Sanidade sarda: sa gherra sighit

Un gruppo di attivisti  al concentramento organizzato dalla Rete Sarda in difesa della sanità pubblica

Lo scorso 25 ottobre è stata una giornata di importante mobilitazione per tutti i comitati sardi in lotta per difendere il diritto alla salute e per i presidi occupati nella difesa degli ospedali in via di dismissione.

E’ stata una giornata importante nella storia delle nostre lotte – scrive Claudia Zuncheddu, portavoce Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica –Le rappresentanze di tutti i territori della Sardegna hanno sfilato dietro un’unica bandiera apartitica, ma fortemente politica: quella della tutela del diritto inalienabile dei sardi alla Salute, diritto che non può prescindere dalla difesa degli ospedali dei territori disagiati e delle città.

La Rete ha dato una dimostrazione concreta di come sia possibile fare Politiche giuste, amministrare al meglio il Bene collettivo come quello della Salute. Anche se abbiamo ben capito che ciò implica una rivoluzione radicale dell’intero sistema politico.

La Rete ha saputo dare un nuovo impulso alle lotte per i diritti dei sardi. La distanza dai partiti politici e la partecipazione attiva delle comunità nell’elaborare soluzioni possibili ai processi di smantellamento degli ospedali pubblici e di tutti i servizi sanitari territoriali, hanno fatto della Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica un’avanguardia riconosciuta e rispettata in loco ed oltre Tirreno.

E’ palese che la Rete dei comitati sia particolarmente temuta dalle forze politiche di maggioranza e di opposizione presenti in Consiglio Regionale, entrambi responsabili dello smantellamento dei nostri ospedali. La complessità del tema sulla Sanità, in questi anni, ha richiesto a ciascuno di noi studio, approfondimenti e confronti costanti all’interno dei territori e tra i territori. Le nostre analisi, le nostre osservazioni e le nostre proposte che partono dalle specificità locali, sono arrivate costantemente nelle redazioni dei giornali e sui tavoli della Politica a tutti i livelli.

La miopia, l’ignoranza e la sudditanza che spesso regna sovrana nelle istituzioni sarde, non ci hanno fermato.
Abbiamo interloquito con amministratori locali talvolta condizionati dall’appartenenza partitica, i nostri messaggi sono arrivati sui banchi di ogni singolo consigliere della Regione Autonoma, della Commissione Sanità, della Giunta e delle Presidenze. I momenti di confronto non sono mancati con le leadership dell’Azienda sanitaria. Abbiamo fatto pervenire documenti preziosi alle ministre della Salute che si sono alternate negli ultimi governi a Roma, ci siamo appellati persino agli Ordini dei Medici della Sardegna.

Abbiamo messo a disposizione le nostre competenze al Presidente del Consiglio con lo spirito di collaborare perché si evitassero danni per le nostre comunità. Abbiamo chiesto audizioni alla Commissione Sanità, assolutamente non all’altezza dei compiti.
Nonostante il colpevole silenzio generale, le nostre azioni non sono state inutili e la storia ci chiede di andare avanti. Se non lo facciamo noi, nessuno lo farà per noi.
Grazie all’attività di ogni nostro comitato la Rete sta sperimentando un modello di partecipazione dal basso alle scelte politiche. In questi anni, giorno dopo giorno, abbiamo praticato il ruolo di opposizione e di proposta a chi governa la Sardegna in materia sanitaria. E’ una sperimentazione straordinaria visto che le forze politiche deputate all’opposizione in Consiglio, hanno rinunciato al ruolo.
Noi non sappiamo quando, ma è certo che ci sarà la stagione per la raccolta dei frutti del grande lavoro della Rete.

Per questo dico che la lotta e la Resistenza è un dovere quando le decisioni neoliberiste-antipopolari diventano Legge come nel caso della Sanità.

Il 25 ottobre è stato un evento speciale non solo per partecipazione numerica, di cui parlano le immagini, ma perché le rappresentanze di tutte le comunità sarde in lotta per difendere i propri ospedali hanno deciso di non abdicare alla guida dell’importante processo in corso.
Il 25 ottobre è anche la conferma che il “re è nudo”. Dall’interlocuzione con i vertici della Giunta e della Massima assemblea dei sardi, per la sufficienza, la superficialità, l’arroganza, il vuoto delle loro argomentazioni, i buchi di memoria, il negare tutto di fronte all’evidenza dei fatti, i tentativi di dividerci anche con toni che violano lo stile di correttezza previsto dal Protocollo istituzionale, si deduce che il cammino della Rete è lungo e ciascuno di noi deve impegnarsi perché nessun ostacolo blocchi il suo percorso. Cresceranno su tanti fronti i tentativi per minare la nostra solidità.
La Rete Sarda dopo aver bocciato i rappresentati istituzionali per l’inutile audizione, attende di poter visionare la “garantita bontà” delle modifiche al piano di riorganizzazione della rete chirurgica.
La Lotta continua.

