Caminera Noa compie un anno e si organizza per un autunno che si annuncia caldissimo

Gli aderenti al percorso politico Caminera Noa si sono dati appuntamento domenica 29 a Tramatza presso il centro congressi Anfora. Il caldo torrido della giornata e il periodo estivo non sono stati d’ostacolo ai tanti partecipanti che hanno trascorso l’intera giornata a discutere di lavoro, cittadinanza, energia, ambiente, sviluppo comunitario, lingua e istruzione, sanità e trasporti. Tutti temi racchiusi nei cinque gruppi di lavoro tematici riunitisi la mattina. Per alcuni si trattava di organizzare i naturali sviluppi dei progetti già in piedi (come la prosecuzione della mobilitazione contro il Mater Olbia e in difesa della sanità pubblica e della campagna contro lo sfruttamento del lavoro “Telèfonu Ruju”), per altri di ragionare su nuove campagne come nel caso dei temi legati all’energia, alla cittadinanza e allo sviluppo comunitario.

Nel pomeriggio, dopo la pausa pranzo, si è riunita l’assemblea Plenaria che, in pratica, è stata divisa in due parti: la discussione plenaria sul lavoro e sulle proposte dei gruppi e la discussione su temi più squisitamente di linea politica.

La presidenza, come di consueto, è stata presa nel rispetto della parità di genere, da un attivista e una attivista.

Tante le proposte e le mobilitazioni in agenda a partire dal dopo pausa estiva e tante altre quelle su cui la Plenaria ha infine deciso di rimandare la discussione a ulteriori momenti di approfondimento e discussione.

Tra gli interventi anche quello di Franca Battelli, del comitato Zero Waste Sardegna, la quale ha spiegato il perché della presenza di un banchetto degli ambientalisti per raccogliere adesioni e fondi a supporto del ricorso alla Corte di giustizia europea contro il decreto attuativo dello “Sblocca Italia” che ha imposto alla Sardegna un nuovo inceneritore e il potenziamento dei due già esistenti.

Presenti anche gli attivisti del comitato No Metanodotto contrari al progetto rispolverato dopo il naufragio del vecchio Galsi. Il progetto – hanno spiegato all’affollata assemblea plenaria – «in realtà, nasce già obsoleto per la rapidità con cui si stanno sviluppando le tecnologie di produzione e accumulo delle fonti rinnovabili, e forti dubbi permangono anche sulla diminuzione del prezzo dell’energia. Piuttosto è certo che il gas sottoporrà l’Isola a una nuova servitù». Intanto in sala circolava un modello con le osservazioni elaborate dal Comitato No Metanodotto che gli attivisti avevano l’occasione di sostenere con una firma.

Presente anche e attivo nel dibattito – e non è di certo la prima volta nelle riunioni e nelle mobilitazioni chiamate da Caminera Noa – anche l’indipendentista Bainzu Piliu che ha da poco annunciato la rinascita della storica organizzazione indipendentista Frùntene pro s’Indhipendhentzia de sa Sardinnia.

Insomma l’atmosfera è quella dei centi fiori che sbocciano insieme. Chissà se arriverà anche la primavera per la Sardegna!

 

Rinasce il FIS. La parola a Bainzu Piliu

 

Bainzu Piliu è un volto noto non solo all’interno del movimento indipendentista sardo, ma rientra a pieno titolo nella storia della Sardegna. Al centro di incredibili vicende legate al cosiddetto “complotto separatista” di inizio anni Ottanta come capo politico del Frùntene pro s’Indhipendhentzia de sa Sardinnia e primo relatore universitario che ha fatto discutere una tesi in sardo, Piliu ha raccolto le sue memorie (e le sue idee politiche) in un libro, Cella n° 21 che presenta infaticabilmente in tutta la Sardegna. 

Con un laconico post social Piliu ha annunciato che entro pochi giorni “tutti gli interessati saranno informati sulla rinascita del F.I.S. e sui suoi ideali”.

Pesa Sardigna ha deciso di intervistarlo. 

21/3/07 – BAINZU PILIU – FOTO ITALO ORRU

-Chi frequenta le manifestazioni e le riunioni indipendentiste conosce bene il tuo volto. Sei impegnato in politica dagli anni Settanta, non ti sei ancora stancato di portare avanti la lotta per l’indipendenza?

Per il momento proseguo nella mia azione, è una scelta di vita, dopo tutto mi considero un ‘giovane adulto’ (qualsiasi cosa ne pensino i gerontologi) . Mi costerebbe di più arrendermi.

-Tutte le colonie e le nazioni oppresse che sono riuscite a liberarsi dall’oppressione hanno costruito fronti uniti di liberazione. In Sardegna invece proliferano tanti piccoli movimenti che perseguono  strategie spesso opposte.  Cosa ne pensi?

Nel novembre 1976 ho fondato il F.I.S.(Frùntene pro s’Indhipendhentzia de sa Sardinnia), proprio per realizzare quel che dici tu, ossia l’unione delle forze sardiste in campo, non ha funzionato, quello che auspicavo non si è realizzato. Non credo però che questa sia l’unica strada percorribile, vedremo in futuro.

-Da docente universitario hai fatto discutere [novembre 1981] la prima tesi di laurea in sardo e per questo hai subito anche richiami ufficiali. Il Consiglio Regionale ha appena approvato una legge di tutela della lingua sarda. E’ un progresso?

-La legge sulla lingua approvata nei giorni scorsi non sembra l’ideale, ma devo leggerne il testo, comunque non me ne preoccupo: le leggi si fanno, si rifanno, e si possono anche strappare … se necessario.

-Ha fatto discutere il recente accorpamento del Psdaz con il partito italiano di estrema destra “Lega”.  Cosa pensi di questo e di altri  accorpamenti di partiti sardisti o indipendentisti a partiti italiani?

Anche un’alleanza col diavolo può dare buoni frutti. Si tratta di vedere quale dei due contraenti sia più diabolico.

-Hai girato la Sardegna per presentare il tuo libro sull’esperienza repressiva subita a da te e da altri patrioti del Fronte nella celebre vicenda del “complotto separatista”. Cosa è cambiato da allora?

