poi sarebbe il primo come solista, ho poco tempo ma molte idee e non vi nascondo che c’è qualcosa in cantiere ma devo valutare tutto con molta attenzione, seu meda pibincu e ci sono delle oggettive difficoltà oggi nell’investire tempo e denaro in un album in questo mercato discografico ormai drogato e inesistente.
Gratzias meda a totus e a osatterus po s’attentzioni e sighei sempri sa musica sarda indipendenti chi est de importu meda! Fadei manna sa musica sarda indipendenti!

A Foras: «Il 2 giugno alziamo la testa contro basi e guerra»

Intervista a Michele Salis, a nome dell’Assemblea Sarda contro l’occupazione militare della Sardigna “A Foras” in vista dell’assemblea plenaria di domenica 22 aprile (domani) a Bauladu al centro servizi di S. Lorenzo (tavoli di lavoro ore 10:00 di mattina, assemblea ore 15:00 il pomeriggio)

  • Tirano nuovi venti di guerra. La Sardegna è terra strategica per le politiche imperialiste dell’alleanza atlantica. Qual è la posizione di A Foras?

Sin dai primi mesi dalla sua nascita, l’assemblea di A Foras si è schierata non solo contro l’occupazione militare della Sardegna, ma anche in opposizione a tutti gli “output” della filiera bellica sarda. Per questo oltre che porci in opposizione alla NATO, ci siamo schierati contro ogni tipo di guerra di aggressione e imperialista. Un movimento che si batte contro la guerra, non può che lottare per la liberazione della nostra terra da qualunque mezzo utilizzato per tali conflitti: dai poligoni, alle fabbriche di bombe, fino all’industria e alla ricerca bellica, come denunciato nel nostro recente sit in al Rettorato dell’Università di Cagliari.

  • Il prossimo 22 aprile a Bauladu si svolgerà una importante assemblea plenaria del movimento contro l’occupazione militare. Qual è l’ordine del giorno?

Oltre alle relazioni dei tavoli di lavoro (che si riuniranno la mattina) e delle assemblee territoriali di A FORAS che hanno recentemente organizzato diverse iniziative, i punti trattati saranno essenzialmente due.

Il primo sarà la costruzione politica della giornata del 2 giugno, che ci vedrà ancora una volta a Cagliari per un corteo che si concluderà con un concerto al Colle di S.Michele. Già dall’anno scorso abbiamo lanciato per questa data un appuntamento annuale di mobilitazione per la liberazione della nostra terra dalle servitù militari. Abbiamo scelto il 2 giugno, festa della repubblica italiana, per ribaltare questa ricorrenza, e manifestare contro quello stato che da oltre 60 anni ci impone in maniera unilaterale i due terzi delle sue servitù militari. Inoltre sempre il 2 giugno, ricorre la data della prima assemblea di A FORAS. Le rivendicazioni di questo 2 giugno saranno discusse domenica prossima in un incontro aperto ai gruppi e le individualità che condividono i punti fermi di A FORAS. Per questo invitiamo all’assemblea chiunque voglia lottare per la dismissione dei poligoni, le bonifiche e i risarcimenti ai territori colpiti.

In secondo luogo, continueremo a discutere e a organizzare il cammino di questa estate, una sorta di assemblea itinerante. Dopo il due giugno ci metteremo in cammino, attraversando a piedi i luoghi colpiti da attività militari, aree industriali insostenibili o da dismettere,  ma non solo. Incontreremo le diverse comunità che vivono questi territori per confrontarci, discutere e crescere con loro. Andremo alla ricerca di tutte quelle risorse latenti (o tarpate dalla presenza militare) di questi territori, dei loro casi virtuosi. Con questo cammino vogliamo rilanciare la partecipazione ad A Foras tramite nuove pratiche inclusive, incentrate su identità e aspirazioni territoriali, oltre che stimolare e migliorare i rapporti con le popolazioni dei diversi territori della Sardegna. Anche per questo domenica 22 chiamiamo a raccolta chiunque voglia mettersi in cammino con noi.

