Nuove mitologie sulla lingua sarda

Dopo il libro scritto da Bartolomeo Porcheddu e il conseguente articolo pubblicato sulla Nuova Sardegna in data 26/04/18 si è sollevato il vespaio da tempo dormiente tra linguisti sardi e presunti tali. In tale articolo, scritto sulla base del libro, si  afferma che il latino sarebbe la lingua dei sardi, giacché deriverebbe dalla Limba. Le smentite non hanno tardato ad arrivare.
Riportiamo una riflessione di Omar Onnis sul ruolo che i mass media hanno nella dilapidazione non solo della lingua sarda ma anche dell’immagine che se ne ha collettivamente.

di Omar Onnis

Faccio osservare sommessamente il seguente fenomeno: sulla Nuova viene dato ampio risalto alla pubblicazione di un appassionato su una presunta derivazione del latino dal sardo.

Lasciamo stare ogni valutazione nel merito della questione. È però evidente che si tratta di una tesi come minimo stravagante e di certo suscettibile di essere messa alla berlina (a prescindere dalla sua serietà e persino dalla sua fondatezza).

È evidente anche che dare tanto risalto a una tesi del genere, su un importante organo di stampa, un mass medium mainstream come si dice, non sia una scelta neutra.

Si tratta del vecchio trucco di scovare le posizioni più astruse, più originali o comunque più difficilmente difendibili in un ambito che si vuole sminuire e destituire di legittimità, per ridurlo o mantenerlo in una condizione minorizzata, marginale, innocua (per lo status quo).

Ma qui siamo ancora nella fisiologia. Ovunque ci siano relazioni di dominio e di subalternità, diseguaglianze palesemente inique, rapporti di forza sbilanciati, chi è avvantaggiato fa ricorso a tali e ad altri espedienti per mantenere il proprio vantaggio.

E sappiamo che i mass media in Sardegna sono organici al nostro establishment economico e politico, alla nostra classe dominante, o a questa o quella delle sue fazioni più forti.

Quel che invece vorrei far notare è che queste tesi, tanto pubblicizzate quanto discutibili, sono rifiutate in larghissima misura proprio dall’ambito politico a cui invece (almeno surrettiziamente) le si vorrebbe assegnare, ossia l’ambito indipendentista.

Non che in tale ambito non ci siano estimatori di tali tematiche, e di queste posizioni teoriche (chiamiamole così) in particolare. Tuttavia proprio lì per lo più esiste ed è diffusa una critica radicale e quasi sempre ben argomentata di questi elementi di mitopoiesi auto-esaltante.

Non è un fenomeno banale.

Significa che l’adesione ideale al processo di autodeterminazione, anche nelle sue espressioni più radicali, non equivale affatto all’adesione automatica a una mitologia megalomane, come risposta istintiva alla nostra condizione subalterna.

È un segno di maturità politica e di consapevolezza storica non da poco.

Dispiace che invece i mass media sardi siano lontani e per lo più ostili a qualsiasi seria riflessione sul tema e optino invece facilmente (ne abbiamo esempi quasi quotidiani) per questa sorta di guerrilla non dichiarata e decisamente sleale, contando su quel che resta della propria credibilità pubblica e sul favore della nostra classe dominante.

Un ruolo da cani da guardia non della democrazia ma del potere costituito. Nulla di edificante, insomma. E probabilmente, ormai, nemmeno di decisivo. Per fortuna.