Anche il Comitato Sanità Bene Comune – Sarcidano/Barbagia di Seulo  interviene con una nota di analisi e riflessione pubblica post mobilitazione che valorizza la formazione che riportiamo qui sotto:

Un largo fronte di volontà popolare democratica e di risentimento sociale genuino ha bussato forte alla porta della coscienza governativa regionale. Per la prima volta nella storia della sanità sarda, 10 comitati civici appartenenti a 10 diversi territori, si sono confederati per manifestare al Consiglio Regionale tutte le sfumature del dramma socio-sanitario che sta attraversando la nostra isola. Il nostro Comitato ha fatto la sua parte, proseguendo quella ricerca di risposte e quella richiesta di tutela dei servizi che ha sempre contraddistinto il nostro operato. Nonostante i rapporti con la politica sarda siano sempre stati difficili, non abbiamo esitato a chiedere al Presidente Ganau, ai capigruppo e all’Assessore Arru di poter rivedere insieme i nodi irrisolti di una riforma la quale senza importanti modifiche rappresenta una fatale minaccia per i presidi ospedalieri delle zone disagiate. Abbiamo ribadito l’importanza della chiarezza nei confronti del popolo, chiedendo ai consiglieri di maggioranza di sciogliere le ambiguità che hanno finora caratterizzato il loro atteggiamento nei confronti di una tendenza generale che vede l’ATS guidata da Moirano proseguire un opera di smantellamento dei servizi ospedalieri perfino più profonda ed avanzata di quanto fosse lecito aspettarsi leggendo la riforma. Abbiamo evidenziato come, in una democrazia, non si possano delegare organi tecnico-sanitari per determinare i destini sanitari dei sardi e dei servizi ospedalieri, ma devono essere gli eletti ad assumersi le responsabilità politiche. Abbiamo anche ammonito i nostri illustri interlocutori circa la difficoltà di mantenere la pace sociale in Sardegna, allorché non vengano prese minimamente in considerazione le richiesti dei territori: la lenta decadenza del ruolo storico degli ospedali, anche da un punto di vista socio-economico, non può essere accettata come imposizione unilaterale. Chiediamo che qualsiasi trasformazione profonda del tessuto sardo venga concertata con le istituzioni locali e con i comitati civici. Purtroppo il clima dell’incontro è stato condizionato dalle intemperanze dell’Assessore Arru, il quale, per motivazioni che non ci sono ancora ben chiare, si è rivolto molto duramente contro la Portavoce del comitato “Salviamo il Paolo Merlo della Maddalena”, alla quale va tutta la nostra fraterna stima e riconoscenza. Infine questi sono giorni di attesa e di riflessione. Siamo in attesa di capire se il tavolo del 25 avrà conseguenze concrete sul piano di una possibile apertura a modifiche rilevanti. Siamo in riflessione per capire se le massime istituzioni della nostra isola riusciranno a scrollarsi di dosso la supponenza tecnicistica, la tracotanza statistica e l’autoreferenzialità da primi della classe che finora ne ha caratterizzato l’approccio. Nel frattempo i comitati continueranno a presidiare, monitorare e vigilare i propri ospedali, a rafforzare la loro fraterna determinazione e a dare nuovo impulso a questa nuova forma di democrazia partecipata e collettiva: la confederazione dei comitati civici dentro la Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica. 

Metanodotto: energia economica e pulita o nuova servitù coloniale?

Un momento del dibattito organizzato a La Corte (Sassari) in cui è intervenuta per Caminera Noa l’insegnanete e giornalista Ninni Tedesco

di Ninni Tedesco

No metano nord Sardegna ha scelto di  incontrarsi e confrontarsi con  il pubblico nella frazione di La Corte con l’intenzione di informare sulle conseguenze che la scelta del metano in Sardegna soprattutto nelle campagne e nelle aree periferiche.

I relatori hanno infatti, ciascuno nel suo campo, illustrato in modo chiaro e con dati alla mano le ragioni della scelta di un NO deciso e motivato.