  • Come sappiamo il presidente Pigliaru ha siglato un accordo con il Ministero della Difesa (Pinotti) che l’attuale Giunta e l’Esercito hanno presentato come “nuovo corso nei rapporti tra Esercito e società civile”. Come giudicate questo accordo?

Diverse testate giornalistiche hanno quasi esultato alla notizia di questo accordo, sparando titoloni come “Via i militari da Capo Frasca e Teulada”, come se davvero si fosse realizzato quanto scritto nel programma dei Francesco Pigliaru alle ultime regionali, che prometteva la chiusura di questi due poligoni. Al contrario però, nulla è stato chiuso né dismesso (con l’eccezione di alcune strutture già cedute al demanio civile dal 2008). Al contrario, alla faccia della riduzione della presenza militare nell’isola, i militari sono addirittura aumentati con questo accordo! Infatti, in cambio della formalizzazione di accordi di fatto già in essere da anni (lo stop alle esercitazioni dal 1 giugno al 30 settembre e a concessione temporanea di alcune spiagge), oltre al passaggio al demanio civile di poche decine di metri di spiagge, e l’istituzione di non meglio precisati osservatori ambientali, l’accordo nasconde almeno due polpette avvelenate. Da una parte è stato finanziato il dislocamento di alcuni reparti nella caserma di Pratosardo a Nuoro (ecco l’aumento dei militari). Dall’altra, l’accordo pone le basi per “l’implementazione del SIAT, Sistema Integrato per l’Addestramento Terrestre, e di altri sistemi duali”, che non sono altro che nuovi utilizzi (e nuovi investimenti) per i poligoni. Altro che chiusura! L’accordo pone le basi per continuare a utilizzare i poligoni per tanti altri anni! E tutto questo nel silenzio generale, misto alla grande soddisfazione del “centro – sinistra”. Anche contro questo accordo, sarà importate essere presenti domenica e alle prossime mobilitazioni di A FORAS, 2 giugno in primis.

 

Per la Spagna essere indipendentisti è più grave di essere assassini

Abbiamo Intervistato Joan-Elies Adell, ex direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia (servizio attualmente sospeso a causa delle misure repressive attuate dallo stato neofranchista in seguito alla proclamazione di indipendenza del Parlamento catalano). A lui e a tutti i cittadini catalani ingiustamente colpiti dalla repressione va la solidarietà della nostra Redazione.

  • Jordi Sànchez, ex presidente dell’Assemblea Nacional de Catalunya (ANC, ndt) e numero due della lista di Junts per Catalunya (quella di Carles Puigdemont), sarebbe dovuto diventare presidente della Generalitat, però il giudice del Tribunale Supremo non l’ha lasciato uscire di prigione per l’atto d’investitura, dove si trova in arresto preventivo dal 16 ottobre 2017, con l’accusa di ribellione dal tribunale supremo spagnolo. Cosa sta succedendo in Spagna e in Catalogna?

Ciò che sta succedendo in Catalogna è che lo Stato Spagnolo non sta accettando né rispettando i risultati delle elezioni del 21 dicembre 2017, convocate in maniera forzata e poco chiara dal Governo Spagnolo, dopo l’applicazione, anch’essa forzata e anticostituzionale, dell’articolo 155 della Costituzione Spagnola. Lo Stato Spagnolo, attraverso un uso partitico di una magistratura non indipendente, sta impedendo alla maggioranza indipendentista di scegliere i suoi candidati alla presidenza della Generalitat. È successo con l’attuale presidente, Carles Puigdemont, è successo due volte con le candidature di Jordi Sánchez, ed è anche successo con la candidatura di Jordi Turull. Nonostante questi due candidati, che sono imprigionati a Soto del Real (Madrid),  non siano ancora passati in giudizio e trovandosi quindi in arresto preventivo, (con tutti i diritti politici intatti), il Tribunale Supremo non li ha lasciati andare al Parlamento della Catalogna, perché, secondo il giudice, avevano molte possibilità di essere eletti presidenti e questa sarebbe stata una opportunità per continuare con la loro “azione delinquente”.