CELLA N°21 solo  in piccola misura è un’autobiografia, per il resto è un saggio storico-politico. Le presentazioni proseguono (ora siamo a quota 74) e in misura trascurabile servono a illustrare l’esperienza del carcere. Gli scopi che tendo a raggiungere sono altri.  Mentre negli anni ’70 e ’80 molti avevano paura a parlare di indipendenza, perché si correvano dei rischi immediati, ora il vocabolo ha perso la carica dirompente che aveva all’inizio e ne parlano in tanti, forse non sempre consapevoli del significato pieno del termine, e ancor meno consapevoli delle responsabilità e dei rischi che questa scelta comporta nei tempi lunghi. Io intendo suscitare dibattito sull’argomento e consapevolezza. Oggi, ai governanti italiani l’azione delle varie organizzazioni ‘sardiste’ potrà apparire poco più che folcloristica, niente di cui doversi preoccupare. Come dargli torto? Però, che dall’indipendentismo originario siano spuntati parecchi polloni  è un bene, nel tempo qualcuno potrà divenire robusto e rendersi temibile, al momento una fusione fra loro mi sembra impossibile ma, come ho già detto, non credo sia indispensabile per raggiungere l’obiettivo: in campo mondiale vi sono diversi esempi significativi.

Caminera Noa a Tramatza per proseguire il cammino

Domenica 29 luglio il soggetto-progetto Caminera Noa terrà la sua assemblea plenaria a Tramatza, presso il centro congressi “L’Anfora”.

L’assemblea plenaria – si legge in una nota del nuovo soggetto politico sardo – è l’unico spazio politico deputato a pianificare i progetti da realizzare in futuro. È in questo modo che ha sempre funzionato Caminera Noa ed è in questo modo che abbiamo scelto le vertenze e i progetti che hanno caratterizzato Caminera Noa nel suo primo entusiasmante anno di vita.

Infatti l’idea di un soggetto-progetto dei conflitti e delle resistenze sarde nasce con una assemblea plenaria un anno fa, il 23 luglio del 2017 a S. Cristina di Paulilatino. Nel corso di un anno Caminera Noa ha fatto molta strada, sempre all’insegna della democrazia, della trasparenza e della partecipazione diretta.

Come tutte le assemblee decisionali di Caminera Noa anche la plenaria di domenica prossima sarà aperta a tutti e tutte e tutti i partecipanti avranno voce in capitolo e potere decisionale.

La prossima plenaria sarà decisiva per il futuro del nostro soggetto-progetto politico perché dovremo prendere decisioni molto importanti su linea politica e progetti da realizzare.

Di seguito pubblichiamo il programma dell’intera giornata. Qui trovate l’evento fb. Tutte le sessioni sono aperte alla partecipazione di tutti.

Programma della giornata:

mattina, dalle ore 10:00 alle 13:30 RIUNIONE GRUPPI DI LAVORO.

 1. Beni comune e ambiente
2. Economia – predazioni
3. Lavoro – fisco
4. Diritti-cittadinanza
5. Lingua-storia-Istruzione-opinione pubblica
6. Salute-tutele sociali
7. Migrazioni-marginalità sociali
8. Spopolamento-abbandono aree rurali

Ore 13:30 PAUSA PRANZO

Al ristorante “L’Anfora”. Menù completo 12 euro. Necessaria prenotazione entro il 25 luglio con un msg normale, Whatsapp o Telegram al 3382154200

Dalle 16:30 alle 20:30 ASSEMBLEA PLENARIA “SEMUS IN CAMINU”

– Riepilogo di un anno di dibattito, processi partecipativi e lotte di liberazione
– Brevi comunicazioni tavoli di lavoro
Libero confronto su prospettive e sviluppo del soggetto-progetto politico Caminera Noa

DURANTE LA PLENARIA

I partecipanti potranno

– ritirare gli adesivi della campagna “Telèfonu Ruju” contro lo sfruttamento del lavoro precario, i finti tirocini e l’alternanza scuola-lavoro a cura di Caminera Noa e USB

– lasciare una sottoscrizione al banchetto di Zero Waste Sardegna per sostenere le spese legali del ricorso alla corte del Lussemburgo per l’impugnazione del decreto attuativo dell’art. 35 dello “Sblocca Italia” che impone alla Sardegna un nuovo inceneritore e il potenziamento di quelli vecchi.

Metanodotto in Sardegna: regione o colonia?

C’è un appello che sta girando sottotraccia in rete ed è quello lanciato dalla pagina Sardegna Rossa, rivolto a “tutte le forze anticolonialiste sarde e a tutto il movimento operaio rivoluzionario per fermare quest’impresa scellerata”.

L’impresa scellerata è il metanodotto che dovrebbe vedere la Sardegna diventare un gigantesco hub energetico del Mediterraneo.

Qualche mese fa era intervenuto sul tema anche il giornalista Vito Biolchini sul suo blog con un articolo molto chiaro a riguardo: In Siria infuria la guerra del gas e la Sardegna vuole a tutti i costi il metano: come se niente fosse.

Biolchini scrive senza mezzi termini che il progetto, spacciato dalla giunta Pigliaru come meta di progresso e abbattimento dei costi per le imprese, “in realtà prevede soprattutto la realizzazione di depositi costieri, che dovrebbero essere realizzati non a beneficio dell’esiguo mercato sardo ma di quello internazionale, ben più vasto e promettente, depositi che consentirebbero ai grandi player dell’energia di stoccare il gas per poi rivenderlo in altri stati. Depositi costieri che per essere realizzati hanno bisogno di essere inseriti in una nuova pianificazione territoriale (ed ecco allora che potrebbe arrivare a fagiolo la nuova legge urbanistica targata VaniniErriuPigliaru, pronta a favorire gli interessi dell’Eni e non solo quelli degli speculatori locali). Con questo progetto di metanizzazione la Sardegna diventerebbe dunque un grande hub nel Mediterraneo, una piattaforma energetica inserita in un contesto internazionale e mondiale ben più vasto. E ben più instabile“.

La Sardegna secondo Biolchini diventerebbe insomma una mera piattaforma energetica, una servitù coloniale utile soltanto ai grandi attori dell’energia internazionale, con l’aggravante di andare a infilarsi in un conflitto molto serio e dagli esiti imprevedibili (tra i quali c’è una tensione militare sempre crescente) tra i due progetti in competizione: quello promosso dalla Russia attraverso l’Iran e quello spinto dagli USA attraverso il Qatar.

