Altro che autonomia: andate al popolo (sardo)!

di Omar Onnis

Un momento dell’incontro su “Autonomia e Federalismo” organizzato a Ghilarza lo scorso 28 aprile da intellettuali della sinistra del PD e di LeU.

Senza troppa polemica, perché certi processi sono complessi e non scorrono rapidi come i tempi della cronaca quotidiana. Ma qui si ha una riprova della condizione deficitaria della classe politica sarda e di certi fenomeni in corso di cui parlavo ieri su SardegnaMondo.

Una parte consistente della nomenklatura e dei quadri intermedi dei partiti italiani grosso modo socialdemocratici (con sfumature dal neoliberismo acritico al riformismo timido), intellettuali organici compresi, si ritrova senza fissa dimora e senza certezze per il futuro.

Certezze per il futuro significa fondamentalmente ragionevoli garanzie di carriera, sia chiaro. Non siamo sul terreno dei grandi ideali o delle prospettive di lungo periodo.

Ma questo rischia di essere un giudizio sbrigativo e anche eccessivamente severo. Dentro l’egoismo diffuso e la cattiva abitudine all’opportunismo in realtà si intravede anche un barlume di disagio politico, una ricerca di senso che lo status quo non fornisce più.

Dato che non è facile diventare incendiari dopo una vita da pompieri, si procede a vista, provando a uscire dalla zona di comfort, impiegando concetti e termini che per questo eterogeneo conglomerato di esperienze e aspettative suonano comunque avventurosi. Dunque rischiosi.

Addirittura si lanciano come parole d’ordine “autonomia e federalismo“. Un’endiadi vagamente auto-contraddittoria, quasi un ossimoro. Non voglio dire un nonsenso. Ma è (quasi) una novità. Si usa addirittura la parola “autogoverno” (che è un altro concetto ancora).

Un’apertura che a loro sembra già un pericoloso sbilanciamento in un terreno incognito e oscuro, ma che a un osservatore appena appena informato, o senza vincoli di sudditanza, suona pateticamente in ritardo.

Eppure è un segnale.

È la certificazione che l’orizzonte politico dentro cui ha ancora senso fare politica in Sardegna offre solo due possibilità che vanno estremizzandosi:

– o l’adesione attiva al processo neo-colonialista (in atto e operante);
– o il suo contrasto radicale dentro una prospettiva di autodeterminazione (a prescindere dalle forme che tale obiettivo potrà rivestire, nel quadro internazionale che va articolandosi).

Dato che in campo ci sono già almeno due percorsi collettivi e plurali (Autodeterminatzione e Caminera noa) – largamente egemonizzati dalle istanze di sinistra (il che a mio avviso è non solo un bene ma è anche conseguente e sensato, in Sardegna), oltre che votati appunto al perseguimento dell’autodeterminazione già dentro il quadro normativo e politico vigente – sarebbe utile che le aperture degli ex quadri e intellettuali della sinistra italiana in Sardegna trovassero una collocazione coerente e concreta nell’avvicinamento, almeno in termini di confronto, a tali due percorsi.

Ho i miei dubbi. Ho la sensazione che per molti di loro si tratti solo di trovare una formula retorica per poter ri-negoziare la propria partecipazione ai prossimi tavoli di spartizione della ormai moribonda classe politica dominante (dominante nelle istituzioni, molto meno nella collettività sarda reale).

Ma chissà.

Bisogna essere fiduciosi e aprire un po’ di credito. Alla meta si arriva tutti o non arriva nessuno. Verificheremo la sincerità di tali aperture alla prova dei fatti.