  • Nel cuore dell’Europa oggi ci sono prigionieri politici ed esiliati. Cosa hanno fatto queste persone per meritarsi accuse che, se passate in giudicato, potranno arrivare a trent’anni di carcere?

In pratica, al momento abbiamo i principali politici e attivisti catalani in esilio o in prigione. È già mezzo anno che Jordi Cuixart, presidente dell’Òmnium Cultural, e Jordi Sànchez, allora presidente dell’ANC e adesso deputato di Junts per Catalunya, sono stati imprigionati a Soto del Real. Oggi, un giorno prima che il calendario marchi il sesto mese [Joan Adell ci risponde il 14 aprile 2018, ndt], a Barcellona si farà una grande manifestazione per chiedere la loro liberazione e anche quella degli altri prigionieri politici indipendentisti: Oriol Junqueras (Vicepresidente del Governo ddi Catalogna, Quim Forn (Ministro dell’Interno), Jordi Turull (Ministro della Presidenza), Carme Forcadell (Presidente del Parlamento della Catalogna), Raül Romeva (Ministro degli Esteri), Josep Rull (Ministro dell’Ambiente) e Dolors Bassa (Ministra degli Affari Sociali). E non dobbiamo dimenticare che abbiamo in esilio in Germania il Presidente Puigdemont, in Belgio ci sono Lluís Puig (Ministro della Cultura), Toni Comín (Ministro della Salute) i Meritxell Serret (Ministra dell’Agricoltura), mentre in Svizzera ci sono Marta Rovira (segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya – ERC) e Anna Gabriel (Candidatura d’Unitat Popular – CUP).

La maggior parte di questi politici e attivisti sono accusati del reato di ribellione, che nel codice penale spagnolo, significa una pena fino ai 30 anni di prigione, e che include diverse categorie di applicazione, fra queste quella di essere responsabili di questa condotta chiunque si alzi “violentemente e pubblicamente” per dichiarare l’indipendenza di una parte del territorio nazionale; derogare, sospendere o modificare totalmente o parzialmente la Costituzione; o destituire o spogliare il re dalle sue facoltà, fra i vari casi. Cioè, la Giustizia spagnola, per aver organizzato il referendum del 1° ottobre, accusa questi politici e attivisti di reati come, ad esempio, il tentativo di golpe militare del Colonnello Tejero del 23 febbraio 1981 o il colpo di Stato del 18 luglio 1936 del Generale Franco, che portò la dittatura in Spagna per 40 anni. Per la giustizia spagnola, quindi, il delitto che si imputa ai politici che hanno organizzato il 1° ottobre è più grave, ad esempio, un assassinio.

  • L’ex presidente della Generalitat Puigdemont è stato arrestato in Germania su mandato di cattura europeo chiesto dalla Spagna. Non rischia di essere un boomerang per la giustizia spagnola che in tal modo favorisce l’internazionalizzazione di una questione che finora ha cercato in tutti i modi di trattare come una questione interna?

Lascia che vi corregga. Non è l’ex presidente: Carles Puigdemont è ancora il Presidente eletto del Governo della Catalogna, il 150° Presidente della Generalitat, finché il Parlamento della Catalogna non ne sceglie un altro. La forma in cui è stato sospeso dalla presidenza della Generalitat, è in una applicazione dell’articolo 150 della della Costituzione Spagnola totalmente contraria alla stessa Costituzione Spagnola e allo Statuto di Autonomia della Catalogna. Per quelli che si riempiono la bocca di “legalità”, [La Spagna, ndt] non ha avuto nessun tipo di scrupolo nel forzare le sue proprie leggi per farsi carico dell’autonomia della Catalogna in maniera illegale ed illegittima.