Di seguito l’appello di Sardegna Rossa:

Il 13 giugno 2017 il Ministero dello sviluppo economico e la Regione Sardegna (giunta di centrosinistra) firmarono l’ “Accordo procedimentale per le autorizzazioni dei metanodotti inclusi nella Rete Nazionale e nella Rete Regionale”: un metanodotto che collegherà Sarroch, Oristano e Porto Torres e sarà lungo 277 chilometri, uno unirà Cagliari al Sulcis, 57 chilometri, mentre l’ultimo spaccherà l’isola in orizzontale unendo Codrongianos a Olbia con una tubatura di 75 chilometri e due depositi a Oristano e un deposito più ampio, e con possibilità di rigassificazione, nell’area di Cagliari, approvvigionati con navi metanifere. Il costo previsto dell’impresa imperialista è di un miliardo e 578 milioni di euro. In una nota del quotidiano sardo La Nuova Sardegna del 15 settembre per quanto riguarda i tempi dell’impresa veniva scrisse: “Impossibile sapere quando l’intera opera sarà completata: trattandosi di un iter piuttosto complesso nessuno ha mai azzardato dei tempi perché il rischio è non riuscire a rispettarli”. Non c’era bisogno del commento della La Nuova Sardegna per sapere che l’opera una volta iniziata non si sa quando finirà. Storicamente le masse proletarie in Sardegna conoscono per esperienza sulla propria pelle l’efficienza dei capitalisti e del loro stato: vent’anni per la tratta ferroviaria Cagliari-Sassari (1864-1884).

L’Accordo attuale sostituisce il precedente “GALSI” (Gasdotto Algeria Sardegna Italia). Accordo nato con la costituzione di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. L’itinerario di “GALSI”: dalla stazione di El-Kala, in Algeria, per approdare a Porto Botte, in comune di Giba, da dove sarebbe dovuta salire verso nord riprendendo il mare nei pressi di Olbia per approdare, infine, in Toscana, nella zona di Piombino. L’Eni, da subito, fu contraria all’iniziativa fuori dalle linee politiche governative, iniziate con Prodi e Berlusconi, di privilegiare i rapporti con l’oligarchia russa per l’approvvigionamento del metano. La società che deteneva il 46% delle azioni “GALSI” era la Sonatrach, la compagnia di Stato algerina per la ricerca, lo sfruttamento, il trasporto, la commercializzazione di idrocarburi. Indagata, alla fine del 2012, dalla procura di Milano per una tangente di 200 milioni di euro, la Sonatrach chiese di prendere tempo fino al maggio 2013. Nel maggio del 2014 la giunta regionale di centrosinistra ritira la SFIRS (società soggetta a direzione e controllo della Regione Sardegna) dall’accordo GALSI: “L’uscita da Galsi non può in alcun modo interrompere il processo di metanizzazione già avviato con la realizzazione, attualmente in corso, delle reti urbane di distribuzione del gas, il cui completamento richiede la costruzione di una dorsale di trasporto e delle relative reti intermedie di collegamento. Anzi usciamo da Galsi proprio per rilanciare la metanizzazione della Sardegna. Non possiamo continuare a stare fermi su un tema strategico per lo sviluppo della nostra regione “, Francesco Pigliaru, presidente della giunta degli ascari di centrosinistra.  Con il ritiro dal GALSI, la Regione sarda si è ripresa gli undici milioni di euro che vi aveva investito. Con il nuovo accordo tra Snam e Società gasdotti Italia, Regione Sardegna e MiSE per il metanodotto in Sardegna, entra in ballo l’Eni che con la Snam ha firmato, alla fine del 2017, un accordo progettazione, realizzazione e manutenzione da parte di Snam di un primo lotto di 14 nuovi impianti di gas naturale compresso (compressed natural gas – CNG) all’interno della rete nazionale di distributori Eni, favorendo l’offerta di carburanti alternativi a basse emissioni come il gas naturale. La giunta degli ascari di centrosinistra vi ha reinvestito gli undici milioni.

Due sporchi affari colonialisti sulla pelle delle masse sarde. Oggi, come ieri, la borghesia italiana usa la Regione Sardegna e i governi regionali come comitato d’affari degli ascari per potervi condurre scorribande, saccheggi e devastazioni.  Lo stato italiano è nato con l’assoggettamento coloniale del sud e della Sicilia alla borghesia settentrionale guidata dai tiranni sabaudi. I Savoia estesero a tutto il Meridione e alla Sicilia il rapporto coloniale che instaurò in Sardegna con il trattato di Londra del 1720, quando gli fu messa nella testa ottusa e oscurantista la corona maledetta del Regno di Sardegna. Rapporto coloniale di cui erano consapevoli i rivoluzionari sardi nel triennio 1793-1796. Dai Savoia alla Repubblica sono falliti tutti i tentativi della classe dominante di far uscire il Meridione, la Sicilia e la Sardegna da quello che i suoi intellettuali chiamano “sottosviluppo”. La storia di questi tentativi – dalla Cassa per il Mezzogiorno, ai poli industriali petrolchimici e siderurgici, alle privatizzazioni sbandierate dal governo Amato agli inizi degli novanta alla green economy che sta trasformando la Sardegna in una terra di pale eoliche, di impianti solari e di coltivazioni per gli impianti per l’energia delle biomasse, nuovo terreno per le scorribande e i saccheggi colonialisti – dimostra che  la fuoriuscita  dal “sottosviluppo” del Meridione, della Sardegna e della Sicilia non può avvenire nell’epoca storica dell’agonia del capitalismo ma solo con il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione di regimi di dittatura rivoluzionaria del proletariato. Questa era la posizione adottata dal congresso di Lione (1926) del Partito Comunista d’Italia sezione dell’Internazionale Comunista. Tutti gli intellettuali borghesi che hanno cercato di confutarla, dai “meridionalisti” di fine XIX inizi XX a Pasquale Saraceno hanno fallito miseramente.

