Sul nuovo candidato presidente di Autodeterminatzione

Sono imminenti le elezioni regionali (per gli indipendentisti “natzionali”) sarde. Cosa ne pensano le forze politiche e intellettuali indipendentiste e anticolonialiste? La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di ospitare diversi interventi sul tema. Qui proponiamo un articolo di Antonio Muscas. Chiunque ritenesse opportuno manifestare il suo pensiero può tranquillamente inviare l’articolo alla redazione di Pesa Sardigna: pesa.sardigna.blog@gmail.com

di Antonio Muscas

Foto di repertorio della campagna di Andrea Murgia alle scorse primarie del PD

Non so molto di Andrea Murgia, se non che era stato candidato alle primarie del PD vinte dalla Barraciu per le politiche sarde del 2013.
Non conosco il suo spessore politico e, alla luce del suo trascorso, la profondità del suo sentimento autodeterminazionista. Ma questo non penso rappresenti un problema, o meglio, il problema.

Con questa candidatura Autodeterminatzione, di fatto, tenta di occupare uno spazio politico all’interno del quale non accetta interlocutori se non, al più, subalterni.
Qualunque altro gruppo o lista autodeterminazionista si presentasse oggi a concorrere per le prossime elezioni sarde verrebbe tacciata di creare ulteriore frammentazione in un fronte già abbastanza debilitato e di vanificare le poche speranze di ingresso di partiti alternativi nel consiglio regionale sardo. Chiunque oggi ambisca a partecipare alle elezioni dovrebbe in qualche modo fare i conti con Autodeterminatzione e subirne, nel caso per niente scontato in cui se ne accettasse l’ingresso in lista, le condizioni, a cominciare dal candidato presidente.

Quanto fatto dalla coalizione dimostra ancora una volta l’atteggiamento egocentrico e suicida delle cosidette forze di liberazione sarde, l’incapacità di instaurare un dialogo e provare finalmente a costruire un percorso di convergenza con altri soggetti compatibili. Quali sono infatti gli elementi di divisione, gli impedimenti, che hanno portato Autodeterminazione a optare per questa soluzione escludendo del tutto e a priori un confronto con tutte le altre forze esistenti in Sardegna?

Mi chiedo se siano consapevoli dell’importanza e la gravità di questo preciso momento storico, se sentano realmente l’urgenza di costruire una barriera alla deriva neoliberista e fascista in corso e rispondere con progetti concreti alle urgenze e alle necessità della comunità sarda.
Scegliere di andare da soli oggi, per chi si propone come portavoce delle istanze di liberazione sarde, comporta un carico di responsabilità notevole.

La lega ha ottime probabilità di vincere le prossime elezioni in Sardegna, stesso dicasi per i 5 stelle, la cui seppur breve esperienza di governo in Italia ha già dato modo di provare di che pasta sono fatti. Ma se pure dovesse ancora una volta toccare il turno al centrosinistra, vista l’esperienza disastrosa della giunta Pigliaru, non avremmo molto da rallegrarci. Lo stato di difficoltà aumenta e il regime di repressione diventa ogni giorno che passa più intenso; ma ad avviarlo non è stato, come qualcuno potrebbe pensare, Salvini. Già Minniti si era portato avanti col lavoro. Salvini non sta facendo altro che metterlo a punto e già ora, grazie al suo decreto, un’occupazione di immobili o un blocco stradale saranno ragione per finire in carcere. Ogni forma di contestazione rischia di diventare reato. Il processo di sfruttamento e spoliazione del nostro territorio ha subito un’accelerazione col governo Renzi, di cui Pigliaru è stato il più abile e fedele esecutore. E Zedda, indicato da tanti come il possibile e auspicato candidato per il rilancio del centrosinistra, ha già avuto modo di distinguersi, di dimostrare di essere all’altezza del suo predecessore, da ultimo per le sue battaglie contro la “teppaglia”, i poveri e gli immigrati, colpevoli di occupare le piazze pubbliche, impedendone la piacevole fruizione alla Cagliari bene e ai tanti turisti che giornalmente sbarcano dalle numerose navi da crociera che a Cagliari fanno tappa. La guerra ai migranti e ai profughi, la criminalizzazione delle ong, la persecuzione degli attivisti sardi filocurdi, l’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, sono la misura più evidente della deriva in corso, contro la quale è necessario, indispensabile e urgente lavorare alla costruzione di una alternativa reale, non basata unicamente sugli slogan ma prevalentemente sulla pratica.