Rispondendo alla tua domanda, è ovvio che la detenzione in Germania, nel cuore d’Europa, di un presidente eletto come è Carles Puigdemont e la successiva scarcerazione attraverso una cauzione è stata un duro colpo contro lo Stato Spagnolo ed il suo intento di risolvere la questione catalana attraverso i tribunali e non con la politica. Che il tribunale territoriale di Schleswig-Holstein (Germania) abbia deciso di lasciare in libertà sotto cauzione Carles Puigdemont, dopo aver cassato questo giovedì [12 aprile 2018, ndt] il reato di ribellione, giacché, assicura, non è presente il requisito della violenza, va contro la versione costruita dallo Stato Spagnolo e cioè di accusarci di aver organizzato un colpo di Stato violento, quando ciò che si fece era l’organizzazione di un evento democratico quale è un referendum. E questo lo conferma la Corte Costituzionale Federale tedesca, che considera che l’imputazione del reato di ribellione sia “inammissibile”, poiché considera che in Catalogna non c’è stata violenza durante l’1-O (1 di ottobre, la data del referendum per l’indipendenza, n.d.R.) . Da ora in poi, mantenere l’incarceramento preventivo (non per prevenire un reato infondato bensì per annientare il nemico politico e, più genericamente, strappare le radici della nazione catalana e le sue aspirazioni di libertà) per Jordi Cuixart e Jordi Sànchez, Oriol Junqueras e Joaquim Forn, Raül Romeva, Jordi Turull, Josep Rull, Carme Forcadell e Dolors Bassa, apparirà agli occhi del mondo (inclusi quelli degli spagnoli più convinti) come ciò che è realmente, una palese ingiustizia propria di uno Stato in meteorica regressione alle forme più deliranti di autoritarismo post-democratico.

  • Qual è la posizione dell’ONU a proposito?

La Commissione dei Diritti Umani dell’ONU ha sollecitato la Spagna a rispettare i diritti politici di Jordi Sànchez. In una risoluzione, dice: “Si è richiesto allo Stato membro [la Spagna, nda] di prendere tutte le misure necessarie affinché Jordi Sànchez possa esercitare i suoi diritti politici conformemente all’articolo 25 del Convegno”. Nonostante tutto, il giudice del Tribunal Suprem Pablo Llarena ha ignorato questa risoluzione, e ha negato a Jordi Sánchez la possibilità di uscire dalla prigione per partecipare all’atto dell’investitura per due volte. Ci troviamo, quindi, con una specie di “Colpo di Stato” giudiziario, giacché proprio il giudice “riconosce di star limitando i diritti” del deputato Jordi Sànchez, e che lo fa “anteponendo alcuni supposti diritti collettivi spagnoli”. La giustizia spagnola ha disprezzato la risoluzione della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, malgrado il suo effetto vincolante. Il giudice sarà obbligato a rispettare questa decisione e, non facendolo, starà disobbedendo all’ONU. Pare che per la giustizia spagnola sia più importante l’unità di Spagna che il rispetto dei diritti umani.

Qual è la posizione dell’Unione Europea?

La questione catalana è una questione europea fin dal principio. Gli attriti fra Catalogna e Spagna sono secolari, però il salto inaspettato che ci porta alla questione catalana a partire dal 2010, dal nazionalismo rivendicativo alla scommessa dell’indipendenza, non si capisce senza il segno della crisi che si trascina l’Europa, frutto dello sconcerto generato nella cittadinanza dall’incapacità di risposta politica all’accelerato processo di globalizzazione e alla crisi del 2008, che ha diviso a metà la classe media e ha seminato il panico in ampi settori della società. 