Tutte le avventure coloniali, dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno avuto successo per la disoccupazione strutturale che alimenta un esercito industriale di riserva permanente su cui agisce il ricatto della borghesia italiana, sarda e a cui si è unito, negli ultimi trent’anni, quello della borghesia sindacale di CGIL-CISL-UIL che si prepara a vendere al meglio a Snam e Società gasdotti Italia la forza lavoro degli edili sardi, obbligati dal ricatto padronale dell’esercito industriale di riserva. Dai 56 mila edili occupati nel 2009, si è passati agli attuali 21.785 occupati nel settore. La burocrazia sindacale sarda ha sempre sostenuto la costruzione di un metanodotto. Ai cani morti della burocrazia sindacale non interessa combattere le politiche dell’esercito industriale di riserva. Quanto più è numeroso l’esercito industriale di riserva, tanto più il proletariato occupato è ricattato e sottomesso alla burocrazia sindacale. I cani morti della burocrazia potrebbero portare in piazza migliaia di edili sardi per tradurre in pratica le risorse già stanziate ed appaltate per ammodernare la viabilità che da sole valgono 900 milioni di euro; per tradurre in cantieri i 450milioni del pacchetto infrastrutture messo a punto due anni fa dalla Giunta regionale. Misure minime che se realizzate allenterebbero il ricatto dell’esercito industriale di riserva.

Gli undici milioni che la giunta regionale ha investito nel nuovo accordo sul metanodotto vanno invece utilizzati per un piano di ristrutturazione dei centri storici delle città, dei paesi e degli stazzi della Sardegna; per la riqualificazione e rafforzamento della viabilità interna su strada e su ferrovia (la centralizzazione economica, finanziaria e statale a Cagliari, a Sassari e a Olbia è l’altra faccia del depauperamento delle zone interne all’isola, di metà della popolazione sarda); la riqualificazione ed il rafforzamento del sistema idrico-fognario.

I lavoratori edili sardi non sono minimamente illusi dalle favole sulle virtù economiche del metanodotto dell’assessore all’industria Maria Grazia Piras. Hanno visto che l’edilizia turistica nelle coste sarde non ha prodotto un Eldorado ma un centro di sfruttamento servile di forza lavoro sarda, in particolare quella giovanile, per tre mesi all’anno. In Sardegna 616.791 elettori votarono, nel referendum del 2016, contro il governo, il 72,22% della popolazione. Quel No era un voto contro tutte le politiche avviate con il trattato di Maastricht. Un dato politico che ha provato l’opposizione alla classe dominante, sul piano elettorale, era ed è massicciamente diffuso. Il voto proletario ai 5stelle e a Salvini lo prova. A parte una minoranza sociale razzista indurita, il voto operaio e popolare ai giallo-verdi è dato per i contenuti della loro demagogia economico e sociale. Se il malcontento operaio e popolare non ha preso la strada anticapitalistica e degli organismi democratici rivoluzionari (i consigli), lo si deve all’assenza di un fronte unico proletario, sperimentato e disciplinato che attragga le masse e dia fiducia nel combattimento di classe. Questa è il problema che le forze rivoluzionarie devono risolvere in Sardegna, nello Stato italiano, in Europa e in tutto il mondo.

Il movimento 5Stelle ha espresso la propria contrarietà al metanodotto sardo. Andrea Vallascas, capogruppo del M5S nella Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati, ha presentato (nei primi giorni di luglio) ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico un’interrogazione sul progetto di metanizzazione della Sardegna  definito un’opera inutile e anacronistica, destinata a compromettere il territorio e a negare ancora una volta all’Isola un percorso di sviluppo sostenibile…… Ci vogliono far credere che nel giro di tre anni il gas arriverà nelle case e nelle aziende. Ma è da quando eravamo ragazzini-e che aspettiamo di percorrere la SS 131 in sicurezza, che tolgano i semafori dalla SS 554 o che, finalmente, in Sardegna sarà una cosa normale prendere un treno, così come nella gran parte dei Paesi civili……”. Vallascas con un’interrogazione parlamentare vuole costringere i vertici del capitalismo di stato ad abbandonare il progetto del metanodotto. Con un’interrogazione, Vallascas vuole fare quello che non è riuscita a fare la classe operaia sarda del Sulcis-Iglesiente e del petrolchimico di P. Torres contro i vertici dell’ENI dalla fine degli anni Cinquanta del XX secolo ad oggiI 5Stelle non porteranno mai coloro che li hanno votati contro i vertici di Snam e di Società gasdotti Italia per bloccare il metanodotto in Sardegna, così come non porteranno le masse a Roma contro il ministro dell’economia Tria (“occhio e orecchio” di Mattarella e dei vertici dell’UE nel governo giallo-verde, insieme a Moavero Milanesi).

Tutto procede in senso contrario alla “stabilizzazione”. La potenza della contraddizione e della negazione, che i disfattisti vogliono ridurre ad anomalia, è esaltata dalla bancarotta del capitalismo. Tutti gli strumenti usati dalle classi dominanti, dal 2008, si sono trasformati in fattori di aggravamento della crisi, segno inequivocabile del declino avanzato del modo di produzione capitalistico. La lotta contro quest’impresa colonialista in Sardegna necessita del sostegno e della solidarietà delle forze classiste combattive e internazionaliste di tutto lo stato italiano. Ma, prima di tutto, è l’unità di tutte le forze anticolonialiste e anticapitaliste sarde che è fondamentale.

Segui la battaglia contro il metanodotto e per una Sardegna libera sul gruppo Sardegna Rossa e le pagine Prospettiva Operaia Sardegna e Prospettiva Operaia.

Nel deserto industriale di Porto Torres riscoppia la lotta operaia

di Cristiano Sabino

L’assemblea degli operai Sices nella zona industriale di Porto Torres

Zona industriale di Porto Torres, ore 15:00, il clima è torrido e le poche auto in movimento sono dirette verso le numerose e bellissime spiagge nei dintorni. Noi invece ci fermiamo davanti ai cancelli della Sices. Da pochi mesi  la fabbrica ha sospeso la produzione per mancanza di liquidità ma già si notano i segni evidenti dell’abbandono e della noncuranza.

Arriviamo e gli operai stanno discutendo sotto il sole. Il tema è il perché dell’assenza dei sindacati confederali che pure sono stati avvisati e invitati rispettando tutti i crismi del protocollo. La maggior parte dei lavoratori non ha più fiducia in loro, anche se qualcuno tenta di trovare giustificazioni di sorta: «avevano una riunione», «hanno assicurato massima disponibilità». A quanto capiamo però è una storia che va avanti da tempo e non è il frutto di un disguido occasionale. In sostanza i sindacati sono latitanti nella vertenza Sices che infatti soltanto da poco e a macchia di leopardo sta iniziando a comparire sulle cronache dei giornali. Mariano Peddis, operaio dell’azienda, ci fa un sunto della situazione: la multinazionale aveva utilizzato la cassa integrazione fin dal 2013, anche se la produzione è andata avanti fino al 2017 e pur fra tagli e crescenti inquietudini. Poi ad un certo punto il crollo e la fine delle illusioni: i problemi di liquidità erano insormontabili e la proprietà ha portato i libri in tribunale chiedendo un concordato in bianco , cioè il blocco delle ingiunzioni di pagamento per quattro mesi con proroga fino al 24 luglio, vale a dire fra quattro giorni. Intanto la cassa integrazione ordinaria è finita nello scorso ottobre ed è stata chiesta la cassa integrazione speciale per area di crisi di Porto Torres che terminerà il prossimo ottobre. Insomma un disastro precipitato nel più assoluto silenzio di sindacati e politica locale e regionale.