Coordinati  e presentati da Paola Pilisio, nota portavoce dei comitati ambientalisti  in difesa dell’energia pulita, hanno “svelato”, snocciolando numeri tratti da fonti ufficiali quali Terna, Regione Sardegna, Snam, gli innumerevoli svantaggi che tale scelta comporterebbe. A cominciare dalla geologa Laura Cadeddu che ha insistito sulle “servitù”, e non espropriazioni, che coinvolgerebbero enormi aree antropizzate dell’isola con tagli di alberi, attraversamento di corsi e specchi di acqua, seminativi e periferie di zone urbane.  Quindi Domenico Scanu, presidente di ISDE medici per l’ambiente, ricordando il grande lavoro svolto dal suo predecessore Vincenzo Migaleddu, ha ancora una volta messo in risalto i costi in termini di salute di cui nessun progetto calato dall’alto tiene conto.  Già oggi la Sardegna possiede ben due zone SIN e un sardo su tre (percentuale fra le più alte in Italia) è “contaminato” a causa di precedenti e disastrose scelte industriali.  Infatti la procedura di liquefazione del gas metano, che è una fonte fossile, risulta inquinante, come verrà spiegato più chiaramente nell’intervento del giornalista Piero Loi, il quale ricorda che nel 2015 a Parigi è stato firmato un protocollo (COP 21) contro le emissioni di CO2 e la dismissione entro il 2050 di tutte le energie derivate da fossili.  Tra i dati riportati è impressionante la differenza tra consumo energetico della Sardegna e produzione di energia: esportiamo tra il 30 e il 40% di quanto produciamo per cui, considerati i tempi per la costruzione della rete e degli Hub nei porti di Cagliari, Oristano e Portotorres, considerato che è stimata una produzione dalle 4 alle 12 volte superiore al nostro fabbisogno, che non ci saranno posti di lavoro locali significativi, ci si chiede quasi ovviamente a chi servirà tutto quel metano?

Paola Pilisio ricorda la teoria di Vincanzo Migaleddu, che sempre più diventa realtà, di un progetto che vede la nostra isola diventare una “Piattaforma energetica”, una nuova servitù alle dipendenze di Paesi lontani da noi come ad esempio  il Qatar (che ha già acquistato la compagnia Meridiana, la Costa Smeralda, il mater Olbia), che utilizzano comunque fondi pubblici della Regione per le loro imprese.

Numerosi gli interventi tra cui la sottoscritta che, a nome di Caminera Noa, che assume l’impegno di sostenere la campagna di informazione del comitato NO metano, insiste invece sulla necessità di una cornice politica in quanto la servitù energetica è purtroppo solo uno dei tanti tasselli con i quali si è svenduto il nostro territorio ad altre forme di colonizzazione altrettanto mortifere come quella delle zone militari, la privatizzazione della Sanità, le arre industriali dismesse e non bonificate. La lotta, sostiene Caminera Noa, non può essere parziale ma deve coinvolgere tutti i soggetti realmente anticolonialisti verso una reale e forte condivisione avversa a progetti che desertificano e avvelenano ciò che resta della Sardegna.

Ospedali occupati: è rivolta!

 

Il faro della sanità di La Maddalena simbolo della protesta e dell’occupazione dell’ospedale Paolo Merlo

«L’assessore Paci intervistato, sulla situazione della sanità dall’Unione Sarda lo scorso 23 settembre, esprimeva la sua felicità per “aver gestito un enorme rientro di costi senza imporre ticket. Quanto ai servizi, non è la mia competenza: forse serve tempo perché ci sia l’adeguata percezione dell’importanza della riforma”.

Evidentemente non la pensano così le decine di comitati in Sardegna stanno occupando gli ospedali in dismissione e promuovendo azioni di lotta, né il soggetto-progetto Caminera Noa che dallo scorso giugno ha sollevato la questione del finanziamento pubblico al privato denunciando in particolare l’operazione Mater Olbia, né la Rete Sarda per la sanità Pubblica che instancabilmente denuncia la dismissione ospedaliera dell’isola e ha convocato una manifestazione a Cagliari prevista per il prossimo 25 ottobre.

La mobilitazione chiamata dalla Rete sarda difesa sanità pubblica del prossimo 25 ottobre

Intanto si inasprisce la resistenza delle comunità agli scippi della sanità pubblica sui territori. A La Maddalena, dopo la riuscita manifestazione congiunta di Caminera Noa e del Comitato cittadino in difesa del Paolo Merlo, un nutrito e motivato gruppo di cittadini, armato di striscioni e bandiere sarde, ha occupato in pianta stabile l’ospedale.