Se europea è l’origine, europea è stata la risposta. Non c’è dubbio che l’immobilismo – che tanto sorprende gli osservatori stranieri – sia definito nel carattere del presidente Rajoy, tanto allergico ai progetti politici quanto convinto che niente sia più efficace di lasciare che i problemi si volatilizzino da soli. Il turno autoritario che vive la Spagna, pretendendo di risolvere la questione catalana con la via giudiziale, e con un uso senza complimenti del Codice Penale in materia di libertà di espressione, con la persecuzione dei delitti di odio e con una pratica sempre più soggettiva e interpretativa della giustizia, è comune in tutta Europa. La compiacenza delle autorità europee con i regimi autoritari dell’Ungheria e della Polonia rinforza la reazione conservatrice. E, a questo, si aggiunge la crisi della socialdemocrazia, che senza bussola né progetto, senza altra aspirazione che salvare i propri fregi (cammino verso la disfatta definitiva), si accomoda acriticamente sulla moda autoritaria.

Con Puigdemont in Germania, l’Europa è più cosciente che mai che il caso catalano esista. Il discorso ufficiale tedesco ripete lo slogan: problema interno della Spagna. Parte della stampa e dei partiti europei divergono. Il fatto che la Germania non abbia riconsegnato Puigdemont senza validi motivi alla Spagna, ha fatto in modo che il problema catalano sia un problema europeo. E lo sarà sempre di più.

Tu sei il direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia. Perché l’ufficio è stato chiuso? Quali erano le vostre attività prima della repressione governativa della Spagna?

Non lo sono più. Noi lavoratori pubblici dei consolati della Generalitat all’estero siamo stati tutti congedati con l’applicazione del 155. Il personale dell’Ufficio di Alghero, che era vincolato organicamente a Roma, ha perso il lavoro come il resto dei colleghi dei consolati di Parigi, Londra, Berlino, Lisbona, Vienna, Washington e Copenhagen. Malgrado la nostra occupazione fosse di carattere “tecnico” (nel mio caso, legato specialmente a questioni culturali e linguistiche, economiche e turistiche) il Governo Spagnolo non ha indugiato a sbatterci per strada. Dobbiamo ricordare che i consolati del Governo della Catalogna sono, infatti, un diritto riconosciuto dallo Statuto della Catalogna. Pertanto, la loro chiusura, ripeto, è un atto repressivo illegittimo perpetrato dal Governo Spagnolo. Nel caso concreto del nostro Ufficio di Alghero, il nostro compito principale era quello di promuovere, incanalare e potenziare le attività di comunicazione, di scambio culturale, di cooperazione e di supporto per la promozione della lingua e della cultura catalana nella città di Alghero; potenziare e rendere dinamiche le relazioni fra le istituzioni della Catalogna con quelle di Alghero e della Sardegna e aiutare nell’organizzazione di attività vincolate alla diffusione culturale, turistica, sociale e economica della Catalogna in Sardegna. Attività che, a quanto pare, il Governo spagnolo considera potenzialmente pericolose e sovversive.

Sa terra sarda in s’àndala

Prosegue con la sua quinta tappa la “Marcia per la Terra”, organizzata dal Coordinamento Comitati Sardi in collaborazione e con la partecipazione dell’associazione Re:Common.

Appuntamento a Villacidro, domenica 22 alle ore 9:30, presso l’agriturismo Perda Massa, al Km 26 della Strada Statale 196 (qui l’indirizzo).

Il Coordinamento è costituito da Comitati e Associazioni, impegnati in Sardegna per la tutela dell’ambiente e della salute, per la gestione del territorio e la promozione di modelli  di governo condivisi e eco-sostenibili.

Re:Common è un associazione impegnata in inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dei territori in Italia, in Europa e nel mondo. Lavora e si adopera per contrastare il consolidamento di un modello estrattivista di società, fondato sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori, sul furto dei beni alle comunità che li vivono, portando al conseguente impoverimento di miliardi di persone in tutto il mondo.