Il tutto per una multinazionale non in perdita,  a cui non mancavano certo commesse, che non campava di contributi pubblici e che non inquinava l’ambiente, forse per questo non meritoria dell’attenzione di stampa e politica. La Sices ha sedi in tutto il mondo (nello stato italiano anche a Varese, a Legnano e in Europa in Polonia e in Svizzera): «abbiamo due anni di commesse e dentro gli stabilimenti ci sono dieci milioni di euro in lavori da finire e consegnare» – dice un operaio mentre prendo appunti – «sì, abbiamo 12 scambiantori cominciati e quattro reattori da 800 tonnellate iniziati e non finiti. Tutti lavori non terminati perché non c’erano i soldi per comprare merci indispensabili come i fasci tubieri e materiale per saldatura» puntualizza un altro operaio agitando i pugni in aria rabbiosamente.

Martedì 24 luglio si capirà se il re è nudo oppure se esiste effettivamente un piano industriale di rientro, ma non c’è molto ottimismo fra i lavoratori perché – lamentano coralmente – «siamo stati tenuti all’oscuro di tutto, abbiamo chiesto un incontro con i vertici dell’azienda e l’amministratore Passina ha disatteso l’appuntamento. Allora abbiamo fissato una videoconferenza presso l’associazione degli industriali e anche questa è saltata. Noi operai siamo stati tenuti allo scuro di tutto e a tre giorni dalla fine del concordato ci sentiamo abbandonati da tutti, direzione e sindacati. A questo punto non abbiamo nulla da perdere e ci muoveremo autonomamente per difendere il nostro posto di lavoro e la nostra professionalità. Siamo operai altamente specializzati e ciò che facciamo ha mercato al contrario di altri settori ormai in crisi per concorrenza internazionale come carbone, alluminio e bauxite. Qui il problema è solo ed esclusivamente di cattiva gestione manageriale e politica, altre aziende sono state aiutate per anni pur non essendo più capaci di stare sul mercato, se noi superiamo questo momento in un anno siamo capaci di rientrare in pista perché abbiamo due anni di commesse».

Praticamente è la storia del cane dell’ortolano perché pare che ci fossero anche altre due aziende interessate a subentrare all’attuale proprietà. C’è da chiedersi perché la cosa non sia stata neppure discussa: «se i proprietari hanno sbagliato, lascino ad altri» – chiosano gli operai sotto il sole – «siamo legati al palo e non sappiamo neppure di che morte dovremo morire, per vie traverse si parla di un nuovo anno di cassa integrazione, ma noi siamo contrari, vogliamo sapere come stanno esattamente le cose e soprattutto vogliamo lavorare perché il lavoro c’è e noi siamo figure altamente specializzate per farlo»

Nei prossimi giorni ci saranno nuove mobilitazioni, questa volta senza più aspettare i sindacati e a quanto pare saranno mobilitazioni eclatanti.

Una mano alla buscacca per vincere la battaglia “Rifiuti 0”

Il 24 aprile 2018 il TAR del Lazio ha pubblicato l’ordinanza in merito al ricorso presentato dal Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare costituito anche da Zero Waste Sardegna col quale era stato impugnato il decreto attuativo dell’art. 35 del decreto Sblocca Italia, riconoscendo di fatto le ragioni degli appellanti sul mancato rispetto della corretta gerarchia dei rifiuti e la mancata effettuazione della VAS (Valutazione Ambientale Strategica).

Ora il TAR ha rimandato alla Corte di Lussemburgo la decisione.

Vincere alla Corte di Giustizia Europea rappresenterebbe un passaggio fondamentale per l’enorme impatto dal punto di vista giuridico, il carattere vincolante e la sua immediata applicazione in tutti i Paesi europei; un aspetto fondamentale in termini di legittimazione e orientamento delle politiche dei governi in questa direzione.

La necessità di raccogliere fondi.

Il ricorso presso la Corte di Lussemburgo comporta costi economici importanti, per le spese legali e le risorse necessarie per garantire forza e visibilità alla nostra azione.

Nel corso degli anni sono stati raggiunti grandi obiettivi, si sono create e a consolidate ampie reti che si battono a tutela dell’ambiente e della salute, con l’obiettivo di un passaggio ad un diverso modello di sviluppo.

Ora però l’obiettivo a portata di mano è molto più grande.

È necessario coinvolgere sempre più persone, mettere in rete sempre più realtà, contribuire allo sviluppo di un’opinione pubblica consapevole ed informata, per acquisire un peso e una forza maggiore per sostenere ciò che è giusto.

Il ruolo della Sardegna

È innegabile il ruolo e il contributo della Sardegna in questa vicenda. Pur con una popolazione di meno del 3% del totale di quella dello stato italiano, ha fornito la spinta e un contributo determinante nel processo in corso. A dispetto dei luoghi comuni che vogliono relegarci ad un ruolo subalterno, abbiamo dimostrato grande attenzione e sensibilità ai temi ambientali ed economici dell’isola e di tutta l’Europa, non abbiamo avuto dubbi nello schierarci in prima linea per avviare un profondo processo di cambiamento e di stravolgimento dei fallimentari modelli imperanti.

C’è oggi l’opportunità di rendere affettivo il notevole sforzo espresso nel corso degli anni e la Sardegna può ancora una volta rendersi protagonista a livello locale ed europeo.

Un piccolo supporto finanziario da parte di tutti può consentire di raccogliere agevolmente la cifra necessaria per sostenere il ricorso in Europa e per informare e sensibilizzare più persone possibile, così da avere sempre più forza nel rivendicare il nostro diritto ad una società più equa e sostenibile.