L’occupazione è iniziata venerdì 5 ottobre con un blitz improvviso dopo una decisione lampo presa in giornata. I promotori sono stati subito affiancati da una gara di solidarietà da parte di chi non può fare i turni. «L’esperienza è bellissima – dice Emanuela Cauli, esponente del Comitato – ci stiamo stringendo tutti intorno al nostro ospedale. Abbiamo messo bandiere dei quattro mori ovunque perché siamo sardi anche noi e in questo senso va l’azione simbolo della torre faro alta dieci metri che accendiamo tutte le notti rivolta verso la Sardegna: una rivolta che parte da nord e che si riferisce a tutta la Sardegna. Ricordiamo gli ospedali di Ghilarza e Isili occupati anche loro e probabilmente se ne uniranno a noi. L’obiettivo è occupare fino a quando Arru e Moirano, la dottoressa Virdis dell’ATS di Olbia non verranno a sentire i disagi e le difficoltà enormi che stiamo affrontando per poterci curare. Con i tempi delle liste non si possono fare liste vitali e stiamo facendo collette comunitarie per permettere ai pazienti di fare visite private a Sassari. C’è gente che ha bisogno di interventi e non può fare l’elettrocardiogramma propedeutico perché le liste di attesa dell’ospedale sono troppo lunghe. Stamattina siamo stati richiamati dalla direzione sanitaria dell’ospedale perché secondo loro stiamo intaccando la privacy dei pazienti dell’ospedale ma non è vero perché i pazienti si siedono con noi per difendere il presidio. Per cui la nostra risposta è stata chiara: siamo qui e non ce ne andremo e soprattutto non vogliamo salvare il salvabile, vogliamo tutti i servizi che ci hanno tolto. Abbiamo capito che l’obiettivo è ridurre il nostro ospedale a una guardia medica che non copre neppure le 24 ore, bensì 12 ore. L’obiettivo è chiudere tutti gli ospedali e accentrare tutto nei grandi ospedali, anche in quelli privati come il Mater che, anche a detta degli operatori interessati, è una concausa della morte della sanità pubblica a monte dei tagli sconsiderati senza giudizio e senza umanità.

Abbiamo fortunatamente l’appoggio dell’amministrazione e abbiamo l’intenzione di andare avanti e di fare azioni sempre più forti. Abbiamo l’appoggio anche di molti professori che stanno portando le classi al presidio per spiegare cosa stiamo facendo nell’ambito di una applicata azione di educazione civica.

Dulcis in fundo  la chiesa dove gli occupanti riposavano nelle ore notturne è stata chiusa per volontà della direzione sanitaria, nonostante l’opposizione dei parroci solidali con il presidio.

Una Corona de logu per le 377 comunità sarde

Gli amministratori della Corona de Logu riuniti a Bauladu

Sabato 6 ottobre è nata a Bauladu la Corona de Logu, assemblea degli amministratori locali indipendentisti sardi. Nel piccolo centro dell’oristanese si sono riuniti sindaci, assessori, consiglieri di molti comuni della Sardegna: da Tertenia a Borore, da Oristano a Ussaramanna, da Mogoro a Sant’Antioco. Insieme, hanno dato vita alla Corona de Logu: «la casa e la voce degli amministratori locali indipendentisti sardi», come recita l’articolo 1 della Carta Istitutiva.

Presidente del nuovo organismo è stato eletto all’unanimità Davide Corriga, giovane sindaco di Bauladu. Membri del Consiglio di Presidenza sono stati eletti, sempre all’unanimità, Andrea Caschili (assessore di Sarroch), Stefano Deiana (consigliere di Gairo), Marco Manus (assessore di Macomer), Maurizio Onnis (sindaco di Villanovaforru), Denise Pintori (consigliere di Terralba), Stefano Zola (consigliere di Galtellì).