Dopo le prime cinque tappe del 2014 il Coordinamento Comitati Sardi continua la sua Marcia per la Terra. Questa seconda edizione della Marcia (“Ancora insieme per la nostra terra”), suddivisa anch’essa in più tappe, vuole rivendicare il diritto delle cittadine e dei cittadini a decidere del futuro della propria Terra, e ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica della nostra Regione riguardo ai problemi causati dalla cattiva gestione di vari progetti industriali proposti nell’Isola, con le connesse speculazioni finanziarie, facendo riferimento specifico alla salvaguardia dei terreni agricoli e al rilancio della nostra agricoltura contadina.

Si è scelto di centrare la quinta tappa di quest’edizione della Marcia sul seguente tema: “Le nuove forme di rapina dei territori: il neoestrattivismo”, per cogliere e collegare i processi attraverso cui la finanza “estrae”, letteralmente, le risorse ai territori, sia in termini economici, che di sovranità e autodeterminazione.

Sarà un’occasione per dialogare a più voci, intrecciando spunti locali, nazionali e internazionali, che pongono domande come: quali le nuove forme di depredazione dei territori? cosa le differenzia dai vecchi processi di spoliazione? quali le possibili risposte che in difesa della terra possono essere adottate qui e altrove?

Ampio spazio verrà lasciato a interventi e contributi di chiunque desideri partecipare, oltre che a nuove domande e richieste di chiarimenti.

Laura Cadeddu e Claudio Orrù coordineranno i lavori che inizieranno alle ore 9,30.

Il Coordinamento Comitati Sardi

      coordcomitatisardi@gmail.com

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Domani in piazza contro l’aggressione alla Siria

L’escalation non c’è stata e l’attacco militare di USA, GB e Francia (con il dichiarato appoggio logistico italiano che non manca mai) si è risolto in un attacco terroristico mirato ad alcuni centri di ricerca medica e ad alcune postazioni di Hezbollah (che con la Siria e i presunti gas non c’etra davvero nulla). In ogni caso la Sardegna è in gioco perché quando l’imperialismo muove i carrarmatini sulla cartina del Risiko planetario, la nostra isola sta sempre in prima linea, vista la centralità strategica sempre più manifesta anche nelle dichiarazioni degli stessi comandanti militari (leggere qui).

Domani a Cagliari un primo momento di mobilitazione di piazza contro guerra e occupazione militare lanciato dal Cagliari Social Forum. Di seguito il comunicato pervenuto alla nostra redazione:

Era da prevedere che gli stati che pensano di poter dominare tutto non sarebbero rimasti inerti vedendo la sconfitta della loro soldataglia costituita dai mercenari targati ISIS.  Essi, non appagati dall’aver ridotto gran parte della Siria ad un cumulo di macerie grazie alle milizie che loro ed i loro alleati (Israele,  petromonarchie e Turchia) avevano armato, e foraggiato, vedendo la vittoria sul campo da parte delle forze governative si sarebbero inventati un pretesto  un po’ per dare manforte ai loro mercenari rimasti sul campo e contemporaneamente  dare prova di forza con il lancio di un centinaio di missili.

 Anche stavolta si sono inventati il “casus belli”: le immancabili armi chimiche che il “dittatore” Assad avrebbe usato! Usato adesso che l’esercito dei jahidisti è in rotta! Senza portare nessuna prova che non fosse la loro parola, senza nemmeno la sceneggiata fatta in occasione dell’aggressione all’Iraq, delle ampolle mostrate da un generale USA ad un’attonita ONU,  hanno deciso di lanciare questi missili che possono significare l’inizio di una  nuova escalation.

Una escalation che ha un obbiettivo preciso: l’Iran.