L’art.35 Sblocca Italia

l’Art. 35 impone la realizzazione di nuovi inceneritori e l’aumento della capacità di quelli esistenti senza effettuare una valutazione ambientale strategica (VAS). Ciò significa aumentare in modo massiccio le emissioni in atmosfera di polveri sottili contenenti sostanze tossiche e cancerogene e continuare a investire su un modello industriale speculativo i cui profitti sono garantiti esclusivamente dagli incentivi pubblici inseriti nella bolletta elettrica, impedendo, a causa degli ingenti investimenti e dei loro tempi di ritorno, di muoversi nella direzione del recupero di materia attraverso pratiche come il riciclo e il riutilizzo, secondo i criteri dell’economia circolare.

In Sardegna, oltre al potenziamento dei 2 inceneritori esistenti, è previsto anche un terzo inceneritore per gestire complessivamente 300.000 t/anno di rifiuti indifferenziati, con un ricalcolo del fabbisogno residuo del tutto incongruente con le reali previsioni. Questo nonostante appena 6 mesi prima dell’approvazione del decreto si affermasse che non c’erano le condizioni per un terzo inceneritore.

Economia Circolare

Produzione, consumo, recupero e smaltimento sono gli elementi alla base del processo di produzione all’interno del paradigma economico in cui siamo immersi. Un sistema che, di fronte alla continua crescita della domanda di risorse e ai costi, economici e ambientali, mostra chiaramente la sua inadeguatezza.

Il Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare si identifica in una società basata su una vera “sostenibilità planetaria”, in cui occorre rimettere in equilibrio il sistema di produzione e consumo attuale con la disponibilità delle risorse e con la tutela dell’ambiente naturale, attraverso una nuova visione di sviluppo denominata “Economia Circolare”.

Un nuovo modello in cui la produzione e gestione di scarti venga progettata per evitare di produrre rifiuti non riciclabili, in cui la generazione e distribuzione di energia avvenga da sole fonti rinnovabili e in cui la dimensione locale trovi valorizzazione.

Con l’adozione di un pacchetto di misure sull’economia circolare e con l’approvazione delle quattro recenti Direttive Europee del 30 maggio 2018, viene stabilita una gerarchia dei rifiuti che dà priorità alla riduzione, al riuso, al riciclo ed al recupero di materia.

Per sostenere ed effettuare una donazione basta andare al sito di Zero Waste Sardegna. 

Un sondaggio sulla cultura dell’indipendentismo in Sardegna

 

 

«Buongiorno gentili amministratori, mi chiamo Manuela sono sarda da 43 anni ed indipendentista da 13, ma forse da sempre» – inizia così il messagio inviato alla nostra posta elettronica da una nostra lettrice – «Adoro la nostra terra e vorrei che la sua cultura e la sua storia venissero conosciuti da tutti, sia Sardi che non Sardi. Pertanto, insieme a dei collaboratori, sto portando avanti un progetto di cultura della diffusione della cultura sarda, attraverso i podcast ed i canali social».

Il progetto consiste in un semplice sondaggio da compilare  (in pochi minuti) facendo clik nel seguente link.

Una inizia che riteniamo positiva e quindi degna di essere pubblicata.

La maglietta rossa (di vergogna) di Pigliaru

 

Il governatore della Regione Autonoma della Sardegna Francesco Pigliaru, con una maglietta rossa al Gay Pride di Cagliari

All’appello dell’associazione antimafia Libera “Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità” hanno risposto in tanti e fra i tanti anche il governatore della Sardegna Francesco Pigliaru. L’iniziativa, promossa da Don Ciotti, consisteva in un appello alla solidarietà indossando un indumento rosso per ricordare le tante vittime dei tanti naufragi di migranti, ovviamente in riferimento polemico alle politiche del ministro dell’interno Matteo Salvini che – in continuità con il suo omologo del governo precedente – ha scelto la linea dura contro i migranti.

Pigliaru però è stato criticato da più parti e soprattutto da chi è sempre stato solidale con migranti e dannati della terra.

Una dura critica arriva dalla pagina fb del noto ecologista e pacifista Angelo Cremone, poi ripresa da Cagliari Pad, dove il Governatore viene accusato di ipocrisia a proposito della copertura politica di cui gode la fabbrica di bombe RWM a Domusnovas.

Cremone ci va giù duro pesante e chiama in causa direttamente Pigliaru:

«Tu uomo, purtroppo rappresentante dei Sardi, con il tuo spregevole silenzio, tanto apprezzato da quei manager venditori di bombe distruttrici di Esseri Umani, ci fai vergognare di essere Sardi, con l’etichetta internazionale “Sardegna l’Isola delle Bombe”. Ma tale richiamo, visto che parliamo di Diritti da difendere, ricordo che, i Diritti non hanno confine e non possono essere confinati. Tante magliette sporche di rosso sangue, dovrebbero essere presenti con noi, davanti quella fabbrica di morte, o venerdi 13 luglio ore 10.00, in piazza del Carmine, davanti al Palazzo della Rappresentanza del Governo, non per ballare e sorridere, ma per piangere davanti alla carneficina che la ” nostra ” produzione sarda di bombe, crea in Yemen».

Un altro affondo, questa volta proprio sul tema dei migranti, arriva da un altro volto noto dell’attivismo sardo, Antonio Muscas (Assemblea Permanente di Villacidro, comitati sardi contro le speculazioni, Caminera Noa).

Muscas non attacca il Governatore frontalmente, ma si limita a riportare le sue stesse dichiarazioni in merito ai migranti in tempi diversi e sotto governi di segno politico diverso:

1. “Ritengo necessario moltiplicare gli sforzi affinché il passaggio di migranti dall’Algeria cessi al più presto. A questo fine chiedo quali azioni concrete ed urgenti il Governo intende mettere in campo per frenare con la necessaria urgenza gli sbarchi, garantire l’immediato rimpatrio e, al contempo, rinforzare la presenza delle forze di polizia nelle aree di approdo.

Francesco Pigliaru, 26 settembre 2017
Governo PD, ministro dell’interno Marco Minniti

2. “I diritti sono sacrosanti e vanno riaffermati con maggiore forza soprattutto quando un ministro della Repubblica li mette in discussione. Oggi più che mai rivendichiamo diritti basilari, e indossiamo in tanti una maglietta rossa perché qualunque sia l’opinione sui flussi migratori, la vita umana viene prima di tutto”.