Obiettivo primario della Corona de Logu è «la promozione e la difesa del diritto dei Sardi all’autodeterminazione nazionale» (articolo 9 della Carta Istitutiva), «attraverso lo scambio d’idee e buone pratiche, la formazione interna, l’elaborazione di progetti e posizioni comuni sui problemi dei territori sardi e della Sardegna nel suo complesso, lo sviluppo della capacità di pesare sulla politica sarda» (articolo 11). La nuova assemblea raccoglie infatti il ceto politico che viene dai territori e ci vive, li conosce, ne conosce gli abitanti e sa che le soluzioni ai problemi dell’isola passano per vie d’azione strette e difficili. Vuole soprattutto far crescere questo stesso ceto politico, renderlo coeso, più consapevole, in modo che un giorno dia un contributo determinante alla fondazione della Repubblica di Sardegna. Quanto ai partiti, cui molti amministratori sono legati, troveranno nella Corona de Logu un luogo in cui discutere, attraverso i propri rappresentanti, senza frenesie elettorali.

La Corona de Logu lancerà le sue prime iniziative nelle prossime settimane. È aperta l’adesione agli amministratori indipendentisti dei 377 Comuni della Sardegna. La segreteria della Corona de Logu risponde all’indirizzo di posta elettronica amministradores@gmail.com.

Considerazioni sparse su candidature ed elezioni regionali

Sono imminenti le elezioni regionali (per gli indipendentisti “natzionali”) sarde. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Davide Mocci. Chiunque ritenesse opportuno manifestare il suo pensiero può tranquillamente inviare l’articolo alla redazione di Pesa Sardigna: pesa.sardigna.blog@gmail.com

La campagna elettorale della Lega-PSdAz  alle scorse elezioni politiche in Sardegna che riprende gli slogan di ultra destra anti immigrati della Lega Nord

di Davide Mocci

L’investitura di Salvini a Solinas è l’esempio colonialista di “razzistizzazione” dei movimenti “etnoregionalisti”. Esattamente come era accaduto con la Lega Nord in Veneto – che però razzista, salvo i primissimi anni, ci è nata – si cerca di catalizzare il sentimento “regionalista” attraverso dispositivi ideologici atti al controllo e allo sfruttamento elettorale dello stesso: il razzismo e la retorica del “blut und boden” sono facilmente inculcabili in una società con un senso d’appartenenza meramente passivo e isolato che purtroppo non è ancora rivendicativo e diffuso. Il terrore, l’insicurezza, l’attacco alle radici culturali (già di per sé distrutte dal colonizzatore occidentale, però) e il bombardamento mediatico sono utili a catalizzare e polarizzare una popolazione già di per sé con problemi intrinseci di autoriconoscimento e autostima collettiva.

E dopo che molti sinceri “cani sciolti” indipendentisti nonché storici “leader” dell’indipendentismo classico sono caduti nella rete del controllo sociale di stampo Lega-PD contro la famosa invasione di africani (irreale, data la presenza esigua nei singoli paesi della Sardegna), ecco che il nazionalismo italiano si appresta a sferrare l’attacco ideologico decisivo all’indipendentismo sardo, attraverso il trasferimento del reflusso mediatico (già immagino i titoli dei giornali: “Solinas il Salvini sardo”) nelle mani non semplicemente di un lacché opportunista, ma il segretario di un partito clientelare – che ha sempre fatto la stampella del regime coloniale in Sardegna – che all’art. 1 del suo statuto parla di indipendenza della Sardegna. Sebbene come forza politica non abbia mai teso ad un simile obbiettivo, questo lo legittima ad essere riconosciuto dall’occhio esterno come componente organica del movimento di liberazione sardo e quindi legittimerà di conseguenza le considerazioni spicciole – e in malafede – che tacceranno l’indipendentismo nella sua totalità di essere reazionario. Questa visione non solo attecchirà in Italia e nel resto del mondo, dove bisogna cercare un riconoscimento internazionale, ma si insinuerà anche e soprattutto tra i sardi che pensano che “la Sardegna da sola non può farcela”, dandogli ulteriore riprova di rifiutare la “mentalità” sarda retrograda e razzista e fare appello al costituzionalismo “più bello del mondo” all’italiana per fare argine alla barbarie dilagante.
Insomma, gli attacchi agli indipendentisti continuano nelle più svariate forme, se si conta la repressione poliziesca di questi ultimi mesi. E la situazione si delinea sempre più drammatica quando sul versante autodeterminazionista si annaspa e si fatica nel trovare candidati all’altezza e metodi di aggregazione e partecipazione che riescano a mettere le basi per una rottura col sistema vigente, rischiando ancora una volta di frustrare l’impegno profuso da molte persone, e molti giovani, di cui questa terra ha bisogno come il pane; accecati dalla smania e dalla fretta di rattoppare quel poco che rimane del nazionalismo sardo (stimolato prostaticamente anche da individui loschi come Maninchedda e Pili, il cui percorso politico non li esime da giudizio solo perché usano parole nuove nel loro limitato vocabolario), si perde di vista il punto: bisogna ricostruire la società sarda, perché questa ormai non esiste più; non esistono più le reti sociali che hanno permesso che si manifestassero spontaneamente occasioni di lotta e resistenza, insieme alla lotta quotidiana per la sopravvivvenza. Ergo bisogna tornare al contatto diretto con le comunità e con le contraddizioni che queste attraversano, significa osservare e apprezzare il lavoro degli altri resistenti se questo muove verso il medesimo obbiettivo, riconoscerne l’operato e istaurarci rapporti di mutuo sostegno, quando necessario. Bisogna spingere sulla partecipazione attiva e non sulla delega, chiamare all’impegno tutti i solidali, perché ormai il tempo della solidarietà “esterna” è finito.
Ma per fare sì che ciò possa essere possibile, bisogna prima di tutto mantenere una certa coerenza e manifestarla, oltre alle buone intenzioni. Soprattutto se poi dalla base elettorale non appare esserci un ritorno entusiastico, fare appello alla testimonianza e all’idea aleatoria del progetto in sé serve a poco. In questo modo si cade nelle trappole del nazionalismo italiano e si rischia di non poterne più uscire per parecchio tempo, visto il futuro non tanto roseo che ci attende.

