Metanodotto in Sardegna: regione o colonia?

C’è un appello che sta girando sottotraccia in rete ed è quello lanciato dalla pagina Sardegna Rossa, rivolto a “tutte le forze anticolonialiste sarde e a tutto il movimento operaio rivoluzionario per fermare quest’impresa scellerata”.

L’impresa scellerata è il metanodotto che dovrebbe vedere la Sardegna diventare un gigantesco hub energetico del Mediterraneo.

Qualche mese fa era intervenuto sul tema anche il giornalista Vito Biolchini sul suo blog con un articolo molto chiaro a riguardo: In Siria infuria la guerra del gas e la Sardegna vuole a tutti i costi il metano: come se niente fosse.

Biolchini scrive senza mezzi termini che il progetto, spacciato dalla giunta Pigliaru come meta di progresso e abbattimento dei costi per le imprese, “in realtà prevede soprattutto la realizzazione di depositi costieri, che dovrebbero essere realizzati non a beneficio dell’esiguo mercato sardo ma di quello internazionale, ben più vasto e promettente, depositi che consentirebbero ai grandi player dell’energia di stoccare il gas per poi rivenderlo in altri stati. Depositi costieri che per essere realizzati hanno bisogno di essere inseriti in una nuova pianificazione territoriale (ed ecco allora che potrebbe arrivare a fagiolo la nuova legge urbanistica targata VaniniErriuPigliaru, pronta a favorire gli interessi dell’Eni e non solo quelli degli speculatori locali). Con questo progetto di metanizzazione la Sardegna diventerebbe dunque un grande hub nel Mediterraneo, una piattaforma energetica inserita in un contesto internazionale e mondiale ben più vasto. E ben più instabile“.

La Sardegna secondo Biolchini diventerebbe insomma una mera piattaforma energetica, una servitù coloniale utile soltanto ai grandi attori dell’energia internazionale, con l’aggravante di andare a infilarsi in un conflitto molto serio e dagli esiti imprevedibili (tra i quali c’è una tensione militare sempre crescente) tra i due progetti in competizione: quello promosso dalla Russia attraverso l’Iran e quello spinto dagli USA attraverso il Qatar.

Di seguito l’appello di Sardegna Rossa:

Il 13 giugno 2017 il Ministero dello sviluppo economico e la Regione Sardegna (giunta di centrosinistra) firmarono l’ “Accordo procedimentale per le autorizzazioni dei metanodotti inclusi nella Rete Nazionale e nella Rete Regionale”: un metanodotto che collegherà Sarroch, Oristano e Porto Torres e sarà lungo 277 chilometri, uno unirà Cagliari al Sulcis, 57 chilometri, mentre l’ultimo spaccherà l’isola in orizzontale unendo Codrongianos a Olbia con una tubatura di 75 chilometri e due depositi a Oristano e un deposito più ampio, e con possibilità di rigassificazione, nell’area di Cagliari, approvvigionati con navi metanifere. Il costo previsto dell’impresa imperialista è di un miliardo e 578 milioni di euro. In una nota del quotidiano sardo La Nuova Sardegna del 15 settembre per quanto riguarda i tempi dell’impresa veniva scrisse: “Impossibile sapere quando l’intera opera sarà completata: trattandosi di un iter piuttosto complesso nessuno ha mai azzardato dei tempi perché il rischio è non riuscire a rispettarli”. Non c’era bisogno del commento della La Nuova Sardegna per sapere che l’opera una volta iniziata non si sa quando finirà. Storicamente le masse proletarie in Sardegna conoscono per esperienza sulla propria pelle l’efficienza dei capitalisti e del loro stato: vent’anni per la tratta ferroviaria Cagliari-Sassari (1864-1884).