E questo succede mentre i cecchini israeliani sparano su inermi manifestanti palestinesi uccidendone a decine e ferendone a migliaia fra l’indifferenza ed il menefreghismo della tanto blasonata “comunità internazionale”

Una tecnica, quella del mordi e fuggi che Io stato d’Israele pratica quotidianamente e che la Turchia ha copiato cercando di annettersi una parte del Kurdistan siriano anche qui con il consenso delle “Autorità” sovranazionali.

Constatiamo che a compiere tali atti che noi giudichiamo imperialisti sono quattro paesi NATO (Turchia, Gran Bretagna, Francia e USA) e un suo strettissimo alleato (Israele)

Assistiamo al silenzio o nel migliore dei casi a qualche tiepido balbettio da parte dei rappresentanti del governo e del parlamento italiano.

Noi condanniamo questi bombardamenti come atti di aggressione verso una Nazione sovrana.

Non ci accontentiamo delle prese di posizione pilatesche dei nostri rappresentanti.

Giudichiamo la NATO uno strumento degli stati imperialisti e per questo chiediamo con forza l’uscita da essa.

Chiediamo che nessuna base, nessun apporto logistico venga  fornito dall’Italia a Nazioni che esportano guerra e morte.

SIT IN MARTEDI’ 17 ALLE ORE 17 IN PIAZZA GARIBALDI A CAGLIARI

Per il Cagliari Social Forum:

Salvatore Drago

Forza e impotenza degli imperialisti

di Marco Santopadre

L’ennesima aggressione militare di Usa, Francia e Gran Bretagna contro la Siria aggiunge tensione a tensione, e dimostra se ce ne fosse bisogno l’irresponsabilità e la pericolosità di potenze imperialiste che, sostanzialmente estromesse dal Medio Oriente, cercano di riprendere protagonismo a suon di bombardamenti.
Bombardamenti ‘avvisati’ che non spostano di una virgola gli equilibri geopolitici e militari nella regione, ma intervengono in un paese sconvolto da quasi un decennio di destabilizzazione e guerra civile e in presenza di un ingente schieramento di uomini e mezzi dei paesi alleati di Damasco, in primis Russia e Iran.
Se Mosca e Teheran non hanno reagito è solo perché hanno preventivamente convinto Washington, Londra e Parigi e ridimensionare i loro piani di attacco limitandosi ad una provocazione militare grave ma priva di conseguenze, che paradossalmente dimostra l’impotenza delle potenze occidentali nell’area.
Un’impotenza che però potrebbe condurre gli Usa e i suoi alleati/competitori ad una rischiosissima escalation dalla quale potrebbe scaturire un conflitto militare su vasta scala e stavolta di tipo simmetrico.
Infatti Washington, Londra e Parigi, contrariamente al passato, non si confrontano più con piccoli paesi facilmente annichiliti come l’Iraq, la Jugoslavia, l’Afghanistan, la Libia, ma con potenze regionali pesantemente armate e organizzate e con potenze mondiali del calibro della Russia. Potenze che ad ogni mossa di Washington sono obbligate a reagire con mosse uguali e contrarie, all’interno di un innalzamento della tensione internazionale che ci immerge già in un clima di guerra e militarizzazione.
Senza dimenticare le schegge impazzite e imprevedibili rappresentate da Israele, Turchia e Arabia Saudita, desiderose di affermare i loro interessi, di imporre la propria egemonia o di agguantare la loro vendetta contro gli avversari di oggi e gli ex alleati di ieri. Nel mirino, neanche a dirlo, l’Iran e l’asse sciita uscito paradossalmente rafforzato da anni di destabilizzazioni e di conflitti che hanno indebolito il ruolo degli aggressori e seminato morte e distruzione in tutto il Medio Oriente.