Sul nuovo candidato presidente di Autodeterminatzione

Sono imminenti le elezioni regionali (per gli indipendentisti “natzionali”) sarde. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Antonio Muscas. Chiunque ritenesse opportuno manifestare il suo pensiero può tranquillamente inviare l’articolo alla redazione di Pesa Sardigna: pesa.sardigna.blog@gmail.com

di Antonio Muscas

Foto di repertorio della campagna di Andrea Murgia alle scorse primarie del PD

Non so molto di Andrea Murgia, se non che era stato candidato alle primarie del PD vinte dalla Barraciu per le politiche sarde del 2013.
Non conosco il suo spessore politico e, alla luce del suo trascorso, la profondità del suo sentimento autodeterminazionista. Ma questo non penso rappresenti un problema, o meglio, il problema.

Con questa candidatura Autodeterminatzione, di fatto, tenta di occupare uno spazio politico all’interno del quale non accetta interlocutori se non, al più, subalterni.
Qualunque altro gruppo o lista autodeterminazionista si presentasse oggi a concorrere per le prossime elezioni sarde verrebbe tacciata di creare ulteriore frammentazione in un fronte già abbastanza debilitato e di vanificare le poche speranze di ingresso di partiti alternativi nel consiglio regionale sardo. Chiunque oggi ambisca a partecipare alle elezioni dovrebbe in qualche modo fare i conti con Autodeterminatzione e subirne, nel caso per niente scontato in cui se ne accettasse l’ingresso in lista, le condizioni, a cominciare dal candidato presidente.

Quanto fatto dalla coalizione dimostra ancora una volta l’atteggiamento egocentrico e suicida delle cosidette forze di liberazione sarde, l’incapacità di instaurare un dialogo e provare finalmente a costruire un percorso di convergenza con altri soggetti compatibili. Quali sono infatti gli elementi di divisione, gli impedimenti, che hanno portato Autodeterminazione a optare per questa soluzione escludendo del tutto e a priori un confronto con tutte le altre forze esistenti in Sardegna?

Mi chiedo se siano consapevoli dell’importanza e la gravità di questo preciso momento storico, se sentano realmente l’urgenza di costruire una barriera alla deriva neoliberista e fascista in corso e rispondere con progetti concreti alle urgenze e alle necessità della comunità sarda.
Scegliere di andare da soli oggi, per chi si propone come portavoce delle istanze di liberazione sarde, comporta un carico di responsabilità notevole.