L’Accordo attuale sostituisce il precedente “GALSI” (Gasdotto Algeria Sardegna Italia). Accordo nato con la costituzione di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11,6%, gruppo Hera 10,4%. L’itinerario di “GALSI”: dalla stazione di El-Kala, in Algeria, per approdare a Porto Botte, in comune di Giba, da dove sarebbe dovuta salire verso nord riprendendo il mare nei pressi di Olbia per approdare, infine, in Toscana, nella zona di Piombino. L’Eni, da subito, fu contraria all’iniziativa fuori dalle linee politiche governative, iniziate con Prodi e Berlusconi, di privilegiare i rapporti con l’oligarchia russa per l’approvvigionamento del metano. La società che deteneva il 46% delle azioni “GALSI” era la Sonatrach, la compagnia di Stato algerina per la ricerca, lo sfruttamento, il trasporto, la commercializzazione di idrocarburi. Indagata, alla fine del 2012, dalla procura di Milano per una tangente di 200 milioni di euro, la Sonatrach chiese di prendere tempo fino al maggio 2013. Nel maggio del 2014 la giunta regionale di centrosinistra ritira la SFIRS (società soggetta a direzione e controllo della Regione Sardegna) dall’accordo GALSI: “L’uscita da Galsi non può in alcun modo interrompere il processo di metanizzazione già avviato con la realizzazione, attualmente in corso, delle reti urbane di distribuzione del gas, il cui completamento richiede la costruzione di una dorsale di trasporto e delle relative reti intermedie di collegamento. Anzi usciamo da Galsi proprio per rilanciare la metanizzazione della Sardegna. Non possiamo continuare a stare fermi su un tema strategico per lo sviluppo della nostra regione “, Francesco Pigliaru, presidente della giunta degli ascari di centrosinistra.  Con il ritiro dal GALSI, la Regione sarda si è ripresa gli undici milioni di euro che vi aveva investito. Con il nuovo accordo tra Snam e Società gasdotti Italia, Regione Sardegna e MiSE per il metanodotto in Sardegna, entra in ballo l’Eni che con la Snam ha firmato, alla fine del 2017, un accordo progettazione, realizzazione e manutenzione da parte di Snam di un primo lotto di 14 nuovi impianti di gas naturale compresso (compressed natural gas – CNG) all’interno della rete nazionale di distributori Eni, favorendo l’offerta di carburanti alternativi a basse emissioni come il gas naturale. La giunta degli ascari di centrosinistra vi ha reinvestito gli undici milioni.

Due sporchi affari colonialisti sulla pelle delle masse sarde. Oggi, come ieri, la borghesia italiana usa la Regione Sardegna e i governi regionali come comitato d’affari degli ascari per potervi condurre scorribande, saccheggi e devastazioni.  Lo stato italiano è nato con l’assoggettamento coloniale del sud e della Sicilia alla borghesia settentrionale guidata dai tiranni sabaudi. I Savoia estesero a tutto il Meridione e alla Sicilia il rapporto coloniale che instaurò in Sardegna con il trattato di Londra del 1720, quando gli fu messa nella testa ottusa e oscurantista la corona maledetta del Regno di Sardegna. Rapporto coloniale di cui erano consapevoli i rivoluzionari sardi nel triennio 1793-1796. Dai Savoia alla Repubblica sono falliti tutti i tentativi della classe dominante di far uscire il Meridione, la Sicilia e la Sardegna da quello che i suoi intellettuali chiamano “sottosviluppo”. La storia di questi tentativi – dalla Cassa per il Mezzogiorno, ai poli industriali petrolchimici e siderurgici, alle privatizzazioni sbandierate dal governo Amato agli inizi degli novanta alla green economy che sta trasformando la Sardegna in una terra di pale eoliche, di impianti solari e di coltivazioni per gli impianti per l’energia delle biomasse, nuovo terreno per le scorribande e i saccheggi colonialisti – dimostra che  la fuoriuscita  dal “sottosviluppo” del Meridione, della Sardegna e della Sicilia non può avvenire nell’epoca storica dell’agonia del capitalismo ma solo con il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione di regimi di dittatura rivoluzionaria del proletariato. Questa era la posizione adottata dal congresso di Lione (1926) del Partito Comunista d’Italia sezione dell’Internazionale Comunista. Tutti gli intellettuali borghesi che hanno cercato di confutarla, dai “meridionalisti” di fine XIX inizi XX a Pasquale Saraceno hanno fallito miseramente.

Tutte le avventure coloniali, dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno avuto successo per la disoccupazione strutturale che alimenta un esercito industriale di riserva permanente su cui agisce il ricatto della borghesia italiana, sarda e a cui si è unito, negli ultimi trent’anni, quello della borghesia sindacale di CGIL-CISL-UIL che si prepara a vendere al meglio a Snam e Società gasdotti Italia la forza lavoro degli edili sardi, obbligati dal ricatto padronale dell’esercito industriale di riserva. Dai 56 mila edili occupati nel 2009, si è passati agli attuali 21.785 occupati nel settore. La burocrazia sindacale sarda ha sempre sostenuto la costruzione di un metanodotto. Ai cani morti della burocrazia sindacale non interessa combattere le politiche dell’esercito industriale di riserva. Quanto più è numeroso l’esercito industriale di riserva, tanto più il proletariato occupato è ricattato e sottomesso alla burocrazia sindacale. I cani morti della burocrazia potrebbero portare in piazza migliaia di edili sardi per tradurre in pratica le risorse già stanziate ed appaltate per ammodernare la viabilità che da sole valgono 900 milioni di euro; per tradurre in cantieri i 450milioni del pacchetto infrastrutture messo a punto due anni fa dalla Giunta regionale. Misure minime che se realizzate allenterebbero il ricatto dell’esercito industriale di riserva.