Con almeno tre grossi schieramenti in campo, centro destra, centro sinistra e cinque stelle, quali prospettive ci sono di superare oggi lo sbarramento del 5%? E se anche si riuscisse a farlo, quali sarebbero le garanzie di svolgere dentro il Consiglio Sardo un lavoro all’altezza delle aspettative? In cosa si è distinta fino ad oggi Autodeterminazione e di quale credibilità gode? Quali battaglie hanno sostenuto e in cosa si sono distinti i suoi soggetti componenti?

Al suo interno, tra gli altri, ci sono i soggetti reduci dal fallimento dell’esperienza di Sardegna Possibile, i figli del disastro post elettorale, quando non si è riusciti a trasformare gli oltre 70.000 voti raccolti in una proposta politica adeguata. Una sparuta pattuglia di sopravvissuti sulla cui buonafede non nutro dubbi ma sulla cui capacità di tenere testa ai marpioni della politica ho molte riserve. E ci sono poi i reduci dell’esperienza in maggioranza col governo Pigliaru, Irs e Rossomori, i quali alla prova dei fatti, hanno dimostrato di non avere né capacità né volontà di mettere in pratica il messaggio di cui si sono sempre fatti portavoce. Rossomori, anzi, ha sempre voluto mantenere un rapporto privilegiato col PD, e solo recentemente, per ragioni ancora tutte da appurare, ha abbandonato la maggioranza di governo per intraprendere un nuovo percorso. Un nuovo percorso però che, nelle modalità, non sembra distinguersi affatto dagli schemi che hanno contraddistinto le forze politiche tradizionali, in cui i rapporti di forza, i pesi e i numeri, prevalgono sui programmi e gli orientamenti.
Sembrano loro a dettare la linea dentro la coalizione, senza mostrare alcun nessun interesse, come mai ne hanno avuto nella loro storia, a costruire un’alternativa che si possa definire tale. Hanno ribaltato i rapporti di forza, e ove prima erano loro a subire le decisioni del partito più forte, oggi dentro il gruppo fanno la parte del leone, anche se con poche prospettive di successo elettorale. Ma si sa, per chi è educato ad agire in un certo modo, diventa poi difficile trasformarsi in qualcosa che non si è. Gli alleati, per contro, si trovano in una posizione di subalternità dalla quale, per mancanza di forza o di volontà, non riescono ad affrancarsi. In queste condizioni o si accetta la linea del più forte o si resta fuori.

Viene da sospettare perciò una precisa volontà, motivata dalla necessità di prevalere, di minare costantemente quel processo indispensabile di costruzione di un fronte ampio di liberazione alla cui base stiano pochi e precisi punti, tra i quali un rapporto leale e paritetico tra tutti i soggetti, il riconoscimento e il rispetto reciproco.

La necessità per alcuni di occupare posizioni, di eliminare i possibili avversari sul proprio terreno d’azione, si trasforma così in un’altra mancata opportunità per la Sardegna, con l’aggravante del tempo che passa e dei problemi che si aggravano.

Non so se ci saranno gli estremi per lavorare di qui alle prossime elezioni sarde alla costruzione di un’altra lista, e soprattutto, con quali probabilità di successo. Di certo in Sardegna dovremmo trascorrere almeno altri cinque anni di limbo, di barricate e di battaglie intense con la quasi certezza di non avere rappresentanti adeguati e all’altezza in Consiglio regionale.

Questa è una constatazione, ma non vuole essere una attestazione di sconfitta. Semplicemente si tratta della consapevolezza e maggiore conferma sul ruolo svolto da determinate forze politiche che, per quanto ci possano apparire vicine e compatibili, poco si distinguono dalle altre contro cui combattiamo. Anzi, al pari di come è successo col pd, per il quale sono stati necessari anni prima che se ne scoprisse finalmente il volto, anche con queste il campo d’azione risulta scivoloso, per l’ambiguità che le contraddistingue, la difficoltà a spiegare all’esterno la loro reale natura, a crescere e rendersi credibili nello spazio da loro occupato