Francesco Pigliaru, 7 luglio 2018
Governo Lega-5 Stelle, ministro dell’interno Matteo Salvini


Muscas alla fine chiosa con una semplice domanda rivolta a Francesco Pigliaru:

«I “diritti sacrosanti” da lei rivendicati, governatore Pigliaru, dipendono esclusivamente dal Governo in carica e si difendono solo quando a violarli sono gli avversari? Così, giusto per capire»

Pochi minuti fa invece  Caminera Noa ha lanciato una campagna destinata a far discutere.  Gli attivisti del nuovo soggetto-progetto politico sardo avevano già battuto il tema con un video messaggio rivolto proprio a Pigliaru, registrato lo scorso 11 giugno sotto il palazzo del Consiglio Regionale e ripreso da Cagliari Pad. Il video aveva ricevuto una marea di ingiurie e invettive da parte di razzisti nostrani infuriati per la richiesta di apertura dei porti della Sardegna, in disobbedienza proprio al ministro degli interni Matteo Salvini e alla sua politica anti migranti.

La grafica della campagna Bene Benidos Disterrados di Caminera Noa

La campagna vuole smontare tutti i luoghi comuni sull’emigrazione e naturalmente rintuzzare il governatore Pigliaru che – al di là delle vuote parole – non ha colto la possibilità di procurare uno strappo diplomatico con il governo centrale attuando una politica autonoma in tema di accoglienza.

Di seguito riportiamo il testo della campagna di Caminera Noa che potete trovare anche sulla sua pagina fb.

APRIAMO I PORTI SARDI
BENE BENNIDOS DISTERRADOS

(Campagna a cura del soggetto-progetto politico Caminera Noa)

Fra i paesi europei (African Economic Outlook Ocse) lo stato italiano è il primo per investimenti in Africa con 11,6 miliardi nel 2016 (di cui 8,1 del solo Eni). L”Ente nazionale idrocarburi italiano investe in Africa, con una presenza in 15 stati, più di 8 miliardi all’anno.
“Oggi l’Africa fornisce oltre la metà della produzione totale di greggio e gas naturale di Eni, che si conferma primo produttore internazionale nel continente” (Sito ufficiale Eni, pagina “La nostra Africa”).
Lo stato italiano è dunque in prima fila nello sfruttare le risorse naturali dell’Africa, ma è l’ultimo nell’accoglienza dei rifugiati.
Secondo i dati forniti dall’Unhcr la Svezia è il primo stato europeo per l’accoglienza di rifugiati (23,4 ogni mille abitanti), mentre lo stato italiano è in coda alla classifica (2,4 rifugiati ogni mille)
In Sardegna la popolazione straniera residente ammonta a 50.346 persone, neanche l’1% della popolazione residente straniera nello stato italiano.
Secondo gli ultimi dati disponibili, i richiedenti di asilo in Sardegna sono 5.470, il 3,1% dei richiedenti asilo presenti nello stato italiano.
Nei primi sei mesi del 2018 sono arrivate nello stato italiano, via mare, 14.441 persone, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente ne erano arrivate 64.033. (Dati del Ministero dell’Interno citati da Internazionale).
Dal 1993 a oggi sono quasi 35mila le persone morte, spesso annegate o sparate, nel tragitto per arrivare in Europa, per mare o per terra.
In un mondo in cui otto persone detengono la stessa ricchezza della metà dell’umanità (dati Oxfam), le destre xenofobe e razziste sono esperte nella costruzione di falsi nemici e false emergenze per occultare i danni prodotti dal capitalismo e dal colonialismo, nel passato come nel presente. Come esseri umani e come comunità che da sempre subisce politiche di predazione colonialista e il razzismo, il nostro dovere non è solo aprire i porti, ma aprire le menti e organizzare l’accoglienza di chi rischia la vita per scappare dalla propria terra.
Nonostante le vaghe dichiarazioni umanitarie a riguardo, il presidente della Regione Pigliaru non ha disobbedito al ministro dell’Interno. Non ha aperto i porti sardi all’accoglienza di profughi e persone bisognose di cure, come Caminera Noa aveva chiesto con un video messaggio registrato proprio sotto il palazzo del Consiglio regionale. Quando la legge e il potere coincidono con la barbarie l’unica dignità è la disobbedienza. Il governatore della Sardegna non ha avuto questa dignità.

#BeneBenidosDisterrados 

#Apriamoiportisardi #Apriamolefrontiere #Apriamolementi

La Sfida Catalana in Sardegna: 7 date con Marco Santopadre

Il nuovo soggetto-progetto politico anticolonialista sardo Caminera Noa e il Comitadu Sardu pro sa Repùblica de Catalunya, insieme a Su Tzirculu, su Circulu literàriu Joyce Lussu, Furia Rossa, la Casa del Popolo di Bosa, il circolo Tirrindò e Res Publica, organizzano una serie di presentazioni in Sardegna del libro del giornalista e militante internazionalista Marco Santopadre  La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta (ed. PGreco)

Santopadre, da sempre attento alla lotta delle nazioni senza stato, compreso il movimento per l’indipendenza della Sardegna, (terra che frequenta molto spesso, oltretutto Santopadre collabora spesso anche con il nostro blog), è stato diretto testimone degli straordinari giorni in cui la Catalunya ha votato per dire SI o NO all’indipendenza e alla fondazione di una Repubblica catalana indipendente.

L’1 ottobre del 2017 infatti milioni di catalani e catalane sono andati a votare per il referendum sull’autodeterminazione sfidando i divieti del governo di Madrid e la indiscriminata repressione di un vero e proprio esercito di occupazione. Si è trattato del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica mai avvenuto in Europa negli ultimi decenni, in nome della sovranità popolare e della democrazia, seguito due giorni dopo dallo sciopero generale più imponente realizzato dalla morte del dittatore Francisco Franco.