Gli undici milioni che la giunta regionale ha investito nel nuovo accordo sul metanodotto vanno invece utilizzati per un piano di ristrutturazione dei centri storici delle città, dei paesi e degli stazzi della Sardegna; per la riqualificazione e rafforzamento della viabilità interna su strada e su ferrovia (la centralizzazione economica, finanziaria e statale a Cagliari, a Sassari e a Olbia è l’altra faccia del depauperamento delle zone interne all’isola, di metà della popolazione sarda); la riqualificazione ed il rafforzamento del sistema idrico-fognario.

I lavoratori edili sardi non sono minimamente illusi dalle favole sulle virtù economiche del metanodotto dell’assessore all’industria Maria Grazia Piras. Hanno visto che l’edilizia turistica nelle coste sarde non ha prodotto un Eldorado ma un centro di sfruttamento servile di forza lavoro sarda, in particolare quella giovanile, per tre mesi all’anno. In Sardegna 616.791 elettori votarono, nel referendum del 2016, contro il governo, il 72,22% della popolazione. Quel No era un voto contro tutte le politiche avviate con il trattato di Maastricht. Un dato politico che ha provato l’opposizione alla classe dominante, sul piano elettorale, era ed è massicciamente diffuso. Il voto proletario ai 5stelle e a Salvini lo prova. A parte una minoranza sociale razzista indurita, il voto operaio e popolare ai giallo-verdi è dato per i contenuti della loro demagogia economico e sociale. Se il malcontento operaio e popolare non ha preso la strada anticapitalistica e degli organismi democratici rivoluzionari (i consigli), lo si deve all’assenza di un fronte unico proletario, sperimentato e disciplinato che attragga le masse e dia fiducia nel combattimento di classe. Questa è il problema che le forze rivoluzionarie devono risolvere in Sardegna, nello Stato italiano, in Europa e in tutto il mondo.

Il movimento 5Stelle ha espresso la propria contrarietà al metanodotto sardo. Andrea Vallascas, capogruppo del M5S nella Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati, ha presentato (nei primi giorni di luglio) ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico un’interrogazione sul progetto di metanizzazione della Sardegna  definito un’opera inutile e anacronistica, destinata a compromettere il territorio e a negare ancora una volta all’Isola un percorso di sviluppo sostenibile…… Ci vogliono far credere che nel giro di tre anni il gas arriverà nelle case e nelle aziende. Ma è da quando eravamo ragazzini-e che aspettiamo di percorrere la SS 131 in sicurezza, che tolgano i semafori dalla SS 554 o che, finalmente, in Sardegna sarà una cosa normale prendere un treno, così come nella gran parte dei Paesi civili……”. Vallascas con un’interrogazione parlamentare vuole costringere i vertici del capitalismo di stato ad abbandonare il progetto del metanodotto. Con un’interrogazione, Vallascas vuole fare quello che non è riuscita a fare la classe operaia sarda del Sulcis-Iglesiente e del petrolchimico di P. Torres contro i vertici dell’ENI dalla fine degli anni Cinquanta del XX secolo ad oggiI 5Stelle non porteranno mai coloro che li hanno votati contro i vertici di Snam e di Società gasdotti Italia per bloccare il metanodotto in Sardegna, così come non porteranno le masse a Roma contro il ministro dell’economia Tria (“occhio e orecchio” di Mattarella e dei vertici dell’UE nel governo giallo-verde, insieme a Moavero Milanesi).

Tutto procede in senso contrario alla “stabilizzazione”. La potenza della contraddizione e della negazione, che i disfattisti vogliono ridurre ad anomalia, è esaltata dalla bancarotta del capitalismo. Tutti gli strumenti usati dalle classi dominanti, dal 2008, si sono trasformati in fattori di aggravamento della crisi, segno inequivocabile del declino avanzato del modo di produzione capitalistico. La lotta contro quest’impresa colonialista in Sardegna necessita del sostegno e della solidarietà delle forze classiste combattive e internazionaliste di tutto lo stato italiano. Ma, prima di tutto, è l’unità di tutte le forze anticolonialiste e anticapitaliste sarde che è fondamentale.

Segui la battaglia contro il metanodotto e per una Sardegna libera sul gruppo Sardegna Rossa e le pagine Prospettiva Operaia Sardegna e Prospettiva Operaia.