Senza etica non c’è ricerca. Domani il Cua presidia il Rettorato di Cagliari

Intervista a Cristian Perra, del Collettivo Autonomo Universitario Casteddu. Nella foto una azione di stamattina alla facoltà di studi umanistici a Cagliari contro i legami tra Unica e Ricerca bellica israeliana

 

  1. Mercoledì 11 aprile presidierete il rettorato dell’Ateneo di Cagliari. Perché?

Saremmo di fronte al rettorato mercoledì 11 aprile, alle ore 10, perché pensiamo che non ci possa essere ricerca senza etica. L’università di Cagliari, infatti, ha stretto e continua a stringere accordi di cooperazione con apparati militari, come nel caso dell’accordo del polo ospedaliero con il Comando Militare Esercito Sardegna, o con Università Israeliane di fatto complici con il massacro del popolo palestinese come il TechnionInstitute, la HebrewUniversity of Jerusalem e l’OranimAcademic College. Come militanti del Collettivo Universitario Autonomo Casteddu, facente parte di A Foras, pretendiamo la rescissione di qualsiasi rapporto con enti direttamente o indirettamente coinvolti con il mondo militare, quello della sperimentazione bellica o con interessi nelle guerre in corso nel mondo.

  1. Università ed Esercito: un legame indissolubile?

L’occupazione militare non è fatta solo di caserme, territori off-limits, filo spinato ed esercitazioni militari bensì di una pervasione del militarismo all’interno della nostra quotidianità. Ormai da tempo, l’apparato militare si è intromesso nella formazione, nelle aule universitarie e negli studi della ricerca e tale presenza si è rafforzata dal 2017 grazie ad un accordo Lavoro-Difesa-Istruzione. Nei mesi passati abbiamo denunciato, con diversi documenti e studi, la vera faccia del DASS (Distretto AereoSpaziale Sardo), un progetto dichiarato apertamente come civile ma che con il “dual use” piega l’Università, i Saperi e la Ricerca alle necessità dei militari e della guerra raccontando il tutto come una buona causa e un’occasione di sviluppo. Come studenti e studentesse non possiamo tollerare che le strutture del sapere siano al servizio degli interessi militari, trasformate in luoghi di propaganda di guerra o di un “progresso scientifico” con ripercussioni negative sul territorio che viviamo. La cultura, il sapere, la ricerca, l’Università non possono sottostare alle esigenze di mercato e di profitto, tantomeno a quelli militari e bellici. Senza etica non c’è ricerca. Non vogliamo sottostare al ricatto che ci impone l’occupazione militare. Come giovani non possiamo vedere il nostro lavoro all’interno dell’Università messo a valore da e per interessi militari di stampo imperialista. Non vogliamo collaborare con chi, dandoci un tozzo di pane, qualche credito o qualche ora in più di tirocinio, usa il nostro lavoro per devastare la nostra terra o quella altrui, per quanto lontana possa sembrare.

  1. L’Università sarda collabora anche con Israele. Puoi dirci di più?

Lo ha dichiarato anche recentissimamente l’ambasciatore isrealiano Sachs: «Tra noi e voi c’è una storia d’amore. Israele, quando si parla di tecnologia, c’è”». Questa “storia d’amore” è sporcata dal sangue delle centinaia di palestinesi che ogni giorno muoiono a Gaza e nel resto della Palestina, spesso a causa dei droni progettati dal Technion di Haifa con il quale l’università di Cagliari ha un accordo di cooperazione. L’ambasciatore israeliano parlava di una storia d’amore tra Unica e Israele proprio pochi giorni prima che i cecchini israeliani sparassero sulla folla uccidendo più di 20 Palestinesi e ferendone più di mille. Una risposta violenta e ingiustificata contro civili disarmati, in linea con la politica di violenza e repressione del governo Israeliano. Ci chiediamo allora come possano non vergognarsi tutti e tutte coloro che stendono tappeti rossi per le istituzioni israeliane, promuovono questo tipo di iniziative e si fanno promotori di accordi con le università israeliane e come non si vergognino di millantare una del tutto posticcia libertà di ricerca per legittimare la smodata fame di fondi di alcune facoltà.