La lega ha ottime probabilità di vincere le prossime elezioni in Sardegna, stesso dicasi per i 5 stelle, la cui seppur breve esperienza di governo in Italia ha già dato modo di provare di che pasta sono fatti. Ma se pure dovesse ancora una volta toccare il turno al centrosinistra, vista l’esperienza disastrosa della giunta Pigliaru, non avremmo molto da rallegrarci. Lo stato di difficoltà aumenta e il regime di repressione diventa ogni giorno che passa più intenso; ma ad avviarlo non è stato, come qualcuno potrebbe pensare, Salvini. Già Minniti si era portato avanti col lavoro. Salvini non sta facendo altro che metterlo a punto e già ora, grazie al suo decreto, un’occupazione di immobili o un blocco stradale saranno ragione per finire in carcere. Ogni forma di contestazione rischia di diventare reato. Il processo di sfruttamento e spoliazione del nostro territorio ha subito un’accelerazione col governo Renzi, di cui Pigliaru è stato il più abile e fedele esecutore. E Zedda, indicato da tanti come il possibile e auspicato candidato per il rilancio del centrosinistra, ha già avuto modo di distinguersi, di dimostrare di essere all’altezza del suo predecessore, da ultimo per le sue battaglie contro la “teppaglia”, i poveri e gli immigrati, colpevoli di occupare le piazze pubbliche, impedendone la piacevole fruizione alla Cagliari bene e ai tanti turisti che giornalmente sbarcano dalle numerose navi da crociera che a Cagliari fanno tappa. La guerra ai migranti e ai profughi, la criminalizzazione delle ong, la persecuzione degli attivisti sardi filocurdi, l’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, sono la misura più evidente della deriva in corso, contro la quale è necessario, indispensabile e urgente lavorare alla costruzione di una alternativa reale, non basata unicamente sugli slogan ma prevalentemente sulla pratica.

Con almeno tre grossi schieramenti in campo, centro destra, centro sinistra e cinque stelle, quali prospettive ci sono di superare oggi lo sbarramento del 5%? E se anche si riuscisse a farlo, quali sarebbero le garanzie di svolgere dentro il Consiglio Sardo un lavoro all’altezza delle aspettative? In cosa si è distinta fino ad oggi Autodeterminazione e di quale credibilità gode? Quali battaglie hanno sostenuto e in cosa si sono distinti i suoi soggetti componenti?

Al suo interno, tra gli altri, ci sono i soggetti reduci dal fallimento dell’esperienza di Sardegna Possibile, i figli del disastro post elettorale, quando non si è riusciti a trasformare gli oltre 70.000 voti raccolti in una proposta politica adeguata. Una sparuta pattuglia di sopravvissuti sulla cui buonafede non nutro dubbi ma sulla cui capacità di tenere testa ai marpioni della politica ho molte riserve. E ci sono poi i reduci dell’esperienza in maggioranza col governo Pigliaru, Irs e Rossomori, i quali alla prova dei fatti, hanno dimostrato di non avere né capacità né volontà di mettere in pratica il messaggio di cui si sono sempre fatti portavoce. Rossomori, anzi, ha sempre voluto mantenere un rapporto privilegiato col PD, e solo recentemente, per ragioni ancora tutte da appurare, ha abbandonato la maggioranza di governo per intraprendere un nuovo percorso. Un nuovo percorso però che, nelle modalità, non sembra distinguersi affatto dagli schemi che hanno contraddistinto le forze politiche tradizionali, in cui i rapporti di forza, i pesi e i numeri, prevalgono sui programmi e gli orientamenti.
Sembrano loro a dettare la linea dentro la coalizione, senza mostrare alcun nessun interesse, come mai ne hanno avuto nella loro storia, a costruire un’alternativa che si possa definire tale. Hanno ribaltato i rapporti di forza, e ove prima erano loro a subire le decisioni del partito più forte, oggi dentro il gruppo fanno la parte del leone, anche se con poche prospettive di successo elettorale. Ma si sa, per chi è educato ad agire in un certo modo, diventa poi difficile trasformarsi in qualcosa che non si è. Gli alleati, per contro, si trovano in una posizione di subalternità dalla quale, per mancanza di forza o di volontà, non riescono ad affrancarsi. In queste condizioni o si accetta la linea del più forte o si resta fuori.

Viene da sospettare perciò una precisa volontà, motivata dalla necessità di prevalere, di minare costantemente quel processo indispensabile di costruzione di un fronte ampio di liberazione alla cui base stiano pochi e precisi punti, tra i quali un rapporto leale e paritetico tra tutti i soggetti, il riconoscimento e il rispetto reciproco.

La necessità per alcuni di occupare posizioni, di eliminare i possibili avversari sul proprio terreno d’azione, si trasforma così in un’altra mancata opportunità per la Sardegna, con l’aggravante del tempo che passa e dei problemi che si aggravano.

Non so se ci saranno gli estremi per lavorare di qui alle prossime elezioni sarde alla costruzione di un’altra lista, e soprattutto, con quali probabilità di successo. Di certo in Sardegna dovremmo trascorrere almeno altri cinque anni di limbo, di barricate e di battaglie intense con la quasi certezza di non avere rappresentanti adeguati e all’altezza in Consiglio regionale.