Il giornalista e militante della sinistra anticapitalista ed anti europeista Marco Santopadre

Una sfida frutto dell’irrigidimento nazionalista della classe politica spagnola e della devastante crisi economica, del processo di centralizzazione in atto nell’Unione Europea e dello svuotamento della democrazia rappresentativa. Da una parte una Repubblica sostenuta da una popolazione partecipe e determinata, dall’altra una Spagna monarchica e autoritaria in cui gli elementi di continuità col franchismo sono numerosi, sostenuta dall’Unione Europea e dalle grandi imprese. Ad alcuni mesi di distanza l’autonomia catalana è stata ridotta e commissariata e decine di dirigenti e militanti politici sono stati rinchiusi in prigione per reati politici o sono stati costretti all’esilio, in un paese in cui artisti o semplici cittadini finiscono in carcere per un tweet o per il testo di una canzone contro i Borboni o la corruzione della classe politica ma dove i responsabili di un brutale stupro ottengono un trattamento di favore. Di questo – e di molto altro – parla “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta”, che verrà presentato dall’autore e da esponenti dei movimenti e delle associazioni che hanno organizzato l’evento in Sardegna, spesso anch’essi testimoni diretti dei fatti legati al referendum per l’indipendenza catalana.

Eccole coordinate della presentazione del libro e la pagina fb di Caminera Noa che lo pubblicizza:

18 luglio, Cagliari, Su Tzirculu, via Molise 58, ore 21
19 luglio, Siniscola, Gana ‘e Gortoe, Via Olbia, 42, ore 20
24 luglio, Villacidro, Circulu literàriu Joyce Lussu, piazza Zampillo, ore 18:30
21 luglio, Oristano, Libreria Librid, piazza Eleonora, ore 18
25 luglio, Bosa, Casa del Popolo, Via Cugia 14, ore 19
26 luglio, Sassari, Circolo Tirrindò, via Masia 2 (piazza Università). ore 18:30
27 luglio, Alghero, Res Publica, ex caserma, piazza Pino Piras, ore 20

Una Cunferèntziaaberta che ci porterà lontano

 

di Alessandro Mongili

Uno degli otto gruppi di lavoro Cunferèntzia Aberta di Autodeterminatzione tenutisi a Cagliari lo scorso 24 giugno

 

Esiste un processo che è presente nel movimento indipendentista e per l’autodeterminazione in Sardegna. Si tratta del desiderio di non reagire semplicemente all’agenda politica che ci è imposta da chi ci domina, che ci spinge solo a protestare o che fa dire alla politica dipendentista sarda che non vi è alcuna alternativa se non quella di contendersi briciole. Esiste un processo che ci spinge ad autodeterminarci non solamente nel diritto sacrosanto a decidere, ma anche in quello di decidere su che cosa decidere, cioè di decidere noi stessi quali siano le priorità fondamentali per noi Sardi.

Negli ultimi mesi la politica sarda è intossicata da priorità che priorità sarde non sono. Ne è testimonianza l’importanza del tema dell’immigrazione, che riguarda solo 6.000 migranti in tutta la Sardegna, cioè tre villaggi turistici che inquinano, non danno lavoro e ci rapinano spostando ricchezza dalle tasche dei turisti a quelle dei tour operator coloniali.

All’interno di AutodetermiNatzione ci siamo posti seriamente il problema di lavorare su un’agenda politica… autodeterminata. Abbiamo cercato non solo di renderlo visibile, questo processo, attraverso l’idea della Cunferèntziaaberta, ma anche di fare in modo che nel movimento indipendentista e per l’autodeterminazione rientrino e abbiano un ruolo politico le competenze.

Così, in pieno accordo con il Tavolo politico di ADN, e grazie all’impegno e all’entusiasmo di un gruppo di attivisti basati soprattutto su Cagliari e la sua area, abbiamo trasformato questo processo in qualcosa di organizzato, di produttivo, e di aperto.

Organizzato, perché abbiamo pensato di collegare l’istituzione di gruppi di lavoro alla presenza di un Convocatore esperto del tema, che si presenti egli o lei stessa rispondendo a un Bando che abbiamo diffuso un mese fa. Questo, perché crediamo che sia inutile aprire gruppi di lavoro scollegati dalla spinta motivazionale e quindi dal bisogno che esista, presente effettivamente nel movimento, e perché abbiamo voluto rendere trasparente il processo, ed escludere la tendenza a piazzare persone fedeli ma magari poco competenti ed entusiaste, e riconoscere le energie presenti in Sardegna e nel Disterru. Abbiamo fornito dunque una serie di scadenze, linee guida per l’organizzazione dei Gruppi, bozze di Schede utili per redigere un programma, e tutto il supporto possibile su base volontaristica e “dopolavoristica” che è quella della politica di opposizione che conduciamo in questa fase.

Produttivo, perché abbiamo assegnato ai gruppi di lavoro il compito di redigere un progetto di lavoro per i prossimi mesi, e abbiamo assegnato a ciascun gruppo un facilitatore in grado di organizzare la discussione e a spingerla verso la redazione di tale progetto, cioè a non disperdersi in mille rivoli, interessanti, ma che non avrebbero portato ad alcun esito concreto.

Infine, aperto, perché sa Cunferèntziaaberta e i Gruppi di lavoro sono composti da cittadini non necessariamente aderenti a qualcuna delle sigle presenti in AutodetermiNatzione, ma comunque aderenti alle sue idealità.

Alla fine, il 24 Giugno scorso, noi che abbiamo organizzato l’evento, ci siamo trovati al Lazzaretto di Santu Elias a Casteddu, di per se un luogo straordinario, ad aspettare trepidanti i partecipanti. Come capita, tutti ci chiedevamo chi avrebbe partecipato. Ma non ci aspettavamo il centinaio di persone, otto gruppi attivi, e di aver messo in piedi un’organizzazione così ben funzionante, di essere stati così bravi. Tutti i gruppi hanno prodotto idee e progetti fattibili e interessanti. Tutti sono andati via contenti, sia detto senza falsa modestia. Ci siamo ritrovati al Poetto, la sera, a dividere il pasto in un chiosco sulla spaggia, esausti, ma felicissimi, capitati per caso a un piccolo concerto di Claudia Aru.

Non so come andrà a finire, questo processo. Ma io credo che abbiamo creato una piattaforma e sviluppato pratiche che potranno essere preziose non solo per AutodetermiNatzione, ma per tutto il movimento per l’indipendenza e l’autodetermiNatzione della Sardegna, rinunciando al palco, integrando le competenze, e sviluppando l’ascolto reciproco. Nella convinzione che nessuno ha in tasca la verità, e che in questo modo si può realmente creare un movimento libero e non subalterno alla prima ondata politica italiana di risulta. L’autodeterminazione della Sardegna è nelle nostre mani e sarà il frutto del nostro lavoro, non ci arriverà da fuori.