Questa è una constatazione, ma non vuole essere una attestazione di sconfitta. Semplicemente si tratta della consapevolezza e maggiore conferma sul ruolo svolto da determinate forze politiche che, per quanto ci possano apparire vicine e compatibili, poco si distinguono dalle altre contro cui combattiamo. Anzi, al pari di come è successo col pd, per il quale sono stati necessari anni prima che se ne scoprisse finalmente il volto, anche con queste il campo d’azione risulta scivoloso, per l’ambiguità che le contraddistingue, la difficoltà a spiegare all’esterno la loro reale natura, a crescere e rendersi credibili nello spazio da loro occupato

Sassari “piccola Scampia” o città colonizzata da liberare?

di Riccardo Futta

Forse siamo arrivati al punto di non ritorno o ci siamo comunque molto vicini. In questi giorni il nostro centro storico è stato definito “la piccola Scampia”; in questo inizio di campagna elettorale sciacalli arancioni, verdi e neri tentano di smembrare la carcassa malconcia di Sàssari Vècciu.

Il PD propone di andare casa per casa a stanare clandestini e affitti irregolari, la Lega e Casapound solidarizzano e alimentano la percezione di insicurezza soffiando sul fuoco del razzismo e della guerra fra poveri, giornalai di testate online e non pubblicano articoli osceni dove si ingigantisce enormemente la realtà facendo pressione psicologica sulla popolazione e costruendo la paura.

Il centro storico cittadino è la zona della città con tutti i settori del commercio in crisi tranne uno : il mercato immobiliare; è proprio a Sassari vecchio che si ha il maggior numero di compravendite di immobili. I sassaresi acquistano per investimento così da affittare a studenti, trasferisti e immigrati; poi ci sono gli italiani (milanesi e bresciani soprattutto) che acquistano palazzine intere e grossi immobili. Che strani investimenti in un “bronx” dove si ha paura ad uscire di casa e si rischia la vita a passeggiare nei vicoli.
Nel 2016 il mercato immobiliare del centro storico è cresciuto del 50%, se la tendenza continua si abbasseranno ulteriormente i prezzi e si avranno più case in vendita che acquirenti.

Vuoi vedere che la “costruzione” di un centro storico “ghetto” sia nel reale (con la disgregazione del tessuto economico causato dalla grande distribuzione e l’assenza di servizi) che a livello psicologico (ingigantendo sui media le situazioni di degrado e malcontento che comunque esistono) è strumentale a una progressiva svalutazione immobiliare che favorirà una gigantesca opera di speculazione?

Il tutto verrà chiamato “riqualificazione”, si ristruttureranno palazzi, apriranno locali e negozi di “carabattole”. I prezzi degli immobili e degli affitti saliranno così come i prezzi al bar, al negozietto, in panetteria. Andranno via gli immigrati ma anche gli “autoctoni” in un nuovo quartiere ghetto con affitti e prezzi accessibili, portandosi dietro i loro problemi e gli imprenditori e palazzinari faranno del centro storico un parco giochi di B&B, ristorantini e negozietti per turisti. Scordatevi i venditori di lumache e le botteghe con le teglie della fainè di cui avete nostalgia, anzi spariranno anche gli ultimi esempi della Sassari popolare e genuina che conosciamo.

Con questo non voglio dire che al centro storico non ci siano problemi, povertà, situazioni al limite, ma voglio sottolineare i nomi dei colpevoli che hanno creato tutto questo in malafede. Gli stessi che ora danno la soluzione al problema con rastrellamenti e speculazione.

In tutto questo il movimento della sinistra di classe e indipendentista cittadino ci si deve buttare in mezzo, provare, sbagliare, ferirsi e rialzarsi. Il centro storico è la palestra più difficile ma più utile per ricostruire da zero la sinistra di classe anticolonialista in città.
Ancora cuore e custode della nostra identità e casa delle classi popolari, ma anche dei “nuovi” sassaresi (22% di popolazione straniera in centro storico a differenza del 2-3% in generale) il centro storico oltre che essere il cuore di Sassari è anche il cuore di tutte le sue contraddizioni e tensioni sociali, ed è da qui che dovremmo ripartire per ricostuire la sinistra indipendentista di classe, fregandocene delle scadenze elettorali e prima che sia troppo tardi, se non lo è già.